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Sunday, December 30, 2007 - ore 18:21


LA VALLE DI ELAH - LEONI PER AGNELLI
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Giusto per fare i seri (ogni tanto capita…anche se non troppo spesso)…

Nelle sale cinematografiche del regno gironzolano di qua e di là due filmetti, due storielle che, ognuna a suo modo, cercano di raccontarci il rapporto tra AmMerica e guerra in Iraq.
Non proprio la guerra…ma il rapporto tra essa e la società statunitense.

Visti tutti e due, mi sovvengono alcune considerazioni.
La prima pellicola, “LEONI PER AGNELLI”, di e con Robert Redford, ha per protagoniste tre coppie di personaggi. La prima è composta da un professore universitario liberal di scienze politiche reduce dal Vietnam e dalle successive manifestazioni di protesta, che cerca di stimolare un suo studente assai brillante, ma svogliato e disinteressato all’impegno nella vita civile. Per cercare di far reagire il ragazzo, il docente (lo stesso Redford, che si ritaglia il ruolo del vecchio saggio) gli parla di due suoi ex studenti, ragazzi poveri, studenti brillanti, che contro il suo parere decidono di arruolarsi volontari e vengono spediti in Afghanistan, nel nome di una loro (non meglio specificata) idea di impegno, di una necessità di “fare qualcosa”…di un’urgenza di partecipare a quel che succede…non importa cosa questo sia.
La seconda coppia è appunto composta dai due ragazzi, che durante la ripresa dell’offensiva della NATO in Afghanistan precipitano dal loro elicottero su di un picco sperduto nel nord del paese, e si trovano ad affrontare nella tormenta di neve i “terroristi”, “taliban”, “guerriglieri”. Da soli e feriti, restano senza munizioni, e per non cadere distesi come vermi si alzano in piedi, puntano le armi scariche contro il nemico e si fanno ammazzare.
Due secondi dopo, il supporto aereo americano spazza via il nemico. (quando si dice la sfiga).
Il terzo dialogo si svolge a Washington DC, tra una giornalista liberal ora al soldo di un canale televisivo che ha appoggiato la guerra in Iraq, e un giovane brillante senatore repubblicano, che cerca di vendere al pubblico, tramite lei, la nuova strategia americana in Afghanistan.
Lui parla, dice evidenti cazzate, lei se ne accorge e rifiuta di fargli da megafono, ma nel frattempo si accorge di averlo fatto dal 2001 sino a quel momento.

Il secondo film, “LA VALLE DI ELAH”, di Paul Haggis, con Tommy Lee Jones, si racconta con molte meno parole. Un padre, ex investigatore della Militar Police in pensione, si mette sulle tracce del figlio scomparso al rientro da 18 mesi in Iraq con la sua unità. Alla scoperta della morte, seguirà l’indagine e il disvelamento della verità, dell’assassinio da parte di tre commilitoni.
Tre ragazzi che decidono di uccidere il proprio compagno senza premeditazione, ma con 42 coltellate, facendo a pezzi il cadavere, dandogli fuoco, senza però seppellire i resti perché, bontà loro, gli era venuta fame, e si erano diretti ad un fast food.
Il film è un breve viaggio alla scoperta della lenta e costante perdita di senso della morale e dei valori di civile convivenza che la guerra in se stessa implica. La stessa vittima dell’assassinio, in Iraq, torturava i prigionieri sunniti. Il padre, uomo ligio e quasi maniacale nella sua aderenza ai valori cristiani di rettitudine e coerenza, cerca disperatamente di confrontarsi con i giovani veterani occhi blu, distanti da qualsiasi cosa, privi del senso di giustizia che lui ritrova invece nella Bibbia (la valle di Elah è il luogo in cui Davide sconfigge Golia).


Ora…cercando di tirare brevemente le fila…son rimasto molto più colpito dal film di Haggis.
Guardando “LEONI PER AGNELLI”, non vedevo l’ora che finisse. Non edevo l’ora che finissero tutte le astruse riflessioni sulla contingente situazione americana, come se il problema della guerra fosse un problema tutto statunitense, da risolvere tramite un superamento dei limiti della società capitalistica e dei lacci e laccioli imposti da questa alla libera informazione, e delle tare che essa impone ai giovani e blablablablabla…
Ne “LA ALLE DI ELAH”, Haggis, autore anche della sceneggiatura, affronta più direttamente, con meno fronzoli, il problema della guerra in sé: e cioè la sovversione totale ed assoluta (necessaria, nel meccanismo violento che lo scontro fisico fa scattare) dei valori morali necessari alla convivenza tra gli esseri umani. I reduci di Haggis sono intanto uomini, e solo in secondo piano statunitensi. Guardate il film, e guardate le interviste ai reduci italiani delle missioni in Somalia, Iraq, Afghanistan. Gli stessi visi e le stesse parole.
Certo, Haggis rappresenta una situazione estrema, un caso di efferata spietatezza, i cui presupposti sono però banali. Uomini cui si insegna, in territorio nemico, a non avere considerazione per la vita altrui, una volta tornati a casa non riescono a reinserirsi in un sistema di regole, basato sul rispetto reciproco.

Haggis colpisce al centro il bersaglio. La guerra non è un problema degli Stati Uniti. La guerra è un problema umano. I mostri che essa produce, i Golia che forma e modella, non hanno una bandiera attaccata addosso.
L’unica bandiera è quella mandata dal figlio al padre prima di rientrare dall’Iraq, che il padre appende al contrario, per richiedere aiuto, per una nazione che da sola non può farcela.
Questo forse va al di là della stessa mentalità di uno come Redford.

Non basta l’impegno...la volontà...le forze interne ad una nazione.
Niente di tutto questo è sufficiente ad uscire dal deserto morale che la guerra crea.


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