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mercoledì 2 gennaio 2008 - ore 01:29
Kosovo 2008 - La città dei fantasmi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Sulla cartina del Kosovo, pochi chilometri a nord di Prizren, c’è una cittadina che ha tre nomi diversi. Il nome serbo, quello ancora segnato sulle mappe, è Suva Reka, e significa “fiume secco”. Ma è un nome legato ad un passato che è scomparso e che, con ogni probabilità, non tornerà più. Sopravvive solo nella pronuncia biascicata dei militari del contingente internazionale, che qui fanno riferimento per il centro operativo della Nato, Camp Casablanca. Dieci anni fa qui vivevano tremila serbi, ma di loro e di “Suva Reka”, oggi, non è rimasta più traccia. Oggi qui ci sono solo kosovari albanesi, e la loro citta: “Suharekë”.
É una terra di fantasmi e cicatrici. Fantasmi dei serbi, che se ne sono andati, ma soprattutto degli albanesi, uccisi durante la guerra. Questa è stata la regione più colpita dal braccio violento della polizia serba: 540 vittime nei soli quattro giorni successivi al primo bombardamento della Nato, il 24 marzo del ‘99. Qui, tra queste campagne brulle, ha avuto luogo forse la più brutale strage perpetrata dai serbi durante la cosiddetta “guerra del Kosovo”: il massacro del clan dei Berisha. Quarantadue persone uccise insieme e seppellite in una fossa comune. Tra le vittime, quattordici bambini. La più anziana era una donna di cento anni, il più giovane un feto di otto mesi ancora nel grembo della madre.
Hysni Berisha è un giurista, e da otto anni si batte per riportare la verità e la giustizia su questo efferato massacro. Quest’uomo oramai anziano, dal volto segnato dalle rughe ma che ogni tanto ancora riesce a sorridere, ha testimoniato all’Aja nel processo contro l’ex-presidente serbo Slobodan Milosevic. Lo incontriamo in una taverna di Suva Reka, con le sue pile di carte e di appunti frutto di anni di ricerca. Ricerca perché, delle quarantadue vittime appartenenti al suo clan, dopo quasi nove anni, nessuno ha ancora visto i corpi. Tre sono le fosse comuni che sono state trovate nei dintorni. Ma al loro interno sono stati trovati solo vestiti strappati.
<La famiglia Berisha e le altre vittime dei serbi sono state uccise due volte – spiega Hyshi -. Sei persone appartenenti alla polizia locale serba sequestrarono tutta la famiglia Berisha, la portarono in una pizzeria del centro e spararono nel mucchio. I corpi furono presi e seppelliti in massa nel terreno del poligono di tiro fuori dalla città. Poi, dopo qualche giorno, per nascondere le prove della strage, i serbi tornarono con ruspe ed escavatori. Hanno estratto i corpi, li hanno portati fino in Serbia e gettati nel Danubio>.
Mentre ci porta nella zona del poligono di tiro dove sono state ritrovate le fosse, Hiyshi mostra le foto degli indumenti che sono stati ritrovati lì e riconosciuti dai familiari delle vittime. Giubbotti crivellati dai proiettili, maglioni lacerati dal braccio delle scavatrici, scarpine da bambino. <Il fatto che abbiano voluto celare le prove del massacro dimostra che il governo di Belgrado sapeva e approvava queste stragi> spiega malinconico Hyshi, che per diciannove volte è andato a Belgrado a chiedere i corpi di quel massacro, ma è sempre tornato a mani vuote.
Con lui c’è anche Betim Berisha, ragazzo di 24 anni che in quella strage ha perso madre, padre e fratellino di dieci anni. Non parla molto; racconta solo di un suo amico che studiava con lui a Prizren ai tempi della guerra: il suo migliore amico era serbo, e il giorno dopo lo scoppio della guerra gli aveva rubato la casa. Ora Betim è sposato, studia odontoiatria e pensa di avere tra poco un figlio. Lo salutiamo partendo con la macchina. Prima di uscire dal paese, le macerie di una chiesa serbo-ortodossa fanno capolino tra la neve delle campagne: ultime macerie, almeno quelle rimaste, di un passato che non deve tornare.
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