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lunedì 31 dicembre 2007 - ore 18:58
Pristina 2008 - La guerra di carta
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Il Kosovo, per vederlo bene in faccia, bisogna sorprenderlo alle spalle. Occorre entrare dalla porta di servizio. Non attraverso l’aeroporto della capitale Pristina, unico vero contatto diretto col mondo dei più ricchi e forti. Bisogna superare le ripide e orgogliose montagne del nord dell’Albania, costretti in una folle corsa in pullman tra nebbia e tornanti ghiacciati. Solo così, venendo da una terra abbandonata e malandata, si può rimanere davvero stupiti. Solo passando attraverso la frontiera con altri cinquanta albanesi, provenienti dagli squinternati sobborghi di Tirana, si può capire cos’è il Kosovo: un altro mondo.
Passi la dogana serba e quasi subito attraversi la vecchia capitale, la cittadina di Prizren. Le vetrine accese, pulite, con vestiti alla moda, assomigliano tanto ad un’allucinazione, un miracolo. Le strade sgombre dalla neve e tutto sommato integre, i lampioni ogni tanto funzionanti, le strade libere dal pattume colpiscono come un pugno chi ha ancora negli occhi il buio e la desolazione dell’Albania. Non si avrebbe modo di stupirsene se si arrivasse direttamente in volo dalla civiltà più avanzata. Passata la città, solo alcuni ruderi in mezzo alla campagna e i campi militari, con le loro mura alte e le torrette illuminate a giorno, ricordano che qui l’Europa ha visto per l’ultima volta l’orrore della pulizia etnica e dei bombardamenti.
Non si può certo dire che la sorpresa sia ingiustificata. A leggere i giornali in Italia, questa terra sembra stia contando i giorni alla sua autodistruzione, che veda la guerra dietro ogni angolo. Ma è tutt’altro che così. Il Kosovo, i kosovari, la maggioranza albanese, i pochi serbi stipati nelle enclavi, gli evanescenti rom e, infine, i militari e i funzionari internazionali, qui non vedono altro che un futuro in divenire. Un futuro che non si misura sulla distanza degli anni, ma su quella dei giorni e dei mesi. E intanto vivono, con una normalità disorientante. Serbi e albanesi porta contro porta, fuori dall’ombra della guerra ma costantemente in battaglia con la povertà dilagante, la disoccupazione, le infrastrutture inesistenti, i media condizionati, la corruzione.
Il Kosovo, oggi, assomiglia ad un bambino che deve ancora nascere. Ha una madre, la comunità internazionale, che lo accudisce e lo protegge. Ha due padri, però, che se lo contendono. Da una parte gli Usa e l’Albania, verso cui il 95% della popolazione del Kosovo vorrebbe andare attraverso l’indipendenza. Dall’altra parte, spalleggiata dalla Russia, c’è la Serbia, che su questi territori può ancora vantare una paternità almeno di nome. Se questo bambino nascerà, però, è ancora tutto da vedere. E’ da oramai vent’anni che il Kosovo degli albanesi cerca l’indipendenza dalla Serbia. Prima con la lotta pacifica e civile di Ibrahim Rugova, poi col braccio armato dell’esercito di liberazione del Kosovo, l’UCK, che contro i militari serbi ha combattuto nella sanguinosa guerra conclusasi nel ‘99. Vent’anni di attesa, senza veri cambiamenti.
Il mondo sembra essersi riaccorto del Kosovo venti giorni fa, quando il PDK di Hashim Thaci, partito che persegue con più ostinazione e fermezza la linea dell’ “indipendenza subito”, ha vinto le ultime elezioni kosovare. Una vittoria non di larga portata, però, e che dovrebbe portare tra pochi giorni a una coalizione con LDK, l’ex-partito del padre della nazione Rugova e oggi in caduta libera a causa dell’inettitudine e della corruzione dei suoi esponenti. Il mondo si è spaventato vedendo le foto di giovinezza del nuovo premier Thaci quando, guerrigliero dell’UCK, si faceva ritrarre col kalashnikov in mano, un ciuffo a banana che nemmeno Elvis e il nome di “serpente”. Non sanno che quel soprannome non descrive un guerriero spietato, ma un uomo indeciso, dai continui cambi di direzione. Chi ha cenato con lui giura che, alla stessa domanda, risponde in due modi diversi a seconda che in tavola ci sia l’antipasto o il dessert.
I kosovari albanesi hanno eletto Thaci perché stufi delle continue dichiarazioni che rischiano di trasformare la tanto sospirata indipendenza in una favola. Dall’altra parte, i serbi fanno il muso duro. Dicono che non entreranno in Europa senza il Kosovo, ma i bene informati sospettano che Belgrado aspetti solo che Pristina gli sia tolta con la forza, perché tanto non gli interessa, ma lasciarla andare pubblicamente non si può. Il rischio, ora, è che lo stallo continui, con il governo kosovaro – non riconosciuto dalla Serbia – perennemente indeciso e i leader serbi bloccati dal proprio popolo. Se la situazione rimarrà la stessa anche dopo le prossime elezioni in Serbia, previste a febbraio, qualcuno potrebbe cominciare a stufarsi davvero: gli albanesi infuriati per l’ennesima promessa non mantenuta, e i serbi delle enclavi per l’abbandono di Belgrado.
C’è paura ma, come si è detto, solo fuori dal Kosovo e solo nei giornali. E’ una guerra di carta. Televisioni internazionali girano per le strade di Pristina con la scorta, più per filmare i fucili spianati dei poliziotti che il paesaggio cittadino, tanto poco pericoloso che quattro giovani giornalisti italiani e un traduttore albanese hanno girato liberamente per le strade e le campagne kosovare senza essere colpiti nemmeno da una palla di neve. Le barriere, le barricate, qui, ci sono, ma sono invisibili. Esiste una posta albanese e una serba; una tv e una telefonia serba e una albanese; strade serbe e strade albanesi. Impossibile per uno straniero riconoscerle, ma per uno del posto basta un’occhiata per capire chi è chi.
Giri per le strade trafficate di Pristina tra una moschea e una chiesa ortodossa, tra manifesti della coca-cola e Bill Clinton e i ragazzini ai lati delle strade che vendono sigarette. Nulla indica una situazione sul filo del rasoio. In periferia ci sono i centri commerciali, tirati a lucido come i nostri, ma che ogni tanto rimangono senza acqua e corrente. I ristoranti del centro sono puliti ed eleganti, ma importano tutto il cibo dalla Macedonia. Per le strade della città, smunti cani randagi girano solitari e stormi di corvi presidiano alberi e fili elettrici. Sui muri delle case diroccate, appare spesso la scritta “jo negociata: vetevendosja” – niente negoziati, autodeterminazione -. Le bandiere americane e albanesi sono dappertutto. Ma non la bandiera kosovara, che ancora non esiste. Le ragazze, bellissime, girano con i tacchi alti anche sulla neve. Pattinano, come tutti, sul ghiaccio incerto del futuro di questo paese. Ma non si curano di cadere: vanno avanti a passo spedito e non si voltano mai.
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