
chiara-ky, 33 anni
spritzina di Cosmopolita
CHE FACCIO? Arpista e Prof. di Arpa
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STO LEGGENDO
HO VISTO
che ho una vita trooooppo incasinata, ma va benissimo così!
STO ASCOLTANDO
il silenzio
ABBIGLIAMENTO del GIORNO
jeans e camicia
ORA VORREI TANTO...
Un po di vacanza?
STO STUDIANDO...
La mia tesi!
OGGI IL MIO UMORE E'...
Tranquillo, proiettato nel futuro
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
PARANOIE
1) essere continuamente giudicati da persone che nemmeno ti conoscono
2) darti così tanto da fare per gli altri e scoprire che alla fine nè tu nè gli altri hanno fatto qualcosa per te...
3) rompere una corda nel bel mezzo del concerto...
4) quanta cioccolata posso mangiare oggi per non essere depressa domani??
5) ...aprire il vasetto e vedere che è finita la Nutella.....
MERAVIGLIE
1) vedere che nel giorno del tuo compleanno anche le persone che mai avresti immaginato...si ricordano di te!
2) ...svegliarsi la mattina guardare fuori dalla finestra e trovarsi la scritta, TI AMO PRINCIPESSA, dipinta nella strada.....
3) Quando giochi con le mani di una persona che ti piace e senti il cuore che accelera...
4) poter anche solo per un attimo mettere il cuore in stand-by per non provare alcun sentimento...per non soffrire
5) Sapere che per Dio sono speciale, che non si vergogna di me, che mi ama per quello che sono e di un amore immenso.
6) una gran risata di cuore insieme a 20 bambini che ridono con te, con lo stesso sentimento e la stessa intensità
7) mettere le mani attorno ad una tazza di cioccolata calda con panna in pieno inverno
"La Musica è la patria eletta di coloro che sanno estraniarsi dalle miserie del mondo..." G. Puccini

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[ ELENCO ULTIMI COMMENTI RICEVUTI ]
sabato 4 febbraio 2006 - ore 14:32
Ancora...
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Anche oggi la notizia del ritrovamento di una neonata in un cassonetto a Palermo.
Ma come si può abbandonare una creatura così piccola, con ancora il cordone ombelicale attaccato e sanguinante? Non lo capisco...
Come si sentirà quella bambina, quando sarà cresciuta? Un rifuto, perchè è stata gettata come spazzatura da sua madre? Spero di no...
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sabato 4 febbraio 2006 - ore 01:54
Ecco come mi sento...
(categoria: " Riflessioni ")
Psiche, bellissima com’era, non ricavava alcun frutto dalla sua grazia. Tutti la ammiravano, la lodavano, e pure non un re, non un principe, nemmeno un plebeo veniva a chiederla in sposa. Restavano lì a contemplare quelle divine sembianze come si ammira una statua di suprema fattura.
Apuleio, "Le Metamorfosi"
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sabato 4 febbraio 2006 - ore 01:39
Qualcuno ha detto...
(categoria: " Pensieri ")
"Ma come sei dura e orgogliosa!"
Risposta: Sì, lo sono e sono anche onesta e sincera. Se ti crea problemi, non cercarmi. Vattene e lasciami stare. Non ho bisogno di te.
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sabato 4 febbraio 2006 - ore 01:24
Ora lho capito
(categoria: " Pensieri ")
SONO UNA GRAN BECERA!!!
Il perchè lo so io...
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sabato 4 febbraio 2006 - ore 00:19
Dopo la giornata di oggi...
(categoria: " Pensieri ")
...Mi sento una becera!
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PERMALINK
lunedì 30 gennaio 2006 - ore 17:33
Amore e Psyche...ultima parte
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Così rivide e si prostrò ad adorare la luminosa luce del giorno. Ma sebbene avesse fretta di portare a termine il suo mandato, fu presa da una temeraria curiosità.
“Ma come”, disse, “sarei così sciocca da portare la divina bellezza senza servirmene neppure un po’, magari per rendermi più bella agli occhi del mio amante?.”
E così dicendo aprì il vasetto. Dentro, purtroppo, non c’era proprio niente e neppure l’ombra della bellezza! C’era solo del sonno, un sonno infernale e proveniente davvero dallo Stige, che appena liberato dal coperchio la assalì: una densa nebbia soporifera si diffuse per tutte le sue membra e si impadronì di lei: essa cadde a terra e stramazzò in mezzo alla strada, proprio nel posto dove aveva posato il piede. E così restò là a giacere immobile, simile in tutto a un cadavere sepolto nel sonno della morte.
Frattanto Amore, al quale si era cicatrizzata la ferita, non potendo più sopportare l’assenza della sua Psiche, scappò attraverso una finestra altissima della stanza dove era tenuto prigioniero, e siccome durante il sonno gli si erano rinvigorite le ali, volando più veloce che mai accorse in aiuto alla sua diletta. Subito le tolse di dosso tutto quel sonno e con ogni attenzione lo rinchiuse per bene nell’apposito vasetto, poi svegliò Psiche con una leggera e innocua puntura della sua freccia e le disse.
“Ecco che di nuovo, poverina, sei caduta vittima della tua curiosità! Ma adesso pensa a portare a termine il comando di mia madre, per il resto me la vedrò io!"
Disse così, e se ne andò con un volo leggero.
Psiche allora si affrettò a portare a Venere il dono di Proserpina.
Cupido intanto, consumato dall’eccesso del suo desiderio, tutto triste in volto, temendo molto l’improvvisa castità di sua madre, pensò di ritornare alle sue vecchie abitudini.
Perciò penetrò nel centro del cielo con le sue ali veloci, e si mise a supplicare il grande Giove, e a perorare la sua causa. Giove lo prese affettuosamente per la guancia, lo avvicinò in tal modo al suo volto, lo baciò e gli disse:
“Anche se tu, mio signor figlio, non mi hai mai reso quell’omaggio che mi è dovuto per decreto degli dei, ed anzi hai ferito più volte con i tuoi colpi questo mio petto, che regola le leggi della natura e i movimenti degli astri, e contravvenendo alle leggi, e in modo particolare alla legge Giulia10 e alla pubblica moralità hai offeso il mio onore e la mia reputazione con i più sconci adulteri, trasformando vergognosamente il mio volto sereno in serpente, in fuoco, in uccello, in animale da mandria, tuttavia, in considerazione del fatto che sei cresciuto tra le mie braccia, e per non venir meno alla mia ben nota bontà, farò tutto quello che tu vuoi. Stai attento però ai tuoi rivali, e se sulla terra c’è in questo momento qualche fanciulla particolarmente bella, sai bene qual è il tuo dovere: portarmela qui in cambio del piacere che ti faccio!”.
Così parlò Giove, e subito diede ordine a Mercurio di convocare il concilio di tutti gli dèi, avvertendo che, se fosse mancato qualcuno all’adunanza dei Celesti, sarebbe incappato in una multa di diecimila sesterzi.
Per il timore di questo castigo si riempì subito tutto il teatro delle riunioni del cielo, e Giove, dall’alto del suo trono sublime, così parlò:
“O dei coscritti nell’albo delle Muse, tutti certamente sapete che questo ragazzo è venuto su crescendo fra le mie mani. Perciò mi è sembrato giusto frenare un po’ i suoi primi ardori giovanili; ormai si è abbastanza compromesso con adulteri e scandali di tutti i generi che sono sulla bocca di tutti. È meglio pertanto che si tolga di mezzo ogni occasione e che con nozze regolari venga frenata la sua esuberanza giovanile.
Egli si è già scelta la sua ragazza, e l’ha anche privata della verginità: se la tenga, se la sposi, e tra le braccia di Psiche goda eternamente l’amore”.
Poi si volse a Venere e le disse:
“E tu, figlia, non affliggerti e non temere che questo matrimonio con una mortale rechi danno al tuo illustre casato. Io farò subito in modo che le nozze non siano tra sposi di condizione diversa, ma siano legittime e conformi al diritto civile”.
E subito ordinò a Mercurio di andare a prendere Psiche e di portarla in cielo.
Poi le porse una coppa colma di ambrosia e le disse:
“Bevi, Psiche, e sii immortale! Amore non sarà mai sciolto dal vincolo che lo
unisce a te. Da oggi voi siete sposi per tutta l’etemità”.
Subito dopo venne servito un ricco pranzo di nozze. Lo sposo era posto sul letto più alto, e tra le sue braccia teneva Psiche.
Poi veniva Giove con la sua Giunone, e poi di seguito, in ordine, tutti gli altri dei.
Fu offerto il nettare, che è il vino degli dei: a Giove lo serviva quel pastore fanciullo, suo coppiere, agli altri Bacco. Vulcano cuoceva il pranzo, le Ore spandevano tutt’intorno una pioggia di rose e di altri fiori colorati, le Grazie spandevano profumi e le Muse facevano risuonare i loro canti armoniosi. Poi Apollo cantò accompagnandosi con la cetra, Venere danzò graziosamente in una danza leggiadra: si era formata come un’orchestra, dove le Muse cantavano in coro e suonavano i flauti, mentre Satiro e Panisco soffiavano nella zampogna.
Così Psiche divenne sposa di Amore secondo le prescrizioni del rito, e quando il tempo per il parto fu terminato nacque loro una figlia che noi chiamiamo Voluttà.”
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lunedì 30 gennaio 2006 - ore 00:50
"Donna, da vostri sguardi" Luca Marenzio
(categoria: " Poesia ")
...Il tuo animo prende
diletto
...prende diletto
di trafiggemi ogn’or con essi
il petto....
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domenica 29 gennaio 2006 - ore 23:54
Coraggio...
(categoria: " Pensieri ")
Sto guardando la registrazione del secondo concerto insieme...tra un po’ salto addosso al televisore.
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domenica 29 gennaio 2006 - ore 23:09
Come siamo cambiati!
(categoria: " Pensieri ")
Per farmi coraggio in vista dell’esame di domani mattina, sto guardando la registrazione del mio primo concerto con il coro del conservatorio...avevo 19 anni, le lenti a contatto azzurre e i capelli nero corvino. Mi piacevo così e mi piaceva un ragazzo. Era destino che non andasse comunque...era il 16 maggio 2003, il 12 giugno dello stesso anno, ho conosciuto il ragazzo più importante della mia vita.
Come siamo cambiati però!!! Tutti quanti...gli anni ci hanno forgiato come spade. Tre anni quasi e sembra che siano passati solo due giorni!
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PERMALINK
domenica 29 gennaio 2006 - ore 16:10
Dalle
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Intanto il misterioso sposo ripeteva a Psiche i soliti avvertimenti nei suoi colloqui notturni: ’Ma non vedi quale pericolo ti sovrasta? La sventura, per ora, ti minaccia da lontano ma se tu non prendi tutte le precauzioni essa presto ti piomberà addosso Quelle perfide bagasce stanno architettando contro di te una trappola infame, come quella di persuaderti innanzitutto a scoprire il mio aspetto e tu sai, invece, perché te l’ho ripetuto più volte, che se mi vedi poi non potrai più vedermi. Quindi se quelle perfide streghe torneranno da te con cattive intenzioni, e senz’altro torneranno, lo so, non parlare con loro, e se questo per il tuo carattere semplice e il tuo buon cuore proprio non ti sarà possibile, almeno non ascoltare e non dire una parola che riguardi tuo marito. Presto non saremo più in due perché questo tuo grembo, fino a ieri ancora di bambina, porta già in sé, per noi, una creatura: un dio se tu saprai custodire il nostro segreto, un essere mortale se, invece, lo violerai.’
A quella notizia Psiche s’illuminò di gioia; il consolante pensiero di una prole divina la rallegrava, era orgogliosa del futuro rampollo ed esultava della sua nuova dignità di madre. Ansiosa contava i giorni che si succedevano, i mesi che passavano e nella sua innocenza si stupiva di quello strano peso e di quel ventre che, per una piccola trafittura, le era tanto cresciuto. Ma intanto quei flagelli, quelle orribili Furie, gonfie di veleno come vipere, avevano rotto gli indugi e, preso il mare, rapide si appressavano spinte dalla loro stessa malvagità. E allora quello sposo sempre fuggente, ancora una volta ammonì la sua Psiche:
’È venuto il giorno supremo, il momento decisivo: un nemico del tuo sesso, del tuo stesso sangue, ha preso le armi, ha levato il campo, muove contro di te, dando fiato alle trombe. Sono le tue sciagurate sorelle che hanno impugnato la spada e cercano la tua gola.
Ohimè, mia dolce Psiche, quali grandi sventure ci sovrastano! Abbi pietà di te, di noi e con il tuo scrupoloso silenzio salva dall’imminente rovina la casa, lo sposo, te stessa, questo nostro piccino. Evita di vederle, di ascoltarle quelle femmine scellerate, che non puoi più chiamare sorelle dopo che ti hanno dichiarato odio mortale e hanno calpestato i vincoli del sangue, quando compariranno su quella rupe e come sirene faranno echeggiare le rocce dei loro funesti richiami.’
Ma Psiche con parole soffocate dai singhiozzi: ’Da tempo, credo, hai avuto le prove della mia fedeltà e della mia discrezione; tuttavia voglio nuovamente di mostrarti la fermezza del mio animo. Soltanto devi ancora una volta dire al nostro Zefiro che obbedisca ai miei ordini e, in cambio del tuo aspetto divino che mi nascondi, lasciare almeno che io riveda le mie sorelle. Suvvia, ti prego, per questi tuoi capelli profumati e fluenti, per queste tue guance morbide e lisce come le mie, per questo tuo petto che spande non so quale ardore, oh possa un giorno riconoscere almeno nel bimbo il tuo aspetto; ti supplico con le preghiere più ardenti, più umili, lascia ch’io riabbracci le mie sorelle, fa’ contenta la tua Psiche che ti è fedele e ti ama. Il tuo volto io non lo voglio più conoscere, la notte per me non ha più ombre: ho te e tu sei la mia luce.’
Stregato da queste parole e dalle carezze lascive lo sposo, asciugandole le lacrime con i capelli, promise che l’avrebbe esaudita, poi rapido si dileguò prima che sorgesse il nuovo giorno.
Le due sorelle, unite nella congiura, senza neppure far visita ai genitori, lasciata la nave, si diressero di filato verso la rupe e non aspettarono nemmeno che il vento si sollevasse a raccoglierle ma con folle temerarietà si precipitarono giù dall’alto. Ma Zefiro che ricordava l’ordine del suo signore, sebbene malvolentieri, le raccolse nel grembo del suo soffio e le depose al suolo.
Ed esse senza indugiare, a passi veloci, entrarono nella casa di Psiche, abbracciarono la loro vittima, sorelle soltanto di nome, la blandirono, nascondendo dietro il sorriso tutta la perfidia che covavano in cuore:
’Psiche, ma tu non sei più la bimba di prima, eccoti già madre! Pensa chissà quale tesoro tu ci porti in questo tuo piccolo grembo. Che gioia darai a tutta la nostra famiglia. Come saremo felici di allevare questo bimbo d’oro. Se poi, com’è naturale, somiglierà in bellezza a sua madre e a suo padre, oh, allora, vedremo nascere proprio un nuovo Cupido!’
Così simulando affetto, a poco a poco si cattivarono l’animo della sorella la quale premurosamente le fece sedere perché si riposassero del viaggio, le ristorò con un bel bagno caldo, le intrattenne nel triclinio lasciando che si servissero loro piacere di quelle sue pietanze squisite e raffinate. Ordinò poi che la cetra suonasse e subito s’udì un arpeggio, comandò che i flauti suonassero e così fu, che si cantasse in coro e un coro cantò: non si vedeva nessuno ma queste soavi melodie accarezzavano l’animo di chi le ascoltava.
Eppure la malvagità di quelle femmine scellerate non si quietò nemmeno alla dolcezza di quel canto, anzi avviando il discorso in direzione della trappola già predisposta, facendo finta di nulla, cominciarono a chiedere a Psiche com’era quel suo marito, dov’era nato e da quale famiglia discendesse. E quella, ingenua com’era e non ricordando ciò che aveva detto la volta prima, inventò una nuova storia, cioè che il suo sposo era nativo della vicina provincia, che aveva un grosso giro di affari, che era di mezza età e già con qualche capello bianco. Poi, senza indugiare troppo su questo discorso le colmò nuovamente di ricchi doni e le affidò al vento perché le riportasse via.
Ma quelle mentre tornavano a casa sollevate dal soffio tranquillo di Zefiro, così cominciarono a discutere:
’Che ne pensi sorella, della grossolana menzogna di quella stupida? L’altra volta era un giovanotto che aveva sì e no la barba, ora è diventato un uomo maturo con i capelli già brizzolati. Ma chi può essere uno che in così poco tempo diventa vecchio? Sorella mia, c’è poco da capire: o quella svergognata ci racconta un sacco di bugie o non sa nemmeno come è fatto suo marito. Comunque, nell’un caso o nell’altro, l’importante è tirarla giù da tutte le sue ricchezze. Perché se non conosce l’aspetto del marito vuol dire che ha sposato un dio e, dato che è incinta, un dio sarà anche il bambino. Sta certa che se quella lì, non sia mai, passerà per la madre di un fanciullo divino, io mi appenderò a una corda, e subito. Ma per adesso torniamo dai nostri genitori e prendendo lo spunto da questo discorso, continuiamo a tessere inganni, quanto più verosimili.’
Così, divorate dall’ira, rivolsero appena un saluto sgarbato ai genitori e, dopo una notte insonne, al mattino, tornarono di furia alla rupe e di lì si calarono giù con l’aiuto del solito vento. Strofinandosi le palpebre riuscirono a strizzare qualche lacrima e poi si rivolsero alla fanciulla con queste astute parole: ’Beata te che te ne stai tranquilla, ignara di un fatto terribile, incurante del pericolo che ti sovrasta, ma noi che stiamo sveglie la notte, preoccupate del tuo caso, siamo angosciate al pensiero delle tue sciagure. Abbiamo saputo, infatti, con tutta certezza, e non possiamo nascondertelo dato che abbiamo fatto nostre le tue sventure e il tuo dolore, che chi viene a letto con te, di nascosto la notte, è un serpente gigantesco, tutto viscide spire dal collo gonfio d’un sangue velenoso e mortale e dalle fauci enormi spalancate. Ora, ricordati dell’oracolo che ti predisse che avresti sposato un’orribile bestia. Molti contadini, e quelli che vengono a caccia da queste parti, e parecchi abitanti dei dintorni lo hanno visto all’imbrunire tornare dalla pastura e nuotare nelle acque del fiume qui vicino.
E tutti dicono che non ti colmerà per molto tempo di tutte queste delizie, ma che appena la tua gravidanza si sarà compiuta ti divorerà insieme con il ricco frutto del tuo ventre. Stando così le cose, tu devi decidere: o ascoltare le tue sorelle così sollecite della tua vita e, scampando alla morte, vivere con noi fuori di ogni pericolo, oppure finire nelle viscere di un mostro orrendo. Se poi ti piace questa solitudine risonante di voci, se ti piace giacere con un fetido, furtivo e pericoloso amante, accoppiarti con un velenoso serpente, noi le tue buone sorelle, avremo almeno fatto il nostro dovere.’
La povera Psiche, ingenua e di cuor semplice com’era, a quelle parole così terribili fu assalita dal terrore. Come fuori di sé dimenticò gli avvertimenti dello sposo, tutte le promesse fatte e precipitò se stessa nella rovina più nera. Tremante, sbiancata in volto livida, con un filo di voce, balbettò parole rotte: ’Sorelle carissime, a fare quel che fate vi spinge il vostro affetto verso di me ed è anche giusto che sia così, ma anche quelli che vi han detto queste cose orribili, purtroppo, mi sa che non se le sono inventate. In effetti io non ho mai visto in faccia il mio sposo, né so di dove egli venga. Di lui conosco soltanto la voce per qualche paroletta che mi sussurra la notte e nient’altro, tranne che prima di giorno è già fuggito. Questo mi fa pensare che voi abbiate proprio ragione e che si tratti di un mostro. Sapete poi come si spaventa se io gli chiedo di volerlo conoscere e di quali disastri mi minaccia se gli dico che sono curiosa di sapere almeno com’è il suo volto. Perciò se voi volete effettivamente soccorrere questa vostra sorella infelice, fatelo subito; qualsiasi indugio renderebbe vano il beneficio che già mi avete recato con il vostro tempestivo intervento.’
Allora quelle due scellerate ebbero via libera nell’animo ormai indifeso della sorella e messa da parte la tattica sottile dell’intrigo sconvolsero i trepidi pensieri dell’ingenua fanciulla con le armi palesi della frode.
E così la seconda incalzò: ’Poiché il vincolo di sangue che ci lega ci induce, pur di salvarti, a non tener conto del pericolo, noi ti indicheremo, dopo averci pensato e ripensato, l’unica via che può portarti a salvamento. Prendi un rasoio molto affilato, anzi rendilo più tagliente che puoi passandolo sul palmo della mano e nascondilo bene nel letto, dalla parte dove ti corichi, poi sotto una pentola ben chiusa poni una lucerna piena d’olio, di quelle che fanno molta luce, e fa bene attenzione che nulla si veda. Quando lui strisciando sulle sue spire, come al solito, sarà salito nel letto e vinto dal primo sonno comincerà ad avere il respiro pesante, tu scivola giù dal letto e pian piano, scalza, in punta di piedi, va a tirar fuori dal suo nascondiglio la lucerna e alla sua luce scegli il momento opportuno per la tua audace impresa, impugna senza esitazione quell’arma a due tagli, alza in alto il braccio e con tutta la tua forza stacca al terribile drago la testa dal collo. Non ti mancherà il nostro aiuto perché appena tu l’avrai ucciso e sarai salva, noi accorreremo prontamente e ti aiuteremo a portar via in fretta tutte queste ricchezze e poi ti faremo sposare secondo il tuo desiderio, ma con un uomo, dal momento che sei una creatura umana.’
Con queste parole di fuoco infiammarono l’animo della sorella che già divampava, poi la lasciarono in asso temendo esse stesse di restare più oltre sul luogo di tanto misfatto, e, fattesi portare in alto fino alla rupe dal solito soffio di vento, via di gran corsa fino alle navi per poi fuggire lontano.
Ma Psiche, rimasta sola, anche se sola non era perché tormentata da Furie ostili, si sentiva turbata e sconvolta come un mare in tempesta, e benché risoluta e ferma nel suo proposito, benché già sul punto di consumare il misfatto, provava una certa esitazione e nella sua sventura era combattuta da sentimenti diversi. Ora voleva affrettarsi, ora differiva l’azione, voleva osare e aveva paura, disperava e a un tempo ardeva dalla collera, insomma odiava la bestia e amava il marito che erano un essere solo.
Tuttavia mentre scendevano le prime ombre della sera, trepidante e in gran fretta ella dispose ogni cosa per il delitto.
Venne la notte e giunse anche lo sposo che, dopo essersi un po’ cimentato in qualche schermaglia amorosa, cadde in un sonno profondo.
Allora a Psiche vennero meno le forze e l’animo; ma a sostenerla, a ridarle vigore fu il suo stesso implacabile destino: andò a prendere la lucerna, afferrò il rasoio e sentì che il coraggio aveva trasformato la sua natura di donna.
Ma non appena il lume rischiarò l’intimità del letto nuziale, agli occhi di lei apparve la più dolce e la più mite di tutte le fiere, Cupido in carne e ossa, il bellissimo iddio, che soavemente dormiva e dinanzi al quale la stessa luce della lampada brillò più viva e la lama del sacrilego rasoio dette un barbaglio di luce.
A quella visione Psiche, impaurita, fuori di sé sbiancata in viso e tremante, sentì le ginocchia piegarsi e fece per nascondere la lama nel proprio petto, e l’avrebbe certamente fatto se l’arma stessa, quasi inorridendo di un così grave misfatto, sfuggendo a quelle mani temerarie, non fosse andata a cadere lontano. Eppure, benché spossata e priva di sentimento, a contemplare la meraviglia di quel volto divino, ella sentì rianimarsi. Vide la testa bionda e la bella chioma stillante ambrosia e il candido collo e le rosee guance, i bei riccioli sparsi sul petto e sulle spalle, al cui abbagliante splendore il lume stesso della lucerna impallidiva; sulle spalle dell’alato iddio il candore smagliante delle penne umide di rugiada e benché l’ali fossero immote, le ultime piume, le più leggere e morbide, vibravano irrequiete come percorse da un palpito. Tutto il resto del corpo era così liscio e lucente, così bello che Venere non poteva davvero pentirsi d’averlo generato. Ai piedi del letto erano l’arco, la faretra e le frecce, le armi benigne di così grande dio.
Psiche non la smetteva più di guardare le armi dello sposo: con insaziabile curiosità le toccava, le ammirava, tolse perfino una freccia dalla faretra per provarne sul pollice l’acutezza ma per la pressione un po’ troppo brusca della mano tremante la punta penetrò in profondità e piccole gocce di roseo sangue apparvero a fior di pelle. Fu così che l’innocente Psiche, senza accorgersene, s’innamorò di Amore.
E subito arse di desiderio per lui e gli si abbandonò sopra e con le labbra schiuse per il piacere, di furia, temendo che si destasse, cominciò a baciarlo tutto con baci lunghi e lascivi. Ma mentre l’anima sua innamorata s’abbandonava a quel piacere la lucerna maligna e invidiosa, quasi volesse toccare e baciare anch’essa quel corpo così bello, lasciò cadere dall’orlo del lucignolo sulla spalla destra del dio una goccia d’olio ardente. Ohimé, audace e temeraria lucerna, indegna intermediaria d’amore, proprio il dio d’ogni fuoco tu osasti bruciare, quando fu certo un amante ad inventarti per godersi più a lungo, anche di notte il suo desiderio!
Balzò su il dio sentendosi scottare, e vedendo oltraggiata e tradita la sua fiducia, senza dire parola, d’un volo si sottrasse ai baci e alle carezze dell’infelicissima sposa.
Psiche però, nell’attimo in cui egli spiccò il volo, riuscì ad afferrarsi con tutte e due le mani alla sua gamba destra e a restarvi attaccata, inerte peso, compagna del suo altissimo volo fra le nubi, finché, stremata, non si lasciò cadere al suolo.
Ma il dio innamorato non ebbe cuore di lasciarla così distesa a terra e volò su un vicino cipresso e dal ramo più alto con voce grave e turbata così le parlò: ’Oh, troppo ingenua Psiche, mia madre, Venere, mi aveva ordinato di farti innamorare del più abbietto, dell’ultimo degli uomini e a lui darti in isposa; io invece le ho disubbidito e son volato a te per essere io stesso il tuo amante: è stata una leggerezza, lo so, e mi sono ferito con il mio stesso dardo, io, famosissimo arciere, e ti ho fatto mia sposa perché tu, pensandomi un mostro, mi troncassi col ferro questo capo che reca due occhi innamorati di te! Eppure quante volte ti ho detto di stare in guardia, con che cuore ti ho sempre ammonita! Ma quelle tue brave consigliere presto faranno i conti con me per i loro suggerimenti funesti; quanto a te, basterà la mia fuga a punirti.’ E con queste parole aperse le ali e si levò nel cielo.
Da terra ove giaceva, Psiche seguì il volo dello sposo finché poté vederlo e, intanto, si sfogava in gemiti angosciosi; ma quando nel suo rapido volo egli si fu sottratto alla vista di lei, perdendosi lontano nello spazio, ella corse alla riva del fiume più vicino e a capofitto vi si gettò.
Ma il buon fiume, devoto al dio che suole accendere d’amore anche le acque e temendo per sé, senza farle alcun male la sollevò su un’onda e la depose sulla riva fiorita. Per fortuna che Pan, il dio dei campi, se ne stava seduto proprio lì, sulla sponda del fiume, con Eco fra le braccia, la dea dei monti, e le insegnava a cantare le melodie più varie, mentre le capre, qua e là, lungo la riva saltando, brucavano l’erba che la corrente lambiva.
Il dio caprino, appena vide Psiche così distrutta e affranta, poiché non era ignaro delle sue sventure, la chiamò dolcemente a sé, confortandola con buone parole: ’Figliola cara,’ cominciò a dirle ’io non sono che un villano, un rozzo pastore, però di esperienza ne ho tanta, dato che sono vecchio ormai. Quindi, se vedo chiaro - in fondo in questo consiste, secondo quelli che se ne intendono, l’essere profeti - dal tuo passo vacillante, dal pallore estremo del tuo viso, da quel sospirare continuamente e soprattutto dai tuoi occhi così tristi, devo arguire che un amore violento ti tormenta. Dammi retta, allora, non provarci più a gettarti nel fiume, né cercare la morte in altro modo. Cessa di piangere, scaccia il dolore e mettiti piuttosto a pregare Cupido, il più potente degli dei: giovane, sensibile e vagheggino com’è, lusingalo con dolci voti.’
Psiche non rispose al dio pastore che le aveva parlato e, riverente al nume soccorritore, si mise in cammino. A lungo errò per strade sconosciute, tra molti stenti, finché giunse con le prime ombre della sera ad una città dove era re il marito di una delle sue sorelle. Appena Psiche lo seppe, si fece annunziare, e quando fu dinanzi alla sorella, che, dopo reciproci scambi di abbracci e di saluti, le chiese le ragioni della sua venuta, così cominciò a dire:
Psiche non rispose al dio pastore che le aveva parlato e, riverente al nume soccorritore, si mise in cammino. A lungo errò per strade sconosciute, tra molti stenti, finché giunse con le prime ombre della sera ad una città dove era re il marito di una delle sue sorelle. Appena Psiche lo seppe, si fece annunziare, e quando fu dinanzi alla sorella, che, dopo reciproci scambi di abbracci e di saluti, le chiese le ragioni della sua venuta, così cominciò a dire:
’Ricordi i consigli che mi deste quando mi persuadeste ad uccidere con un affilato rasoio il mostro che mi dormiva accanto sotto il mentito nome di marito prima che fosse lui a divorar me poveretta? Ebbene, quando la complice luce della lampada, come s’era d’accordo, mi rivelò il suo volto, oh, che spettacolo meraviglioso, addirittura divino, videro i miei occhi: il figlio stesso di Venere, Cupido in persona ti dico, era lì che riposava tranquillo! Rimasi come colpita a tale straordinaria visione, e mentre ero tutta sconvolta da un desiderio prepotente, che mi faceva soffrire perché non riuscivo ad appagarlo del tutto, malauguratamente, dalla lucerna cadde una goccia d’olio bollente sulla sua spalla. Per il dolore egli si svegliò di soprassalto e vedendomi armata di ferro e di fuoco: "Tu? Un’assassina?" esclamò. "Infame, via dal mio letto, subito, fa’ fagotto! Tua sorella" e pronunziò il tuo nome "io sposerò con legittime nozze!". E là per là comandò a Zefiro che mi buttasse fuori dalla sua casa.’
Psiche non aveva ancora finito di parlare che quella, eccitata dagli stimoli di una pazza libidine e da una malvagia invidia, così su due piedi, inventò al marito una panzana che facesse al caso, cioè che aveva saputo della morte di uno dei suoi genitori e, di furia, prese la nave e si recò direttamente alla nota rupe. Ma il vento che soffiava, ora era vento diverso, tuttavia, protesa in una folle speranza, quella cominciò a invocare: ’Cupido prendimi, sono io la sposa degna di te! E tu, Zefiro, accogli la tua padrona’ e con un gran salto si buttò giù. Ma nemmeno morta poté giungere là dove voleva, perché il suo corpo si sfracellò sulle rocce aguzze e per gli uccelli rapaci e le fiere quelle membra straziate furono un pasto abbondante.
Era quello che si meritava. Il seguito della vendetta non si fece attendere.
Infatti Psiche, nel suo peregrinare, giunse a un’altra città dove abitava la seconda sorella e anche a questa tese la stessa trappola. Costei, bramosa di prendere il posto della sorella con nozze sciagurate, s’affrettò a correre alla rupe e fece la stessa fine dell’altra.
Intanto, mentre Psiche andava di paese in paese cercando Amore, questi, dolorante ancora per la scottatura della lucerna, s’era rifugiato nello stesso letto della madre e si lagnava.
Allora il candido uccello che sfiora con le sue ali le onde del mare, il gabbiano, velocissimo, si tuffò nel profondo grembo dell’Oceano e avvicinatosi a Venere, che tranquillamente stava facendo il bagno e nuotava, le riferì che il figlio s’era scottato, che si lamentava per il dolore acuto della piaga, e che giaceva a letto in grave stato.
Infine le disse che la famiglia di Venere ormai era sulla bocca di tutti e sul suo conto correvano dicerie e malignità a non finire, per esempio che il figlio s’era appartato tra i monti per godersi i favori di una sgualdrina e che lei, la madre, se ne stava sempre in mare a nuotare e che perciò gli uomini non sapevano più cos’era il piacere, la gentilezza, la grazia, e tutto era diventato rozzo, selvaggio, volgare, e non si celebravano più matrimoni, non c’erano più relazioni amichevoli fra gli uomini e anche l’amore per i figli si stava allentando e c’era solo un gran disordine e come un fastidio per ogni sorta di legami del resto sempre meno sentiti.
Questo cicalava quell’uccello petulante e pettegolo all’orecchio di Venere, calunniandole il figlio.
’Ah, così quel mio bravo figliolo ha già l’amica?’ sbottò a un tratto la dea, su tutte le furie. ’E tu che sei l’unico a servirmi con affetto, fuori il nome, voglio sapere chi è questa che ha sedotto un ragazzino ingenuo e indifeso, se è una Ninfa o una delle Ore o una Musa o anche una delle Grazie al mio servizio.’
E l’uccello chiacchierone non tacque: ’Non lo so mia signora, credo però che egli sia innamorato cotto di una fanciulla mortale; se ben ricordo si chiama Psiche.’
Venere saltò su infuriata e cominciò a gridare: ’Ah, è Psiche che ama! La mia rivale in bellezza, quella che voleva usurpare il mio nome! Sta a vedere che il ragazzo mi avrà presa per una ruffiana e s’è pensato che io gli abbia mostrato la fanciulla perché ci andasse assieme!’
E uscì dal mare strillando per precipitarsi di furia al suo talamo d’oro dove, come le era stato riferito, trovò il giovanotto infortunato:
’Belle cose mi fai sentire’ cominciò a tuonargli dal limite della porta. ’Proprio quello che ci voleva per la tua famiglia e il tuo buon nome! Prima di tutto te ne sei infischiato degli ordini di tua madre, anzi, che dico, della tua padrona, e invece di punire la mia rivale legandola a un uomo spregevole, te la sei presa tu, alla tua età, per i tuoi dissoluti e precoci amori; e io dovrei sopportare per nuora la mia nemica? Ma che credi, buffone, seduttore, essere odioso, che soltanto tu ora sei capace di aver figli eh? Pensi che alla mia età io non ne possa più fare? Ebbene, sappi che ho deciso di avere un altro figlio, e molto migliore di te; anzi, a tuo maggior dispetto, adotterò qualcuno dei miei schiavetti e gli darò codeste penne, la fiaccola, l’arco e anche le frecce, insomma tutto quest’armamentario che è di mia proprietà e che ti avevo affidato non certo perché tu ne facessi l’uso che ne hai fatto. Roba di tuo padre, infatti, in tutto questo corredo non ce n’è davvero.
La verità è che tu sin da piccolo eri un poco di buono e hai sempre avuto le grinfie lunghe. Quante volte senza alcun rispetto hai messo le mani addosso anche ai tuoi vecchi; perfino di tua madre, dico io, sì, proprio, anche di me, assassino, te ne approfitti; spesso mi hai anche picchiata; mi tratti male come se non avessi nessuno al mondo e non hai soggezione nemmeno di quel grande e forte guerriero che è il tuo padrino. E che? forse non è vero che tante volte, a dispetto mio, gli hai procurate delle ragazze? Ma ti farò pentire io di codesti tuoi scherzi e sentirai come ti diventeranno amare e agre queste tue nozze!
Sì, ma ora che devo fare, dal momento che sono stata beffata? Dove devo andare? E com’è che posso tenere a bada questa tarantola? Possibile che debbo chiedere aiuto alla Temperanza, alla mia nemica, che io ho tante volte offeso proprio per colpa di questo scostumato? D’altro canto mi vengono i brividi al pensiero di dover parlare a quella cafona miserabile.
Comunque la soddisfazione che dà la vendetta non è cosa da buttar via, da qualunque parte venga, e, quindi, proprio di lei edi nessun’altra mi posso servire per dare a questo pagliaccio una solenne lezione, spaccargli la faretra, spuntargli le frecce, allentargli l’arco, spengergli la fiaccola, insomma adottare rimedi estremi per farlo rigar dritto. Non mi sentirò soddisfatta dell’offesa patita fino a quando quella donna non lo avrà pelato della chioma che io stessa, con le mie mani, ho tante volte pettinato e fatto risplendere come oro, e non gli avrà spuntate le penne che, tenendolo in grembo, io gli ho imbevute di nettare.’
Così parlò la dea e uscì a precipizio dalla stanza, adirata e furente come sapeva esserlo soltanto lei. Ma ecco che Cerere e Giunone le corsero dietro e vedendola tutta sconvolta le chiesero il perché di quel truce cipiglio che toglieva incanto e fulgore ai suoi occhi. ’Siete proprio giunte a proposito:’ le interruppe: ’ho la rabbia in corpo e voi mi darete la soddisfazione che cerco. Vi prego, mettetecela tutta, ma trovatemi questa Psiche, sempre in fuga, sempre che scompare! Sapete, no, le favolette che corrono ormai sulla mia famiglia e le prodezze di quel tipo che non voglio più chiamare figlio?’
Quelle, allora, conoscendo i fatti, si misero ad ammansire la dea:
’Ma che cosa ha poi fatto di tanto male tuo figlio, che gli togli tutti gli spassi e addirittura vuoi a tutti i costi la rovina della fanciulla che ama? Via, non è mica un delitto se ha fatto l’occhietto a una bella ragazza. In fondo è un maschio, ed è un giovanotto! O ti sei dimenticata quanti anni ha? O forse perché li porta bene credi che sia sempre un ragazzino? E tu che sei sua madre e, per di più, una donna piena di buon senso, che fai ora? Ti metti lì a indagare nelle passioncelle di tuo figlio, ad accusarlo che è un donnaiolo, magari a rimproverargli i suoi amori, a biasimare in un ragazzo così avvenente quelle che sono le tue abitudini, i tuoi piaceri? Nessun dio, nessun uomo potrebbe darti ragione se tu continui a spargere il seme del desiderio tra le genti e poi, a causa tua, pretendi che Amore faccia astinenza e chiudi la scuola dove s’insegnano certi vizietti che piacciono alle donne.’
Così quelle due dee, per paura delle sue frecce e per propiziarselo, di loro iniziativa presero le difese di Cupido, benché questi non fosse presente. Ma Venere, indispettita perché le offese che aveva ricevute venivano prese poco sul serio, voltò loro le spalle e tutta risentita, a rapidi passi, prese la via del mare.
Intanto Psiche vagava di qua e di là cercando con l’animo in pena, giorno e notte il suo sposo. Ella più che mai desiderava, se non di rabbonirlo con le sue carezze di sposa perché era troppo adirato, almeno di ottenerne il perdono con le preghiere più umili.
’Chissà che il mio signore non abiti lì’ pensò quando scorse un tempio sulla cima di un’alta montagna. E, sebbene fosse stanca per il continuo peregrinare, là si diresse affrettando il passo, sorretta dalla speranza e dal desiderio.
Superate rapidamente alte giogaie, raggiunse quei sacri altari. Vide spighe di frumento a mucchi e altre intrecciate in corone, spighe d’orzo, falci e attrezzi per mietere ben lustri ma sparsi qua e là alla rinfusa, come sogliono lasciarli d’estate per il gran caldo i contadini stanchi. Psiche con gran cura cominciò a dividere e a mettere in ordine, pensando giustamente che ella non dovesse trascurare nessun tempio e pratica religiosa ma anzi invocare la misericordia e la benevolenza di tutti gli dei.
Mentre tutta sollecita Psiche era intenta a questo lavoro sopraggiunse Cerere: ’Oh, povera Psiche!’ esclamò da lontano. ’Venere è furibonda con te e ti sta cercando per mare e per terra; vuole ucciderti e con tutta la sua divina potenza grida vendetta. E tu te ne stai qui a occuparti delle mie cose e a tutto pensi fuorché a porti in salvo.’
Allora Psiche, prostrandosi dinanzi alla dea e bagnando con copiose lacrime i suoi piedi e spazzando con i capelli la terra, cominciò a pregarla in mille modi, a invocarne il soccorso:
’Ti supplico per questa tua mano dispensatrice di messi, per le gioconde feste della mietitura, per gli inviolabili misteri dei tuoi sacri arredi, per il tuo alato cocchio al quale, per servirti, sono aggiogati serpenti, per i solchi delle campagne di Sicilia, per il carro che ti rapì Proserpina, per la terra avara che te la sottrasse, per la sua discesa agli Inferi a nozze tenebrose, per il suo ritorno alla luce, per ogni altro mistero che il silenzio del tuo santuario, ad Eleusi, custodisce, soccorri Psiche che ti supplica, la sua povera vita!
Lascia ch’io mi nasconda fra questi covoni di spighe, per pochi giorni soltanto, finché non si plachi, col tempo, la collera terribile di una dea così potente, o almeno fino a quando io non riprenda, con una breve sosta, un po’ di forze, sfinita come sono dopo un così lungo peregrinare!’
’Mi commuovono le tue lacrime e le tue preghiere’ le rispose Cerere ’e vorrei proprio aiutarti. Ma Venere è una mia parente, ottima donna peraltro, con la quale sono sempre stata in buoni rapporti; non me la sento, perciò, di farle un torto. Esci dunque, e in fretta, da questo mio tempio, e considera già un favore se non ti faccio mia prigioniera.’
Così, contro ogni sua speranza, Psiche si vide respinta e, delusa, sentì raddoppiare dentro l’angoscia. Tornò allora sui suoi passi e vide nel mezzo di un boschetto che verdeggiava nella valle sottostante un tempio costruito con bell’arte.
Non volendo tralasciare nessuna possibilità, benché minima, di miglior fortuna, ma anzi invocare il favore di quel dio, qualunque fosse, ella si avvicinò alla sacra porta e vide magnifici doni votivi e festoni ricamati a lettere d’oro appesi ai rami degli alberi e agli stipiti delle porte che testimoniavano le grazie ricevute e dichiaravano il nome della dea cui erano dedicati.
Psiche cadde allora in ginocchio e asciugandosi gli occhi e abbracciando l’altare ancora tepido, così pregò:
’O sorella e sposa del grande Giove, sia che tu abiti nell’antico santuario di Samo, la sola che può vantarsi dei tuoi natali, di aver sentito per prima i tuoi vagiti e d’averti allevata, sia che tu ti indugi nella beata dimora dell’eccelsa Cartagine che venera te, vergine trascorrente nel cielo sul dorso di un leone, sia che tu protegga le mura di Argo presso le rive dell’Inaco, che da sempre ti chiama sposa del Tonante e regina di tutte le dee, tu che tutto l’Oriente venera col nome di Zigia e tutto l’Occidente con quello di Lucina, sii nella mia estrema sventura veramente Giunone Salvatrice e libera me, sfinita da tutte le sofferenze patite, dalla paura del pericolo che mi sovrasta! So che tu sei quella che prontamente accorre a sostenere le donne nel momento rischioso del parto.’
Così supplicava Psiche, e ad un tratto le comparve davanti Giunone in persona in tutta l’augusta maestà del suo nume:
’Come vorrei, credimi, esaudire le tue preghiere,’ le disse ’ma per doveroso riguardo io non posso mettermi contro la volontà di Venere, che mi è nuora, e alla quale, del resto, ho sempre voluto bene come a una figlia. Per giunta a impedirmelo ci sono anche le leggi, che proibiscono di dare ospitalità agli schiavi fuggiti senza il permesso dei loro padroni.’
Per la seconda volta Psiche vide così naufragare le sue speranze. Sentiva che non avrebbe più potuto raggiungere il suo sposo alato e che ogni via di salvezza ormai le era preclusa.
’Quali altre strade mi restano’ incominciò a pensare fra sé, ’quali rimedi ai miei mali, se neppure delle dee hanno potuto aiutarmi nonostante le loro migliori intenzioni? Dove di nuovo volgere i passi, impigliata come sono in tanti lacci, sotto qual tetto, in quali tenebre nascondermi per sfuggire all’occhio implacabile della grande Venere? Perché, invece, non ti fai coraggio e, decisamente, rinunzi alle tue povere speranze e spontaneamente non ti arrendi alla tua padrona e con un atto di umiltà, anche se tardivo, non cerchi di placarne la collera violenta? Chissà che quello che stai cercando da tanto tempo tu non lo trovi proprio là, nella casa di sua madre?’
Così, pronta a una resa le cui conseguenze erano incerte, o meglio portavano a una sicura rovina, Psiche rifletteva tra sé come incominciare la supplica.
Intanto Venere, rinunciando a valersi per le sue ricerche di mezzi terreni, decise di tornarsene in cielo e ordinò che le fosse allestito il cocchio che Vulcano, l’orafo insigne, le aveva fabbricato con arte raffinata per offrirglielo come dono di nozze alla vigilia della prima notte. Era un carro bellissimo per l’opera sottile della lima, che togliendo l’oro superfluo lo aveva ancor più impreziosito. Delle molte colombe che sostavano dinanzi alla camera della dea, quattro, bianchissime, vennero avanti e con graziosi passi, muovendo qua e là il collo iridato, si sottoposero al giogo tempestato di pietre preziose, attesero che la loro signora fosse salita e poi presero il volo.
In corteo, dietro il carro, folleggiavano i passeri in lieta gazzarra e gli altri uccelli con canti modulati e con dolci gorgheggi annunziavano il suo arrivo. Le nubi si ritrassero, il cielo si spalancò per ricevere sua figlia e l’altissimo etere gloriosamente accolse la dea, né volo d’aquile o di rapaci sparvieri impauriva il canoro corteggio della grande Venere. Ella si diresse difilato al gran palazzo di Giove e senza mezze misure chiese che, per un suo progetto, le fosse messo a disposizione Mercurio, il dio banditore. Il nero sopracciglio di Giove le disse di sì e Venere, tutta trionfante, lasciò il cielo rivolgendosi con gran premura a Mercurio che la seguiva:
’Fratello Arcade, tu sai che tua sorella Venere non ha mai fatto nulla senza l’aiuto di Mercurio e saprai da quanto tempo è che io non riesco a sapere dove si nasconda quella ragazza. Non mi rimane altro che annunciare pubblicamente attraverso un tuo bando che io darò un premio a chi la troverà. Fa’, però, alla svelta e vedi di essere chiaro, di illustrare bene i suoi connotati, in modo che ognuno possa individuarla e, se contro le leggi si sia reso colpevole di averle dato ospitalità, non abbia poi a trovare scuse di non saperne nulla.’
Così dicendo gli porse un foglio dove era segnato il nome di Psiche e ogni altra indicazione. Poi se ne tornò subito a casa.
Mercurio obbedì all’istante. Si mise a correre per tutte le terre del mondo per eseguire l’incarico di banditore che gli era stato affidato:
’Chiunque catturerà o indicherà il luogo dove si nasconde una figlia di re, schiava di Venere, datasi alla fuga, di nome Psiche, si rechi dal banditore Mercurio dietro le colonne Murzie. A compenso della denunzia riceverà da Venere in persona sette dolcissimi baci e uno ancora più dolce a lingua in bocca.’
Un bando come questo, gridato da Mercurio, e il desiderio di guadagnarsi un premio simile, eccitò ogni uomo: tutti gareggiarono in zelo e questo tolse a Psiche ogni ulteriore incertezza.
Mentre ella si avvicinava al palazzo di Venere le venne incontro la Consuetudine, una delle schiave della dea che, con tutta la voce che aveva in corpo, cominciò a investirla:
’Finalmente hai cominciato a capire che hai una padrona, serva d’una malora! Oppure con la tua solita impudenza ora fai anche finta di non sapere quanti fastidi ci hai dato per venirti a cercare? E sta bene, ora però mi sei capitata fra le mani e quindi sii pur certa che sei caduta nelle grinfie dell’Orco e quanto prima la pagherai, eccome, questa tua insolenza!’
E afferratala bruscamente per i capelli cominciò a strascinarla senza che quella poveretta potesse minimamente reagire.
Quando Venere se la vide portare davanti sbottò in una sonora sghignazzata e scuotendo la testa come di solito fa chi ribolle dentro dalla rabbia e grattandosi l’orecchio destro:
’Finalmente’ le gridò ’ti sei degnata di venire a salutare tua suocera! O forse sei venuta a far visita a tuo marito in pericolo per la ferita che gli hai procurato? Ma sta tranquilla, ti farò l’accoglienza che merita una brava nuora come te,’ e soggiunse: ’dove sono Angoscia e Tristezza, le mie ancelle?’ e fattele entrare, l’affidò ad esse perché la torturassero; e quelle, eseguendo a puntino l’ordine della padrona, cominciarono a lavorare di scudiscio sulla povera Psiche e a straziarla con torture di vario genere, poi gliela riportarono davanti.
E Venere nuovamente scoppiò a ridere:
’Sta’ a vedere che io adesso debbo commuovermi per quel suo ventre gravido che dovrebbe farmi nonna felice di una prole illustre! Sì, proprio felice: nel fiore degli anni esser chiamata nonna e il figlio di una miserabile schiava passare per nipote di Venere! Ma stupida anch’io a chiamarlo figlio, ché mica è valido il matrimonio fra persone di diversa condizione sociale, celebrato, poi, così, in campagna, senza testimoni, senza il consenso del padre; perciò questo che nascerà sarà un bastardo, ammesso pure che io ti lasci portare a termine la gravidanza!’
E così dicendo le si precipitò addosso e cominciò a lacerarle in mille brandelli la veste, a strapparle i capelli, a scuoterla per il capo, a colpirla furiosamente.
Poi si fece portare dei chicchi di frumento, d’orzo, di miglio, semi di papavero, ceci, lenticchie e fave, le mescolò, ne fece un gran mucchio e le disse: ’Sei una schiava così brutta che a me pare tu non possa farti in alcun modo degli amanti, se non a prezzo di un diligente servizio. Perciò voglio mettere alla prova la tua abilità: dividi tutti questi semi, sceglili ad uno ad uno e fanne tanti mucchietti, in bell’ordine. Prima dì sera verrò a controllare che il lavoro sia stato eseguito.’ E lasciatala davanti a quel gran mucchio di semi se ne andò a un pranzo di nozze.
Psiche non ci provò nemmeno a metter mano in quel confuso, inestricabile cumulo, ma, costernata dall’enormità di quell’ordine, se ne rimase in silenzio come imbambolata.
Allora quel piccolo animaluccio dei campi, la formica, che ben sapeva quanto difficile fosse un lavoro del genere, provò compassione per la compagna del grande Cupido e condannò la crudeltà della suocera. Così cominciò a darsi da fare, su e giù, chiamando a raccolta, dai dintorni, tutto il popolo delle formiche:
’Correte, agili figlie della terra feconda correte e date una mano, presto, a una leggiadra fanciulla in pericolo, la sposa di Amore!’ E quelle accorsero tutte, a ondate, minuscolo popolo a sei piedi, e lavorando con uno zelo mai visto, chicco dopo chicco, disfecero tutto il cumulo, separarono i semi, li distribuirono in mucchi secondo la qualità e poi, in un batter d’occhio, disparvero.
Sul far della notte Venere tornò dal banchetto un po’ brilla ma odorosa di balsami e con il corpo tutto inghirlandato di rose meravigliose. Vide il lavoro compiuto a puntino e: ’Questo lavoro non l’hai fatto tu,’ cominciò a gridare ’furfante che non sei altro, ma è opera di colui al quale per tua e soprattutto per sua disgrazia tu sei piaciuta!’ e gettatole un tozzo di pane perché non morisse di fame, se ne andò a dormire.
Cupido, intanto, era stato isolato in una stanza tutta d’oro, la più interna del palazzo e tenuto sotto chiave, sia perché, con la sua sfrenata libidine, non aggravasse la ferita, sia perché non si incontrasse con la sua amata. E così, i due amanti, passarono una notte triste, divisi e separati l’uno dall’altro sotto lo stesso tetto.
Ma quando l’Aurora spinse innanzi i suoi cavalli, Venere, chiamata Psiche, così le ordinò:
’Vedi quel bosco laggiù che si stende fin sugli argini del fiume e i cui rami più bassi quasi toccano l’acqua e vi si specchiano? Ebbene là pascolano in libertà pecore bellissime dalla lana d’oro lucente e non v’è alcun guardiano. Io voglio che tu mi porti subito, vedi un po’ tu come fare, un poco di quella lana preziosa.’
S’avviò di buon grado Psiche non già per eseguire quell’ordine ma per trovare rimedio ai suoi triboli precipitandosi da una rupe giù nel fiume; ma dalla sponda una verde canna, di quelle da cui si posson trarre le melodie più soavi, quasi fosse ispirata da un dio, così le parlò nel lieve murmure della brezza leggera:
’Oh, Psiche, afflitta da tante pene, non profanare le mie acque sacre con la tua morte miseranda e non avvicinarti, ora, a quelle terribili e selvagge pecore, perché la vampa ardente del sole le rende ferocissime e con le loro corna aguzze e con le loro fronti dure come il macigno, talvolta addirittura con morsi velenosi, esse s’avventano sugli uomini per ucciderli. Intanto, finché il sole del meriggio non avrà mitigato il suo ardore e le pecore non si saranno ammansite alla fresca brezza che sale dal fiume, tu puoi nasconderti a bell’agio sotto quel grande platano che, insieme con me beve alla stessa corrente. Quando le pecore si saranno quietate, allora recati nel bosco vicino e scuoti le fronde e troverai la lana d’oro rimasta attaccata qua e là nell’intrico dei rami.’
Così quell’umile canna umanamente indicava alla povera Psiche la via della salvezza e questa non si pentì di averle dato ascolto né indugiò a seguire a puntino ogni istruzione, tanto che le fu facile compiere il furto e tornare da Venere addirittura con il grembo colmo di soffice lana d’oro.
Ma nemmeno questa seconda prova, così rischiosa per giunta, le valse a cattivarsi il favore della sua padrona, la quale, aggrottando la fronte e sorridendo amaro, così le disse:
’Non è che io non sappia chi sia stato l’autore furfantesco anche di questa impresa, ma voglio metterti ancora alla prova, proprio per vedere se hai veramente tanta forza d’animo e tanta saggezza. Vedi lassù la cima a strapiombo di quell’altissimo monte? Là c’è una sorgente le cui acque cupe scorrendo giù nel fondo di una valle vicina vanno a finire nella palude Stigia e alimentano le vorticose correnti di Cocito. Voglio che tu vada là in cima, proprio dov’è la sorgente, e che mi rechi all’istante, in questa piccola anfora, un po’ di quell’acqua gelida’.
E così dicendo, non senza minacciarla di pene ancora più gravi, le consegnò un’ampolla di levigato cristallo.
E Psiche, a rapidi passi e tutta in ansia, si diresse alla cima del monte, sicura che lassù almeno avesse termine la sua infelicissima vita.
Ma appena giunse nei pressi della vetta indicatale, ella si rese conto del rischio mortale che comportava quell’impresa smisurata.
Quella cima, infatti, enorme e altissima, liscia e a strapiombo, inaccessibile, vomitava dalle sue viscere un orrido fiotto che, irrompendo dai crepacci e scorrendo poi giù per il pendio, s’ingolfava in un angusto canale sotterraneo per poi scrosciare invisibile nella valle sotto stante.
A destra e a sinistra, tra gli anfratti rocciosi, orribili draghi strisciavano e rizzavano i lunghi colli, sentinelle vigilanti dagli occhi sempre aperti, dalle pupille eternamente spalancate alla luce.
Del resto quelle acque che erano parlanti, da se stesse provvedevano alla loro difesa: ’Vattene!’ gridavano incessantemente. ’Che fai qui? Bada a te! Che vuoi? Guardati! Fuggi via! Sei perduta!’
Così Psiche rimase come impietrita nella sua impotenza, presente col corpo ma lontana coi sensi, schiacciata dall’enormità di un pericolo senza via d’uscita; e non le restava nemmeno l’estremo conforto del pianto.
Ma le tribolazioni di quell’anima innocente non sfuggirono all’occhio attento della buona provvidenza. E così l’uccello regale del sommo Giove, l’aquila rapace, spiegò le ali e in un attimo le venne in soccorso, memore dell’antica obbedienza, quando sotto la guida di Amore, rapì per Giove il coppiere frigio. Ora, volendo ancora una volta offrire i suoi servigi a questo potente dio e cattivarsene il favore col soccorrere la sua sposa in pericolo, lasciò le eteree cime dell’eccelso Olimpo e cominciò a ruotare intorno alla fanciulla:
’O tu, ingenua e inesperta come sei di tali cose,’ intanto le diceva, ’speri, proprio tu, di poter portar via o soltanto toccare una sola goccia di quest’acqua sacra e tremenda insieme? Non sai, almeno per sentito dire, che queste acque infernali fanno paura anche agli dei, perfino allo stesso Giove, e che se voi di solito giurate sulla potenza degli dei questi sogliono giurare sulla maestà dello Stige? Ma dammi quest’anforetta’...
...e là per là gliela prese e tenendola stretta si librò sulle grandi ali remiganti e volteggiò a destra e a sinistra fra le mascelle irte di denti aguzzi e le lingue triforcute dei draghi, riuscendo ad attingere di quell’acqua riluttante che gridava anche a lei di fuggir via finché era incolume, e alla quale però ella rispondeva che per ordine di Venere sua padrona era venuta ad attingere; per questo le fu più facile avvicinarsi.
Psiche con gioia prese l’anforetta colma d’acqua e di corsa la portò a Venere. Ma neppure questa volta riuscì a placare la collera della dea crudele che, infatti, minacciando tormenti ancora più terribili, con un sorriso velenoso le disse:
’Credo proprio che tu sia una gran maga, una di quelle stregacce malefiche, dal momento che hai eseguito come niente i miei ordini. Ora però, carina mia, dovrai farmi anche questo: prendi questa scatola’ e gliela diede ’e di corsa arriva fino agli Inferi, fino al lugubre palazzo dello stesso Orco, e consegna a Proserpina questo cofanetto, dicendole che Venere la prega di mandarle un poco della sua bellezza, almeno quanto basti per un sol giorno, perché quella che aveva l’ha consumata e sciupata tutta per curare il figlio malato. Però cerca di tornare alla svelta, perché io devo proprio darmi una ripassatina prima di andare a una rappresentazione teatrale degli dei.’
Allora Psiche comprese che per lei era davvero finita e si rese chiaramente conto che ormai la si voleva mandare a morte sicura. C’era da dubitarne, dal momento che la si costringeva a recarsi con i suoi piedi al Tartaro, nel mondo dei morti?
Senza indugiare oltre salì su una altissima torre per gettarsi di lassù a capofitto, pensando che questo fosse il modo migliore e più spedito per giungere agli Inferi.
Ma la torre improvvisamente parlò:
’Perché, disgraziata, vuoi ucciderti buttandoti giù? Perché dinnanzi a quest’ultimo rischio, a quest’ultima prova vuoi darti subito per vinta? Una volta che il tuo spirito sarà separato dal corpo andrai, sì, in fondo al Tartaro, certamente, ma di laggiù in nessun modo potrai tornare.
Ascoltami: poco lontano di qui c’è Sparta, la celebre città della Acaia; cerca il promontorio del Tenaro, che non le è distante, anche se situato un po’ fuori mano. Lì c’è l’imboccatura che porta all’inferno e attraverso le sue porte spalancate si vede l’inaccessibile strada.
Tu varca la soglia e mettiti in cammino seguendo quella burella, e arriverai diritto alla reggia di Plutone. Non dovrai tuttavia inoltrarti in quelle tenebre a mani vuote, ma recherai due ciambelle d’orzo impastate con vino e miele, una per mano, e due monete in bocca.
Percorrerai un buon tratto di quella strada che porta alla morte e incontrerai un asino zoppo carico di legna e un asinaio zoppo anche lui, che ti pregherà di raccattargli alcuni rami caduti dal suo fascio; ma tu non ascoltarlo, passa oltre in silenzio.
Poco dopo arriverai al fiume dei morti a cui sta a guardia Caronte, il quale per traghettare sulla sua barca rattoppata quelli che vanno all’altra riva si fa pagare il pedaggio. Come vedi anche fra i morti esiste l’avidità di denaro e nemmeno il famoso Caronte, né lo stesso padre Dite, un dio così potente, fanno mai nulla gratis, e un pover’uomo quando muore deve procurarsi il prezzo del viaggio; e se per caso non ha il denaro lì pronto nella mano, non gli danno neanche il permesso di morire.
A quel sordido vecchio darai per il pedaggio una delle monete che hai portato con te, ma lascia che sia egli stesso, con le sue mani, a prenderla dalla tua bocca.
Inoltre, mentre traverserai quella pigra corrente, un vecchio morto dal pelo dell’acqua solleverà verso di te le putride mani e ti supplicherà di accoglierlo nella barca, ma tu non lasciarti piegare da una pietà che non ti è consentita.
Attraversato il fiume, poco più oltre, delle vecchie intente a tessere una tela ti pregheranno di dar loro una mano: ma tu non farlo, non toccare quella tela, perché è un’insidia di Venere, come tutto il resto, per farti cadere dalla mano una delle due ciambelle. Non credere che perdere una focaccia sia cosa da poco conto: basterebbe questo, infatti, per non rivedere mai più la luce.
Perché c’è un cane gigantesco, con tre teste enormi, mostro terribile, smisurato, che con le sue fauci spalancate latra contro i morti ai quali però, ormai, non può fare alcun male; egli cerca inutilmente di spaventarli e intanto eternamente veglia davanti alla porta e agli oscuri antri di Proserpina, custode della vuota dimora di Dite. Tu tienilo a bada gettandogli una delle due ciambelle; così potrai facilmente passare e giungere fino a Proserpina che ti accoglierà con cortesia e con benevolenza e ti inviterà a sedere a tuo agio e a consumare un lauto pasto.
Tu però siederai per terra e chiederai soltanto un tozzo di pane e mangerai di quello, poi le dirai il motivo della tua venuta e preso quanto ti verrà dato, tornerai indietro, placherai la ferocia del cane con l’altra ciambella, darai all’avaro nocchiero la monetina che avrai conservato e, oltrepassato nuovamente il fiume, ricalcherai le tue orme per rivedere questo nostro cielo con il suo coro di stelle.
Ma soprattutto ti raccomando una cosa: non aprire la scatola che porterai con te, non guardare dentro, non essere curiosa, non curarti di quel tesoro di divina bellezza che essa nasconde."
Così quella torre provvidenziale assolse il suo profetico incarico e Psiche non indugiò, raggiunse il promontorio del Tenaro, prese con sé le monete e le ciambelle secondo le istruzioni ricevute, discese lungo la strada infernale, oltrepassò senza dir parola l’asinaio zoppo, diede al nocchiero la moneta per il traghetto, fu sorda al desiderio del morto che galleggiava, non si curò delle insidiose preghiere delle tessitrici, placò con la ciambella la rabbia spaventosa del cane e, infine, giunse alla dimora di Proserpina.
Qui rifiutò il morbido sedile e il cibo squisito che l’ospite le offerse, ma sedette umilmente ai suoi piedi e si contentò di un pane scuro; poi riferì l’ambasciata di Venere.
E senza indugio prese la scatola, in gran segreto riempita e sigillata, fece tacere le bocche latranti del cane con l’inganno della seconda ciambella, consegnò al nocchiero la moneta che le era rimasta e risalì dall’inferno con passo assai più leggero.
Continua...
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