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domenica 11 febbraio 2007 - ore 16:26



(categoria: " Vita Quotidiana ")


VI^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
"Questione di maiuscole"

di don Marco Pozza

Una crociera è da sogno nei depliant; ma per gustarla occorre imbarcarsi e navigare. Una Porche fa bella figura in garage; ma altra cosa è accenderla e darle gas. Bella cosa è il progetto di una casa, ma tutt’altra soddisfazione vederlo realizzato. Pensa che potenza se ne sta nascosta in un computer, ma lo si deve accendere per poterlo apprezzare. Se hai fame… che sorriso quando vedi arrivare il cibo sul tavolo, ma devi muovere le dita e metterlo in bocca per gustarne la prelibatezza. Che gioia un collier d’oro. Ma se non l’indossi rimane anonimo nella scatola. Una crociera va intrapresa, un Porche va accesa, un progetto va realizzato, un cibo va ingoiato, un collier va indossato… In caso contrario, dove sta la loro preziosità?


“Tutta la moltitudine cercava di toccarlo”. Una folla gigantesca: radunati tutti assieme hanno un solo bisogno, una sola curiosità. Quale sia l’interrogativo che vogliono porre a Gesù essi stessi lo ignorano. Ma Lui lo sa bene. Molto bene. E oggi risponderà. Essi vogliono sapere della felicità: se esiste, cos’è, per chi è. Perché la covano talmente dentro i loro pensieri, che si deve fare di tutto per raggiungerla.
Allora Gesù si pone a sedere, non fa miracoli su quelle gambe ciondolanti ma tenta il miracolo sui destini di questi poveri uomini aggomitolatisi attorno. Apre la bocca e insegna la felicità. Sai… l’uomo è un bambino svagato, è uno spensierato superficiale finchè il pianto non lo fa adulto, riflessivo, intelligente. L’uomo dice di voler la felicità, poi s’addormenta nella contentezza. Sogna le vette ma s’innamora della palude. Grida l’eterno ma affitta lo spazio. “Beati!”. Beati chi? Si parla già di gente felice? Non ci sono grandi discorsi, commoventi introduzioni, un po’ di preambolo? No, Costui parte subito. “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli… Beati i mansueti perché possederanno la terra”. Poveri in spirito? Cioè? Penso siano quelli che non credono in se stessi, i prigionieri di una timidezza invincibile, gli uomini che non hanno fantasia per progettare il loro domani, che non possiedono personalità per realizzarlo. Sono solamente signori della speranza, ma di una speranza che non sono capaci di agganciare a nessuna scadenza. Sono i silenziosi che vivono senza toccare nulla, guardano il cielo perché sanno che è l’unica cosa che non si contende a nessuno. I cieli a loro, la terra ai mansueti. I miti non sono dei tonti, ma coloro che difendono i diritti senza ricorrere alla violenza.


“Beati coloro che piangono, perché saranno consolati… Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”. Incredibile: piangere è già una beatitudine. Il pianto ci rende misericordiosi, ci fa provare pietà di noi stessi e degli altri. E quando siamo misericordia, finalmente si spacca il confine che separa l’uomo dal suo Creatore.
E’ facile essere generosi e disinteressati un giorno si e l’altro no. E’ facile essere schietti e leali qualche volta. E’ facile essere giusti a giorni alterni, o dove il rischio non è troppo alto. E’ facile perdonare quando non ce l’hanno fatta troppo grossa. E’ facile tifare per la pace quando nessuno ci da fastidio. Così come è facile studiare quando ce ne va, fare sportfinchè non diventa impegnativo, coltivare l’amicizia con le persone simpatiche. Ma non si diventa campioni allenandosi quando ce ne va, quando non si ha niente altro da fare. Così si diventa solo schiappe.


“Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio… Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio”. Almeno il cuore resti puro, visto che la carne tante volte si contamina facilmente passeggiando in questo mondo. Se Dio non lo potremo abbracciare perché le nostre mani non sono pure, almeno il cuore si salvi in una innocenza generosa per poter vedere il suo volto. Sono le persone leali, schiette, sincere, limpide. Sono quelli che non dicono una cosa e ne pensano un’altra. Quelli che non ti fanno lo sgambetto appena ti distrai, quelli che non ti fanno il sorrisetto davanti per pugnalarti alle spalle. E se vorremmo essere chiamati figli di Dio, allora dobbiamo arruolarci nell’esercito dei pacifici: che è una durissima milizia e tutto vuol dire fuorché vivere in pace e disertare la lotta, ma battersi con tutti gli Abele della storia. E “beati coloro che soffrono persecuzioni per la giustizia, perché di loro è il regno dei cieli… Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e vi perseguiteranno, e rigetteranno il vostro nome. E diranno ogni male di voi per causa mia…”. E chi non soffre per l’ingiustizia? Eppure anche questi “beati”. Ma come, quando? Subito. Sempre. Già oggi, non domani. E’ un avvertimento, un incoraggiamento da parte di Gesù: guardate che se vi comportate così non avrete vita facile! Ma la vostra ricompensa è grande nei cieli. “E’”! Non: “sarà”. La vita di costoro è beata, bella, felice, costruttiva fin d’adesso. E se sarà splendida la loro eternità, di morire quasi quasi non s’accorgeranno.


Quante volte ci siamo illusi pensando: “Copio gli altri e diventerò qualcuno anch’io”. Abbiamo copiato, scopiazzato, ricopiato… e siamo s-coppiati! Ma non abbiamo imparato la lezione: copiamo, copiamo, copiamo e ci scopriamo mezze cartucce. E allora? “Perché vivere?” – ti chiedi? Sbagli, secondo me. Devi chiederti: “Per chi vivere!”. E’ meglio. Se vivo per qualcosa guardo sempre e solo a me. Se vivo per qualcuno esco da me. Ma allora viviamo per qualcuno o per Qualcuno? Con la lettera maiuscola o minuscola? Attenzione: perché la vita dipende da una maiuscola o da una minuscola. La stragrande maggioranza sceglie “qualcuno”. Sai perché? Perché “Qualcuno” con la Q maiuscola fa uscire dal branco, richiede coraggio per camminare da soli, per camminare contro utti, per incontrare, stringere, abbracciare.
Capisci perché su quella pianura oggi è un giorno speciale. Bisognava fare qualcosa di grande e d’immediato per quella sterminata turba di gente che soffre per rincorrere la felicità. Bisognava capovolgere il mondo, metterlo come un carro di fieno a ruote per aria.


E poi quei guai! Un bambino è malato. La madre chiama il medico e il medico dice: “Per guarire occorre digiuno assoluto”. Il piccolo piange, strilla, supplica, sembra languire. La mamma, pietosa sempre, unisce i suoi lamenti a quelli del figlio. Le pare durezza quello che il medico ha prescritto. Ma il medico non cambia terapia e dice: “Signora, io so. Lei non sa. Vuole perdere il bambino o lo vuole salvo?”. La madre urla: “Voglio che egli viva!”. ”E allora – dice il medico – non può magiare. Sarebbe la morte”.
Forse anch’io un giorno giungeremo a dire: “Signore, grazie di non aver ascoltato la mia stoltezza”.

Buona settimana
don Marco Pozza


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sabato 10 febbraio 2007 - ore 07:16


Storie d’attualità
(categoria: " Vita Quotidiana ")


SULLA VIA DI DAMASCO
Oggi, RaiDue 10.30
"L’inutile indispensabile"

di Amedeo Cavrìn
umanista e inviato speciale de Il Casolare di Fulgaria

Un sabato sera come mille altri. Una città uguale a se stessa eppure foriera di sempre nuove sfacettature. Voci, suoni, colori, profumi e odori di una Padova che vive con i giovani, per i giovani, assieme ai giovani. Storia di una città inquieta e stanca, innamorata e serena, trasparente e contradditoria.



Un viaggio - curato dal regista RAI Alessandro Rosati - in compagnia di don Marco Pozza. E’ la storia di un giovane tra i giovani, che parla il loro linguaggio, che ha tempo per ascoltarli e che spesso si trova solo in questa moderna crociata. Il suo modo di parlare, la sua simpatia, associati al suo modo di porsi, anche esteriormente, gli permettono di mescolarsi con il "popolo dello spritz" e di testimoniare il suo vangelo.
Sulla via di Damasco è un programma ideato e condotto da don Giovanni d’Ercole, volto noto della Tv e Capo della Segreteria di Stato Vaticana. Ospite in studio in questa puntata sarà Franco Califano, poeta - cantante - compositore italiano.


IL CORRIERE DEL VENETO
"Di notte le ragazze sembrano tutte belle..."

di don Marco Pozza
da Il Corriere del Veneto, sabato 10 febbraio 2007, pag. 7

Un sabato sera come mille altri: festa e solitudine ordinaria, spritz e ordinaria cronaca etilica, gioia, dolore e miseria. Un prete giovane, un regista e un piccolo sogno: affascinare parlando di Gesù Cristo sotto il cielo di Padova. Con una sola certezza: sulla strada che conduce ad Emmaus, qualche millennio fa, l’impresa è riuscita con due viandanti. Nato sulla strada, il Vangelo vive sulla strada.


“L’inutile indispensabile” – ha intitolato don Giovanni d’Ercole la sua puntata de Sulla via di Damasco che va in onda stamattina su RaiDue alle 10.30. Protagonista è Padova. Perché Padova? Perché, uscendo sulle strade, fai la scoperta più bella: anche qui s’inseguono le stelle. Cioè si alzano gli occhi. Le stelle dell’astrologia che promette soldi se risparmieremo e pace se non si litiga (previsioni che francamente non necessitano di astrologi e indovini). Del calcio, dello spettacolo, della moda… che regalano successi facili e guadagni favolosi. Per poi lasciarti per strada. E allora anche qui vorremmo - su invito di una teologa trentina - poter guardare il cielo e scoprire qualcosa come la stella che ha acceso il cuore di tre Magi venuti dall’Oriente. Stanchi di cieli artificiali che hanno cacciato gli angeli e trattano da clandestini i santi, che hanno espatriato persino Dio per ospitare tarocchi e cartomanzie… c’è sete di desideri grandi, voglia di vincere la pigrizia, nostalgia di occhi che non s’arrestino alla superficie delle cose. Delle persone! Della Scrittura Sacra, di un testo che dice con coraggio e senza contraccettivi la nuda verità della vita e della morte, dell’eros e della violenza. L’incanto e il sapore di cenere, l’altezza cui possono arrivare gli uomini agganciati a Dio e la bassezza cui quegli stessi uomini possono giungere sganciati da Dio.
Tu, prete, costretto alla strada perché t’accorgi, fissando il volto della tua Chiesa, che mancano tanti volti. I volti che appartengono alla notte perché, parafrasando Jovanotti, “di notte le ragazze sembrano tutte belle”. Volti che ti sfidano con la musica, con l’abbigliamento, con la provocazione. Volti che sfidano e poi hanno paura: paura di non essere competitivi, paura del futuro. Volti che ti chiamano nella strada per esplorare i loro luoghi, per celebrare le loro liturgie, per inginocchiarti nelle loro “cattedrali”…per aiutarli ad uscire dall’anonimato e farli sentire importanti. Sulla via di Damasco si consumò il sogno d’amore di Cristo per Paolo di Tarso. Inseguito, braccato, conquistato. Sulla strada di Padova, ricamata di Ralph Laurent, Gucci e Prada, di Woolrich, Museum e All Star di Aperol, Campari e Tequila.. ogni tanto i ragazzi esplodono alla ricerca di un Volto nuovo. Osservano e, se non trovano, se ne vanno. Con una speranza in meno e una nostalgia di Cristo in più.


Occorre intercettarli! Ma è fatica perché quaggiù da noi, nel disastro di meridiani e paralleli, succede un po’ quello che capita con le comuni autoradio, quando la domenica pomeriggio, in macchina, si vuole ascoltare tutto il calcio minuto per minuto. Selezionato il programma giusto nella selva di trasmissioni analoghe, diventa quasi impossibile seguirlo fino in fondo perché continuamente frantumato dalle interferenze. Sempre nei momenti clou. Le interferenze! Noi uomini siamo ingegneri nel costruirle pur di disturbare la voce di Dio! Che comunque… non scompare.
Perché quando l’inutile diventa indispensabile… Cristo è ancora una carta da giocare per non essere scontati ai loro occhi!

Don Marco Pozza


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venerdì 9 febbraio 2007 - ore 00:01



(categoria: " Vita Quotidiana ")


CON I PIEDI PER TERRA
"Sutor ne ultra crepidam"
Ovvero... la tuttologia di Pippo Baudo


di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 9 febbraio 2007, pag. 6

Scrive G.M. Missaglia: "Sport, voce del verbo to sport: contare i passi, misurare il gioco con il proprio corpo, con la propria vita. Conquistare lo spazio, controllare il tempo, inventare un senso”. In teoria. E in pratica?



“Ciao papà, questa è l’ultima occasione in cui tutti vedranno quanto ti voglio bene. La mia vita non sarà più facile, adesso, perché tu eri bravo in tutto ma soprattutto nel fare il papà. Io non so stare senza te… Ti posso giurare che sono e sarò sempre fiera di essere tua figlia” (Fabiana Raciti). Che bello se le mani idiote che sui muri dell’Appiani hanno scarabocchiato “Sbirri -1” avessero visto le lacrime di quell’adolescente china di fronte alla bara di papà. Ammazzato. Perché? Perché in mezzo a migliaia di persone, basta una sciarpa sulla faccia a convincersi d’essere nascosti e insospettabili. Non solo a Catania! Ha ragione Pino Ciociola: il calcio è un pretesto. Grosso, comodo, mediatico. Ma se non è una partita è una mattinata di follia a scuola. E’ un disabile umiliato. E’ un furto. Una rapina. Sponsorizzato e alimentato, magari, da interviste come quella rilasciata da Francesco Caruso, deputato di RC, al Corriere. Come dire: prima vi diamo l’idea, ve la elaboriamo…poi vi distruggiamo di discorsi quando la concretizzate. Ma chi sono questi ragazzi? E’ difficile stringere loro la mano. Prima del loro volto solitamente arrivano le notizie ANSA, il sangue, il dolore, la sofferenza e le interpretazioni degli esperti di settore. A volte vengono tacciati come giovani “lupi” insoddisfatti, tristi, bisognosi di atti di eroismo che li pongano tra i loro simili nella categoria dei temerari. Eroi per soffocare la frustrazione e la voglia di protagonismo assopita nell’anima. Eroi per far capire che ci sono! Forse che ci siamo dimenticati di loro?
Manca solo che - iscritti al corso di “tuttologia” di Pippo Baudo - qualcuno proponga lo slogan: “Impiccateli tutti”. Come se un cappio legato ad un soffitto fosse la combinazione vincente di questa roulette che chiamiamo giovinezza. Rimane l’amara constatazione di Savino Pezzotta, presidente della Fondazione per il Sud, che s’interroga su che “cosa si agita nel mondo giovanile. Sono figli nostri. Cosa abbiamo costruito per loro?”.
Ma c’è da credere che se non ci scappava il morto, sarebbe stata un’altra domenica di “normale guerriglia”.

don Marco Pozza

* Il titolo "Sutor ne ultra crepidam" è ripreso da un celebre episodio dell’antichità, quello in cui il grande scultore Apelle, dopo aver chiesto a un calzolaio consigli su come raffigurare una scarpa, si sentì da costui dare pareri anche su come scolpire la gamba della statua. Apelle gli rispose: "Sutor ne ultra crepidam" (calzolaio non andare oltre la scarpa).


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lunedì 5 febbraio 2007 - ore 20:39


Il Pirata di Cesenatico
(categoria: " Cinema ")


RAIUNO - 21.10
"Pantani. Un eroe tragico"


"Marco, perchè vai così forte in salita?".
"Per abbreviare la mia agonia"


(Tour de France 1998)




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domenica 4 febbraio 2007 - ore 00:22



(categoria: " Vita Quotidiana ")


V^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
"Sulla sponda ... lo sfottò di un Passante!"

di don Marco Pozza

Pescare in alto mare di giorno è un po’ come… accelerare quando vedi in fondo al rettilineo un telelaser della polizia. Non farti dare lo scontrino se vedi la finanza all’esterno del supermarket. Tentare di conquistare una ragazza quando la vedi baciarsi con il suo ragazzo. Tuffarti dallo scoglio quando vedi tantissima sabbia e nessuna goccia d’acqua. E’ un po’ come metterti gli sci quando c’è il sole e il grano è maturo. Aspettare l’apertura del bar nel suo giorno di chiusura. Chiedere ad un senza lavoro quanto guadagna al mese. Andare a registrare un esame il quindici di agosto. Correre per prendere l’autobus in un giorno di sciopero generale. E’ un po’ come… pescare sulla riva del mare mentre tutti fanno il bagno e il sole brucia.
A Chioggia i pescatori chiamerebbero Striscia la notizia…


Ma aspetta: non sempre è pazzia! Genesaret, primo mattino: che tristezza. Due barche ormeggiate sulla sponda. Pescatori che lavano le reti. Tempo di lavoro: una notte intera. Fatturato: nullo. Sono ormeggiate. Un disastro quel verbo. Parcheggiate, spente… perché storie di pescatori rassegnate che portano sulle spalle una notte di lavoro inutile. Storia quotidiana. Anche il pescatore più esperto conosce momenti in cui si sente incapace di reagire, in cui i flutti delle onde non reggono l’entusiasmo di un mestiere raccontato di generazione in generazione. Ma Lui sale. Sale, perché per Lui salire significa piantare la sua tenda dentro quelle storie desolate, nelle tessiture di vite che la notte ha gettato nello sbaraglio più totale. Perché quei pescatori escano da quella malinconica rassegnazione è necessario che qualcuno dia loro fiducia. “Salì… e lo pregò di scostarsi un poco da terra”.


Incredibile, siamo ai limiti dell’educazione: vede due barche, non chiede permesso, sale in una barca, chiede di spostarsi. Cioè chiede di lavorare a gente che ha i nervi a fior di pelle. Ma lo sa che carattere è nascosto sotto i muscoli di quel pescatore di Galilea? Le parole di Simon Pietro sono chiare, forse stupisce anche la sua calma, tutto sommato: “Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla” (Lc 5,5). E’ dunque stanco, deluso, forse infuriato, quando Gesù sale sulla barca per ammaestrare la folla che si accalca sulla riva del lago. Finito il discorso e tornata la calma, è proprio a lui, pescatore di una mare finora conosciuto, che Gesù si rivolge con un invito assurdo: “Prendi il largo e calate le reti per la pesca”. Gesù non gli era sconosciuto: era già stato a casa sua, l’aveva già visto chinarsi per guarire la madre della sua sposa, era già per lui il “Maestro”, ma tornare su quelle acque avare e vuote quando si è ormai sfiniti e soltanto bisognosi di riposo, era davvero troppo. E’ come ricevere uno sfottò e ringraziare. Imparare a pescare da un falegname? Di giorno? E’ come dire: sono un pescatore incapace, fallito, incompetente. Sono pescatore ma non so pescare!
Parla Simone: “Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla” . E’ lui, è Simone. Piano con le prese in giro! E’ un uomo libero, vero, che da’ voce a quello che prova, che fugge il rischio della mistificazione, che possiede la capacità rarissima di dare alle cose il nome che hanno. Non ha paura a puntualizzare la situazione. "Su questa barca chi se ne intende di pesca tra noi due sono io, non te". Caro Cristo… con calma e per favore! Non è forse di notte che si pesca? E’ vero, Simone: è stupido pescare di giorno, come sarà stupido evangelizzare dove non c’è nessuno. Uomo libero, Simone. Così libero da non azzardarsi a fingere che tutto funzioni alla grande: farla franca, per chi ha le reti vuote, è la pazzia più grande che il pescatore possa azzardarsi di compiere. Se la notte è stata inutile, se le reti son vuote, se il morale è a terra… anche il rischio va bene per salvare la faccia! “Ma sulla tua parola getterò le reti”. Saggio, quel pescatore: lascia aperta la possibilità d’incontrare Qualcuno più sapiente di Lui nell’arte della pesca! Un artista dagli occhi profondi Pietro di Galilea. Buttare la rete dalla parte giusta è questione di fiducia. Si può anche ritornare sui propri passi, si può rimettere in discussione una notte di fatica, l’arte di un mestiere imparato in una vita intera, si può essere insultati nel ritornare a pescare in ore inopportune…ma se quella pesca ti disegna il miracolo di una vita nuova… “sulla tua parola getterò le reti”.


“Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla” . Anche noi, Pietro, come te. "... e non abbiamo preso nulla". Eppure il frigorifero non si chiude più, i supermercati s’ingrandiscono, le borse si spezzano, le pance son la contentezza dei dietisti. Aumentiamo, c’ingrassiamo, mangiamo, beviamo, ruttiamo. "... e non abbiamo preso nulla" Eppure dalla mattina alla sera corriamo, otto-dieci-quindici ore di fatica, turni di lavoro che in Egitto la schiavitù non conosceva. Le strade non ce la fanno più a contenere le macchine, si fa scuola negli scantinati, le carceri scoppiano, gli stadi vomitano gli idioti, le case di cura chiudono per affollamento, le farmacie vivono di psicofarmaci e lassativi. Ci suicidiamo, ci ammazziamo, ci consoliamo, le imprese funebri fanno orario continuato. "... e non abbiamo preso nulla". Eppure, allo specchio, siamo laureati e dottori, ingegneri e preti, notai e avvocati, facchini, camionisti e calciatori. Veline, infermiere e presentatrici. Il portafoglio scoppia, la casa è piccola, il sistema nervoso è un miracolo di equilibrio. "... e non abbiamo preso nulla".


Gente: tanta fatica…per nulla! Forse che stiamo pescando dalla parte sbagliata? Anche a Babele pescavano in maniera così ridicola. Ma la festa è finita: è rimasta solo polvere. L’11 settembre 2001 è finita a New York, in America. L’11 marzo 2004 è finita a Madrid. Il 7 luglio 2005 è finita a Londra. La festa è finita: è rimasta solo polvere. “Signore, allontanati da me che sono un peccatore”. No, Gesù non si allontana da Pietro. Anzi lo chiama a Sé come mai prima, invitandolo a prendere il largo, ad andare nel profondo mare per pescare. Ma stavolta sarà diverso: si pescheranno uomini!


Hai ragione! Si può lavorare tanto e non raccogliere nulla. Si può studiare un sacco e tornarsene con un fiasco. Si può educare un figlio e trovarsi non contraccambiati. Si può correre e non vedere mai la mèta. Si può amare e sentirsi abbandonati. Si può fare scoprire d’aver corso una vita intera e sentirsi tristi.
E se stessimo pescando dalla parte sbagliata?

Buona settimana
don Marco Pozza


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sabato 3 febbraio 2007 - ore 09:38



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Una deficienza colpevole:
VERGOGNATEVI!


"Sport, voce del verbo to sport: contare i passi, misurare il gioco con il proprio corpo, con la propria vita. Conquistare lo spazio, controllare il tempo, inventare un senso"

(GianMario Missaglia, “Green sport” , Edizioni La Meridiana, Molfetta 2002)




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venerdì 2 febbraio 2007 - ore 01:45


Le formiche e donna Prassede
(categoria: " Riflessioni ")


CON I PIEDI PER TERRA
"In suffragio di donna Prassede"

di don Marco Pozza
da Il Padova, venerdì 2 febbraio 2007, pag. 6

A Padova ha fatto notizia. Qualcuno la trasformerà in tendenza. E scopriremo “stilisti” tra le mura di casa. Golosi di frittelle e affascinati dai carri, Gesù Cristo potrebbe diventare la “maschera” dell’anno. E l’idea – confermata da una radio – pare stia maturando in fretta.



Il Vangelo di domenica fotografava i paesani di Gesù: “Furono pieni di sdegno, si levarono, lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero fin sul ciglio del monte… per gettarlo giù dal precipizio” (Lc 4,29). Potessi… la farei diventare la “domenica di donna Prassede”. Digiuni e preghiere per tutte le vittime della sindrome di questa donna – di cui parla Alessandro Manzoni - la quale “diceva spesso agli altri e a se stessa che tutto il suo studio era di secondare i voleri del cielo: ma faceva spesso uno sbaglio grosso, che era di prendere per cielo il suo cervello”.
Eppure siamo grandi! Abbiamo inventato il navigatore satellitare, il gprs, Porche e Ferrari, Lamborghini e jumbo, sfidiamo la velocità del suono…E trasformiamo in maschera Chi disse: “Io sono la Via”. Abbiamo firmato invenzioni millenarie, scritto montagne di libri, intavolato migliaia di discorsi. Urlato, convinto, venduto, comprato. Ci siamo fidati di mille cartomanti, indovini e fattucchieri… Mangiamo psicofarmaci e lassativi, beviamo diuretici e sciroppi, per antipasto Valium e per dormire Tavor… E trasformiamo in maschera Chi disse: “Io sono la Verità”. Conosciamo l’uomo a menadito, sappiamo smontarlo e rimontarlo, amarlo e tradirlo, generarlo, assisterlo e clonarlo. Lo facciamo piangere, ridere, godere, diventare goloso e bulimico, anoressico e affamato. E’ nostro! E trasformiamo in maschera Chi disse: “Io sono la Vita”.
Nello sconforto, una certezza: siamo perdenti! E’ la stessa battaglia della massaia con le formiche. Avete mai osservato una tribù di formiche che s’insedia in una casa? Sono sul focolare. La donna non lascia più cibarie lì e le mette sul tavolo. E loro fiutano l’aria e assaltano il tavolo. La donne le mette nella credenza e loro passano dalla serratura della credenza. La donna appende al soffitto le provviste e loro fanno un lungo cammino per le pareti e i travicelli, si calano per la fune e mangiano. La donna le brucia, le scotta, le avvelena. E poi sta tranquilla convinta di averle distrutte.
Peccato che ne siano già nate di nuove!

don Marco Pozza


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mercoledì 31 gennaio 2007 - ore 16:47



(categoria: " Pensieri ")


APPUNTI DI TEOLOGIA
"Smettetela di dirvi cattolici

da L’angolo del teologo Borèl, novembre 2006

Voi “cattolici” siete al massimo degli onesti (benché ignari) seguaci di Lutero. “Cattolica” è sempre stato sinonimo di “Chiesa”... non ve ne abbiate a male!

L’altro giorno, bazzicando i dintorni del nostro oratorio, mi capita un incontro interessante: un bel giovane, intelligente, mediamente colto, lavoro intrigante nel mondo dell’arte, parlare brillante. “Leggo il Vangelo tutti i giorni. Ce l’ho sempre con me quando viaggio, e viaggio non poco. Quando sono in mezzo alla gente che trovo, mi succede spesso di parlare di Gesù, persona affascinante, anche con mussulmani amici e colleghi miei. Eppure quando ti ho sentito a Messa, parlare durante l’omelia, della vita della comunità cristiana a cui appartieni, mi è sembrato in tutta onestà molto fastidioso. Sembrava che dicessi che solo facendo vita di chiesa si può vivere la fede. E questo mi irrita, sinceramente. Mi sento giudicato perché io non sento così! Ho capito giusto?”. “Sì - ho risposto io – hai capito bene”. Integralista, ha pensato. Ma con un minimo di credito reciproco, almeno sulla reciproca sincerità, da lì ci siamo conosciuti. Lui era un cattolico che però in verità era un “protestante”, io ero un cattolico e basta (pieno di difetti, peccati, anche un po’ poco convenzionale, ma pur sempre cattolico). Scoperta interessante no?

Per iniziare (non vogliamo bene alla Chiesa)

L’esperienza di un rapporto promettente e affidabile con Dio e con il prossimo (convinzioni religiose, preghiere, pratiche, persone che ci sono venute dietro) non ce la siamo data da soli: con tutti i difetti possibili e immaginabili, ci è stata annunciata e trasmessa a contatto con la vita della Chiesa, di un parroco, di un catechista, di una suora, di una comunità, di un vescovo. Questa Chiesa, che è quella che c’è, è un po’ come la Mamma della fede, come l’abbiamo ricevuta ‘in dono’, come ci è stata ‘data’. È Lei che ci ha dato alla vita di fede. Senza di Lei non ce la saremmo nemmeno potuta sognare la vita di fede. Noi però, non vogliamo bene alla Chiesa. Altro che mamma!


E’ sconfortante. Una volta, alle elementari e alle medie, quando ti dicevano che la tua mamma era una poco di buono, e che faceva meglio a non andare tanto in giro ma a pensare alle cose di casa sua, ci si indignava, si prendeva la rincorsa e ci si batteva per difendere l’affetto più grande, quello di Colei che ci ha generati, perché ciò che ci lega al lei non è evidentemente solo un fatto “ostetrico”, ma “affettivo”, morale, spirituale! Questo lo si faceva a prescindere: voglio dire, non che non si sapessero i difetti della mamma, non che la mamma non potesse avere qualche difetto, ma comunque la Mamma era (ed è) sempre la Mamma, non si tocca!! Questa verità l’ho vista difesa addirittura da parte di ragazzi di periferia la cui mamma poi davvero era una poco di buono! E li ho visti arrabbiati fino alla furia per la loro mamma offesa.

Della serie: lasciamolo parlare (non vogliamo bene al Papa)

Parla il papa (Joseph Ratzinger, filosofo, teologo, insegnante per decenni in istituzioni universitarie, vescovo, cardinale, prefetto della fede, il collaboratore più stretto di un papa… Credo effettivamente che si tratti di un “ingenuo”, “poco lucido”, “sprovveduto”, “irresponsabile”, “uno che deve chiedere scusa” e non forse invece “l’uomo più intelligente del secolo” come qualcuno l’ha definito coraggiosamente, ma non credo tanto ingiustamente) e mette in guardia dall’Islam! Tutti gli danno addosso; volevo vedere se parlava un mullah. Oppure diamo fiducia alle parole di Adriano Sofri che ironizza dicendo in un articolo apparso su Panorama del 25 settembre: “La mia simpatia per il Papa in disgrazia”. Condividiamo supinamente tutto, tranne tentare di capire profondamente ciò che il Papa ci ha voluto indicare, coraggiosamente.


Noi non vogliamo bene al papa, (badate: forse al massimo riusciamo ad provare simpatia per Karol Wojtyla, forse stimiamo il Prof. Dott. Ratzinger, ma non mi dite che vogliamo bene al papa!! Il papa ci dà fastidio, il papa ci indispettisce, il papa ci lascia perplessi, davanti al papa diventiamo critici fino al cavillo, alla rabbia). La morale e il magistero? Roba d’altri tempi. Chi sono quelli per dire a me cosa devo fare! Preservativo, rapporti prematrimoniali, pacs, uso dei soldi, del tempo, del lavoro fine a se stesso: ognuno ha il diritto di fare ciò che vuole! Ditemi cosa resta della fiducia nel Signore e nell’esperienza che offre, e che si chiama appunto… vita ecclesiale!

Della serie: lei, vergine?! Madre di Dio?!! senza colpa?!!! (l’amore per la Madonna)

La Madonna, poi. Ne abbiamo fatto una “donna come tutte”, che a furia di renderla così normale e avvicinabile ci dimentichiamo della sua straordinarietà, del posto singolare e potente che, attraverso la vita umile, Dio le ha dato nella storia dell’umanità, della Chiesa e di ognuno: “Se il demonio invocasse il nome di Maria santissima sarebbe subito salvo” (Massimiliano Kolbe); “Preghiamo Maria! Senza di lei nulla mi sarebbe stato possibile” (don Bosco); il rosario… inutile, noioso, ripetitivo, non nasce dal cuore, non è una preghiera dove dico ciò che sento, non è dunque autentica…
E Lutero applaude!

Della serie: io parlo direttamente con Dio, no? (l’amore per Messa e Confessione)

Alla Messa la domenica… Devo recuperare la settimana, c’è la partita di calcio di mio figlio, facciamo la gita con la famiglia… L’adorazione? Che barba… e cosa bisogna dire?! Il rapporto con Dio deve essere sincero ed immediato se no non è autentico! La Messa è un rito. E poi la gente che ci va è peggio di tanti altri. Io parlo direttamente con Dio! E mi sento capito!!
L’altro ieri ho proposto ad un parroco di questo mondo: “Se l’incontro di catechismo dura un’oretta, e facciamo un quarto d’ora di gioco iniziale, giusto per scaldare l’ambiente, e poi la mezz’oretta di Annuncio… possiamo concludere come momento di preghiera con tutti i ragazzi con un breve momento di adorazione in ginocchio davanti a Gesù Eucaristia e l’ascolto della Parola della domenica?”. Mi risponde: “Ogni volta? E’ una proposta che non mi aspettavo. Mi coglie di sorpresa!”. E se coglie di sorpresa un sacerdote che l’eucaristia la vive ogni giorno e ha il compito vocazionale di educare il popolo di Dio a vivere eucaristicamente, dobbiamo proprio dirci: ci siamo persi l’essenziale per strada! L’essenziale non solo è visibile agli occhi, ma è toccabile, addirittura mangiabile. Purché gli occhi siano quelli ‘giusti’: in tutto è sempre questione di ‘aver occhio’ per riuscire a vedere le cose.


La confessione? A maggior ragione: ognuno se la vede direttamente con Dio! Non vado a dire le mie magagne ad un altro io. A cosa serve e chi è poi lui?! Non ci rendiamo conto che la confessione sacramentale è contemporaneamente realizzazione certa della pace con Dio e con la comunità di fratelli che con il suo peccato ciascuno di noi ferisce (anche il più piccolo e invisibile, se è peccato davvero, è del male che arriva impercettibilmente anche a chi non se ne può accorgere, come l’inquinamento della tua auto). Allora la confessione all’orecchio di un prete è una delicatezza della chiesa, mamma: dovrei chiedere scusa a tutti, ma questo la chiesa lo sa che è pesante e umiliante. Allora mi fa chiedere scusa a uno solo, che mi dona il perdono a nome di tutta la comunità ferita. E insieme a nome di Dio. Ma chiedere scusa e cambiare dal male fatto sta diventando, diabolicamente, una ‘debolezza’, non riusciamo ad accoglierlo come semplicemente è: il Paradiso possibile in terra.

Della serie: troppa Parola di Dio (grazie al Vaticano II, prima avevamo solo Rosario, Messa il latino e riti).

Però leggiamo il Vangelo, e basta origliarlo ogni tanto, mostrare un rispetto civile verso di Esso, per dire che, in fondo, suvvia, siamo tutti cristiani (come disgraziatamente diceva Benedetto Croce). Oggi lo legge, a suo modo, anche Bertinotti, come Vattimo recita i salmi. Appunto! Sola Scriptura, diceva Lutero! Ma andate a Messa, piuttosto. Ho due amici sposati, “cattolici”, ma di quelli critici: guai a parlargli di morale familiare e sessuale, guai a parlargli di obbedienza alla fede ecclesiale, guai a parlargli di confessione e di Rosario! Guai a parlargli di evangelizzazione, nemmeno quella “nuova” gli va bene, anzi di meno perché è più esplicita, coraggiosa, meno ambigua, troppo “forte” dicono (però vi assicuro che vanno ogni anno a Bose, per la Lectio). Lasciate perdere un po’ la lettura personale della Scrittura (che vi rammento, smemorati, è già opera che si è formata, è stata scritta dalla “chiesa”! Come a dire: senza la “tradizione”, l’interpretazione autentica della “chiesa”… fate solo plagio! E poi rischiate il soliloquio, che la Parola vi dica soltanto quello che già pensate, in voi stessi. Nient’Altro!).


Obbedite un po’ di più, che tutte queste critiche al papa sono solo la manifestazione della vostra superbia, non di spirito critico (altrimenti avreste accolto con curiosità e ossequio il discorso di Ratisbona, che non solo non avete accolto ma neppure letto; e ditelo no!, ditelo che magari ci avete provato ma poi, annoiati, l’avete lasciato lì. Tanto la vostra vita va avanti anche se non sapete il pensiero del papa e della Chiesa! Anzi, secondo me pensate che sia anche meglio. Meno ingombro! Lutero è orgoglioso di voi. Infatti questo è esattamente il suo pensiero. Forse però dell’intervento del papa avete ‘toccato’ per interposta persona, attraverso i commenti di Corriere della sera, Panorama ed Espresso, o attraverso il commento di qualche Dj rimasto a casa dall’Isola dei Famosi a “lavorare” in TV o a Radio 105… d’altra parte sono i vostri intellettuali di riferimento!)

Piccolo catechismo, per una resa finale… e filiale (per chi vuole voler bene alla Chiesa)


Cattolico vuol dire aver l’onestà coraggiosa di dire che al centro di prassi e pensiero c’è:

1. Vivere l’Eucaristia (con la Sua presenza reale), confessione (ove si chiede la pace con Dio ma anche la pace con i fratelli, con la Chiesa) e sacramenti;

2. Ascoltare e obbedire al Papa quando si esprime su fede e costumi, alla tradizione e al magistero episcopale;

3. Amare, onorare e imitare Maria Santissima, soprattutto con il Rosario

4. Amare, onorare e imitare i Santi

5. Credere in Dio Padre, Figlio (incarnato, morto e risorto per noi) e Spirito santo (con cresima in omaggio), lo fanno anche i “luterani”, come a dire… non dà fastidio a nessuno, e così come la vivono i più, fondamentalmente irrilevante per i significati! Ricominciare a credere in tutto questo credendo la Chiesa una santa cattolica e apostolica, questo fa oggi la differenza. Chi non vuole ci lasci, per favore, la libertà di essere “cattolici” in questo senso! Non vogliate dirvi “cattolici”, siamo arrivati prima. Usate un’altra parola (suggerisco: più che atei, agnostici, liberi pensatori… dite “protestanti”. Ma è solo un suggerimento. Se vi può servire). Tale è il frutto pastorale-educativo di tanto nostro impegno in oratorio, scuola e parrocchia. La nuova evangelizzazione ci aiuti a levare le ambiguità, prima nostre che dei “luterani” cattolici che educhiamo.


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domenica 28 gennaio 2007 - ore 06:43


Come i "paesani" di Gesù
(categoria: " Riflessioni ")


IV^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
"Ti pensi raccomandato, ti trovi smonato: che fregatura!"

di don Marco Pozza

Stai mangiando. Assaggi la minestra: manca il sale. Prendi il sale, lo getti nel cestino e ti arrabbi perché la minestra è ancora insipida. Ma se hai buttato il sale nel cestino… Sei a scuola. Prendi l’astuccio, lo getti nella spazzatura e ti arrabbi con la maestra perché tutti disegnano e tu no. Ma sei hai buttato i colori nella spazzatura… Sei in autostrada da dieci ore: caldo, traffico, multe, sorpassi, benzina. Non sai dove andare. T’arrabbi con il vigile perché la strada non finisce mai. Ma se non hai deciso la mèta… Hai 40 anni. Dormito, riposato, giocato, russato, mangiato, bevuto. Ti arrabbi con l’anziana madre perché i tuoi figli non ti abbracciano. Ma se non ti è mai passato per la testa l’idea di una famiglia… Accendi il telefonino: non s’accende. Tutto nervoso sferri un pugno al rivenditore. Ma se non hai inserito la batteria… L’auto è nuova. Non vuoi far benzina. Diventi furibondo perché non s’accende. Ma se non fai benzina…



A Nazareth avevano gonfiato il petto d’orgoglio. Per un giorno… al centro del mondo. Tornava a casa uno di loro, uno dei pochi che erano riusciti a far parlare di se fuoridalle campagne di Galilea. Poi… era dolce e discreto come un bambino, ma sapeva anche diventare ferreo e coraggioso contro le ingiustizie. Non temeva di chiamare “volpe” Erode e serpenti i capi religiosi della sua epoca..
Nella sinagoga del suo paese avvenne qualcosa di strano. Tutti, all’udirlo, “erano meravigliati dalle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”, fino a renderne testimonianza (Lc 4,22). E non ci risulta difficile immaginarcela quella povera gente: attonita, con il fiato sospeso davanti a quello che Gesù aveva da poco catapultato nei loro cuori. Li per lì ne restano affascinati, sedotti, catturati, ma basta un attimo e tutto si capovolge in odio feroce. Come si permette Lui – semplice figlio di Giuseppe, falegname di Nazareth – parlare in quel modo? Quell’Uomo, che avevano visto giocare insieme ai loro figli, uno che avevano sentito più e più volte tossire per le viuzze al calar del sole, uno che avevano visto rantolare dopo un lungo inseguimento sui prati ingialliti di anemoni? Nessuno è profeta in patria: questo anche i muri lo sanno. Ma c’è da credere che Gesù s’aspettasse da quelli del suo paese uno strappo alla regola, un’eccezione che confermi la norma, un exploit che confermi la normalità. E invece, strada facendo, dovrà accorgersi che i suoi nemci sono proprio lì, “tra i suoi parenti, in casa sua… e si meravigliava della loro incredulità” (Lc 6,4-6).
Luca dipinge bene la rabbia che stava montando nel cuore dei suoi paesani: "lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte… per gettarlo giù dal precipizio”. Insomma, volevano ammazzarlo, tutti insieme, a denti stretti, compatti. Perché? Perché la santità, quando è pura, diventa “segno di contraddizione”, svela i pensieri dei cuori e, perciò, scandalizza, fino a diventare mortale. Soprattutto se c’è una folla unanime disposta a scagliarsi contro di lui.


I suoi paesani sono ingordi di miracoli. Vogliono il miracolo! Cavolo, una magia a casa sua la può concedere. Vogliono l’emozione, l’eccezione, la magia. Come a Cafarnao! Sono “raccomandati”, sono paesani di Gesù, è il figlio di Giuseppe! Ma dei miracoli, Cristo fu nemico. Quale più quale meno, tutti i miracoli sono strappati alla sua pietà, carpiti alla sua condiscendenza, persino rubati con l’astuzia. E ogni volta che ne concede uno, noi sappiamo che quel cieco che apre gli occhi, quello storpio che getta le crucce, quel morto che risuscita non è il vero miracolo. Se non per noi. Per Lui il miracolo è un altro, quello che dovrebbe sgorgare di conseguenza, per ottenere il quale ha ceduto a farsi mago e che invece gli riesce solo raramente: la fede. Vogliono il miracolo, ma Lui non lo compie perché manca la fede! E loro? “Furono pieni di sdegno, si levarono, lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero fin sul ciglio del monte… per gettarlo giù dal precipizio”.


Eppure Dio non cambia idea sull’uomo! “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato. Ti ho stabilito profeta delle nazioni. Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti” – dichiara con amore eterno Dio al profeta Geremia.
Verrebbe da deriderli, da condannarli, da tirare le orecchie a questi paesani scomposti di Gesù. Verrebbe da far tutto questo… se non c’aggorgessimo che noi stiamo facendo lo stesso. Dopo millenni si è avverata la profezia che tutti attendevano. Ma non come l’attendevano! Si sognava un posto al sole in compagnia di quell’uomo… e ci si trova con la rabbia nel cuore. Siamo uomini, ma stiamo perdendo. Abbiamo inventato il navigatore satellitare, il gprs, le cartine stradali su cellulare, le voci metalliche che ci indicano la strada, Porche e Ferrari, Lamborghini e jumbo, sfidiamo la veloci del suono…ma gettiamo Chi dice: "Io sono la Via". Abbiamo firmato invenzioni millenarie, scritto montagne di libri, intavolato migliaia di discorsi. Abbiamo urlato, convinto, venduto, comprato. Come ai tempi di Noè! Ci siamo fidati di mille cartomanti, indovini e fattucchieri… Mangiamo psicofarmaci e lassativi, beviamo diuretici e sciroppi, per merenda Valium e per dormire Tavor…ma gettiamo Chi dice: "Io sono la Verità". Conosciamo l’uomo a menadito, sappiamo smontarlo e rimontarlo, amarlo e tradirlo, generarlo, assisterlo e clonarlo. Lo facciamo piangere, ridere, godere, diventare goloso e anoressico, bulimico e affamato. Lo regoliamo a nostro piacimento! ma gettiamo Chi dice: "Io sono la Vita".
Porca miseria, possibile che a nessuno venga il dubbio che nell’istante in cui gettiamo la Via, la Verità, la Vita … gettiamo la nostra serenità? La nostra felicità d’essere uomini?


Insomma. Vuoi la minestra salata ma non vuoi mettere il sale. Vuoi disegnare, ma non vuoi i colori. Vuoi arrivare, ma non sai decidere dove andare. Non vuoi una famiglia e vuoi l’abbraccio di un figlio. Vuoi accendere il telefonino, ma non vuoi la batteria. Vuoi accendere l’auto, ma non vuoi far benzina.
Insomma… siamo come i paesani di Gesù. Vogliamo Gesù, ma non quello che Gesù dice.
Robe da matti!

Buona settimana
don Marco Pozza


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sabato 27 gennaio 2007 - ore 00:03


Alfredo Bonazzi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


A COLLOQUIO CON...

Alfredo Bonazzi: la belva di viale Zara
7000 giorni di galera.
Ergastolano - Libero - Poeta di Dio"


Alfredo Bonazzi è nato nel 1929. Ex ergastolano, è stato graziato nel 1973 dal Presidente della Repubblica Giovanni Leone per meriti letterari, dopo ventotto anni di detenzione passati tra riformatorio, istituti di pena e manicomio criminale. Il reato per cui gli è stato inflitto il carcere a vita fu l’omicidio di un anziano tabaccaio a Milano, in viale Zara, il 3 aprile del 1960. Si è avvicinato alla letteratura nel manicomio criminale di Reggio Emilia, dove trascorse un anno, di cui 67 giorni legato al “letto di contenzione”, immobile. L’esperienza ispirò, anni dopo, il libro – inchiesta Squalificati a vita (Piero Gribaudi, Torino 1975). Ogni notte, un suo compagno di prigionia declamava Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Bonazzi si incuriosì e si fece prestare quel libro di Cesare Pavese. Era entrato in carcere semianalfabeta, quando fu graziato era iscritto all’Università.


“Parliamoci chiaro: tutti hanno diritto di chiamarmi assassino…”.
Assassino, invece, non lo chiama più nessuno: lo chiamano poeta, marito, papà, amico. Si può dire che il resto del mondo lo ha perdonato. A cominciare dalla società che, nel 1973, attraverso il Presidente della Repubblica Giovanni Leone gli ha concesso la grazia. Per arrivare alla figlia della sua vittima, Giuseppe Pellegrini, 78 anni, ucciso a Milano, nella sua tabaccheria di Viale Zara, il 3 aprile 1960. Subito dopo la sua liberazione, in un’intervista radiofonica dichiarò: “Se Alfredo Bonazzi ha testimoniato il suo dolore attraverso la poesia, bene, io posso perdonare". Fu una gioia molto più grande della grazia. Riuscire a superare il rancore dopo che il padre ti viene assassinato in quel modo, senza una ragione…
Eppure non basta.
Non basta perché quella notte “ha preso la morte per mano e l’ha portata negli occhi di un uomo, si è messo al posto di Dio”. Dunque, “solo Dio potrà darmi un domani la sua misericordia e dirmi: ti sei veramente riscattato”.



“La speranza nasce dal fondo dell’abisso. Se io sono disperato, condannato, specialmente se sono ergastolano e so che la mia data di liberazione è il “mai”, ecco che può venire fuori tutta la bellezza e la potenza dell’uomo. In quel momento sei senza futuro, eppure senti che un futuro in qualche modo te lo devi inventare. E’ un controsenso, si intende. Però basta che dal fondo intuisca uno spiraglio, perché ce la possa fare. Anche se sarà doloroso arrivare fino in cima. Ma so che la luce esiste. So che si può.
In carcere ci si addormenta con mille interrogativi, qualche giorno ci si può anche svegliare con una risposta”
.
Alfredo Bonazzi una risposta l’ha trovata. E si metta pure il cuore in pace: nessuno ha più il diritto di chiamarlo assassino.

***


Per approfondire la sua storia:
Fabio Finazzi, Fratello Lupo. Dall’ex bandito Cavallero a Pietro Maso: un francescano tra gli ergastolani, Paoline 1996 (Prefazione di don Luigi Ciotti)
Emanuela Zuccalà, Risvegliato dai lupi. Un francescano tra i carcerati: delitti, cadute, rinascite, Paoline 2004 (Prefazione di don Luigi Ciotti)

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