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Wednesday, January 02, 2008 - ore 16:54


Mitroviça 2008 - Le barriere invisibili
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ponte di Mitroviça, 10 dicembre 2007. Queste, secondo molti media internazionali e alcuni osservatori, dovevano essere le coordinate per il D-day del Kosovo. Quale momento migliore della scadenza posta per la fine delle trattative unita alle elezioni in Kosovo, non riconosciute da Belgrado, per la dichiarazione unilaterale dell’indipendenza da parte degli albanesi? E quale luogo migliore per cominciare la scacciata dei serbi se non da quella città tagliata in due: a sud del fiume Ibar gli albanesi, a nord la più grande enclave serba. E invece dopo il 10 dicembre è arrivato l’11, un giorno come molti altri, e il ponte continua ad essere lì, presidiato dai militari.

Mitroviça è la terra delle barriere invisibili. E ingannevoli. Il fiume taglia in due la città e, attraversando il grande ponte moderno che lo scavalca, bloccato dalle camionette dei militari, si ha l’impressione che sia quella la linea di frontiera; l’ hic sunt leones, da una parte e dall’altra. E invece le vere barriere invisibili arrivano dopo, passeggiando sulle strade in salita della parte serba. A nord verso le montagne, e ad est ed ovest, lungo il fiume, si ergono i palazzoni scrostati abitati dagli albanesi. Albanesi che possono andare e venire oltre il fiume con un ponte pedonale, destinato solo a loro, posto a un centinaio di metri dal sorvegliatissimo ponte centrale. Per un serbo, impensabile andare a sud.

Impossibile, per i 17 mila serbi che vivono a Mitroviça nord, non provare l’idea dell’accerchiamento, non sentirsi come l’ultima roccaforte di una terra che rischia di non essere più loro, invasa dalle folle schiaccianti degli albanesi. In risposta a questo senso di costrizione, pochi giorni fa il governo serbo ha aperto qui una sua filiale, proprio spalla contro spalla alle abitazioni degli albanesi. Difficile da parte albanese non sentirla come una provocazione, ma difficile era anche porre questa sede lontano da loro.

«Mitroviça nord è l’unica città davvero multietnica del Kosovo – sostiene Nesko Markovic, fotoreporter impegnato in servizi fotografici e azioni umanitarie sia al di qua che aldilà del fiume -. Qui gli albanesi possono restare, se rispettano le regole; un serbo, a sud del ponte, non può nemmeno metterci piede. Il cimitero albanese qui a nord è rimasto intatto, quello serbo a sud profanato. Nel giugno scorso un bambino albanese ha passato il ponte e ha lanciato una granata: ha ucciso due persone».

Vivere a Mitroviça non è facile, e non solo per la condizione politica e sociale. Anche qui il freddo della miseria si fa sentire. Le infrastrutture, le scuole, sono quasi tutte a sud; acqua ed elettricità vanno e vengono. Il 2004 è stato l’anno peggiore: Mitroviça nord era diventata quasi una città fantasma sotto gli attacchi clandestini degli albanesi che fecero 28 morti e 600 feriti. Oggi è ripopolata: tutti dicono di voler rimanere, ma pare che in molti abbiano già la valigia pronta. Tra la gente comincia a sentirsi lo sconforto dell’abbandono, la sensazione strisciante che Belgrado abbia oramai mollato la presa.

Dicono che coloro che non sono fuggiti durante la guerra siano le persone più tolleranti, quelle pronte a ricominciare. Intanto però il sindaco della vicina cittadina serba di Leposavic non ci vuole parlare perché il nostro interprete è albanese. Gira voce che gli unici 18 serbi che abbiano votato alle ultime elezioni del Kosovo siano stati denunciati all’autorità locale.

Mitroviça continua in attesa la sua vita, con le sue due sponde che guardano in direzione diversa, e si spiano sottecchi, sospettosamente. In mezzo, sempre quel ponte-simbolo circondato da filo spinato, ultimo cordone ombelicale che da sud attende solo di essere tagliato. Ma se si va guardare poco più ad ovest, c’è un altro ponte ancora, un terzo. Mai inquadrato da obiettivi o telecamere, qui giurano sia rimasto aperto anche nei peggiori giorni del 1999 e del 2004, per far passare da una parte all’altra viveri e materiali vari. Sotto la cortina della guerra, la normalità è un’esigenza vitale.




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Leonida, 23 anni
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