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lunedì 21 marzo 2011 - ore 17:25



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Hello.I’m.waiting.here.for.you.Everlong.

Il tempo scorre troppo veloce. io corro più veloce di lui o almeno ci provo. Lo riempio di tutto quello che posso. Anche quando finisco a letto distrutta. Anche quando mi demoralizzo. Mi perdo d’animo. Sto male. Cerco di fare durare tutto questo meno possibile. Cerco di non pensarci. Semplicemente.
Nelle sere a due in cui scopriamo che il bicchiere cioccolato e pere è tra i dolci più buoni dell’universo.
Nelle sere in cui qualcuno mi fa ascoltare pezzi di vita a distanza.
Nei miei venerdì teen, con fabri fibra [tanta roba!!] e V che si tira su il cappuccio, che salta. Con dario che impara il saluto da veri duri del bronx, ma poi gli si legge il panico negli occhi, quando il 1987 gli si presenta davanti in carne ed ossa.
E faccio diventare un sabato sera casalingo, una sala cinematografica. Finisco a guardare la morbosità e l’ossessione riprodotte in uno schermo e mi lascio coinvolgere da tutta quella angoscia. Per finire al telefono con te a parlare della mia perplessità e dell’incapacità di dare giudizi positivi o negativi. Sì insomma. Non capirò mai se il cigno nero mi è piaciuto o meno. Mentre per qualche ragione più o meno conscia non riesco a non affezionarmi a 127 ore.
E ridiamo, mentre commentiamo le pose di un vasco rossi sempre più vecchio. Ridiamo mentre le immagini scorrono e tu mi dici che non ti importa mica se quella roba lì è in america, l’america è lontana. Ti prendo in giro dicendoti che non riesci ad essere autoironico ma pago essendo presa in giro a mia volta. Tu, però, sei sempre più cattivo e mi fai preoccupare. Che sono arrabbiata con l’italia. Che ci sono guerre ovunque e mi fisso. Walter ritorna a cantare sotto la mia finestra. Io rivedo il blu che diventa azzurro. E dieci mesi fa tutto era così. più o meno. Di meno c’era che non sapevo. Che quella canzone finita in segreteria mi avrebbe fatto trovare casa. Non sapevo. Che avrei conosciuto la mia parte migliore.
E in tutto questo. In questo essere felici nonostante tutto. È davvero bello. Risentire dire “ciao maestra.”






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giovedì 10 marzo 2011 - ore 18:33



(categoria: " Vita Quotidiana ")


I.want.to.live.I.want.to.give.

A volte vorrei rimanere nascosta sotto tutti i miei cuscini. Tirare su le coperte, affondarci la testa lì sotto. E lasciare che il tempo faccia il suo corso. Poi penso a quelle volte in cui ti sgrido, se mi dici che hai voglia di dormire. anche se è solo un riposino. Penso al dolore. Che mi scava dentro. Penso ai dubbi. Che mi logorano. E penso che anche se ora non dovrebbero esserci più, in realtà è sempre tutto precario.
Dici che passeremo tutto. Anche questa. Dici che siamo cresciuti tanto in questi sei mesi. Ed io penso che è vero. Siamo diventati grandi. Ci siamo schiantati addosso. Ossa su ossa. Ci siamo feriti. Ci siamo incoraggiati. Ci siamo spronati. Ci siamo divertiti. Ci siamo tanto tanto “tenuti amati”.
e in questi ultimi giorni, in cui mi sento disorientata e ti ripeto di essere una bambina in mezzo al nulla, finisco per fare la solita pollyanna della situazione.
E penso a quel verde che mi guarda. Quando io sto lì. A sgretolarmi di fronte a lui. A incastrare la testa, a farmela staccare. Penso alle cene perfette con te e V. allo scorrere del vino sui calici. Al ridere guardandoci. A me contesa. A prendere sonno mentre parlo. A passare una giornata intera a letto. A portarti a mangiare in posti chic, che ti fanno cagare e che tanto paghi tu. a condividere scaldini arancioni, mentre ti dico che sarei sicuramente un pesce palla. a ridere ancora, quando la tua spalla cede nei momenti più impensabili.
Quando penso a tutte queste cose. Quando le sento sulla pelle. Non ci sono dubbi che logorano. Non c’è futuro che opprime. Non c’è nulla. solo Vita. Che mi riempie. Mi gonfia. Mi fa stare bene.
Che tutto questo sia abbastanza?
Nel mentre. Cerco di sprofondarci ancora di più, nella Vita.
E tornare da quei bambini, è un dono.
E tutti quei concerti che mi aspettano, lo sono ancora di più.
E tutti i tuoi abbracci..
Non possono avere una scadenza.






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lunedì 28 febbraio 2011 - ore 21:21



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Cercando.il.punto.di.equilibrio.tra.cosa.è.il.dire.e.cosa.è.il.fare.


Mi dai gli ordini. Eseguo.
Del resto il ruolo di quella che subisce mi viene alla perfezione.
Mi sono accorta che ormai scrivo una volta a settimana.
Mi sono accorta che è come se il lunedì, in qualche strano modo, venissi qui a tracciare punti settimanali. Come se i miei pensieri avessero uno spazio di sette giorni. Oltre il quale, devono essere raccolti e catalogati.
I miei pensieri. che sono passati per un ritorno a scuola, in veste di aspirante tirocinante e non più di maestra. Che sono passati per i banchi e le lavagne. Per quei sorrisi non più tanto sdentati. Per abbracci e occhi che si ricordavano di me a distanza di due anni, ormai.
Certo, ritornare per lavorare senza uno stipendio porta con sé il suo bagaglio imbarazzante. Ma tant’è. Almeno lo faccio per qualcosa in cui credo davvero: piccoli mostri crescono.
Sono passati (i pensieri, sempre loro) per una cena con il trio. Una cena piena di calici. Con buone notizie. Con discorsi complicati. Con discorsi che restano in sospeso. Con braccia leggere e risate che ti fanno sentire la vita sulle dita.
Sono passati attraverso la tua faccia dentro lo schermo (intero) di un pc. Che sembriamo due scemi, a guardarci e parlarci così. che sembriamo due scemi. A dirci ciao. Che sembriamo meno scemi. Quando tu suoni, io sorrido e tu sorridi facendo un’espressione ebete simile alla mia. Che finisci per abbracciare il computer ed io sento la voglia di un abbraccio che mi preme sulla pelle.
E di notte parliamo. Dio, se parliamo. Dell’immagine del nostro paese e delle nostre opinioni così diverse. Delle discussioni politiche partite da una semplice puntata di grey’s anatomy. Che trovo parti di te nella bocca di un attore che ti ricorda solo la maschera di un coniglio e ti fa paura. Che finisco per diventare troppo analitica, ti dico. Mentre cerco cause e subconsci nelle tue insicurezze sparpagliate su una mappa in cui il tesoro non è altro che la chiave per entrarti dentro. Che poi, quella chiave, l’ho trovata un po’di tempo fa. Che c’è sempre stato un posto, qui dentro, solo tuo. Di nessun altro. E ti ha riconosciuto subito. Ti ha preso. non ti molla più.
che siamo la non coppia più coppia che ci sia. Che lo sappiamo, cosa ci direbbero tutti. Le ipotesi sulle paure che si sprecano. Le cicatrici di incomprensioni passate che a volte ci ricordano che siamo riusciti a farci male. Che vorrei capissi che esiste un plurale anche in quello. E non orchi e principesse.


Che Noi, in certi casi, non è solo la somma di Io più Te.
Ma è mischiarsi la pelle, l’anima e le ossa.
Senza rivolerle indietro mai.






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lunedì 21 febbraio 2011 - ore 01:08



(categoria: " Vita Quotidiana ")


di.tutta.la.vita.davanti.questo.è.il.momento.di.tutta.la.vita.passata.questo.è.il.momento.


sembrava tantissimo.
Eppure, solo tre settimane.
Senza quell’incastrarmi dentro a braccia che sanno di Casa. Senza sentirmi stringere fino a staccarmi la testa. Senza avere la faccia da ebete.
Che ormai è diventato un rito. Il caffè e la scelta dello smalto lasciata a te. Lo squarcio casalingo con barbara d’urso, la sangry sopra la tv e mia mamma tutto intorno.
Che finiamo a bere spritz e comprare sacchetti di baci di dama. Pensando che sono sei. Sei i mesi dalla prima volta che.
Sei mesi in cui abbiamo imparato che la parola casa ha davvero tanti significati diversi. Sei mesi celebrati dentro a canzoni nuove, canzoni vecchie, m&ms, baci perugina, galak, un t-rex innocuo e tante corde a formare pseudo braccialetti.
Che finiamo a padova e Luciano ci regala uno di quei momenti da top 5 di cui tanto parliamo.
Io che non riesco e non posso guardarti. Aspetto la fine. Per incrociare i tuoi occhi. So che pensiamo le stesse cose. So che ci aggrappiamo contemporaneamente al nostro atto di fede.
Mentre tutto il resto scorre un po’troppo lento e scontato, noi non perdiamo tempo. A ridere per la coppia-parrocchia succodifrutta nello zaino. A ridere per l’immobilità di chi ci sta accanto. A ridere così forte che quasi fanno più rumore le nostre risate. E dio, come ne vado fiera.
Che una cena è bella con me anche se è solo una piadina e una bruschetta, dici. e mi riviene la faccia da ebete.
Che sei scemo, quando fai apposta a farmi accendere la tv perché non ci arrivo.
Che rido. Quando fissi lo schermo aspettando il concerto dei coldplay che non arriverà, se non schiacci play.
Che sei dolce. Quando con le dita mandi via i cieli neri dal mio viso.
Che è bello. Quando il risveglio è accolto dal sole dietro i vetri e da una canzone che odio ma che finirò con amare.
Che è complicato. Quando non so gestirmi e tu mi resti accanto, a tirare righe tra le tue righe colorate fatte per confondere.
Che è davvero un piacere. Vederti così competente. Così motivato. Così pieno di quello che fai.
Che è divertente. Guardarti pelare patate e poter giocare a schiacciarle.
Che le serate volano veloci. Tra un televoto per vecchioni, un uomo finito, un menu di cose buonissime e giochi in scatola accompagnati da tanti bicchieri di vino e voci allegre e assordanti.
Che finiamo a far le sette, quasi. Parlando. Io, te ed un futuro che sa di scala traballante.
Che le cose vengono naturalmente ed inaspettatamente.
Come se ci esplodessero addosso.
Ed io non so fare altro che rifugiarmi in quell’abbraccio.
In quello stringere fino a non capire dove inizi tu e finisco io.
Che forse, semplicemente, non c’è divisione.





[fino.allo.sfinimento.]

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lunedì 14 febbraio 2011 - ore 01:36



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Everything.will.be.ok.in.the.end.If.it’s.not.ok.it’s.not.the.end.


Ci sono notti che non passano mai. Ci sono scaldini arancioni che ti tengono compagnia, tra una sigaretta e un’altra ancora. Ci sono pagine da studiare. Ci sono crampi allo stomaco tra una chiamata delle 14 e una delle 22 o giù di lì. Ci sono sabati sera diversi. Con te stessa. Con la tv che non ti spegne il cervello come dovrebbe ma che ti mette davanti a tutto quello che vorresti non sentire. Ci sono giochi a creare magliette. Ci sono ansie che si infilano sotto le coperte e pensieri Gialli su cui ti concentri. Quegli stessi pensieri che usi come arma.
Arma per uccidere chi sta uccidendo te.
Ci sono ore troppo dilatate e dita che fanno troppo male.
Ci sono pranzi della domenica che portano con sé inquietudini, nervosismi, preoccupazioni e paure che sedimentano lì chissà da quanto tempo. Pranzi in cui tutto questo finisce sparpagliato. Lì sopra. Tra i piatti, in mezzo ai bicchieri. Tra una briciola di pane e l’ultimo biscotto rimasto. Ci sono pareti che inchiodano inferni. Inaspettati siparietti melodrammatici. Ci sono vecchi difetti. Vecchie opinioni. Le storie di sempre. Ci sono alcune sorprese. Qualcuno che ti tratta forse come una donna, non più come una bambina. Qualcuno che smette di urlare e ti parla quasi sottovoce. Qualcuno che cerca, seppure non essendo abituato a farlo, di spiegarti come si sente. Ci sono domeniche in cui io rimango seduta accanto a mio padre. Ascoltandolo. Ci sono momenti che durano quasi un’ora in cui mi dimentico di quell’uomo chiuso e taciturno, troppo goffo per le emozioni. E scopro tutta la sua fragilità, smetto di provare rabbia, sento solo tenerezza. Per quell’uomo che non ha mai saputo spiegarsi. Per quell’uomo che nasconde le sue paure dietro a tutti quei crocifissi e quelle preghiere che noi tutti gli critichiamo. ci sono partite guardate insieme. Ci sono risate, ancora. Nonostante tutto.
Ci sono tutte queste cose.
E in mezzo a tutte queste cose. Io tiro su la testa. E mi tranquillizzo. Perché ci sei Tu.
Tu, che se sto per scivolare, mi prendi e non mi molli.
Tu che non mi lasci sola un momento.
Tu che non fai altro che dirmi "promettimelo".
Tu che respiri dalla stessa pancia mia.
Tu che mi fai trovare il bello anche quando il bello non c’è.
E non ti stanchi mai. Di ascoltarmi. E non mi stanco mai. Di ascoltarti.
E non ci stanchiamo mai. Di Parlarci.
Tu.
che io bacio, tu galak.





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giovedì 10 febbraio 2011 - ore 23:04



(categoria: " Vita Quotidiana ")


You.saved.me.

Fitti. Sono fitti questi giorni in cui cerco di diminuire il numero di esami per arrivare a quella laurea magistrale che chissàccccchecosa mi porterà mai di buono. Che oggi matteo jr mi chiedeva quanti anni ho più di lui. E che pensare siano quattordici, mi fa sentire vecchia e senza futuro. Che a volte ho la sensazione di essermelo già mangiato, il futuro. Così lascio perdere e cerco di pensare solo al presente, di fargli prendere spazio e tempo. Sì, presente, prenditi tutto il tempo che puoi. Che sono sempre più una per cui la guerra non è mai finita, direbbe Ivano fossati con la voce di Loredana. Che le luci al neon stanno spesso sopra la mia testa. Che lo stomaco non fa molto bene il suo lavoro.
Che c’è chi ha la febbre che scende ma poi alla sera risale.
Chi rifiuta proposte femminili targate 1987 con determinazione, talmente tanta determinazione che finisce poi con cedere e accettare: tutti meritano una seconda occasione. Peccato ci siano i secondi fini. Che c’è chi vuole sparire da questo mondo e fa di tutto per farlo, a quanto pare: che tu riesca nel tuo intento, se è davvero questo che ti renderebbe Felice o qualcosa di simile.
Che c’è chi si sta riempiendo. Riempiendo di cose che lo fanno sentire vivo. Che lo fanno sentire appagato. Ed io non posso che essere contenta di riflesso. Che la tua di serenità è un po’la mia e che mi piace condividerla, condividerla così tanto che mi sembra di toccarla.
Perché è talmente bello sentirti così, che quasi dimentico tutto il resto.
Quel resto che però c’è.
E anche se faccio di tutto per ingannarlo e continuo a riempire la scatola, lui rimane lì.
Ostinatamente lì.
D’altronde.
We don’t bleed when we don’t fight.
Go ahead, go ahead.





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domenica 30 gennaio 2011 - ore 17:36



(categoria: " Vita Quotidiana ")


verso.l’infinito.e.oltre.


Studio psicologia dal 1997 più o meno, se ci mettiamo gli anni di liceo.
Sono empaticamente portata per le persone. Mi piacciono le persone. Mi piace averci a che fare. Mi piace ascoltarle. Conoscerle. Entrarci anche dentro, qualche volta. Non sempre.
Mi piace capire. Mi piace da morire averle attorno.
Partendo da tutto questo, con tutto il buono che c’è in me, non ho intenzione di andarci piano, con te.
Penso che un problema per quanto male possa farti, per quanto riesca ad annullarti, non può diventare alibi per qualsiasi cosa vada male. Penso che annientarsi il corpo non serva proprio a niente.
Penso che far di tutto per essere ancora più diversa, quando è la tua PRESUNTA diversità a farti male, sia solo un modo per crogiolarti dentro alla sofferenza.
Perché la sofferenza la conosci bene. Molto bene. E leccarsi sempre le solite ferite ti protegge dal cicatrizzarle per fartene di nuove.
È troppo semplice così, R.
È troppo semplice stare ancorate lì.
È troppo semplice continuare a guardare la bilancia che scende.
è troppo vile.
Sputare in faccia alla vita come fai tu.
dovremo smettere di farci rovinare le cose belle che abbiamo, da quelle che non abbiamo.
Dovremo smettere, di guardare alla nostra vita come se tutto ci fosse dovuto.
Nessuno meglio di me può capire certe cose, lo sai.
Quando ami qualcuno fino a farlo diventare l’aria che respiri.
Ma le persone sono solo persone e non sono abbastanza per diventare artefici del destino che riguarda solo te.
Non voglio sminuire. Voglio solo dirti che TU hai la soluzione.
C’è sempre una fottuta soluzione. Anche a questa morte a cui tu stessa stai andando incontro lentamente.
stai facendo tutto da sola.
Non c’è qualcosa sul tuo stomaco che ti impedisce di mangiare.
Non c’è qualcuno dentro che ti picchia di notte e di giorno e ti fa provare dolori tremendi.
Non c’è qualcuno che ti dice che non c’è quasi niente da fare.
non hai cure strazianti a cui sottoporti.
Hai solo la Tua decisione. La Tua volontà. E tutta questa sofferenza, se lo vorrai, sparirà.
È complicato. È un lavoro difficile. È una guerra fredda.
Non c’è niente di REALE che ti blocca.
Quindi B.A.S.T.A.
La vita è bella.
Lo senti ogni volta che le tue dita battono su quei tasti bianchi e neri. Ogni volta che una canzone ti sviscera l’anima. Ogni volta che un libro ti fa piangere. Ogni volta che abbracci qualcuno a cui vuoi bene.
È la vita a darti questo. Non la morte.
La vita è bella. Porca puttana.
Ed io l’ho capito una volta in più passando tre serate a guardare la triologia di toy story con lo scaldino sulla pancia.
Ridendo.
Che sono le piccole cose a dar luce ai colori.
e a tenerti galla, anche in un mare di merda.







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lunedì 24 gennaio 2011 - ore 20:27



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Che.ci.fregano.sempre.che.ci.fregano.sempre.che.ci.fregano.sempre.


Mi manca roba. Dici. E per farci sorridere entrambi, ti dico che in fin dei conti non mi fa affatto male.
Ed è bello. Vederti pelare patate mentre mi metto lo smalto, così ho la scusa buona per non muovere un dito.
Ed è bello. Stapparci la nostra bottiglia promettendoci di non esagerare, ma poi finirla senza accorgersene.
Tra un brindisi metafisico, una scommessa su una canzone dei green day e svariati abbracci in cui minacci di staccarmi la testa.
Mi piace abbracciarti. Mi fa sentire come se non potesse mai accadermi nulla di male. Quando incastri la testa tra spalla e collo e mi dici CiaoC.
Ed è bello. Dover fare veloci che V chiama e non sa attendere. Che c’è strada da fare e un concerto bellissimissssssimo da ascoltare.
Che saltiamo le file con nonchalance e che vasco brondi si fa aspettare come una vera prima donna.
Ti suggerisco prima le parole delle canzoni e tu fai l’esaltato in mezzo ad un pubblico di emo-alternative di nicchia, mentre V ci guarda da lontano e ride, ma se provi a farle una foto si copre con le mani o si fa violenza per tenere gli occhi aperti.
Che per me le parole di Brondi sono dei piccoli mantra.
Che a te rimane impresso il .ci fregano sempre. Potrebbe metterlo in ogni canzone, tanto nessuno vedrebbe la differenza, sostieni, intanto che detto a V frasi da recapitare a chi sta in qualche isola sperduta dall’altra parte della terra.
I ritorni in cui mancano fiocchi di neve. I ritorni in cui sono la classica romantica sentimentale che si emoziona per un cielo stellato e si esalta per una lepre che saltella sul ciglio della strada.
Tu. Che sembri così sereno. Che hai lasciato il tuo muso da qualche parte e che vederti così mi mette una pace che non riesco a spiegare. Che mi fa allontanare tutti i miei pesi sul e del cuore.
Le giornate a Bassano e i racconti sul ponte. Il mio modo di vederti attraverso una foto. Gli occhi chiusi per la troppa luce. I caffè imbevibili. Le facce scala mobile. Lo shopping compulsivo di libri. Le offerte di cd a 4e50. Gli spritz in ritardo di mezzora. Le cene in posti meno chic ma pieni di buon cibo, di vino e di risate.
La solita bava sul mio braccio e lo spavento delle sei e mezzo di mattina, mentre Noel canta.
La mia casa che porta sfiga all’inter.
I discorsi complicati e le cose che non so dirti.
Rimani seduto sul tavolo e mi guardi con quegli occhi che ormai conosco come le mie dita ciompe.
Non c’è nulla da fare.
E mentre ripeti che mi manca della roba.
Io penso a quanta ne hai lasciata tu.
Dentro di me.






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mercoledì 19 gennaio 2011 - ore 20:16



(categoria: " Vita Quotidiana ")


<<Te.ne.voglio.un.fracco.anche.io.dita.ciompe.>>


ci sono momenti che ti rimangono talmente tanto attaccati addosso, che sembra quasi di riviverli, anche quando sono passati.
Ci sono momenti, che ti toccano talmente in profondità, che sembra abbiano una vita autonoma.
Che ti tornano di fronte agli occhi.
Che risenti nelle orecchie.
Che rivivi nella pelle.
C’è stato un momento. C’è stata una notte.
Ci sono stati delle parole e dei toni di voce. Dei respiri. Dei sospiri. Del sale che rigava le guance.
Ci sono dei momenti in cui le distanze geografiche si prendono gioco di te.
Che l’unica cosa che tu vorresti sarebbero delle braccia.
Allora tu ci provi. A frantumarli tutti, questi km.
A far finta che le braccia di cui hai bisogno siano lì con te.
Ti ci incastri dentro. Ci sprofondi dentro.
E senti, lo senti davvero. Che tutto quello che stai provando. Tutto quello che fa male. Tutto quello che ti spaventa.
Non è solo roba tua. Si mischia ad altre vene, passa attraverso quelle braccia che tu conosci bene.
Quelle braccia che anche se non sono lì con te, ora, sono più vicine di qualsiasi altra cosa.
è in quel momento che capisci che non può andare diversamente.
Non puoi. Smettere di vivere una magia così.
Non lo puoi fare.
Ed ora che quel momento ti torna a pesare sugli occhi e ti fa coniugare tutta la tua vita al condizionale, cerchi inesorabilmente di mandarlo a fanculo.
E pensi che.
Vuoi usare solo indicativi.
Presenti e futuri.







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lunedì 17 gennaio 2011 - ore 13:31



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Complici.e.simili.da.credere.alle.favole.

Sei in ritardo.
Per la prima volta sono io che dovrei lamentarmi delle attese, ma ci pensa un uomo a dilettarmi con discorsi sul passato migliore del presente e sul degrado milanese.
La nebbia e il grigio mi fanno pensare a vasco brondi che usa frasi come “hai i pensieri del colore del cielo di milano”.
Penso solo che per quanto sia grigio, il cielo di Milano mi fa provare tante cose. Ma non tristezza.
Ripenso inevitabilmente anche al nostro ultimo abbraccio di fronte a quella stazione. A come tutto sembrava definitivo. Invece rieccomi qui. Rieccoti qui. E tutto sembra, forse finalmente, Normale.
Non sembra più un evento. Sempre quotidiano. Meravigliosamente quotidiano.
Le strade che ormai riconosco. I posti a cui inizio ad essere affezionata. Le cioccolate calde di cui sento la mancanza, qui al nordest.
Che quando entro in casa tua e Mary mi abbraccia, penso che è tutto spiazzatamente Familiare.
Penso che io sono sempre stata lì. Sdraiata sul divano a parlare di referendum con Max.
Penso che io sono sempre stata lì. Con lo scaldino sulla pancia a ripetere ad Alessandro borghese che è gnocco. A commentare i restauri improbabili di barbara. A trovarmi in disaccordo con un incendio di ricordi o a voler far parte del coro di Timothy.
Penso che sono sempre stata lì. A sentire la Lore che saluta mille volte prima di uscire. A mangiare torte salate e tortini al cioccolato fatti per me. A parlare di cose mie e della mia vita.
Ad indossare i miei calzettoni e portare fortuna all’Inter, sfiga alla Cantù.
Sono sempre stata lì.
Ti ricordo ogni volta la bellezza e la genuinità di una cosa come la nostra, dici.
Io conservo con cura quello spazio dentro me che riesce a rendere tutto sempre sorprendente.
Anche quando ci risediamo da geco’s. riandiamo a cena.
Riprendiamo la nostra bottiglia di vino e brindiamo sempre a qualcosa che parla del domani, non di tutti i nostri ieri.
Quelli non bruciamoli mai. Ma teniamoli dentro un cassetto. Riapriamolo ogni tanto, guardiamolo.
E ringraziamoli pure. I nostri ricordi. I nostri errori. I nostri occhi a volte spenti.
Perché ci ricordano sempre che così non vorremo essere più.
Ci ricordano sempre che quello ci ha fatto arrivare ad essere quello che siamo. A capire cosa vogliamo.
Diamo loro il rispetto e il vaffanculo che meritano. E godiamoci quello che non fa più male.
Grazie G.
Per mostrarmi sempre il lato migliore di me.
Anche quando io vedo solo il peggio.
Grazie G.
Per le tue mani sul mio viso ogni volta che arrivano i miei cieli neri.
Grazie G.
per questa cosa incomprensibile a tutti, solo nostra e maledettamente speciale.
Grazie G.
per essere G, senza sovrastruttura alcuna.

[e grazie soprattutto per la tua cultura musicale che mi ha fatto scoprire canzoni come questa qui, ovvio.]





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L’OBIETTIVITà è BORGHESIA:
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