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2) aver continuamente paura che ti cadano i capelli e chiedere continuamente agli altri come è messa la piazza...!
3) la para delle pare è quella para che appare e scompare ogni volta che ti pare...
4) Distruggersi la mente nel tentare di scovare quella cacchio di paranoia ke ti farà volare in cima alla classifica!!!

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
2) incastrarsi tra le sfumature dei colori all'alba
3) LASCIARE KE IL PROPRIO CORPO SIA SFIORATO DALLE CALDE LABBRA DELLA DONNA DEI TUOI SOGNI!!!
4) addormentarsi guardando le stelle e la luna



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Monday, December 24, 2007 - ore 00:13


Veni, vidi e svenni.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Reno appoggiò il remo, reso pesante dalla nera pece dello Stige.
Eravamo arrivati alla riva sud e un refolo di vento recò sulle nostre spalle gelo e spirito di morte: Reno accostò la barca col remo, mentre un redo pascolava le erbe infernali, incurante di noi e del nostro approdo.
Dalla nebbia vidi uscire una figura, familiare come il lessico della Ginzburg: non avevo la più pallida idea di chi diavolo fosse, dal momento che i libri della Natalia li uso in genere per bilanciare i tavoli squilibrati.
Quella figura, però, senza dire una parola alzò lo sguardo e mi trafisse. Fu un colpo, fu una colpa che risaliva dagli abissi dell’Es, fu il <<se>> che richiama l’io a sé stesso, alle sue molte possibilità perdute, al regno peggiore, non quello del passato e di ciò che è stato, ma quello del trapassato: come un’ombra di morte che attraversa le porte dei mondi e ritorna sulla terra a perseguitare i vivi, a perseguire le illusioni di quello che sarebbe potuto essere e mai è stato. Ma, soprattutto, mai più sarà. Nevermore – e ultimo pronuncia il corvo.

<< Jamais peut-être… >> mormorò e solo allora mi accorsi che mi era davanti. A meno di un metro, era vicino come può esserti vicino uno sconosciuto sul metrò all’ora di punta. E fu a quella distanza, fu quando lo vidi di fronte che lo riconobbi.
Mi osservò e riprese:
<< Ailleurs, bien loin d’ici ! trop tard !
Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,
O toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais !jamais peut-être !
Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais. >>
<< Quante volte >> e i suoi occhi chiari trafissero i miei, come il bacio di Giuda aveva trafitto i polsi del mio amico Giugiù << quante volte >> ripetè << te lo sei mormorato. Quante occasioni hai visto passare, quanti attimi sfuggire e poi, pateticamente, ti sei messo a rincorrerli. Quante vite hai consumato… >>
<< Più che vite, frutti della vite >> avvitai le parole per prendere tempo. Quello stesso tempo che avevo sempre preso per respirare, ma quasi mai avevo sfruttato. E’ che sono di formazione marxiana e lo sfruttamento dell’uomo sul tempo non fa per me: preferisco lo sfruttamento intensivo della vite per ricavarci il vino o della canna da zucchero per produrre il rum. Avvitai le parole, ma lui fu più lesto.
Come un fante dalla trincea, prese la mira e mi sparò contro: fu un lestofante, insomma, e mi sparò parole appallottolate come proiettili d’acciaio, mentre io sparavo a salve e risate: sparavo cazzate.
<< Lo sai bene, guarda bene l’orizzonte, guarda il deserto perduto delle possibilità che non sono state, guarda quei visi e ricorda quei nomi… >>
<< Quali visi? >> domandai, mentre dietro di lui, come ombre nere, come ombra di una luce nera e spettrale si facevano avanti visi antichi e conosciuti, visi che credevo dimenticati, ma che erano ancora là, ancora presenti, seppure a guisa di sogno o incubo.Li vidi, quei visi, li ricordai uno ad uno e li divisi, sfruttando la divisione più elementare e congeniale.
Li divisi in brutti e belli.
E poiché il gruppo dei brutti era composto da uomini soltanto, sospirai di sollievo: anche alla riconta dei voti le elezioni erano state vinte. Non c’erano stati brogli di bellezza o trucchi da ingannatore che mi avevano condotto tra le braccia di qualche donna latrinosa, una donna per la quale si potrebbero usare gli immortali versi:

nec minimo puella naso
nec bello pede nec nigris ocellis
nec longis digitis nec ore sicco
nec sane nimis elegante lingua.

Li guardai meglio e li divisi ancora: tra chi mi era stato amico e chi mi avrebbe voluto amico dei vermi, tre metri sotto terra. A questi ultimi o dovevo dei soldi o avevo trombato la fidanzata.
Nel dubbio, li cancellai, chiudendo davanti a loro il cancello del mio inconscio.

(capitolo coscientemente finito. Perché avevo appuntamento con la mia analista al bar)


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