"La Musica è la patria eletta di coloro che sanno estraniarsi dalle miserie del mondo..." G. Puccini

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domenica 29 gennaio 2006 - ore 15:39
Amore & Psyche...
(categoria: " Fotografia e arte.. ")
Il mito racconta che Psiche era una giovane principessa, così bella che persino Venere ne era gelosa e anzi ordinò al dio Amore di ferirla con una delle sue frecce perché sorgesse in lei l’affetto per un uomo bruttissimo. Ma Amore, appena vide Psiche, se ne innamorò, la fece trasportare dal vento Zefiro in un magico palazzo e i due si promisero amore eterno. Amore, spiegando le sue bellissime ali, tornava ogni notte a trovare la sua amata, ma le fece giurare che non avrebbe mai guardato il suo volto nel sonno, altrimenti la loro relazione si sarebbe interrotta.Ma Psiche non resistette: istigata dalle sorelle, tentò – malgrado il giuramento – di osservare durante la notte, alla luce di una lampada, il volto del suo innamorato mentre lui dormiva. Una goccia d’olio cadde dalla lampada: risvegliò Amore che rimproverò la fanciulla e la abbandonò. Psiche pianse a lungo la perdita del suo innamorato e solo dopo una lunga serie di prove ricevette il perdono e Amore tornò a rinnovare i suoi incontri felici con la bellissima principessa.
Il re che un tempo era stato felice, sentito il sacro responso, fece ritorno a casa coll’animo colmo di tristezza e riferì alla moglie i comandi del funesto oracolo. Per più giorni non fecero che piangere, gemere, lamentarsi. Ma ormai era giunto il tempo di adempiere a quanto aveva prescritto il crudele vaticinio e per la sventurata fanciulla venne l’ora di prepararsi a quelle funebri nozze. Già il lume delle fiaccole si oscurava di nera fuliggine spegnendosi sotto la cenere, il suono del flauto nuziale si mutava in una triste nenia lidia, il canto lieto dell’imeneo in un lamento lugubre e la sposa novella si asciugava le lacrime con il velo nuziale. Tutta la città si dolse del triste destino che aveva colpito quella casa e in segno di generale cordoglio fu decisa la sospensione di ogni pubblica attività.
Ormai alla povera Psiche non restava che obbedire al volere celeste e sottomettersi al supplizio cui era stata destinata. Terminati nella più profonda tristezza tutti i solenni preparativi di quel funesto matrimonio, una gran folla di popolo seguì le esequie di un vivo e Psiche in lacrime fu accompagnata non a nozze ma al suo funerale.
I poveri genitori colpiti da una sventura così grande, esitavano a compiere un così orribile crimine, ma era la stessa figliola ad esortarli: ’Perché’ diceva ’volete angustiare ancor più la vostra infelice vecchiaia? Perché affannate il vostro cuore, che è anche il mio, in continui lamenti? Perché sciupate con lacrime inutili quei vostri visi adorati? Straziando i vostri occhi è come se straziaste i miei. E perché vi strappate i capelli, perché vi battete il petto, e tu, madre, perché colpisci quel santo seno che mi nutrì? Ecco per voi il premio della mia famosa, straordinaria bellezza. L’invidia funesta ha inferto il colpo mortale e voi tardi lo avete capito. Quando folle intere, intere città mi tributavano onori divini e tutti, a una voce, mi proclamavano la nuova Venere, oh, allora avreste dovuto dolervi e piangere e indossare il lutto come se fossi già morta. Ne sono sicura, lo sento, la mia rovina è stata soltanto per quel nome di Venere. Conducetemi dunque in cima alla rupe che la sorte mi ha destinata e lasciatemi lì. Desidero ormai celebrare presto queste nozze felici, voglio vederlo subito questo mio nobile sposo. Perché indugiare, perché differire l’incontro con costui che è nato per la rovina dell’intero universo?’
Così disse la vergine e poi tacque e con passo deciso s’avviò tra la folla che la seguì in corteo.
Giunsero così alla rupe destinata, su in alto, in cima a un monte a strapiombo, e lì lasciarono la fanciulla, sola, lì lasciarono le fiaccole, spente con le loro lacrime, con cui s’eran fatti lume e a capo chino rientrarono alle loro case.
I poveri genitori, distrutti da tanta sciagura, si chiusero nell’ombra più fitta delle loro stanze votandosi a una notte senza fine.
Psiche intanto, spaurita e tremante, là in cima alla rupe, si struggeva in lacrime, quand’ecco l’alito mite di Zefiro che mollemente spirava e in un vortice lieve le ventilava le vesti, dolcemente la sollevò da terra e sostenendola col suo soffio leggero, giù giù lungo il pendio del monte, la depose nel cavo di una valle in grembo all’erbe e ai fiori.
Psiche, dolcemente adagiata su un morbido prato, in un letto di rugiadosa erbetta, sentì l’animo suo liberarsi di tutta l’angoscia e placidamente s’addormentò.
Dopo aver riposato abbastanza si levò più tranquilla e vide un boschetto fitto di alberi alti e frondosi e una sorgente d’acque cristalline e, proprio in mezzo al bosco, non lontana da quella fonte, vide una reggia, costruita non dalla mano dell’uomo ma per arte divina. Fin dalla soglia ci si accorgeva subito che si trattava della dimora splendida, fastosa di un dio.
Il soffitto a cassettoni finemente intarsiati di cedro e d’avorio, era sostenuto da colonne d’oro, le pareti tutte rivestite da bassorilievi d’argento raffiguranti belve e altri animali nell’atto di balzare su chi entrava.
Un uomo certamente straordinario, un semidio forse, anzi un dio di sicuro, chi aveva, con un’arte così magistrale, animato tutto quell’argento. Anche i pavimenti di preziosi mosaici spiccavano per la varietà delle composizioni.
Beati, oh, sì, veramente beati quelli che avrebbero potuto camminare su quelle gemme e su quei gioielli.
D’altronde, anche il resto della casa, in lungo e in largo. era di valore inestimabile: i muri erano formati da blocchi d’oro e brillavano di luce propria, così che quel palazzo risplendeva di per sé anche senza la luce del sole,tanto sfolgoravano le stanze, i porticati, le stesse porte.
Tutte le altre cose erano perfettamente intonate alla magnificenza regale di quella casa, sì che veramente sembrava che quel divino palazzo fosse stato costruito per il sommo Giove come sua dimora terrena.
Attratta dall’incanto del luogo Psiche s’avanzò, poi, fattasi coraggio, varcò la soglia e, presa dalla curiosità di quella mirabile visione, si mise a osservare attentamente ogni cosa.
Vide così, in un’altra ala del palazzo, loggiati dalla linea stupenda, pieni zeppi di tesori: c’era tutto quanto si potesse desiderare e immaginare. Ma la cosa più straordinaria, più ancora di tutte quelle meraviglie, era che nessuna chiave, nessun cancello, nessun custode difendeva quelle ricchezzeMentre con sommo piacere ella contemplava tutto questo, sentì una voce misteriosa che le disse:
’Signora, perché stupisci di fronte a tanta ricchezza? Ciò che vedi è tuo. Entra in camera e lasciati andare sul letto e comanda per il bagno, come ti piace Queste voci sono quelle delle tue ancelle, pronte a servirti, e quando avrai terminato di prenderti cura della tua persona, non dovrai attendere per un pranzo regale.’
Psiche comprese che tutta quella grazia era un segno della divina provvidenza e seguendo le indicazioni delle voci misteriose prima con il sonno poi con un bagno si liberò della stanchezza.
Fu allora che vide, poco discosta, una tavola semicircolare già apparecchiata per il pranzo e pensando si trattasse del suo, volentieri sedette.
All’istante, senza che nessuno servisse, ma come spinti da un soffio, le vennero recati vini pregiati, svariate pietanze. Non riusciva a vedere nessuno, sentiva solo un rimbalzar di parole e aveva per ancelle soltanto delle voci.
Dopo quel pranzo squisito un essere invisibile entrò e cominciò a cantare e un altro ad accompagnarlo sulla cetra, ma Psiche non riuscì a vedere nemmeno questa; poi le giunse all’orecchio un concerto di voci: si trattava di un coro, ma anche questa volta la fQuando queste delizie cessarono, l’ora tarda invitò al sonno Psiche.
Ma nel cuor della notte un rumore leggero le giunse all’orecchio.
Ella era sola col suo pudore di vergine e trasalì, cominciò a tremare di paura, a temere l’ignoto che la circondava più che un pericolo reale. Ma era il suo sposo invisibile che veniva a lei che entrava nel suo letto e la possedeva, e che prima dell’alba s’era già dileguato.
Accorsero allora prontamente le voci che vigilavano nella stanza e porsero alla novella sposa le loro cure per la violata verginità.
Questo si ripeté per molto tempo e come di solito accade l’abitudine finì col rendere piacevole a Psiche questa sua nuova esistenza e il suono di quelle voci misteriose col consolare la sua solitudine.
Quando queste delizie cessarono, l’ora tarda invitò al sonno Psiche.
Ma nel cuor della notte un rumore leggero le giunse all’orecchio.
Ella era sola col suo pudore di vergine e trasalì, cominciò a tremare di paura, a temere l’ignoto che la circondava più che un pericolo reale. Ma era il suo sposo invisibile che veniva a lei che entrava nel suo letto e la possedeva, e che prima dell’alba s’era già dileguato.
Accorsero allora prontamente le voci che vigilavano nella stanza e porsero alla novella sposa le loro cure per la violata verginità.
Questo si ripeté per molto tempo e come di solito accade l’abitudine finì col rendere piacevole a Psiche questa sua nuova esistenza e il suono di quelle voci misteriose col consolare la sua solitudine.
Nel frattempo i suoi genitori invecchiavano in un dolore e in un lutto inconsolabili. La fama di quanto era accaduto s’era sparsa in lungo e in largo e anche le sorelle maggiori erano venute a sapere ogni cosa. Tristi e angosciate, esse avevano lasciate le loro case e in fretta e furia erano corse a consolare i loro genitori.
Quella notte stessa lo sposo disse alla sua Psiche; - infatti, benché invisibile, lei poteva udirlo e toccarlo come un marito in carne e ossa - ’Psiche, mia dolcissima e amata sposa, il destino crudele ti minaccia di un terribile pericolo, per cui ti prego dì essere molto prudente. Le tue sorelle, angosciate dalla notizia della tua morte si sono messe sulle tue tracce e presto verranno a questa rupe; se tu sentissi i loro lamenti, per carità non rispondere, non farti vedere, perché a me daresti un grande dolore ma per te sarebbe addirittura la fine.’
Assentì Psiche, e promise che avrebbe fatto come il suo sposo diceva, ma quando egli con la notte si dileguò, per tutto il giorno la poverina non fece che struggersi in lacrime:
’Allora son proprio morta’ si ripeteva tra i lamenti ’prigioniera in questo carcere d’oro, senza poter corrispondere con esseri umani, senza nemmeno poter consolare le mie sorelle che mi piangono morta, senza neppure poterle vedere.’ E quel giorno non fece il bagno, non toccò cibo, non si concesse alcun ristoro. A sera il sonno la vinse che ancora piangeva disperata.
Così quando il suo sposo, più presto del solito, le si distese al fianco e stringendola fra le braccia sentì che piangeva: ’Sono queste’ le disse ’le tue promesse, Psiche? Che cosa può aspettarsi da te, che cosa può sperare un marito? Non fai altro che piangere giorno e notte e non smetti di tormentarti neanche quando sei fra le mie braccia. Fa pure quello che vuoi, va pure dietro al tuo cuore e tienti il danno, ma quando comincerai a pentirtene, e sarà tardi, ricordati che io ti avevo seriamente avvertito.’
Ma ella con mille preghiere, minacciando perfino che si sarebbe data la morte, strappò al suo sposo il permesso di vedere le sorelle, di consolare il loro dolore, di trattenersi un poco a parlare con loro.
Ed egli cedette all’insistenza della giovane sposa e le concesse perfino che donasse alle sorelle tutto l’oro e i gioielli che credeva ma, nello stesso tempo, l’avvertì se veramente e con parole ché le fecero paura, di non indagare, magari seguendo i cattivi suggerimenti delle sorelle, sull’aspetto di lui, di non cedere a una simile sacrilega curiosità, perché allora, da tanta beatitudine sarebbe precipitata nella rovina più nera e non avrebbe più goduto dei suoi amplessi.
Ella ringraziò lo sposo e tutta contenta lo rassicurò che avrebbe preferito cento volte morire piuttosto che non fare più all’amore con lui, che lo amava ardentemente, chiunque fosse, che le era caro come la vita e che lo preferiva perfino allo stesso Cupido: ’Ma ti prego’ gli diceva tra i baci ’concedimi ancora questo: comanda al tuo servo Zefiro di portar qui le mie sorelle al modo stesso che lo fui io’ e gli sussurrò mille dolci paroline e si avvinghiò al suo corpo quasi a costringerlo, continuandogli a ripetere fra le carezze: ’Gioia mia, sposo mio diletto, dolce anima della tua Psiche.’
Suo malgrado lo sposo cedette alla forza e alla seduzione di quei sussurri d’amore e promise che avrebbe fatto quello che lei voleva; poi, appressandosi l’alba, si sciolse dagli amplessi della sposa e svanì.
Frattanto le sorelle, saputo il posto in cima alla montagna dov’era stata abbandonata Psiche, lo raggiunsero senza indugio e qui cominciarono a piangere e a battersi il petto, tanto che rocce e dirupi echeggiarono presto dei loro gemiti.
Poi si misero a chiamare per nome la povera sorella finché Psiche, a quei dolorosi lamenti che si spandevano tutt’intorno giù giù fino a valle, trepidante e fuori di sé si precipitò dal palazzo esclamando: ’Perché vi disperate? Voi mi piangete ed io sono qui. Smettetela con i lamenti. Asciugate le vostre guance troppo a lungo bagnate di lacrime, perché ormai potete abbracciare quella che piangevate morta.’
Poi chiamò Zefiro, gli riferì il volere dello sposo e quello, subito, ubbidiente al comando, lieve lieve con i suoi dolci soffi le trasportò giù sane e salve.
Baci e abbracci a non finire si scambiarono le tre sorelle e le lacrime a stento poco prima represse tornarono a spuntare, ma questa volta furono lacrime di gioia. ’Suvvia, entrate e rallegratevi, è questa la mia casa; bando alle malinconie, ora che siete con la vostra Psiche.’
E così dicendo mostrò alle sorelle tutti i tesori di quel palazzo dorato e fece sentire anche a loro le innumerevoli voci che la servivano.
Poi le ristorò con un magnifico bagno e con un pranzo che fu tutto una delizia, degno degli dei, tanto che dopo essersi rimpinzate di ogni ben di Dio le due sorelle cominciarono a covare in cuor loro un senso di invidia. A un certo punto una delle due cominciò a far la curiosa e a chiedere con insistenza chi fosse il padrone di tutte quelle meraviglie, chi era suo marito e che aspetto avesse.
Ma Psiche a nessun costo avrebbe tradito il giuramento fatto allo sposo e, infatti, non svelò i suoi segreti. Là per là inventò che era un bel giovane con il volto appena ombreggiato dalla prima barba, sempre via a caccia per boschi e per monti, e, anzi, per evitare che, continuando nel discorso, ella potesse tradirsi e dire cose che non doveva, chiamò Zefiro e dopo averle caricate di gioielli, di gemme, di pietre preziose, le affidò a lui, perché gliele portasse via. Il che fu subito eseguito.
Ma quello che non si dissero, rientrando a casa, le due rispettabili sorelle, divorate com’erano dall’invidia e dalla bile! Una, alla fine, garrì: ’Fortuna orba, crudele e malvagia. Bel gusto il tuo a farci nascere dagli stessi genitori e poi darci una sorte così diversa. Noi che siamo le più grandi, facciamo le serve a dei mariti stranieri e siamo costrette a vivere come delle esiliate, lontano dalla nostra casa, dalla nostra patria, dai nostri genitori; quella lì invece, la più giovane, l’ultimo parto di un ventre ormai esausto, ha ricchezze a non finire e un dio per marito e di tutta questa fortuna non sa nemmeno farne buon uso. Ma hai visto, sorella, quanti e quali tesori in quella casa e che splendide vesti e che luccichio di gioielli? Sembra di camminare addirittura sull’oro, se poi ha anche un bel marito, come lei dice, è proprio la donna più fortunata del mondo. E non è detto poi che vivendo insieme e crescendo l’affetto, il marito, che è un dio, non finisca per far diventare dea anche lei. Sta a vedere, perdio, che sarà proprio così: quel suo modo di fare, quel suo comportamento, quella già si vede sul piedistallo, ha per schiave delle voci, dà ordini ai venti, mi sa che nella donna c’è già la dea. Guarda me, invece, disgraziata che sono: m’è capitato un marito più vecchio di mio padre, per giunta più calvo di una zucca, più timido d’un ragazzino e che tiene tutta la casa sotto chiave e catena!’
’Ed io,’ fece di rimando l’altra ’che mi devo sopportare un marito tutto rattrappito e sciancato dai reumatismi e che in fatto d’amore, quindi, mi fa fare lunghe astinenze. Devo sempre fargli le frizioni alle dita, contorte e indurite come pietre, irritarmi queste mie mani così delicate tra medicine puzzolenti, luride bende e schifosi cataplasmi; altro che la moglie premurosa, l’infermiera mi son ridotta a fare! Tu, sorella, lasciatelo dire francamente, mi sembra che sopporti tutto questo con troppa pazienza, se non addirittura con la rassegnazione di una serva; io invece non so rassegnarmi all’idea che una fortuna di quel genere sia dovuta capitare a una che non ne è degna.
Prova a ricordarti con quanta superbia e arroganza ci ha trattate e come si vantava davanti a noi e come si compiaceva dentro di sé. In fondo in fondo, poi, che cosa ci ha dato? Poche scarabattole, se si pensa a tutti i tesori che possiede, e a malincuore per giunta; poi su due piedi si è liberata della nostra presenza e a soffi e a fischi ci ha fatto portar via. Ma quant’è vero che sono una donna e che sono viva, io quella la tirerò giù da tutta la sua fortuna. Perciò se anche tu, come dovresti, ti senti bruciare da quest’affronto, vediamo in due di tirar fuori qualche progettino efficace. Per prima cosa silenzio con tutti, genitori compresi, per quanto riguarda i doni che ci siamo portati via; anzi dobbiamo dire di non aver saputo nulla di lei se sia ancora viva o meno: già troppo quello che abbiamo visto noi e che non avremmo voluto vedere, che non è proprio il caso di andare a rivelare ai quattro venti o anche soltanto ai nostri genitori le sue fortune. Per fare, infatti, meno felice qualcuno è sufficiente che nessuno conosca la sua fortuna.
Ora però torniamo dai nostri mariti, alle nostre case, povere quanto vuoi ma ospitali. Ci penseremo su con tutta calma e ponderazione e ritorneremo più risolute e decise a punire tanta superbia.’ Questa malvagia risoluzione parve buona alle perfide sorelle che, nascosti tutti quei doni così preziosi, cominciarono a strapparsi le chiome, a graffiarsi il viso (se lo sarebbero meritato) e a versare false lacrime. Poi, gonfie di rabbia, dopo aver rinnovato il dolore nei loro genitori sbigottiti, di furia, fecero ritorno alle loro case per macchinare un inganno scellerato, anzi un vero e proprio delitto nei riguardi della sorella innocente.
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domenica 29 gennaio 2006 - ore 00:56
La notte porta consiglio...
(categoria: " Riflessioni ")
All’assemblea non ci vado... buona notte ai suonatori!!
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sabato 28 gennaio 2006 - ore 23:24
Siamo a posto!
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Sono andata nel sito del conservatorio...ed era meglio se non ci fossi andata: giovedì prossimo, assemblea degli studenti...semo a posto!
Se non altro, sarà una giornata campale: alla mattina devo essere a Padova x registrare il voto di letteratura, andare all’incontro per lo stage e poi via in conservatorio all’assemblea, dove troverò tutte quelle persone che non voglio vedere, con cui non voglio parlare...affrontare tutto, da sola, con testa alta. Sì, lo farò.
Vedrò chi so io e ne sono felice, ma so che proverò quella sensazione di nervosismo misto a tristezza che si prova quando si vedono le persone che ti hanno fatto del male....
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sabato 28 gennaio 2006 - ore 20:24
Amore & Psyche
(categoria: " Fotografia e arte.. ")
Un tempo, in una città, vivevano un re e una regina che avevano tre bellissime figlie; le due più grandi, per quanto molto belle, potevano essere degnamente celebrate con lodi umane, ma la bellezza della più giovane era così straordinaria e così incomparabile che qualsiasi parola umana si rivelava insufficiente a descriverla e tanto meno a esaltarla. Insomma sia quelli della città che i forestieri, attratti in gran numero dalla fama di tanto prodigio, restavano attoniti dinanzi a un simile miracolo di bellezza: portavano la mano destra alle labbra, accostavano l’indice al pollice e la adoravano con religioso rispetto come se fosse stata Venere in persona. Anzi nelle vicine città e nelle terre confinanti si era sparsa la voce che la dea nata dai profondi abissi del mare e allevata dalla spuma dei flutti, volendo elargire la grazia della sua divina presenza, era discesa fra gli uomini, o anche che da un nuovo seme di stille celesti non il mare ma la terra aveva sbocciato un’altra Venere, anch’essa bellissima, nella sua grazia virginale.
«Di giorno in giorno una simile credenza si rafforzava sempre più e la voce cominciò a diffondersi nelle isole vicine e poi più lontano in molte regioni del continente.«Folle di pellegrini sempre più numerose facevano lunghi viaggi, attraversavano mari profondi per vedere quella straordinaria meraviglia del secolo.«Nessuno andava più a Pafo o a Cnido o a Citera per visitare i santuari di Venere; alla dea non si facevano più sacrifici, i suoi templi erano lasciati nell’abbandono, i suoi sacri cuscini calpestati, le cerimonie trascurate, le sue statue restavano disadorne, vuoti i suoi altari e ingombri di cenere spenta.«Alla fanciulla si innalzavano preghiere, e si placava il nume di una dea potente come Venere adorando un volto umano. Al mattino, quando la vergine usciva, a lei si apprestavano vittime e banchetti invocando il nome di Venere assente e, quando passava per via, il popolo le si affollava supplice intorno con fiori e ghirlande.«Questo eccessivo tributo di onori divini a una fanciulla mortale suscitò lo sdegno violento della Venere vera che, scuotendo fieramente il capo e malcelando la collera, così cominciò a ragionare:
’Ecco che io, l’antica madre della natura, l’origine prima degli elementi, la Venere che dà vita all’intero universo, sono ridotta a dividere con una fanciulla mortale gli onori dovuti alla mia maestà e a veder profanato dalle miserie terrene il mio nome celebrato nei cieli. Nessuna meraviglia, allora, se durante i riti espiatori dovrò sopportare un culto equivoco, diviso a metà e se una fanciulla che non potrà sfuggire alla morte ostenterà le mie sembianze. A nulla è valso allora che quel pastore la cui giustizia e lealtà fu dallo stesso Giove riconosciuta, per la straordinaria bellezza prescelse me fra dee tanto più illustri. Ma non se li godrà a lungo costei, chiunque sia, gli onori che mi usurpa: la farò pentire io della sua bellezza che non le spetta.’
E là per là chiamò il suo alato figliuolo, quel cattivo soggetto che, infischiandosene della pubblica morale, ha la pessima abitudine di andarsene in giro armato di torce e di frecce, di entrare di notte nelle case della gente e profanare i letti nuziali insomma di provocare impunemente un sacco di guai, senza far mai nulla di buono. E sebbene fosse un briccone e sfacciato per natura, lei questa volta con le sue parole lo incoraggiò e lo aizzò, lo condusse fino a quella città, gli indicò Psiche - così si chiamava la fanciulla - e gli raccontò gemendo e fremendo d’indignazione tutta la storia della bellezza contesa.
’Ti prego’ gli diceva ’in nome dell’affetto che mi porti, per le dolci ferite delle tue frecce, per le soavi scottature delle tue torce, fa che tua madre abbia piena vendetta, punisci senza pietà questa bellezza insolente. Se tu vuoi puoi davvero farmelo questo piacere, soltanto questo: che la ragazza si innamori pazzamente dell’ultimo degli uomini, di quello che la sfortuna ha particolarmente colpito nella posizione sociale, nel patrimonio, nella stessa salute, caduto così in basso che sulla faccia della terra non se né trovi nessuno come lui disgraziato.
Così gli parlò stringendosi forte al seno quel suo figliuolo e baciandoselo a lungo. Poi si diresse alla spiaggia vicina, là dove batte l’onda, e sfiorando con i rosei piedi le creste spumose dei fervidi flutti, ristette alfine sulla calma superficie del mare; e il mare le rese omaggio, a un suo cenno, com’ella desiderava, come se tutto da tempo fosse già stato voluto: le danzarono intorno le figlie di Nereo cantando in coro, e Portuno con l’ispida barba azzurra e Solacia col grembo colmo di pesci e il piccolo Palemone che cavalcava un delfino. Qua e là fra le onde esultavano a schiera i Tritoni, l’uno soffiava dolcemente nella conchiglia sonora, un altro con un velo di seta faceva schermo all’ardore molesto del sole, un terzo sosteneva uno specchio dinanzi agli occhi della dea, gli altri nuotavano a coppie aggiogati al suo cocchio.
Un tal seguito scortava il viaggio di Venere verso l’oceano.
Ma intanto Psiche, bellissima com’era, non ricavava alcun frutto dalla sua grazia. Tutti la ammiravano, la lodavano, e pure non un re, non un principe, nemmeno un plebeo veniva a chiederla in sposa. Restavano lì a contemplare quelle divine sembianze come si ammira una statua di suprema fattura.
Un giorno le due sorelle più grandi, la cui bellezza, modesta, era passata inosservata al gran pubblico, si fidanzarono con principi del sangue e celebrarono nozze felici mentre Psiche, rimasta vergine, sola nella vuota casa, piangeva il suo triste abbandono e sofferente e intristita finì per odiare la sua stessa bellezza che pure tutti ammiravano.
E così l’infelice padre della sventurata fanciulla, temendo una maledizione celeste e la collera degli dei, interrogò l’antichissimo oracolo del dio Milesio e con preghiere e con vittime chiese a questa potente divinità per la vergine negletta nozze e marito. E Apollo, benché greco e ionico, per compiacere l’autore di questo romanzo, gli rispose in latino così:
Come a nozze di morte vesti la tua fanciulla
ed esponila, o re, su un’alta cima brulla;
non aspettarti un genero da umana stirpe nato
ma un feroce, terribile, malvagio drago alato
che volando per l’aria ogni cosa funesta
e col ferro e col fuoco ogni essere molesta.
Giove stesso lo teme, treman gli dei di lui,
orrore ne hanno i fiumi d’Averno e i regni bui.
...Un dolce tocco delle dita, quasi come se avessi paura di sfiorarti, di rovinarti. Potessi anche io accarezzarti dolcemente il viso, starti vicino nei momenti più dolci come in quelli più aspri...quanto dovrò attendere ancora?
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sabato 28 gennaio 2006 - ore 19:00
Tanti auguri, Mozart!!!!
(categoria: " Musica e Canzoni ")
In ritardo di un giorno, causa problemi logistici, voglio ricordare che 250 anni fa è nato uno dei più grandi geni della nostra Musica e della nostra Cultura.
Spero che la sua figura inviti musicisti e non ad amare di più il nostro Patrimonio Artistico.
Poi, mi fa riflettere che il film che racconta la storia di Mozart sia proprio del 1984, lanno in cui siamo nati IO e LUI...
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domenica 22 gennaio 2006 - ore 16:15
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Vado a studiare...
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domenica 22 gennaio 2006 - ore 15:21
Siena - Milan
(categoria: " Sport ")
Goal di Kakà!!!!! 14
Siena 0 - Milan 1
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domenica 22 gennaio 2006 - ore 14:47
Guardie svizzere compiono 500 anni
(categoria: " Musica e Canzoni ")
ANSA - Sab 21 Gen
(ANSA) - CITTA’ DEL VATICANO, 21 GEN - Si apre domani con una messa solenne il quinto centenario di vita della Guardia Svizzera Pontificia . In Svizzera, una messa giubilare sara’ celebrata nella Cattedrale di Friburgo. Proprio 500 anni fa Papa Giulio II chiedeva agli stati Confederatis Superioris Allemanniae di consentire il reclutamento di giovani svizzeri per costituire una guardia del corpo pontificia. Il 22 gennaio del 1506 si costitui’ la Guardia Svizzera Pontificia.
Dobbiamo ringraziare il Comandante delle Guardie Svizzere per aver voluto il nostro coro da camera, formato dai migliori studenti del Conservatorio "Steffani" di Castelfranco Veneto, domenica 25 aprile 2004 nel concerto presso la Caserma delle Guardie Svizzere presso Porta S. Anna nella Città del Vaticano. Grazie anche al Prof. Libertucci, organista della Cappella Sistina e nostro docente di Organo e Composizione Organistica che ha organizzato il tutto...Vai Prof.!!! Come non ricordare gli altri docenti che ci hanno aiutato a realizzare un sogno: il Prof. Gianmartino Durighello (Maestro del Coro del Conservatorio), il Prof. Ivano Paterno (docente di Fisarmonica), il Prof. Andrea Mazzarotto (docente di Canto Gregoriano e Organo Complementare) e la Prof. Elisabetta Pirolo (docente di Storia della Musica).
Questa foto è stata scattata nel Giardino delle Guardie Svizzere. Andrea, thank you!!!
Se trovo altre foto, le posto! Dietro quel cancello c’è la Scala di Carlo Magno, denominata così perchè il grande Imperatore franco la salì in ginocchio insieme a papa Leone X in segno di penitenza. Quando il 24 aprile abbiamo eseguito il concerto nella Basilica di San Pietro, per il quale i cantori della Cappella Sistina sono morti di invidia, abbiamo percorso la Scala prendendoci una lavata colossale, perchè pioveva e le grondaie della Basilica ci hanno fatto fare la doccia gratis...
Ecco Porta S. Anna! Quando siamo arrivati con il pullmann e pioveva a dirotto, le Guardie si sono messe sullattenti! Wow wowowow!!!
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sabato 21 gennaio 2006 - ore 22:42
Chez l’Instrumentarim à Paris...
(categoria: " Vita Quotidiana ")
On peut admirer aussi cette Harpe, la Style 23 Gold, que est fabbrièe en Amerique...

...et la numero 11...
Se dovessi comprarmene una così però la vorrei senza decorazioni sulla cassa, dato che sono motivi floreali....mi fa senso suonare con ciuffi di erba dipinti sulla cassa!
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sabato 21 gennaio 2006 - ore 19:57
(categoria: " Vita Quotidiana ")
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