Voi “cattolici” siete al massimo degli onesti (benché ignari) seguaci di Lutero. “Cattolica” è sempre stato sinonimo di “Chiesa”... non ve ne abbiate a male!
L’altro giorno, bazzicando i dintorni del nostro oratorio, mi capita un incontro interessante: un bel giovane, intelligente, mediamente colto, lavoro intrigante nel mondo dell’arte, parlare brillante. “Leggo il Vangelo tutti i giorni. Ce l’ho sempre con me quando viaggio, e viaggio non poco. Quando sono in mezzo alla gente che trovo, mi succede spesso di parlare di Gesù, persona affascinante, anche con mussulmani amici e colleghi miei. Eppure quando ti ho sentito a Messa, parlare durante l’omelia, della vita della comunità cristiana a cui appartieni, mi è sembrato in tutta onestà molto fastidioso. Sembrava che dicessi che solo facendo vita di chiesa si può vivere la fede. E questo mi irrita, sinceramente. Mi sento giudicato perché io non sento così! Ho capito giusto?”. “Sì - ho risposto io – hai capito bene”. Integralista, ha pensato. Ma con un minimo di credito reciproco, almeno sulla reciproca sincerità, da lì ci siamo conosciuti. Lui era un cattolico che però in verità era un “protestante”, io ero un cattolico e basta (pieno di difetti, peccati, anche un po’ poco convenzionale, ma pur sempre cattolico). Scoperta interessante no?
Per iniziare (non vogliamo bene alla Chiesa)
L’esperienza di un rapporto promettente e affidabile con Dio e con il prossimo (convinzioni religiose, preghiere, pratiche, persone che ci sono venute dietro) non ce la siamo data da soli: con tutti i difetti possibili e immaginabili, ci è stata annunciata e trasmessa a contatto con la vita della Chiesa, di un parroco, di un catechista, di una suora, di una comunità, di un vescovo. Questa Chiesa, che è quella che c’è, è un po’ come la Mamma della fede, come l’abbiamo ricevuta ‘in dono’, come ci è stata ‘data’. È Lei che ci ha dato alla vita di fede. Senza di Lei non ce la saremmo nemmeno potuta sognare la vita di fede. Noi però, non vogliamo bene alla Chiesa. Altro che mamma!
E’ sconfortante. Una volta, alle elementari e alle medie, quando ti dicevano che la tua mamma era una poco di buono, e che faceva meglio a non andare tanto in giro ma a pensare alle cose di casa sua, ci si indignava, si prendeva la rincorsa e ci si batteva per difendere l’affetto più grande, quello di Colei che ci ha generati, perché ciò che ci lega al lei non è evidentemente solo un fatto “ostetrico”, ma “affettivo”, morale, spirituale! Questo lo si faceva a prescindere: voglio dire, non che non si sapessero i difetti della mamma, non che la mamma non potesse avere qualche difetto, ma comunque la Mamma era (ed è) sempre la Mamma, non si tocca!! Questa verità l’ho vista difesa addirittura da parte di ragazzi di periferia la cui mamma poi davvero era una poco di buono! E li ho visti arrabbiati fino alla furia per la loro mamma offesa.
Della serie: lasciamolo parlare (non vogliamo bene al Papa) Parla il papa (Joseph Ratzinger, filosofo, teologo, insegnante per decenni in istituzioni universitarie, vescovo, cardinale, prefetto della fede, il collaboratore più stretto di un papa… Credo effettivamente che si tratti di un “ingenuo”, “poco lucido”, “sprovveduto”, “irresponsabile”, “uno che deve chiedere scusa” e non forse invece “l’uomo più intelligente del secolo” come qualcuno l’ha definito coraggiosamente, ma non credo tanto ingiustamente) e mette in guardia dall’Islam! Tutti gli danno addosso; volevo vedere se parlava un mullah. Oppure diamo fiducia alle parole di Adriano Sofri che ironizza dicendo in un articolo apparso su Panorama del 25 settembre:
“La mia simpatia per il Papa in disgrazia”. Condividiamo supinamente tutto, tranne tentare di capire profondamente ciò che il Papa ci ha voluto indicare, coraggiosamente.
Noi non vogliamo bene al papa, (badate: forse al massimo riusciamo ad provare simpatia per Karol Wojtyla, forse stimiamo il Prof. Dott. Ratzinger, ma non mi dite che vogliamo bene al papa!! Il papa ci dà fastidio, il papa ci indispettisce, il papa ci lascia perplessi, davanti al papa diventiamo critici fino al cavillo, alla rabbia). La morale e il magistero? Roba d’altri tempi. Chi sono quelli per dire a me cosa devo fare! Preservativo, rapporti prematrimoniali, pacs, uso dei soldi, del tempo, del lavoro fine a se stesso: ognuno ha il diritto di fare ciò che vuole! Ditemi cosa resta della fiducia nel Signore e nell’esperienza che offre, e che si chiama appunto… vita ecclesiale!
Della serie: lei, vergine?! Madre di Dio?!! senza colpa?!!! (l’amore per la Madonna) La Madonna, poi. Ne abbiamo fatto una “donna come tutte”, che a furia di renderla così normale e avvicinabile ci dimentichiamo della sua straordinarietà, del posto singolare e potente che, attraverso la vita umile, Dio le ha dato nella storia dell’umanità, della Chiesa e di ognuno:
“Se il demonio invocasse il nome di Maria santissima sarebbe subito salvo” (Massimiliano Kolbe);
“Preghiamo Maria! Senza di lei nulla mi sarebbe stato possibile” (don Bosco); il rosario… inutile, noioso, ripetitivo, non nasce dal cuore, non è una preghiera dove dico ciò che sento, non è dunque autentica…
E Lutero applaude!
Della serie: io parlo direttamente con Dio, no? (l’amore per Messa e Confessione) Alla Messa la domenica… Devo recuperare la settimana, c’è la partita di calcio di mio figlio, facciamo la gita con la famiglia… L’adorazione? Che barba… e cosa bisogna dire?! Il rapporto con Dio deve essere sincero ed immediato se no non è autentico! La Messa è un rito. E poi la gente che ci va è peggio di tanti altri. Io parlo direttamente con Dio! E mi sento capito!!
L’altro ieri ho proposto ad un parroco di questo mondo:
“Se l’incontro di catechismo dura un’oretta, e facciamo un quarto d’ora di gioco iniziale, giusto per scaldare l’ambiente, e poi la mezz’oretta di Annuncio… possiamo concludere come momento di preghiera con tutti i ragazzi con un breve momento di adorazione in ginocchio davanti a Gesù Eucaristia e l’ascolto della Parola della domenica?”. Mi risponde:
“Ogni volta? E’ una proposta che non mi aspettavo. Mi coglie di sorpresa!”. E se coglie di sorpresa un sacerdote che l’eucaristia la vive ogni giorno e ha il compito vocazionale di educare il popolo di Dio a vivere eucaristicamente, dobbiamo proprio dirci: ci siamo persi l’essenziale per strada! L’essenziale non solo è visibile agli occhi, ma è toccabile, addirittura mangiabile. Purché gli occhi siano quelli ‘giusti’: in tutto è sempre questione di ‘aver occhio’ per riuscire a vedere le cose.
La confessione? A maggior ragione: ognuno se la vede direttamente con Dio! Non vado a dire le mie magagne ad un altro io. A cosa serve e chi è poi lui?! Non ci rendiamo conto che la confessione sacramentale è contemporaneamente realizzazione certa della pace con Dio e con la comunità di fratelli che con il suo peccato ciascuno di noi ferisce (anche il più piccolo e invisibile, se è peccato davvero, è del male che arriva impercettibilmente anche a chi non se ne può accorgere, come l’inquinamento della tua auto). Allora la confessione all’orecchio di un prete è una delicatezza della chiesa, mamma: dovrei chiedere scusa a tutti, ma questo la chiesa lo sa che è pesante e umiliante. Allora mi fa chiedere scusa a uno solo, che mi dona il perdono a nome di tutta la comunità ferita. E insieme a nome di Dio. Ma chiedere scusa e cambiare dal male fatto sta diventando, diabolicamente, una ‘debolezza’, non riusciamo ad accoglierlo come semplicemente è: il Paradiso possibile in terra.
Della serie: troppa Parola di Dio (grazie al Vaticano II, prima avevamo solo Rosario, Messa il latino e riti). Però leggiamo il Vangelo, e basta origliarlo ogni tanto, mostrare un rispetto civile verso di Esso, per dire che, in fondo, suvvia, siamo tutti cristiani (come disgraziatamente diceva Benedetto Croce). Oggi lo legge, a suo modo, anche Bertinotti, come Vattimo recita i salmi. Appunto! Sola Scriptura, diceva Lutero! Ma andate a Messa, piuttosto. Ho due amici sposati, “cattolici”, ma di quelli critici: guai a parlargli di morale familiare e sessuale, guai a parlargli di obbedienza alla fede ecclesiale, guai a parlargli di confessione e di Rosario! Guai a parlargli di evangelizzazione, nemmeno quella “nuova” gli va bene, anzi di meno perché è più esplicita, coraggiosa, meno ambigua, troppo “forte” dicono (però vi assicuro che vanno ogni anno a Bose, per la Lectio). Lasciate perdere un po’ la lettura personale della Scrittura (che vi rammento, smemorati, è già opera che si è formata, è stata scritta dalla “chiesa”! Come a dire: senza la “tradizione”, l’interpretazione autentica della “chiesa”… fate solo plagio! E poi rischiate il soliloquio, che la Parola vi dica soltanto quello che già pensate, in voi stessi. Nient’Altro!).
Obbedite un po’ di più, che tutte queste critiche al papa sono solo la manifestazione della vostra superbia, non di spirito critico (altrimenti avreste accolto con curiosità e ossequio il discorso di Ratisbona, che non solo non avete accolto ma neppure letto; e ditelo no!, ditelo che magari ci avete provato ma poi, annoiati, l’avete lasciato lì. Tanto la vostra vita va avanti anche se non sapete il pensiero del papa e della Chiesa! Anzi, secondo me pensate che sia anche meglio. Meno ingombro! Lutero è orgoglioso di voi. Infatti questo è esattamente il suo pensiero. Forse però dell’intervento del papa avete ‘toccato’ per interposta persona, attraverso i commenti di Corriere della sera, Panorama ed Espresso, o attraverso il commento di qualche Dj rimasto a casa dall’Isola dei Famosi a “lavorare” in TV o a Radio 105… d’altra parte sono i vostri intellettuali di riferimento!)
Piccolo catechismo, per una resa finale… e filiale (per chi vuole voler bene alla Chiesa)
Cattolico vuol dire aver l’onestà coraggiosa di dire che al centro di prassi e pensiero c’è:
1. Vivere l’Eucaristia (con la Sua presenza reale), confessione (ove si chiede la pace con Dio ma anche la pace con i fratelli, con la Chiesa) e sacramenti;
2. Ascoltare e obbedire al Papa quando si esprime su fede e costumi, alla tradizione e al magistero episcopale;
3. Amare, onorare e imitare Maria Santissima, soprattutto con il Rosario
4. Amare, onorare e imitare i Santi
5. Credere in Dio Padre, Figlio (incarnato, morto e risorto per noi) e Spirito santo (con cresima in omaggio), lo fanno anche i “luterani”, come a dire… non dà fastidio a nessuno, e così come la vivono i più, fondamentalmente irrilevante per i significati! Ricominciare a credere in tutto questo credendo la Chiesa una santa cattolica e apostolica, questo fa oggi la differenza. Chi non vuole ci lasci, per favore, la libertà di essere “cattolici” in questo senso! Non vogliate dirvi “cattolici”, siamo arrivati prima. Usate un’altra parola (suggerisco: più che atei, agnostici, liberi pensatori… dite “protestanti”. Ma è solo un suggerimento. Se vi può servire). Tale è il frutto pastorale-educativo di tanto nostro impegno in oratorio, scuola e parrocchia. La nuova evangelizzazione ci aiuti a levare le ambiguità, prima nostre che dei “luterani” cattolici che educhiamo.
"Ti pensi raccomandato, ti trovi smonato: che fregatura!"
di don Marco Pozza
Stai mangiando. Assaggi la minestra: manca il sale. Prendi il sale, lo getti nel cestino e ti arrabbi perché la minestra è ancora insipida. Ma se hai buttato il sale nel cestino… Sei a scuola. Prendi l’astuccio, lo getti nella spazzatura e ti arrabbi con la maestra perché tutti disegnano e tu no. Ma sei hai buttato i colori nella spazzatura… Sei in autostrada da dieci ore: caldo, traffico, multe, sorpassi, benzina. Non sai dove andare. T’arrabbi con il vigile perché la strada non finisce mai. Ma se non hai deciso la mèta… Hai 40 anni. Dormito, riposato, giocato, russato, mangiato, bevuto. Ti arrabbi con l’anziana madre perché i tuoi figli non ti abbracciano. Ma se non ti è mai passato per la testa l’idea di una famiglia… Accendi il telefonino: non s’accende. Tutto nervoso sferri un pugno al rivenditore. Ma se non hai inserito la batteria… L’auto è nuova. Non vuoi far benzina. Diventi furibondo perché non s’accende. Ma se non fai benzina…
A Nazareth avevano gonfiato il petto d’orgoglio. Per un giorno… al centro del mondo. Tornava a casa uno di loro, uno dei pochi che erano riusciti a far parlare di se fuoridalle campagne di Galilea. Poi… era dolce e discreto come un bambino, ma sapeva anche diventare ferreo e coraggioso contro le ingiustizie. Non temeva di chiamare “volpe” Erode e serpenti i capi religiosi della sua epoca..
Nella sinagoga del suo paese avvenne qualcosa di strano. Tutti, all’udirlo,
“erano meravigliati dalle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”, fino a renderne testimonianza (Lc 4,22). E non ci risulta difficile immaginarcela quella povera gente: attonita, con il fiato sospeso davanti a quello che Gesù aveva da poco catapultato nei loro cuori. Li per lì ne restano affascinati, sedotti, catturati, ma basta un attimo e tutto si capovolge in odio feroce. Come si permette Lui – semplice figlio di Giuseppe, falegname di Nazareth – parlare in quel modo? Quell’Uomo, che avevano visto giocare insieme ai loro figli, uno che avevano sentito più e più volte tossire per le viuzze al calar del sole, uno che avevano visto rantolare dopo un lungo inseguimento sui prati ingialliti di anemoni? Nessuno è profeta in patria: questo anche i muri lo sanno. Ma c’è da credere che Gesù s’aspettasse da quelli del suo paese uno strappo alla regola, un’eccezione che confermi la norma, un exploit che confermi la normalità. E invece, strada facendo, dovrà accorgersi che i suoi nemci sono proprio lì,
“tra i suoi parenti, in casa sua… e si meravigliava della loro incredulità” (Lc 6,4-6).
Luca dipinge bene la rabbia che stava montando nel cuore dei suoi paesani:
"lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte… per gettarlo giù dal precipizio”. Insomma, volevano ammazzarlo, tutti insieme, a denti stretti, compatti. Perché? Perché la santità, quando è pura, diventa “segno di contraddizione”, svela i pensieri dei cuori e, perciò, scandalizza, fino a diventare mortale. Soprattutto se c’è una folla unanime disposta a scagliarsi contro di lui.
I suoi paesani sono ingordi di miracoli. Vogliono il miracolo! Cavolo, una magia a casa sua la può concedere. Vogliono l’emozione, l’eccezione, la magia. Come a Cafarnao! Sono “raccomandati”, sono paesani di Gesù, è il figlio di Giuseppe! Ma dei miracoli, Cristo fu nemico. Quale più quale meno, tutti i miracoli sono strappati alla sua pietà, carpiti alla sua condiscendenza, persino rubati con l’astuzia. E ogni volta che ne concede uno, noi sappiamo che quel cieco che apre gli occhi, quello storpio che getta le crucce, quel morto che risuscita non è il vero miracolo. Se non per noi. Per Lui il miracolo è un altro, quello che dovrebbe sgorgare di conseguenza, per ottenere il quale ha ceduto a farsi mago e che invece gli riesce solo raramente: la fede. Vogliono il miracolo, ma Lui non lo compie perché manca la fede! E loro?
“Furono pieni di sdegno, si levarono, lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero fin sul ciglio del monte… per gettarlo giù dal precipizio”.
Eppure Dio non cambia idea sull’uomo!
“Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato. Ti ho stabilito profeta delle nazioni. Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti” – dichiara con amore eterno Dio al profeta Geremia.
Verrebbe da deriderli, da condannarli, da tirare le orecchie a questi paesani scomposti di Gesù. Verrebbe da far tutto questo… se non c’aggorgessimo che noi stiamo facendo lo stesso. Dopo millenni si è avverata la profezia che tutti attendevano. Ma non come l’attendevano! Si sognava un posto al sole in compagnia di quell’uomo… e ci si trova con la rabbia nel cuore. Siamo uomini, ma stiamo perdendo. Abbiamo inventato il navigatore satellitare, il gprs, le cartine stradali su cellulare, le voci metalliche che ci indicano la strada, Porche e Ferrari, Lamborghini e jumbo, sfidiamo la veloci del suono…ma gettiamo Chi dice:
"Io sono la Via". Abbiamo firmato invenzioni millenarie, scritto montagne di libri, intavolato migliaia di discorsi. Abbiamo urlato, convinto, venduto, comprato. Come ai tempi di Noè! Ci siamo fidati di mille cartomanti, indovini e fattucchieri… Mangiamo psicofarmaci e lassativi, beviamo diuretici e sciroppi, per merenda Valium e per dormire Tavor…ma gettiamo Chi dice:
"Io sono la Verità". Conosciamo l’uomo a menadito, sappiamo smontarlo e rimontarlo, amarlo e tradirlo, generarlo, assisterlo e clonarlo. Lo facciamo piangere, ridere, godere, diventare goloso e anoressico, bulimico e affamato. Lo regoliamo a nostro piacimento! ma gettiamo Chi dice:
"Io sono la Vita".
Porca miseria, possibile che a nessuno venga il dubbio che nell’istante in cui gettiamo la Via, la Verità, la Vita … gettiamo la nostra serenità? La nostra felicità d’essere uomini?

Insomma. Vuoi la minestra salata ma non vuoi mettere il sale. Vuoi disegnare, ma non vuoi i colori. Vuoi arrivare, ma non sai decidere dove andare. Non vuoi una famiglia e vuoi l’abbraccio di un figlio. Vuoi accendere il telefonino, ma non vuoi la batteria. Vuoi accendere l’auto, ma non vuoi far benzina.
Insomma… siamo come i paesani di Gesù. Vogliamo Gesù, ma non quello che Gesù dice.
Robe da matti!Buona settimana
don Marco Pozza
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sabato 27 gennaio 2007 - ore 00:03
Alfredo Bonazzi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
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Alfredo Bonazzi: la belva di viale Zara
7000 giorni di galera.
Ergastolano - Libero - Poeta di Dio"
Alfredo Bonazzi è nato nel 1929. Ex ergastolano, è stato graziato nel 1973 dal Presidente della Repubblica Giovanni Leone per meriti letterari, dopo ventotto anni di detenzione passati tra riformatorio, istituti di pena e manicomio criminale. Il reato per cui gli è stato inflitto il carcere a vita fu l’omicidio di un anziano tabaccaio a Milano, in viale Zara, il 3 aprile del 1960. Si è avvicinato alla letteratura nel manicomio criminale di Reggio Emilia, dove trascorse un anno, di cui 67 giorni legato al “letto di contenzione”, immobile. L’esperienza ispirò, anni dopo, il libro – inchiesta Squalificati a vita (Piero Gribaudi, Torino 1975). Ogni notte, un suo compagno di prigionia declamava Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Bonazzi si incuriosì e si fece prestare quel libro di Cesare Pavese. Era entrato in carcere semianalfabeta, quando fu graziato era iscritto all’Università.
“Parliamoci chiaro: tutti hanno diritto di chiamarmi assassino…”.
Assassino, invece, non lo chiama più nessuno: lo chiamano poeta, marito, papà, amico. Si può dire che il resto del mondo lo ha perdonato. A cominciare dalla società che, nel 1973, attraverso il Presidente della Repubblica Giovanni Leone gli ha concesso la grazia. Per arrivare alla figlia della sua vittima, Giuseppe Pellegrini, 78 anni, ucciso a Milano, nella sua tabaccheria di Viale Zara, il 3 aprile 1960. Subito dopo la sua liberazione, in un’intervista radiofonica dichiarò: “Se Alfredo Bonazzi ha testimoniato il suo dolore attraverso la poesia, bene, io posso perdonare". Fu una gioia molto più grande della grazia. Riuscire a superare il rancore dopo che il padre ti viene assassinato in quel modo, senza una ragione…
Eppure non basta.
Non basta perché quella notte “ha preso la morte per mano e l’ha portata negli occhi di un uomo, si è messo al posto di Dio”. Dunque, “solo Dio potrà darmi un domani la sua misericordia e dirmi: ti sei veramente riscattato”.
“La speranza nasce dal fondo dell’abisso. Se io sono disperato, condannato, specialmente se sono ergastolano e so che la mia data di liberazione è il “mai”, ecco che può venire fuori tutta la bellezza e la potenza dell’uomo. In quel momento sei senza futuro, eppure senti che un futuro in qualche modo te lo devi inventare. E’ un controsenso, si intende. Però basta che dal fondo intuisca uno spiraglio, perché ce la possa fare. Anche se sarà doloroso arrivare fino in cima. Ma so che la luce esiste. So che si può.
In carcere ci si addormenta con mille interrogativi, qualche giorno ci si può anche svegliare con una risposta”.
Alfredo Bonazzi una risposta l’ha trovata. E si metta pure il cuore in pace: nessuno ha più il diritto di chiamarlo assassino.
*** Per approfondire la sua storia:Fabio Finazzi,
Fratello Lupo. Dall’ex bandito Cavallero a Pietro Maso: un francescano tra gli ergastolani, Paoline 1996 (Prefazione di don Luigi Ciotti)
Emanuela Zuccalà,
Risvegliato dai lupi. Un francescano tra i carcerati: delitti, cadute, rinascite, Paoline 2004 (Prefazione di don Luigi Ciotti)
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