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D R A G O
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COSA COMBINO: Sollazzo il Pianeta con la mia modesta presenza
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STO ASCOLTANDO
Il rumore di ingranaggi che per troppo tempo non ho fatto girare e non ho oliato. E pertanto stridono un po’, ma sento che iniziano a smuoversi, lenti...
ABBIGLIAMENTO
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Quello che capita. E grazi al cielo capita sempre qualcosa.
ORA VORREI TANTO...
Vorrei tante cose. Me ne basterebbe una. Ma non si può. E allora mi faccio bastare il resto.
IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
diversi piani per conquistare il mondo, o in alternativa per digerire la peperonata della signora del piano di sotto che mi vede una volta ogni 3 mesi e mi invita a pranzo... e io ancora maledico il giorno in cui le dissi che mi piaceva da matti la sua peperonata. Fa un caldo che mi evaporano pure ’sti due maroni e lei mi fa la peperonata!!!
OGGI IL MIO UMORE E'...
Random. Perchè l’umore random è quello giusto. Quello che si adatta a tutte le situazioni.
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
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Io scrivo, perchè mi piace scrivere, perchè mi piace essere letto, perchè mi piace parlare di me in questo modo. E quelli a cui sarà gradito leggere le mie riflessioni, i miei pensieri, i miei racconti, i miei deliri e le mie cagate... beh, loro saranno la mia benzina.
Benvenuti nel Blog di Sir D R A G O della Cadrega Ribaltada, Cavaliere dell’Ordine della Porketta e Grande Ubriacone di Corte
Una Storia Come Tante:
Premessa & Brandello N°1 LINK Brandello N°2 LINK Brandello N°3 LINK Brandello N°4 LINK Brandello N°5 LINK Brandello N°6 LINK Brandello N°7 LINK Brandello N°8 LINK Brandello N°9 LINK Brandello N°10 LINK Brandello N°11 LINK Brandello N°12 LINK Brandello N°13 LINK Brandello N°14 LINK
A grande richiesta riesumo dagli albori del mio blog... Tales Of The Fall In Love With The Elf!! Parte Prima:LINK Parte Seconda:LINK Parte Terza:LINK Parte Quarta:LINK Parte Quinta:LINK Parte Sesta:LINK Parte Settima:LINK Parte Ottava:LINK Parte Nona:LINK Parte Decima:LINK Parte Undicesima:LINK Parte Dodicesima:LINK Parte Tredicesima:LINK Parte Quattordicesima:LINK Parte Quindicesima:LINK

Uhm...Porn-Groove. Allora non si involve solo la tv. Fa piacere. Fa paura. LINK


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domenica 20 novembre 2005
ore 11:58 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Proverbio del giorno 8:
Chi s’inferma è perduto!
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sabato 19 novembre 2005
ore 17:39 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Una Storia Come Tante
Brandello N°9
R. stranamente quella mattina era andato a lezione, in quanto il suo noiosissimo professore di Psicologia Sociale, aveva invitato uno specialista nel campo a tenere un breve seminario sul mobbing, un fenomeno che R. trovava assai interessante. Forse perché gli piaceva la strana musicalità del nome, rise tra sé. Quando la sera prima lo aveva detto a Mario, ottenne solo un “E che cazzo è il mobbing?” e dovette accontentarsi di spiegargli molto approssimativamente il concetto: maltrattamenti in ambito lavorativo. Queste poche parole bastarono a Mario per ribattere: “Se continuo a studiare così, prima i potermi preoccupare dei maltrattamenti in ambito lavorativo ci vorranno altri dieci anni! E poi domani è il grande giorno…” “Davvero? La conoscerai? Cacchio era ora! Almeno la chiameremo col suo vero nome! In bocca al lupo!”
E quindi R. assistette al suo seminario senza sapere cosa stava succedendo a Mario proprio in quel momento. Decise di non telefonargli neanche dopo, ma di avere pazienza ed aspettare sera, per il suo rapporto. Andò subito in aula studio, sperando di trovare ancora un posto. E pare che per lui dovesse essere una buona giornata: trovò Stella che gli sorrise (e questo era già un motivo sufficiente per essere felici) e liberò il posto davanti a sé. “Ciao! Ti ho tenuto il posto…” E che ne sapeva lei di quanto lo aveva reso felice con quella puttanata? “G-grazie…” E passarono un paio d’ore sui libri. R. riuscì anche a studiare sul serio, carico per il fatto di aver assistito ad un seminario, il che gli aveva fato ricordare che quel che studiava era la sua vera passione, in realtà. E produsse molto. Una gran bella giornata. Finché non arrivo la telefonata di Mario. Uscì fuori dall’aula studio e rispose al cellulare. “Oh, R… che stai facendo? Sei libero?” Aveva la voce un po’ bassa. “Sono a studiare con Stella. Com’è andata?” “Ti dirò. Si chiama Laura. Comunque non volevo disturbarti, ci sentiamo stasera…” “Oh, tutto bene?” Domanda retorica. “Sì, sì, tranquillo. Non è niente.” Mario non provò neanche a mascherare la sua bugia con un tono di voce allegro. Un po’ perché sapeva che R. avrebbe capito lo stesso, un po’ perché proprio non ce la faceva. “Non ci credo… che è successo?” “Ma niente di importante, dai… te lo dico stasera.” “Se preferisci così… ma guarda che se vuoi…” “No, tranquillo. A stasera, dai.” “Ok… oh, tirati su, eh? Ciao…”
L’umore di R. era un po’ calato. Era tanto che non sentiva Mario così abbattuto. Si preoccupò al punto che gli era impossibile mascherarlo e Stella gli chiese cosa fosse successo. Lui le raccontò tutto. Non avevano mai parlato di questioni di cuore ed R. fu contento di scoprire come Stella si ritenesse un po’ sfigata, come non trovasse neanche lei qualcuno che le volesse bene sul serio. Era ancora libera, quindi. E quella era stata proprio una bella giornata.
Quando R. tornò a casa, chiamò subito Mario, ma la madre gli disse che non era ancora rientrato. Che fosse ancora a zonzo con Laura? Allora come mai era triste al telefono? Era il caso di disturbarlo? Beh, sì, era il caso. Lo chiamò sul cellulare e Mario rispose quasi al primo squillo. Strano, per uno che di solito non risponde mai perché non ricorda dove ha messo il cellulare. “Oh, dove sei? Disturbo?” “No, no… senti… stamattina è successo un casino…” “Ma l’hai conosciuta, no?” “Sì. L’ho messa sotto con la macchina mentre uscivo dal garage…” “Sì, vabbè…” “E’ vero… non sto scherzando…” “Certo, certo…” “Oh R… non sto scherzando.” “………..dove sei?” “In ospedale.” “Cazzo. E’ grave.” “Rischia di restare paralizzata dalla vita in giù. I medici non hanno detto ancora niente, ma non sentiva più le gambe,” “Cazzo… sei in che reparto? Vengo lì…” “Ortopedia.” “Arrivo.”
Uscì di corsa. L’ospedale era abbastanza vicino e in dieci minuti fu lì. Trovò facilmente il reparto e vide Mario in sala d’attesa con la testa tra le mani. Gli si avvicinò senza che lui se ne avvedesse e gli posò una mano sulla spalla. “Oh. Come sta?” “Non mi dicono niente. Dicono che possono parlare solo coi parenti. E i genitori arriveranno tra un paio d’ore, pare. Lei è una studentessa fuori sede e i genitori si sono messi in viaggio immediatamente appena li hanno chiamati, ma ci vuole tempo.” “Ma com’è successo?” “Non l’ho vista arrivare… lei ha detto che non è colpa mia… però… cazzo… sono io che l’ho messa sotto!” Rimasero lì seduti senza parlare. Non c’era nulla da dire, del resto. Non tra due che sanno comunicare in silenzio, che si percepiscono e basta.
Poi arrivarono i genitori di Laura. Agitati. Camminavano velocemente. Quasi correvano. “Dov’è mia figlia?” Li portarono in una stanza. Furono minuti interminabili. Quando uscirono insieme ad un medico, il padre aveva un’espressione dura sul viso. La madre piangeva. Mario voleva andare da loro, scusarsi, chiedere di lei… ma si trattenne. I genitori furono condotti dal medico nella stanza dove era tenuta Laura. E ne uscirono più di mezz’ora dopo. Si sedettero in sala d’attesa. Il padre ancora con la stessa espressione dura, ma resa assai meno credibile, quasi grottesca, dai suoi occhi lucidi. Sua moglie singhiozzava con la testa nascosta nella spalla dell’uomo. Ed R. pensò che se le emozioni potessero avere forma tangibile, quella del senso di colpa sarebbe per certo stata quella del volto del suo amico in quel momento. Senza alzarsi Mario disse: “Scusate… non so come dirvelo… è colpa mia… sono stato io… mi dispiace.” “Vattene.” Secco e deciso, il padre. Se non fosse stato per un tremito nella voce. Un tremito dietro cui si scorgeva il suo dolore immenso. Un tremito che rendeva tutto più difficile. “Sì… certo.” E se ne andò a testa bassa. R. non lo seguì subito. Prima si avvicinò ai genitori di Laura, si inginocchiò vicino a loro e disse: “Chiedo scusa, capisco che forse non è il momento… ma il mio amico voleva solo dirvi che se potesse contribuire in qualunque modo, sarebbe disposto a farlo. Per cui… lasciate che vi dia il suo recapito, almeno…” Il padre annuì ed R. gli diede il numero di telefono di Mario. Poi salutò cercando di lasciar trasparire quanto fosse sinceramente dispiaciuto per quella situazione. Ottenne un “arrivederci” molto scontroso, ma non si aspettava neanche quello. Uscì dal reparto e Mario lo aspettava lì. “Gli ho dato il tuo numero.” “Grazie.”
Andarono via ed R. accompagnò l’amico sotto casa. Si abbracciarono. “Ehi, se ti serve qualcosa, chiamami. In qualunque momento.” “Ora vorrei stare per un po’ da solo…” “Certo. Ma non ti do più di tre giorni. Poi vengo a stanarti. E forse tre giorni sono anche troppi.” Un sorriso appena accennato. “Ok… grazie.” “Non mi devi ringraziare. E cerca di dormire.” “Lo sai che quello non è mai un problema, per me.” “So anche che oggi può esserlo.” “Sai troppe cose, tu.” Un sorriso forzato. Ma non finto. Perché R. era riuscito a toccare qualche corda giusta, a far sentire meglio Mario. Per cui quel sorriso fu un successo. Il più grande ottenibile in quel momento. Quella notte non avrebbe dormito nessuno dei due. I soffitti delle loro rispettive stanze da letto sarebbero stati particolarmente loquaci.
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sabato 19 novembre 2005
ore 09:30 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Proverbio del giorno 7:
LOrmone fa la forza!
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venerdì 18 novembre 2005
ore 19:25 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Considerazioni dell’Autore
Che poi l’Autore sono io e c’avevo voglia di mettere un titolo pomposo e tirarmela un po’. 
L’Ottavo Brandello della storia che ho appena messo su è il più tragico, probabilmente, almeno finora. O per lo meno io l’ho scritto con l’intenzione di farlo sembrare tale.
Spero di essere riuscito almeno in parte a comunicare l’angoscia che di certo si prova nella situazione che ho raccontato... perchè non vorrei mai banalizzare una cosa del genere. Ci tengo veramente molto.
Forse è il Brandello più importante per me, anche se è meno importante ai fini della storia.
Comunque... a parte alcuni affezionatissimi lettori che si fanno vivi sempre, non ho idea di quante persone stiano avendo la pazienza di leggere tutta ’sta pappardella... ma so che qualcuno che spia c’è... lasciate una firma almeno! 
In ogni caso praticamente nessuno mi ha mosso critiche, o dato consigli sulla storia o sul nome del protagonista... che fate, mi tirate pacco?? Dai... collaborate!
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venerdì 18 novembre 2005
ore 19:15 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Una Storia Come Tante
Brandello N°8
Una settimana passò senza che succedesse nulla. R. studiò pochissimo; Stella si ostinava ad essere bellissima; Mario era sempre lui da anni e non c’era modo che cambiasse (per fortuna, pensò R.); Fra non si fece vedere, o almeno R. non lo vide. E le cose sarebbero andate avanti così per un po’, se al Destino non fossero piaciuti i colpi di scena. R. e Mario non ci credevano, nel Destino. Ma quando la sfiga li esortava ad essere fatalisti, volentieri sdrammatizzavano prendendosela con entità metafisiche, o astrusi concetti filosofici verso i quali fare battute di bassa lega, per due come loro, che avevano fatto delle stronzate virtù. E poi a volte non si poteva non credere nel Destino, che si impone con tutta la sua straordinaria (e il più delle volte malvagia) evidenza.
Era un mercoledì come tanti, per il resto del mondo, ma non per Mario, che sentì la sua sveglia suonare alle 08:00 di mattina. Erano mesi che la sveglia non suonava. O meglio, erano mesi che lui non la ascoltava. Ma quella mattina doveva alzarsi necessariamente. Aveva un appuntamento con un’amica. Una persona a cui voleva molto bene, anche se non tanto da combattere il suo bisogno di dormire di mattina. Il vero motivo era che finalmente quel giorno avrebbe conosciuto la “sua Stella”, come la chiamava R., un’amica di un’amica dell’amica con cui doveva vedersi. Di lei non sapeva nulla, se non che gli aveva risvegliato gli ormoni e la voglia di innamorarsi dopo che faticosamente si era rintanato dentro sé stesso per non star male più come era stato in passato. Doveva quindi conoscerla, se non per innamorarsi, almeno per capire come aveva fatto a svegliarlo dal suo torpore sentimentale. E di lì a poco avrebbe fatto colazione con la sua amica, che gli aveva promesso di portarsi dietro la tipa che conosceva la “sua Stella” e quindi ovviamente anche quest’ultima.
Non lo avrebbe ammesso neanche a sé stesso, ma appena suonò la sveglia lui la spense e saltò in piedi. Non perché fosse rapido a passare dal sonno alla veglia (in realtà non c’era nessuno più lento di lui nel farlo), ma perché era già sveglio da parecchio. Trovò interessante la forza che le emozioni avevano di rompere anche le sue routine più radicate. E si sentì vivo. Si stupì anche di essersi stupito, di non essere stato prevedibile neanche a sé stesso. Sono le emozioni che danno all’uomo l’imprevedibilità di cui ha bisogno per non sentirsi un automa. Perché molte emozioni (tutte?) possono sfuggire al controllo e l’assenza di controllo fa paura e affascina allo stesso tempo; perché una persona senza controllo si muove nell’ignoto e l’ignoto è notoriamente affascinante. Anche se va preso a piccole dosi, come l’assenza di controllo, appunto. Perché il troppo stroppia, recitava un proverbio.
Alle 08.30 Mario era in garage per tirar fuori la sua Peugeot 307 nuova di zecca, comprata dal babbo due mesi prima, con cui contava di far bella figura. Inserì nel lettore cd di serie un vecchio album dei Metallica (non un vecchio album qualunque, avrebbe commentato lui, ma il Black Album, l’album per eccellenza, l’album che ha fatto la storia del Metal) e mise in moto. Mise in moto la macchina e anche la Ruota del Destino: così avrebbe detto a R. nel suo racconto in seguito, tanto per fare una delle loro solite battute ad effetto.
Salì la rampa che conduceva fuori dal garage e non ebbe modo di evitare, ma neanche di veder arrivare, la ragazza in bicicletta che stava sfrecciando proprio in quel momento davanti al garage, troppo vicina all’ingresso. Mario frenò di colpo, facendo spegnere la macchina, ma anche se non violentissimo, l’impatto sbalzò la “sua Stella” dalla bici e la fece cadere di schiena, due metri più in là. Mario rimase con gli occhi sbarrati e non riuscì a muoversi, in un primo momento. Alcune persone stavano accorrendo dalla ragazza stesa per terra, che non si muoveva. Poi sollevò un attimo la testa e quel movimento ridestò Mario che aprì di colpo la portiera dell’auto, non accorgendosi che non era ancora del tutto fuori dal garage e quindi sbatté contro il muro raschiandola. “Ma porca puttana!” Richiuse lo sportello e provò ad accendere il motore, ma per il nervosismo gli sudavano le mani e la chiave gli scivolò dalle dita. Imprecò ancora e riuscì ad avviare la macchina per spostarla di mezzo metro in avanti e poter uscire dall’abitacolo. Corse dalla ragazza e quando la riconobbe trasalì. La “mia Stella”. Cristo, era lei. Aveva gli occhi aperti e respirava un po’ affannosamente. “Come stai?” chiese qualcuno. “Bene… non sento niente… ma… non riesco ad alzarmi…” “Sarà lo shock…” disse un signore in abito con in mano una ventiquattrore. “Scusami… io… non ti ho vista…” “E’ colpa mia, tranquillo…” Lucida. Nonostante fosse appena stata investita. E bellissima. Non aveva nessuna ferita… forse se l’era cavata con una bici ammaccata… forse Mario non si sarebbe dovuto sentire in colpa di niente; forse si sarebbero conosciuti così, in un modo un po’ estremo, ma tutto è bene quel che finisce bene… ma tutti questi forse, non tenevano conto di una regola fondamentale: il Destino è uno stronzo.
“Ti fa male?” chiese una vecchietta. “Che cosa?” “Il ginocchio… è tutto gonfio…” Tutti se ne accorsero, allora. La ragazza indossava pantaloni molto larghi, eppure si vedeva chiaramente un rigonfiamento. Doveva fare malissimo. Ma lei non sentiva niente. “Riesci a muovere la gamba?” Mario sbiancò in volto. “No… non la sento più…” Non voleva crederci. La voce di lei ebbe un tremito. Tutti stavano iniziando a temere. Nessuno lo disse. Ma tutti lo pensavano. Qualcuno stava già chiamando il Pronto Intervento. Mario si sedette in mezzo alla strada e prese a fissare un punto indistinto nel cielo. Le voci concitate attorno a lui erano diventate parte dello sfondo. Indistinte, come il resto del mondo. Come sé stesso.
“Non è colpa mia… lo ha detto anche lei. Non è colpa mia, non è colpa mia.” Ma c’è solo una cosa più stronza del Destino: il Senso di Colpa. E se sono le emozioni che fanno sentire vivo un uomo, Mario in quel momento avrebbe preferito sentirsi morto. E invece era vivo come non mai. Ed era viva anche la “sua Stella”, anche se di lì a qualche giorno, entrambi si sarebbero tormentati chiedendosi se il Destino fosse stato clemente, risparmiandola, o avesse così dato l’estrema prova della sua cattiveria.
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venerdì 18 novembre 2005
ore 13:18 (categoria:
"Vita Quotidiana")
And The Winner Is...
Bene... Siore e Siori... Ci siamo!
Ricordo a tutti che il 9999esimo visitatore vincerà uno Spritz.
Il 10000 vincerà uno spritz (o un equivalente alcolico) e un tramezzino.
Il 10001 vincerà anchegli uno spritz, ma da consumarsi rigorosamente alla russa.
I premi, se non reclamati dai legittimi vincitori, verranno assegnati al sottoscritto da me stesso. A meno che non me li offra qualcuno.
E auguri al mio bloggo che oggi ne fa 10000! Che vecchio che è! 
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venerdì 18 novembre 2005
ore 10:03 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Proverbio del giorno 6:
Errare è umano. Muggire è bovino.
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giovedì 17 novembre 2005
ore 17:50 (categoria:
"Vita Quotidiana")
CCHIù PPILU PPI TTUTTI!!
Siccome che non mi passa un cazzo, facciamo che faccio un concorso in cui io ci perdo soltanto.
Indico (con l’accento sulla seconda i) tre premi:
Terzo Premio: Un caffè a chi entra nel mio blog 9966esimo. Che è un numero bello.
Secondo Premio: Uno spritz a chi entra nel mio blog 9999esimo. Che è un numero bello e anche l’ultimo a 4 cifre.
Primo Premio: Uno spritz (sostituibile con un altro alcolico di pari quantità) & un tramezzino al 10000esimo. Perchè sì.
E siccome ho detto che mettevo 3 premi ma mi piace contraddirmi, ne metto un altro.
Tombolino: Uno spritz, da bersi alla russa, al 10001esimo. Che è un numero inutile, ma credo che girerebbero le palle a chiunque a perdere di un pelo il premione. Anche perchè non ce n’è più fino ai 20000.
I premi non sono cumulabili. Anzi sì. Ma se riuscite a cumularli avete troppo culo. Ve li do lo stesso, ma mi fate schifo.
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giovedì 17 novembre 2005
ore 17:01 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Una Storia Come Tante
Brandello N°7
Stella stava percorrendo i trecento metri scarsi dalla fermata dell’autobus a casa sua, quando una Ka grigia, col parafanghi in tinta su cui non si potevano non notare alcune strisciate, si accostò a lei. Il finestrino si stava ancora abbassando quando una voce le intimò: “Salta a bordo, puttanella.” Stella, sorpresa, ma senza controbattere, aprì la portiera e salì sull’automobile, silenziosa. Il guidatore era già ripartito, mentre Stella ancora stava richiudendo la portiera e per poco non urtarono un’altra vettura parcheggiata un paio di metri più avanti. La Ka sfrecciò davanti al portone di Stella, la quale vide che Fra stava passando lì davanti proprio in quel momento. Pensò di chiamarlo, avvisarlo… ma al conducente la cosa avrebbe potuto non piacere e quindi lasciò stare. Del resto Fra non aveva guardato la strada e sembrava non aver notato la macchina. Stava fissando insistentemente un punto davanti a sé. Un osservatore attento si sarebbe accorto che fissava la lontana fermata dell’autobus. E un osservatore attento che lo conoscesse, si sarebbe chiesto se Fra stava passando sotto casa di Stella in quel momento per puro caso o se sapeva che l’avrebbe incontrata, qualora lei non fosse montata sulla Ka grigia. Stella però non era un’osservatrice attenta; non in quel momento, almeno. Aveva tutt’altro per la testa, come al solito. Tornò a fissare la strada davanti a sé senza spiccicare una parola. Ma il conducente aveva invece voglia di parlare…
R. suonò il citofono e gli rispose la voce di Mario. “Chi è?” “Volantini. Può aprire il portone per cortesia?” “No.” “Allora le vendo un’enciclopedia…” “Quanto costa?” “12 euro e 36 centesimi, IVA compresa.” “Fatta. Al primo piano.” Il portone si aprì ed R. salì le scale a due gradini per volta. “Che hai preso?” “La carica dei 101.” “Minkia. Un classico.” “Ti va un caffè?” “Non dovrei offrirtelo io, visto che è casa mia?” “Non te l’ho offerto. Ti ho solo chiesto se ti và. Così, tanto per sapere.” “Ora lo preparo…” Si sedettero in cucina e Mario preparò una moka per cinque persone. Riempì due bicchieri di vetro con il caffè e lo zuccherò. Sapeva quanto zucchero voleva R., così some sapeva molte altre cose di lui. Iniziarono a raccontarsi cazzate, ridendo e scherzando. E passarono così tutta la serata, dimenticandosi completamente della Carica dei 101 poggiata sul lettore DVD di Mario. Senza che se ne accorgessero si fece tardi e rientrarono i genitori di Mario. R. si fermò a chiacchierare un po’ con loro di argomenti ovvi e banali: come va l’università? La salute tutto bene? I nonni come stanno? Salutaceli tanto… e via dicendo. Ma a scapito della banalità della conversazione, essa era permeata da un calore da cui si evinceva la familiarità e il rispetto di R. verso quelle persone. Voleva bene ai genitori di Mario come fossero i propri.
Dopo una mezz’ora decise di andare via e salutò tutti. Mario lo accompagnò alla porta e si diedero appuntamento al giorno dopo a lezione. La Carica dei 101 era lì sul lettore DVD, inutilizzata e dimenticata. Non potevano certo immaginare i disagi che quella dimenticanza avrebbe loro provocato. Ma, non sapendolo,non ebbero modo di preoccuparsene e andarono a dormire concludendo col sorriso sulle labbra la loro inutile giornata. Inutile, poi, non ricordavano neanche perché.
Chi invece non riusciva a prender sonno e si tormentava di domande era Fra. Dove era finita Stella? L’aveva vista parlare con quell’imbecille alla fermata dell’autobus vicino all’aula studio; allora aveva guidato fino a casa di lei, anticipando l’autobus e si era appostato vicino al suo portone. Aveva calcolato i tempi alla perfezione e infatti appena arrivò davanti a casa di Stella, l’autobus lo superò. Guardò verso la fermata, lungo il marciapiede, e fu questione di pochi attimi, se non riuscì a vedere Stella salire sulla Ka grigia che gli passò quindi accanto inosservata una manciata di secondi dopo. Si innervosì molto, al pensiero che lei non fosse diretta a casa, quella sera. A che fermata era scesa? Dove era andata? Era mai salita sull’autobus? Fra non l’aveva vista salire, magari era rimasta lì a parlare con l’idiota alla fermata dell’aula studio e lui l’aveva invitata da qualche parte. Magari avrebbe preso l’autobus successivo. Aspettò nei pressi della fermata per tre quarti d’ora, ma quando l’autobus ripassò, Stella non vi scese e Fra sentì montare dentro di sé una rabbia nervosa nei confronti di quel… come diavolo si chiamava? Ormai era sicuro che fosse stato lui a rovinare il suo appostamento, i suoi programmi. Gliel’avrebbe fatta pagare. Nessuno doveva mettersi di mezzo tra lui e Stella. Nessuno. A qualunque costo.
E mentre R. dormiva tranquillo, Mario giocava alla Playstation, Fra meditava vendetta… Stella era ancora in quella Ka grigia, col parafanghi in tinta, sul quale non si potevano non notare alcune strisciate. E ancora pioveva. Come la sera prima. Le strade erano allagate e non si vedeva nessuno, perché nessuno andrebbe mai in giro con quel tempaccio. Non per due notti consecutive, almeno. La Ka era parcheggiata in una stradina buia e nonostante fosse accesa la luce nell’abitacolo, la pioggia cadeva tanto forte da impedire di vedere all’interno. Ogni tanto il guidatore accendeva il motore e avviava il riscaldamento dato che faceva un freddo atroce; il continuo cambiamento di temperatura aveva fatto appannare completamente i finestrini, il parabrezza e il lunotto posteriore. Un gatto, infreddolito e fradicio, aveva trovato rifugio sotto il motore dell’automobile, riuscendo così a scaldarsi e schiacciò un pisolino. Ogni volta che il motore si accendeva, il gatto si svegliava e correva via sotto l’acqua per poi tornare ad accucciarsi sotto di esso. Restò al caldo a lungo, quella notte; infatti quando si accesero i fari della Ka e questa cominciò a muoversi, ormai stava albeggiando.
E Fra si era addormentato ghignando. E Mario aveva due occhiaia da paura mentre spegneva la Playstation e si sentiva un vampiro. Ed R. dormiva e sorrideva. E sognava anche. Ma non avrebbe ricordato i suoi sogni, perché li avrebbe confusi con quelli che continuamente faceva ad occhi aperti, di giorno. Perché lui sognava sempre, questo era il suo segreto. Uno, dei suoi segreti.
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giovedì 17 novembre 2005
ore 16:45 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Finalmente lho trovato anche io sto generatore di nomi...

... praticamente un guardone!!
Bah, vi metto pure il link al generatore di nomi, così poi non mi rompete le scatolette a chiedermelo dato che non lho trovato in nessun blog: LINK
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