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E COSA RACCONTEREMO,AI FIGLI CHE NON AVREMO,DI QUESTI CAZZO DI ANNI ZERO



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martedì 19 marzo 2013 - ore 00:52



(categoria: " Vita Quotidiana ")


When you’re out there doing what you’re doing
Are you just getting by?
Tell me are you just getting by by by




Torno a casa alle otto di sera e la pioggia picchia ancora sui finestrini. La radio trasmette una canzone di Pink ed io sono troppo stanca per cambiare canale. La lascio scorrere. Tra i semafori e i fari troppo abbaglianti. Sulle palpebre mi si ripresenta quel “ti devo dire una cosa: mi piace la canzone di Pink.” Il mio prenderti in giro, per poi accorgermi che anche nel mainstream, la malinconia è sempre il tuo ingrediente preferito. Non mi rendo neppure conto, del sale che mi riga le guance e del fatto che sono arrivata a casa e che rimango lì. a finire la canzone. perché non voglio staccarmi dalla sensazione piacevole che quell’istante mi provoca. Ho paura della consapevolezza che mi nasce giorno per giorno sotto la pelle. che da oggi in poi, saranno solo questi i momenti che passerò con te: Ricordi.
Non ho neanche più la forza di cercarti ancora. Consapevole anche del fatto che non si può obbligare qualcuno a ritornare ciò che si era, se ciò che si era non è più condizione naturale. Se ciò che si era è scivolato dalle mani nel mio tentativo di non farlo mai andare via. Ci ho soffocati.
Non ho provato mai un dolore simile. Non lo conosco. Sto imparando a farlo. ne sento la consistenza massiccia. Il sapore intenso. La mancanza di colore. La profondità.
Non era solo quotidianità, la nostra. Era la sua amplificazione e esaltazione. Era guardarmi allo specchio. Era vivermi il doppio.
Mi sento sola. E anche questa per me è una sensazione nuova. Hai saputo lasciarmi nel modo in cui sei arrivato: facendomi provare cose che non avevo mai vissuto né immaginavo potessero esistere davvero.
Anche l’inadeguatezza che mi si cuce addosso, ha una forma diversa.
Una cosa, però, continua a rimanere invariata. Questo maledetto e costante sapere di essere Supplente.
Lo sono stata anche per te. ho acceso la luce a tempo determinato, credendo fosse per sempre. Ora si è spenta.
Ma questa volta, non so proprio se sarò mai in grado di riaccenderla.
E non è la solita frase fatta. Magari lo fosse. Magari.





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sabato 16 marzo 2013 - ore 17:23



(categoria: " Vita Quotidiana ")


And I need to know how
To live my life as it’s meant to be


È stato come ripercorrere tutto a ritroso. Seduta sul treno che viaggiava in senso contrario a me. Guardavo le cose dal finestrino, che si allontanavano. Non le lasciavo dietro, ma davanti a me. Erano tutte lì ma io mi muovevo veloce e non riuscivo più ad afferrarle.
Ho rivisto a ritroso tutto. il silenzio in macchina. Le mie lacrime che scendevano. La strada nuova. I capelli di Fabiola, troppo elettrici. Il mio viso allo specchio. La notte fredda attaccata alle lenzuola. La stanza che mi ricordava apri bottiglie comprati al supermercato, bottiglie di vino e partite misericordiose dell’inter. L’ascensore. Sorin al posto di Schultz. I miei piedi stanchi. Il vento. Il gin lemon. Le tue dita sempre a digitare. Il concerto. Le lampadine. Che se ci sono sempre. Perché si accendono così poco?
E a ritroso. Di nuovo. Ogni cosa. l’abbraccio di Bologna. La telefonata di quel giovedì. Quella settimana. In bilico tra verità che non sapevo gestire. Sanremo. Le risate. I due minuti e mezzo più intensi di questa parte di Noi. Tutti quei per sempre. Tutte quelle tradizioni. Quei mai. quelle facce non dovrebbero mai cambiare. Nelle foto appiccicate alle nostre pareti. Noi due. Le nostre estati i nostri inverni. Le delusioni e le vittorie. Le paure. Le ansie. Le solitudini. Lo stare bene qua. Quando il Qua non si sapeva e non si è mai saputo cosa fosse. Come si fa a limitare qualcosa che di confini non ne ha mai avuti?
E a ritroso. Di nuovo. Rivedo quei due si comprano lo stesso cd. E forse non sanno, che quasi tre anni dopo si ritroveranno insieme a quel concerto e che il cerchio, in qualche modo, si chiude.
Rivedo quei due che si abbracciano nel centro di una piazza che lui ancora non lo sa, ma imparerà a conoscere. Rivedo quei due che prendono il caffè mentre Luciano canta alla radio. E rivedo quei due. Che lo spazio del tavolino era troppo grande per stare seduti uno di fronte all’altra e che ancora non sanno, che sarà spesso così e che per questo decideranno di sedersi quasi sempre vicini.
Rivedo quei due.
Mi si accolla tutto addosso e allo stesso tempo mi si stacca.
Lentamente. E vedo che se ne va.
Lo vedo andare via, ma non lo lascio dietro. Come il paesaggio, dal finestrino del treno.
È questa. Quella che chiamano la Fine di qualcosa? Ho sempre pensato che il rumore di una corda che si spezza fosse un rumore netto e breve.
Questo rumore è assordante.
E continua, inesorabile a rimbombarmi nelle orecchie.

Vorrei davvero, fosse solo Melodramma, come lo chiami tu.
Invece è la fottuta e logorante Realtà, quella che mi ricorda, attraverso le mani di un altro, che non sei tu, quello che mi sta toccando. Che non sei più tu.
Ed io so solo spezzarmi dentro. Una volta in più. Nel rendermi conto che sei davvero la persona che amo più al mondo.
E che ti ho davvero perso.








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lunedì 25 febbraio 2013 - ore 01:38



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ma dov’è il limite fra le nostre forze e le nostre debolezze? Dove quel confine sottilissimo fra il dovere di lottare e il diritto di arrendersi?

Non lo so, Chiara.
Io non lo so dov’è il confine tra il lottare l’arrendersi. Sarà che ho sempre sentito un diritto anche lottare. Sarà che ad arrendermi, non ne sono mai stata capace. Non so lasciare andare. Non so lasciare andare nulla ed è proprio la mia mania ad accumulare tutto, ad attaccare ogni cosa, a non essere in grado di separarmi, ad avermi portata alla distruzione. Avrei dovuto impararla, la raccolta differenziata.
E non so neppure dove sia il limite tra le mie forze e le mie debolezze. Che quello che ho sempre pensato forza, si è trasformato in debolezza. E viceversa.
Riesco a mentire anch’io. Non sono così pura come pensavi. Ed è inutile ribadire che certe bugie non sono come altre. È inutile ribadire che a volte quello che si fa è solo un risultato. Un risultato di paure, di insicurezze.
Non sapevo perderti. E ti ho perso proprio quando cercavo l’esatto contrario.
Tu che per me sei stato un pianeta e ogni satellite.
Tu che per me sei ancora tutto questo. tu che forse non te ne accorgevi e non te accorgi neppure ora.
Perché quando ci si sente feriti, si dimentica di guardare.
E tu non lo vedi proprio. Non lo vedi più.
Chi sono io.

Che di te, ho fatto un mondo.
L’unico in cui so vivere.
E ora?











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venerdì 4 gennaio 2013 - ore 21:57



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Give.me.Rock’n’Roll.

Non ci credo ancora sia già passato Natale. Che sia già finito Dicembre e che siamo ben al 4 di Gennaio. che gennaio, si sa, è un mese di merda.
Quindi, che dire di Dicembre?
Dicembre è stato come le montagne russe. È iniziato in Lombardia, ballando Lonely Boy a Torino, ridendo in un circolo arci bellissimo e sperduto, bevendo vino mentre il gruppo che ha segnato tutto questo anno cantava, si divertiva, un po’anche ruttava.
È continuato con la prima neve dell’inverno, in un venerdì sera casalingo che sapeva di giochi in scatola, di bottiglie di vino e di sanbuca, di risate con le lacrime agli occhi, quelle che ci piacciono tantissimo e di cui non ne abbiamo mai abbastanza.
Si è sviscerato tramite concerti a cui non sono potuta andare, con l’ansia che mi attanagliava lo stomaco, con gli incontri per quella maledetta tesi che si rivela perfettamente anti-statistiche, come me.
Me, che per una volta, vinco. Riesco persino a far parte di quel 30% e passo la prima prova del concorso docenti.
Quanta angoscia nel parcheggio dello stadio a Vicenza, quello stesso stadio che da piccola mi accoglieva felice e per mano di papà. E che quella mattina, tra la nebbia, mi teneva stretta tra le braccia e mi ripeteva “ce la fai, ce la fai”. Così è stato. Stranamente. Mentre quell’uomo mi segnava la scritta verde e quel “hai superato l’esame.”
Che poi alla fine. È solo un passo. Ma come si fa a iniziare a camminare se non con un passo?
E poi non si tirano sospiri di sollievo mai.
arrivano altre preoccupazioni, tra un panettone e un calice di vino, un pacco da scartare, una notte di Natale che non sapevo gestire, mentre V stava seduta sulla poltrona a condividere stati di agitazione femminili.
E tu. Che continuavamo a ripeterci che questa volta, il Natale doveva essere Nostro. Che non c’era più tempo per quella sensazione di futuro vacillante o per quell’altra di silenzio pesante e di incomprensioni. Era il momento di stare sdraiati, sereni, con le braccia spalancate a tutta questa cosa qui, che non so chiamare, ma che c’è tra di Noi. Che è più grande, più matura, più solida e più dannatamente leggera.
Così riusciamo a sciogliere le nuvole nere. laviamo via tutto con i gin lemon. Con le canzoni dei FooFighters, con i colpi di danza, con le giornate a letto e i film che durano tre ore o che si rimettono a ripetizione. Le tette di Mila e la gnoccaggine di Justin. Il mio parlare con la televisione, il tuo lavare le stoviglie e farti caffè lamentosi da solo. i pranzi con la mia famiglia e gli addetti al taglio-torta. i capodanno quasi perfetti. Quelli in cui tutto sembra messo al posto giusto, al momento giusto, con la canzone giusta. Che gli occhi che vedi sono quelli che non smetteresti mai di guardare. E i sorrisi. Le risate. Le urla da deficienti. Il formaggio alle sei del mattino. Quel nostro modo di essere. che mi fa sentire così BELLA. Sì. Perché quando ci guardo. Io vedo solo bellezza.
E ora che tutto è finito, inizia.
Ché lo sai, che non voglio fare buoni propositi. Voglio solo tenermi le cattive abitudini.
E direi che ho iniziato bene, quando continuo, inesorabilmente, ad ascoltare la solita canzone da due giorni.
Buon DuemilaeCredici.






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giovedì 22 novembre 2012 - ore 00:26



(categoria: " Vita Quotidiana ")


You.CAN.choose.what.stays.and.what.fades.away.

Ne succedono di cose. Obama torna presidente, Renzi rischia, purtroppo, di essere eletto, Giovinco segna in una partita di champion, Carmen Russo rimane incinta, Arisa diventa la bandiera dell’alternative in televisione. Ne succedono. Di cose.
Ho la casa addobbata. Sì. A casa mia è già Natale. Da una settimana, più o meno. In camera mia l’albero esiste 365 giorni all’anno, del resto. L’anno scorso ho perso un Natale. Sarà per questo che quest’anno lo aspetto trepidante. Ansiosa. Come una bambina. Sarà per quello che mi viene da sorridere quando Francesca chiede di disegnarle la cometa sopra l’abete. O che ti indico tutte le lucine che vedo, nel percorso Milano-I-hotel-stazione centrale.
Che questo Novembre non è per nulla freddo. Né fuori, né dentro. E anche se le cose quando vanno bene, non vanno mai bene del tutto. Anche se quando vanno bene, non si dice che poi succede qualcosa di brutto. E anche se succede qualcosa di brutto, incredibilmente sembra che lo possiamo affrontare, meglio rimanere zitti.
Rimaniamo zitti. E godiamo. Di concerti che ci piovono addosso. Di progetti che non vediamo l’ora di fare. Di tempo che si perde e si confonde e delle giornate passate a capire come il bilinguismo incide sull’acquisizione dell’alfabetizzazione. Di cioccolate con la panna e di compleanni. Di regali scelti in due minuti. Di partite dell’inter che ci fanno esaltare e poi penare e poi arrabbiare. Di canzoni che partono a caso nelle orecchie, mentre il treno mi sta portando da te, e mi ricordano di quanta strada è passata, sotto i nostri piedi. E quanti cieli sono cambiati, sopra le nostre teste.
Che pioggia, sole, neve e tempesta. Giusto perché se non cito Ciano ogni volta, non sto bene.
Oggi leggevo che sono le cose che non succedono, quelle che ci stanno attorno per tutta la vita. E oggi pensavo che probabilmente, due anni fa, mi sarei sentita compresa da questa frase. L’avrei toccata con le dita per tracciarne i confini e memorizzata attraverso i polpastrelli.
Ora penso che tutto quello che è successo, invece, è tutto quello che non finirà mai di restarmi attorno. E tutto questo Nulla che ci portiamo appresso, tutte queste ansie planetarie, futuri inverosimili, loft che non avremo mai, lavori a tempi indeterminati che non arriveranno mai e relazioni sane che forse non conosceremo o non esistono.
Tutti questi Forse, Mai, Niente. Fanno meno paura.
Da quando li combatto con i miei PerSempre.
Calici di vino, abbracci, musica, Casa.
Sì, ci sono dei sempre, che diventano per. Si moltiplicano. Ti amplificano.
E tu con loro, non sarai mai sola.







Ai miei inverni più duri.
Ai tuoi di inverni più duri.
A questa canzone, che per me ha sempre saputo di solitudine profonda.
Ma che alla fine, abbiamo condiviso insieme.


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mercoledì 17 ottobre 2012 - ore 22:28



(categoria: " Vita Quotidiana ")


E.sinceramente.non.ho.mai.sognato.di.sognare.altro.

Un tempo questo era il luogo in cui tutto veniva fissato. Giorno per giorno. emozione per emozione. Ora questo è il luogo in cui ciclicamente vengo a segnare il punto. Di me. Delle cose che accadono. Delle parole che vogliono dormire a casa loro, almeno una volta al mese. Che le parole non mancano mai. Riposano in altre superfici. Mi escono dalle dita in altre occasioni. Ma qui. Qui tornano sempre. Ci sono posti e persone da cui non si va mai via, del resto.
Che settembre è stato un mese strano. Che sono stata triste e felice e agitata e arrabbiata. Che thom yorke è stato talmente tanto vicino a me che quasi non riuscivo a respirare. Che non riuscivo a pensare o sentire più niente che non fosse Radiohead per i giorni successivi al concerto. Che si rideva mentre limitavo Thom con la borsa a mo’di chitarra e ci si sdraiava per terra, ubriachi, felici, sereni, nelle riaperture del Vinile. Che siamo sempre quelli che il numero delle bottiglie sul tavolo supera quello delle persone sedute. Che è già ottobre ed io non avevo ancora finito di capirlo, settembre. ed è un mese contorto, pure questo. che le foglie anche se cadono dagli alberi non sono poi così arancioni e non si lasciano calpestare. Che il freddo non è ancora quello vero. che le castagne non sono ancora state assaggiate. Ma ci sono poi le castagne quest’anno? Ed io ho voglia di tirarmi su il tubo sul naso e affondare nella lana. Ho voglia di vedere il fiato quando parlo. Ho voglia di lamentarmi per la pelle che punge. E di bere cioccolata calda.
Ci sono estati troppo lunghe ed inverni che non vedi l’ora di vivere. ed è bello assaggiarli in venerdì milanesi in cui i cocktail costano dieci euro (e questo non è bello) e i discorsi da bottodelvenerdì prendono forme al bancone di un locale che non vedevo l’ora di vedere da anni. Che ci sono concerti che iniziano tardissimo ma che sprigionano quella purezza e genuinità che sanno riempirti di ossigeno e farti sentire leggera. Che i thegiornalisti spaccano, cazzo. E non solo perché si divertono a rompere il cazzo a tutti, a fare gli stronzi o perché hanno scritto la canzone per eccellenza delle pene d’amore.
Ma perché sentono davvero quello che suonano e suonano quello che sono.
Che ci sono reception che sanno di casa e anche se tu non lo vorresti, è così. E ci sono liste da compilare. Cose mai fatte da provare. Film accompagnati da popcorn che finiscono sempre a terra. Jeans che stringono sul culo. Commessi eccentrici. Occhi da bendare. Cene che sviscerano passati, presenti, debolezze, infatuazioni per persone che non ci piaceranno mai. Quante cose (non) abbiamo fatto?
Non voglio che quella lista rimanga vuota. Voglio iniziare ad avere numerosi Non. Così che. Il nostro momento migliore sarà quello che deve ancora venire.
Minchia, c’ha ragione Ciano. Come sempre.





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mercoledì 19 settembre 2012 - ore 13:49



(categoria: " Vita Quotidiana ")


To.Build.A.Home.

Qualcuno dice che capire settembre non è semplice. Qualcun altro risponde dicendo che settembre ci porterà via con sé. Altri ancora lo ringraziano perché riesce e farli stare svestiti. Io, ho sempre preferito appoggiare quell’affermazione che ne esorta la ferocia: d’altronde è feroce settembre.
E sì. settembre che non è ancora finito, ma è ad una specie di giro di boa. Settembre che è iniziato con lacrime che scendevano copiose, mentre i Sigur Ros suonavano vaka o mentre ci ricordavano di non smettere mai di saltare in quelle pozzanghere, che, diciamocelo, si divertono un sacco a crearsi lungo la nostra strada. Settembre che sapeva di letti di ospedale e di quelle fottute luci al neon. Settembre di esami e di appuntamenti che non si potevano perdere. Settembre, mi ha fatto vincere. E ieri sera ho riso e festeggiato e provato che alcune intolleranze diventano tali se intolleranti lo si è da dentro.
E poi. Oggi. Oggi che è il giorno più bello di settembre. Oggi che è un giorno che non sarà mai più come prima. Oggi. Che mi è mancato non esserci. Da quando ti conosco, ho sempre detto “happy birthday G”, per prima. Che fosse in auto sotto il diluvio universale o in camera tua con la testa che viaggiava a sud e i pensieri tristi incollati agli occhi. Ma c’ero. Quest’anno mi sono accontentata del telefono. Ma per quelli come Noi, ormai. Il telefono è troppo stretto per gli abbracci che non riesco a darti o per gli occhi che non riesco a vedere. Dicevi che vorresti essere per me tutto quello che ti ho detto essere. E non è per darti lo zuccherino di sempre, quando ti dico che per me sei sempre stato quella persona. Con te mi sono buttata a capofitto più di sempre. E non mi sono mai pentita di nulla. Di nulla. Sei riuscito a sbloccare tutto quello che rimaneva lì, chiuso a chiave. Sei riuscito ad aprire ogni porta, ogni finestra e a portarci dentro quella luce di cui spesso parliamo. Con te mi sono fidata e ho imparato a fidarmi. Ho imparato che il verbo costruire significa di più di ideare, inventare, eseguire e fabbricare. Significa scontrarsi, aspettarsi, scegliersi, ferirsi e curarsi. Ho imparato che le persone, beh, sanno essere meravigliose. Tu sei M-eraviglioso. E niente. Neppure i periodi in cui ti vedi brutto, stupido, sfigato, messo da parte, cambieranno mai quello che sei. Anche se piove, c’è sempre un super poncho. Anche se grandina, abbiamo tetti forti sopra la testa. Siamo diventati antisismici. E i nostri scambi d’organi, hanno spesso imbrattato le pareti. Che abbiamo davvero saputo ridipingere. Non sai quanto ne vado fiera. Evviva i compleanni. Ed evviva questa data. Questa data che mi ha cambiato la vita.
Che per una magia così, vale la pena vivere.
Buon compleanno, G.






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lunedì 20 agosto 2012 - ore 14:47



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Agosto.il.mese.più.freddo.dell’anno.

Per la prima volta, i perturbazione si sbagliano. La coppa del mese freddo e gelido, al momento, la sta vincendo Luglio. Da sempre, il mio secondo mese preferito. Ma è stato portatore solo di appuntamenti attesi saltati, prescrizioni mediche, giorni del compleanno con la febbre, e giorni da non compleanno con altre medicine, occhi gonfi, gite ospedaliere, cattive notizie, preoccupazioni e un’altra serie di sostantivi negativi e angoscianti. Poi Agosto arriva, inesorabile. A inquietarmi con la sua anticipata freddezza. Ci riesce,per un po’. Ci riesce quando alla tre di mattina qualcuno decide di svegliarmi. E di dirmi che non c’è più. Ed un po’della mia vita bambina, quella che sapeva di odore di caffè, di sigarette nascoste, di dieci euro passati tra le dita, se ne va. Finisce un’era. un’era che mi ricorda che i nonni, a trent’anni, non ci sono più.
Ciao nonna.
Agosto ci riesce un po’meno. Quando la strada è lunghissima davanti a Noi. Il termometro segna cinquantuno gradi e mi chiedo se sopravviverò, a quel phon puntato addosso. Hollo Utca ci aspetta. Ci aspettano i casini per un parcheggio, i rumori attorno, le birre che io non posso bere e i the al limone che ingerisco sperando in un effetto placebo. Agosto perde terreno quando il sole picchia sulla nostra pelle, di fronte al Danubio, mentre ci scattiamo foto con i capelli al vento e prendiamo in giro le persone che prendono il sole, con i culi perfetti. Agosto non si sente neppure, quando il rosso accerchia i nostri polsi, i piedi camminano sotto bandiere che ti salutano e vecchie rotaie ci portano in quel paese dei balocchi. Che prende vita per una settimana, una volta all’anno. Che ci aspetta, dopo tre anni, che ti aspetta, per la prima volta. Ed è tutto ancora così. Con la polvere che ti si infila nei polmoni e non sai più cosa entra ed esce dal tuo naso. Con le persone che sembrano sempre felici. Sempre gentili. Che se alzi un braccio, subito ti salutano. Che se hai un bicchiere in mano, anche se è un fottuto the, qualcuno arriva e cerca il suo –cincin-.
Che per una settimana nella vita, tutti i pensieri neri, tutte le cose che abbiamo testa, vengono chiuse in qualche ripostiglio della mente. E via. Che non c’è tempo. C’è un concerto da vedere, un palco sotto il quale stare, un tendone sotto il quale ripararsi, dal caldo o dal freddo che ci assale. Sì perché da cinquantuno si arriva a quindici gradi. I maglioni addosso diventano tre. Le sciarpe ci avvolgono. Ci sono birre da bere. Gole da disinfiammare. Cantanti da scoprire. Cantanti che sono meglio in cd. Snoop dogg diventa il nostro dio. E tutte quelle bandiere che sventolano. Tutte quelle mani alzate. Tutta quella santissima allegria, ti si incide sulla pelle, sulle ossa, su quel muscolo involontario. E capisci, una volta in più. Che vivere sa essere meraviglioso.
Grazie. Grazie a chi condivide con me tutto questo da tantissimo tempo. Che c’era anche tre anni fa. Che ha trent’anni, ma regge meglio di un ventenne qualsiasi. Grazie a chi nei video mi chiama più volte e più ancora e mi dice, che della mia spalla si sente la mancanza. Grazie a quei ventenni che ci hanno fatto capire che siamo meglio noi. Ahah. Grazie alle sparizioni, ma anche no. Che ci fanno capire quanto siamo uniti. Nel bene. Nel male. Grazie a chi allo sziget c’è stato per la prima volta. Spero sia stato come te lo descrivevamo. Spero sia stato magico. grazie per proteggermi, in quel modo che solo tu hai. Quando mi asciughi la fronte se sudo, o quando mi abbracci forte se ho freddo. Grazie anche per questa ultima postfestival. Per il nostro diciotto agosto duemiladodici. Per quelle risate che io non avevo mai sentito. E dio, come è stato bello sentirle. Nonostante tutto. Siamo ancora in piedi.
È sempre meglio Luciano, fanculo Beppe.






L.I.F.E.G.O.E.S.O.N.
You’ve got more than money and sense, my friend,
You’ve got heart and you go in your own way
L.I.F.E.G.O.E.S.O.N.
What you don’t have now will come back again,
You’ve got heart and you go in your own way


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martedì 19 giugno 2012 - ore 19:07



(categoria: " Vita Quotidiana ")


It’s a perfect day to throw back your head
And kiss it all goodbye

Scrivere mi ha sempre costretta a fermarmi. Mi scivolano le cose che ho dentro fino alla punta delle dita. Diventano parole, escono. E mi fermo. Per vedere cosa diventa quello che tengo dentro. Ultimamente fermarmi mi fa paura. Un po’come quando dico che non voglio mai dire di stare bene, perché, puntualmente, capita sempre qualcosa di storto. Come poi è successo. Fermarmi mi porta a guardarmi le scarpe. A vedere quanto sono consumate. Fermarmi mi fa prendere fiato e a volte mi ricorda che mi dimentico di respirare. Fermarmi mi fa guardare le cose da più angolazioni. Guardare soprattutto me stessa. Questo mese doveva essere più semplice di quello che poi è stato. Doveva essere più sereno. Dovevano iniziare tour estivi che si sono trasformati in stanze d’albergo che sembravano prigioni. In pensieri e paure che si attaccavano alle pareti e le rendevano sempre più spesse, sempre più vicine. Quasi a stringermi dentro. La fine della prima parte della tesi e quei bambini in cerchio che mi applaudivano sono stati vissuti come se non ci fossi davvero. come se guardassi tutto da un vetro appannato. Dove continuavo a battere i pugni. E non capivo se l’impotenza era data dal vederci poco o dal non riuscire a sentirmi. Poi. Improvvisamente. Mi tocco. E scopro che sono qui. Sempre io. Mi rimbocco le maniche perché il tempo in cui mi sono addormentata è passato veloce e la strada non ha smesso di scorrere di fronte a me. Qualche pezzo lo riprendo. Qualche pezzo lo lascio indietro. Qualche altro lo recupererò. Del resto. Il vuoto può essere anche a rendere, non solo a perdere. E mentre gli europei mi causano infarti serali e mi fanno anche ridere con le lacrime agli occhi, torno a capire le dinamiche di inspirazione e espirazione. Torno a sentire il sangue che pulsa nelle vene mentre vi guardo mangiare il gelato e maledico uova, frumenti, lieviti, nocciole. Torno a sentire l’aria che entra nei polmoni. Mentre perdo l’ennesimo concerto degli zen circus ma non mi perdo entusiasmi adolescenziali avvolti in una canzone degli 883. Torno ad eliminare anidride carbonica. Quando mi dici che ho cinque minuti per scegliere il colore dello smalto e il tramezzino al tonno lascia spazio all’aperitivo casalingo con tanto di mamma. Torno a ricordarmi che sì. so respirare. Quando i vostri piedi tentano di diventare tamarri come i miei.
Non lo so. Quante altre volte mi capiterà di dimenticarmi, come si fa. A riprendere aria. Non lo so quante volte non mi sentirò interessante per alcuni, né poco importanti per altri. Quanto imprecherò per l’ennesimo esame andato a male e quanto esulterò per qualcuno andato bene. Quanto lo stomaco può risentire delle ambulanze che ti vengono a trovare alle sette di mattina. Quanto vino ancora riuscirò a bere. Quante volte cazzierò e sembrerà che non ci sia comprensione. Quanti abbracci ci daremo. Quanto pollo V cucinerà ancora per me. Quanti concerti perderemo ancora, quanti altri saranno lì ad aspettarci e ci faranno sentire vivi in quel modo che ti fa venire voglia di ringraziare anche il primo che passa. Perché è tutto troppo bello.
Non lo so. Quante cose ci saranno, da qui, alla prossima fermata.
Ma ogni volta che mi fermo penso che so ancora respirare. Di nuovo. E soprattutto, penso che non sono mai stata sola.
Allora beh. Non è poi così male.







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sabato 19 maggio 2012 - ore 16:21



(categoria: " Vita Quotidiana ")


And.it’s.thunder.and.it’s.lightnig.


Due anni fa gli ac/dc mi aspettavano a Udine. Mentre guardavo il telefono ogni minuto e mi chiedevo perché. Due anni fa e qualche giorno dopo mi sarei trovata a guardare il finale di stagione di grey’s anatomy attaccata a quello stesso telefono. Due anni dopo, mi ritrovo, ieri sera, a fare la stessa cosa. guardare finali di stagione e condividerli con te. Sono piccoli riti. Piccole cose che hanno reso grandi questi due anni insieme. Che abbiamo tantissime date da ricordare. Una per le parole. Una per le voci. Una per le champions che, prima o poi, ci saranno ancora. Una per gli occhi. Una per le bottiglie di vino. Una per le cene casalinghe e i giochi in scatola. Una per i concerti. Una per Sanremo. E via dicendo.
Ogni giorno insieme è diventato motivo di evento. Ogni festa comandata è diventata una festa personale. Non ci sono mai mancati i motivi per celebrare qualcosa. In questo siamo sempre stati bravi a sorprendere e sorprenderci. Sorprendere l’abitudine. Battendola con le stessi armi, facendo di lei qualcosa di bello e di speciale da ricordare. Sorprendendo noi stessi. Quando ad ogni caduta, riuscivamo a trovare la mano dell’altro per risalire. Anche quando quelle mani erano nascoste in tasche che neppure sapevamo di avere. Le abbiamo sempre, alla fine, in qualche modo, lasciate uscire. Camminavamo. Sempre. Con le ginocchia sbucciate. La pelle tagliata. il sale che a volte scendeva dagli occhi. Ma la certezza costante e indelebile che non saremo mai stati soli. E non ce n’è importato più. Di tutti quelli che spesso non capivano cosa siamo. Di quanto sia doveroso, sano, normale, stare da una parte o dall’altra. Stare insieme, in qualunque modo, non è rimanere al centro esatto di quello che entrambi si è e si ha?
Io voglio rimanere così, al centro esatto di questo nucleo imperfetto. Voglio continuare a scomporre i contorni del mio corpo in ogni abbraccio. Sentire mille gusti diversi sulla punta delle dita e della lingua. Voglio credere che con te le cose iniziano sempre e non finiscono mai.
Grazie per avermi reso così felice e anche così fottutamente triste, arrabbiata, delusa, disperata. Grazie per avermi fatto ridere con le lacrime agli occhi, per avermi sopportata, per avermi sempre tenuto la mano. Grazie per avermi fatta impazzire. Per avermi fatta sentire l’unica tantissime volte e quella che veniva dopo altre. Grazie per avermi portato al limite e avermi aiutata a frantumarlo. Grazie per tutta la pioggia. E per tutto il sole. non rimpiango niente. Neanche un singolo istante.
Perché ogni volta che guardo dentro quel verde, io so che ne vale sempre la pena.
Grazie G. per questi due anni insieme. E per tutti quelli che devono ancora venire.






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BLOG che SEGUO:


.LORO.


SEMPLICEMENTE
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SENZA BLOG MA SENZA DI LEI CHE FAREI????
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PER NOI CHE NON CI CONOSCIAMO MA CHE CI STRAPPIAMO SORRISI LEGGENDOCI E CI INCURIOSIAMO:
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ALLA FINE ABBIAMO TUTTI UN LAVORO-ARREDATORI DI INTERNI ALTRUI:
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COME UNA CONTAMINAZIONE:
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COME CUCIRSI ADDOSSO:
laAlice

L’ATTIMO PRIMA DI RIVEDERTI:
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NUOVI NOMI.E NUOVI MODI PER PERDERLI.ANCORA. :
Rimini

NOI SIAMO LE CORISTE:
PESMA

FOLLOW THE WHITE RABBIT
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Ferio


SIMILMENTE:
misia

PREZZOLATO:
JohnTrent


POSSIBLY MAYBE
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Norin


QUELLE COME NOI.. :
Swamy

PRENSENZE SILENZIOSE:
biankaneve


.ANCHE LORO.


Squalonoir
Grezzo *hide* harlok
caravita Darkmind
.sidhe. Saltatempo Sampy
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DrBenWay mobbasta prottola
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.TU.


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