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Thursday, December 27, 2007 - ore 19:02


In Kulo allo Zeitgeist!
(categoria: " Vita Quotidiana ")




La Via facile e breve e noiosa l’ho abbandonata alle scuole elementari (dove ha studiato anche il mio guitar hero adolescenziale e sua sorella dal noto piercing). In favore dei robots spaziali e dei mostri giapponesi. Salvato da Mishima. Portato in cielo da Goldrake. Sedotto da Fujiko. E allora non devo stupirmi più di tanto se poi, di fronte allo sfacelo di quest’Idaglia di cartapecora ma tuttora infinatmente viziosa, mi scopro a fare sogni ad occhi aperti come questo:

Non voglio giustizia. Non voglio sentirmi capito. Non voglio salvare nessuno. Neanche me stesso.
Io voglio VENDETTA. Tutto maiuscolo dall’inizio alla Fine.
Sono anni di merda. Dopo gli anni di piombo, gli anni del craxismo, dello yuppismo, del consumismo, sono arrivati gli anni di merda. Adesso basta però. Questo mondo è talmente vecchio e malato che si rifiuta di morire. Diamo una mano all’eugenetica drigolore!
Lo Zeitgeist, dicevamo, imperversa e il popolo soffre. Ecco allora che sorge un nuovo eroe (nel sogno sono io). Scrivo pamphlets di fuoco che denunciano il Presente, evito imbarazzanti frequentazioni politiche, non mi vendo. Sono anche un po’ viveur e tra una rivolta e l’altra vado in disco e al club a sentire una gig indimenticabile e a fumare un sigaro Moods. Un occhio sempre aperto, anche quando dormo, diretto alla porta di casa o del locale, ché immagino la Polizia potrebbe irrompere da un momento all’altro e arrestarmi come Pericoloso Incendiario in Lotta per la Libertà.
Un bel giorno, mentre sono al pc – come ora – e sto inviando al mio Editore il Pamphlet definitivo: “Pericoloso Incendiario in Lotta per la Libertà, venga fuori con le mani in alto!”. E’ il Commissario Lapajata che mi intima di consegnarmi. Usa la forma di cortesia perché il mio sogno è un sogno romantico.
“Gnanca morto!”, mi dico e continuo a scrivere nel tentativo di ultimare il libello e di inviarlo via e-mail a chi saprà farlo circolare.
Scaduti i sessanta secondi di rito, la Polizia apre il fuoco. La mia casa, che per l’occasione ha pareti di legno come nel vecchio West, è traforata dai proiettili ma io non cedo e termino la mia produzione tra i fischi delle pallottole e la voce megafonata di Lapajata che ordina: “Irrompete!”
Io difendo la postazione-pc lanciando vocabolari, dizionari, atlanti geografici, dvd, un orologio-sveglia, un portaocchiali, un caricabatterie, due batterie, una matita mai usata, una tazza di caffè vuota macchiata sul bordo, un blocco per appunti. E’ tutto.
Non ho altro da lanciare: è la fine. Urlo: “Liiibeeertààà!”
Un colpo di pistola mi colpisce in pieno petto a pochi centimetri dal cuore, un altro colpo mi ferisce di striscio sul braccio sinistro tra due tattoo. Una bella fortuna: il mio braccio del colpo segreto è quello destro e non dovrò rifare i tattoo. Una rosa rosso sangue –il mio sangue – impreziosisce ora la bianca camicia che vesto come un filosofo destinato al patibolo. Morto fuori, libero dentro.
Uno sbirro dall’aria gelida porta via il pc. Un altro fruga tra le mie cose e mi sottrae dei libri libertini per uso personale. Un terzo sbirro dalla faccia buona e dai piedi pelosi (non so come faccio a saperlo), mi alza il capo da terra e intende far tesoro delle mie ultime parole. Esse sono: “Non c’è Libertà senza il rispetto, ma anche un tirapugni, una frangetta assassina e un Tiki bar!”. Dubito che lo sbirro capisca fino in fondo ciò che gli rivelo mentre contemplo la linea sottile tra la vita e la morte.

Sono bellissimo al momento del mio assassinio. Ho camicia bianca con risvolti sulle maniche e lunghi capelli neri profumati e ondulati. Assomiglio a Lord Byron o a Percy Shelley in vacanza a Genova. Ne valeva la pena.


Però non muoio. Troppo grande è il mio odio. Il giudice Ciro Mastrosardanapalo mi fa rinchiudere al Due Palazzi. Ma il mio Avvocato Tigre muove le conoscenze giuste e mi fa imprigionare a Venezia. Ai Piombi. E’ più romantico.

Chiedo e ottengo una dieta a base di pane ed acqua e carcerieri veneziani del primo Settecento. Non una parola in idagliano, almeno nel periodo del carcere, mon dieu! Sono imprigionato e non mi hanno nemmeno comunicato con che accuse. Ma so che il processo sarà una farsa e la sentenza è già scritta: MORTE! Per me. Ma anche per chi mi condannerebbe. Giorno dopo giorno sento infatti crescere la solidarietà intorno a me e aciò che rappresento. I compagni di sventura hanno parole gentili e cuore generoso. Dei detenuti napoletani mi offrono della pizza. Che io mangio per questione di etichetta e a patto che essi non cantino per me. Curvacei Viados brasiliani estraggono dal reggiseno sigarillos aromatizzati e me ne fanno dono senza nulla chiedere in cambio. Un milanese chiamato Umberto Cotoletta – detto “Uhè”, condannato a dodici anni per bancarotta fraudolenta, riesce a farmi avere un piccolo pc portatile con il quale ricomincio a scrivere.

Ma la legge vigila. E una notte umida e silenziosa un secondino mi scopre a digitare Parole di Libertà. Mi strappa il pc a colpi di manganello elettrico e chiama i colleghi della Squadra della Morte. I bastardi vogliono ammazzarmi di botte nella stessa cella, ma io propongo di torturarmi senza pietà fino all’alba nelle segrete dei Piombi. Offro loro i sigarillos aromatizzati e un ratto morto che custodisco tra le fessure di pietra della cella. I Bastardi della Morte accettano. Vengo prestigiosamente torturato senza pietà nelle segrete fino all’alba come pattuito. La musica in sottofondo è dei Queens of the Stone Age e ad ogni mio gemito o grido di dolore, i supplizianti cambiano strumento di tortura. Me li passano davanti agli occhi e mi dicono: “questo è Cuba!”, “questo è Chile!”, “Questo è Mandela!”, “Questo è Macedonia – Ex Repubblica Federale di Jugoslavia, ora denominata semplicemente Federazione Serbia-Montenegro!”. E ancora: “che te ne pare, bastardo?”. E la risposta la conoscono già. Ma più delle percosse, sono le parole a farmi male.
Perché non c’è Libertà senza il rispetto, ma anche un tirapugni, una frangetta assassina e un Tiki bar.
Io resisto fino alla fine anche senza l’aiuto delle droghe offertemi dal milanese. Voglio godermela tutta, bastardi, sono migliore di voi aguzzini! In un bagno di sangue e sudore e kattivi pensieri trovo sempre il modo di lanciare un solo grido contro la violenza del Regime Totalitario. E il mio è il grido più antico e più amato dall’Uomo: “Libertà!”


Miracolosamente, in carcere non mi ammazzano. Le torture nelle segrete, la detenzione in isolamento, non mi stronca. Il passaparola sulla mia scomparsa raggiunge tutti gli altri detenuti nel giro di tre giorni e tre notti. Per solidarietà, un marocchino, a cui avevo estratto una spina dalla zampa, incita i suoi connazionali a uno sciopero della fame. Essi sono il settanta per cento della popolazione carceraria. Un napoletano, cui avevo detto che Maradona sarebbe presto diventato il futuro Presidente della Repubblica, sentenzia in vernacolo non riproducibile: “se c’è da fare casino io ci sto!”. E’ seguito da tutti gli idagliani dietro le sbarre. Essi sono il restante trenta per cento dei pijami a strisce.
I carcerati sbattono tazze di latta contro le sbarre e fanno un gran rumore che non piace alle guardie. “Lostwave, uno di noi!”, cantano a squarciagola. “Lostwave Presidente!”, motteggiano.
Lo sciopero della fame dei carcerati si protrae per cinque giorni e i miei sostenitori ottengono maggiore clemenza per me e giornali sportivi con gossip su calciatori e veline per loro.
Il giudice Mastrosardanapalo è allora costretto a togliermi dall’isolamento e a concedermi di poter scrivere: “prova a scrivere con la mano rotta!”, ghigna però sotto il baffo da irakeno.
Il giudice Mastrosardanapalo è un figlio di puttana.

In seguito a una soffiata da parte di un detenuto egiziano sfregiato in diagonale dalla fronte all’ombelico, sento che sto per passare un altro brutto momento e mi guardo di continuo le spalle.
Ma la legge vigila. E una notte umida e silenziosa un secondino mi scopre a digitare Parole di Libertà, mi strappa il pc a colpi di manganello elettrico e NON chiama i colleghi della Squadra della Morte. Non gli serve chiamarli. Mentre mi dibatto tra le scosse elettriche egli mi spezza le ossa della mano destra con una manganellata ben assestata. Vigliacco!
“Conosco chi mi manda quella manganellata!”, gli urlo e penso al giudice Mastrosardanapalo sapendo di non potermi sbagliare.
“Libertà!”, “In kulo allo Zeitgeist!”. Un calcio mi chiude la bocca e vedo solo buio e stelle.
Sogno che il giudice Mastrosardanapalo è un figlio di puttana. E poi sogno anche che gioco ai cavalli e vinco e volo via con il cavallo vincente, non prima di aver pizzicato il culo alla moglie del giudice Mastrosardanapalo. “Prendi e porta a casa!”, li sfotto quei due bastardi.

Torno in isolamento per settimane. Chiedo e ottengo di poter essere legato in ceppi e di non poter ricevere visite. E’ più romantico. Inoltre, penso di rivendere un giorno ormai vecchio e rincoglionito queste mie memorie dei Piombi in pessime taverne tra le calli di Venezia. Per una brocca di rosso a buon prezzo.
Dopo un mese di isolamento, su pressione dell’opinione pubblica, torno a un regime carcerario “normale”. Divido la cella con un altro ospite di riguardo. E’ un francese da sempre ospite dell’Hotel Ai Piombi. Pare si tratti di un nobile. Di certo è persona colta e faconda. Ama intrattenermi in garbate conversazioni sul destino del Quarto Stato. Intende offrirmi i buoni uffici della Sezione delle Picche. Sostiene di aver conosciuto personalità eccellenti. Narra densi aneddoti sulla crema delle brioches di Versailles. Non credo a tutto ciò che dice.
Mi rifiuto di accettare la confidenza che avrebbe scritto la prima versione – in francese, per l’appunto – de “Il Milione” di Marco Polo. L’insostenibile Grandeur de la France. Irriducibili Galli.
Comunque il Marquis sa scrivere e io gli dètto con piacere.

Intanto, nel Paese lì fuori il mio caso è storia da prima pagina. Alcuni partiti vogliono la mia eliminazione tout-court. E’ polemica tra i poli su decapitazione o smembramento tramite traino di cavalli. I più teneri chiedono l’ergastolo. I Vescovi dichiarano che riceverò il perdono. Dopo morto.
Il padrone di casa esige gli affitti arretrati. La situazione si intorbidisce giorno dopo giorno. Me la vedo brutta: il Marquis prende nota di tutto ciò che gli dètto e il libro è quasi alla fine. Eppure il francese non mi convince del tutto. Ieri mi ha suggerito che “non occorre essere liberi per visitare Sodoma”. Si riferiva a un qualche romanzo di cui si attribuiva ancora una volta la paternità.
Vedete con chi mi devo misurare.

Dopo centoventi giornate, l’affaire “In kulo allo Zeitgeist!” approda, pur con qualche distinguo e nel rispetto dei limiti, ad Anno Zero. Santoro ci va giù duro. La dice tutta. La GGènte capisce che aria tira: “è solo uno che diceva la Verità”, dice una anziana intervistata dall’inviato occhialuto. A quel punto dei giovani rovesciano le transenne in Piazza delle Erbe, dove Santoro ha fatto sapientamente installare il megaschermo per la diretta con la pancia della città. “Libertààà”, gridano e spaccano tutto cantando cori uligani.
La Polizia del Regime Totalitario interviene manganellando alla cieca tra la folla, colpendo vecchi, donne, bambini, insegnanti di matematica, Gormiti della nuova serie. E’ un bel casino.
Salta la diretta con le immagini di Beatrice Borromeo, commossa per la mia sorte, che proclama al Paese intero, mordendosi il labbro inferiore: “Lostwave, io ti salverò!”

Il giorno dopo Beatrice Borromeo si reca dal giudice Mastrosardanapalo e lo convince a rilasciarmi. NON come piacerebbe credere a voi. Bea minaccia Mastrosardanapalo di vestirsi sempre di nero e di non sciogliersi più i capelli d’oro e di essere sempre triste, fino alla mia liberazione. Stringe i pugni, Bea. Pesta i tacchi nervosamente e fissa Mastrosardanapalo dritto dritto negli occhi come se dovesse fulminarlo.

Il giudice concede che va bene, è meglio per il Paesse, si tratta pur di un gesto di clemenza. L’Idaglia ha un grande cuore e ssà pperdonna’. Purtroppo, non si può fare subito, deve passare ancora un po’ di tempo: “sai, Bea, per non creare spirito di emulazione…”
Ma Beatrice non è sciocca e sbotta: “ridammelo subito il mio Lostwave, bastaaardo!”, e dice “bastaaardo” con una voce talmente stridula che a Mastrosardanapalo sembra lei gli stia tagliando il pisello. “Tu, voi! Voi me lo volete ammazzare il mio Lostwave, ma io non lo permetterò!”.
“Basta così, signorina Borromeo” dice il Mastrosardanapalo “ancora sette giorni e riavrà il mostro tutto per sé”.
“Molto bene, signor giudice”, dice Bea “ma stia attento che non gli succeda un qualche incidente o sarà lei in prima persona a risponderne. Per sicurezza invierò Rudolf ai Piombi!”
“Signorina Borromeo…”, tenta di opporsi il vecchio giudice.
“Troppo tardi, signor giudice, Rudolf è già per strada”.


Rudolf (Rufolf Otto, così chiamato in onore all’etnologo e classicista tedesco dell’Ottocento), è un bracco di Weimar di proprietà di Beatrice Borromeo. Un Signor Bracco di Weimar. Singolarmente più grande della media.
Rudolf si apposta dinnanzi al portone della prigione. Il suo naso bagnato punta in direzione della mia cella. Rudolf fa molta paura al Marquis francese e alle guardie. Ogni volta che uno dei secondini, ora diventati gentilissimi, passa davanti alle sbarre della mia cella per portarmi il pasto, Rudolf emette un nero lamento che gela il sangue ai malintenzionati.
Rudolf non ha fame, non dorme, non deve riposare. Sembra divertirsi ad attendere il mio rilascio nella sua magnifica postura a quattro zampe.
Se fischio dalla finestra della cella Rudolf scodinzola.
Con gran dispendio di inchiostro e penne d’oca il Marquis termina la prima stesura del mio “Libro dal Carcere”. Ne siamo entrambi soddisfatti. Festeggiamo con una cena pantagruelica bagnata dal Dom Perignon e da vini alsaziani. Cantiamo inni antivandeani. Giochiamo a carte e vince il Marquis. Mi fa dono del mazzo di carte segnate. Ci addormentiamo ubriachi e abbracciati come moschettieri guasconi, mentre il Marquis mi sbiascica all’orecchio: “the Ace of Spades, the Ace of Spades…”


Al termine degli ultimi sette giorni di prigionia dorata Beatrice Borromeo mi viene a prendere all’ingresso dei Piombi. Mi getta le braccia al collo e mi stringe forte il suo seno supermodel contro il mio di ribelle. Le sue sono lacrime sincere e mi bacia con le labbra rosse e con gli occhi dell’Amore. Rudolf trotta intorno a noi due in un cerchio di latrati gioiosi.
“Vieni, Lostwave, ti porto a casa”, sussurra la mia liberatrice.
Beatrice Borromeo è venuta a prendermi a bordo di una Cadillac nera.


Devo acquistare una camicia bianca dal taglio settecentesco.


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