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lunedì 19 giugno 2006
ore 10:27
(categoria: "Vita Quotidiana")





E io ho il vento nel cuore,


e con la tempesta corro

nei cieli carichi di pioggia;

salgo e scendo,

sfreccio rapida fra le fole che s’intrecciano

in mille gorghi e spirali.

E io ho il sole nel cuore,

e con raggi sinuosi mi lascio

scivolare fino a terra;

m’immergo nella calda luce

e sprofondo nel culmine del volto

sorridente dove la dolce carezza m’acquieta.

E io ho la pioggia nel cuore,

e con gli scrosci divento acqua ridente;

cado quand’essa cade e in rivoli m’addentro

nei meandri oscuri, fra le pieghe di Madre Terra.

E io ho la terra nel cuore,

profumata pelle di chicchi di roccia;

sono pietra dura e sabbia fine,

zolla fertile ed erba tenera e

con risa di frane corro lungo le montagne.

E io sono aria nel cuore,

e sono fuoco nel cuore;

sono acqua,

e sono terra nel cuore.




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lunedì 19 giugno 2006
ore 08:30
(categoria: "Vita Quotidiana")





Capita che ci siano momenti troppo incredibili

per vestirli di parole, servirebbero ali

più grandi su uno spirito abbagliante che

ancora non possiedo.

So solo che a volte ci si ferma ad ascoltare

la vita e la si vorrebbe abbracciare per sentirne

da vicino il profumo impalpabile e

trionfante che si porta dietro.

Ci sono periodi da degustare come gocce di buon vino,

il loro sapore lava via l’arsura di mesi

perduti ai raggi di una bussola che girava a vuoto.

Poi si scopre che, con un po’ di pazienza,

anche gli aghi impazziti possono rendersi

girandole e regalare il loro impeccabile show.

Guarderò questo nuovo futuro

dietro le lenti chimeriche dei ricordi

e i miei occhi sapranno

sempre cercare le fiaccole siderali

nascoste tra le pieghe dei giorni.





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domenica 18 giugno 2006
ore 10:09
(categoria: "Vita Quotidiana")





ma come si fa a pareggiare

con gli U.S.A.?


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sabato 17 giugno 2006
ore 08:55
(categoria: "Vita Quotidiana")







Silenzio. Nasce la notte

Come dal ventre della grande madre

Giunge quest’attimo d’infuocato silenzio

I boschi oscuri tacciono,

nello stupore di una nuova ombra

nell’appassire dei fiori.

Silenzio di un attimo

Torna da lontano la bianca rondine,

rimane fino a sera sui rami

volteggia nei cieli eterni di notte

E’ giunto.

Verde l’animo del nocciolo,

turgide le foglie dei campi, grano maturo

l’oro autunnale è partito per più verdi lidi

Ecco la notte,

figlia delle nostre lacrime.


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venerdì 16 giugno 2006
ore 14:01
(categoria: "Vita Quotidiana")







Poco ci resta delle conoscenze dei Druidi, e quel poco è stato offuscato da secoli di mistero e mistificazione. A quest’opera di occultamento hanno senz’altro contribuito storici e commentatori degli ultimi due secoli portati più a descrivere, come la definisce Piggott, la storia come vorremmo che fosse piuttosto che non la storia come è stata.

Quello che effettivamente conosciamo sui Druidi si ricava dalle fonti dei contemporanei, storici e geografi greci e latini, dalla letteratura irlandese e gallese giunta sino a noi attraverso il filtro e la trascrizione dei monaci tra il IX° e il XIII° secolo della nostra era; dalle tracce scoperte in varie fonti circa l’antica religione celtica, e non ultimo dai reperti archeologici sulla civiltà celtica nel suo insieme.

Le prove archeologiche provenienti da scavi di oppida, tombe e luoghi di culto, ci parlano di credenze, cerimonie religiose, rituali e raffigurazioni artistiche di Dei, di cui è possibile dedurre delle ricostruzioni, tanto più attendibili quanto più suffragate da un attento esame delle fonti contemporanee prima, e poi dal corpus mitologico leggendario giunto sino a noi attraverso le saghe epiche irlandesi e gallesi.



Per capire realmente l’unicità del Druidismo bisogna prima comprendere la società celtica, la sua struttura e la sua mitologia.

I Druidi furono al tempo stesso molto di più e qualcosa di meno dei sacerdoti di una religione "druidica" o "celtica" come alcuni storici moderni li hanno dipinti.

Officianti, sacrificatori, e aruspici durante le cerimonie sacre, essi furono anche giudici, medici, maghi, poeti, rappresentando la vera memoria storica di un popolo che non utilizzava di fatto la scrittura.

I Druidi erano un’espressione viva e vitale della società celtica primitiva, legati a filo doppio con quella particolare struttura sociale, e con lo spegnersi degli stati celtici indipendenti furono condannati a scomparire.



Per meglio capire questo concetto fondamentale bisogna rifarsi alla "ideologia tripartita" degli indoeuropei come sviluppata e mirabilmente analizzata da George Dumézil.

Tutte le società indoeuropee, all’inizio della loro storia, sono accomunate da una tripartizione della società in tre funzioni. La prima, è la funzione sacrale della sovranità, del sacerdozio e della giustizia. La seconda è la funzione guerriera, propria dei nobili e dei possidenti di terre o di bestiame. Nella terza, la funzione produttiva di beni materiali o spirituali, sono compresi i contadini, gli allevatori, gli artigiani e gli artisti.

Questo vale per gli Achei e i per Dori della Grecia, come per i Latini che fondarono Roma, per i Germani delle pianure del Nord come per i primi regni dell’Iran. Inoltre questa tripartizione delle tre funzioni principali, dalle società si riflette anche nella mitologia e nelle religioni di tutti i popoli indoeuropei.

La maggior parte di questi popoli possiede una letteratura mitologica che descrive un pantheon di cinque divinità, suddivise nelle stesse tre divisioni funzionali: Regalità, Guerra, Produzione.

Nell’India antica dei Veda, Mithra e Varuna incarnano la sovranità nelle sue due manifestazioni di "terribile potere giudicatore" e "paterno potere protettore". Indra rappresenta invece la forza guerriera, mentre due gemelli Ashvin rappresentano la proprietà e la ricchezza.

Presso gli antichi Latini troviamo la triade Giove, Marte e Quirino rappresentante le stesse tre funzioni.

In Grecia, Giove Athena e Apollo rivestono lo stesso ruolo e, nei tempi più antichi, si sacrificava tre volte nel nome di Athena: come Sovrana, come Vittoriosa, come Dispensatrice di salute e prosperità, riportando così a cinque il numero delle divinità principali.

Presso i Celti sotto vari nomi di divinità tribali, si ritrovano le stesse funzioni. Taranis-Omigos-Dagda, simbolo della regalità simbolizzato dalla ruota e dall’arpa. Belenos-Teutates sono due aspetti guerrieri cui si affianca Brigit dai molti aspetti (Morrigan la guerriera, Epona portatrice di fertilità e protettrice degli animali, Brigit-Belisana protettrice di poeti e artisti). E infine Lug-Lev, dio delle arti e dei Mestieri, Signore dei Tuatha De Danann nella mitologia irlandese, diviene sul finire della civiltà celtica, il dio globale: artista medico e guerriero.




Tale fu dunque anche la struttura iniziale delle società proto celtiche che si amalgamarono con i popoli di cultura megalitica già residenti in Europa ai tempi del loro arrivo.

Da questa fusione nacque una diversificazione del tutto originale che marcò la differenza dei Celti dagli altri popoli di ceppi indoeuropeo.

I Druidi rappresentano dunque un caso unico nella storia dei popoli originatisi dal comune ceppo indoeuropeo. Espressione profonda e rappresentativa di uno spirito libero, legato alla natura, nel tempo si dimostrarono ad un tempo il principale e il più profondo legame tra le innumerevoli tribù celtiche, finendo inevitabilmente per scomparire quando questo tessuto sociale venne a mancare: in Europa continentale, con la perdita dell’indipendenza e con la progressiva romanizzazione delle principali nazioni celtiche, in Irlanda, molto più tardi con l’avvento del Cristianesimo.

Ovviamente, le loro conoscenze non andarono perse in un colpo solo, ma sbiadirono progressivamente. Con la scomparsa del suo ruolo centrale nella società, il potere del Druido si scisse progressivamente nei due aspetti di semplice cantore e poeta, più o meno accettato dal potere cristianizzato, e in quello di mago dei boschi, ultimo custode di reminiscenze del sapere tradizionale, isolato ai confini della società.

Ai tempi dello splendore della civiltà celtica, invece, ai Druidi corrispondeva una ben precisa connotazione di prestigio religioso e sociale simile a quella di altri popoli di origine indoeuropea. Tali ad esempio sono ancor oggi i Bramini tra gli indù, la cui figura risale ancora alle invasioni ariane dell’India, verso il secondo millennio avanti Cristo.

Al duplice ruolo sociale e religioso che li accomuna ai Druidi, i Bramini hanno però aggiunto una diversificazione trasformando il loro ruolo in una casta ereditaria chiusa, mentre presso i Celti non esistevano caste, bensì ruoli funzionali, che permettevano pur sempre una certa libertà di mobilità sociale da una funzione all’altra. Questo aspetto era ancora più accentuato presso i Druidi, che pur essendo principalmente gli insegnanti dei figli delle classi nobili, accettavano alle loro scuole itineranti qualsiasi ragazzo realmente dotato che desiderasse istruirsi.




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venerdì 16 giugno 2006
ore 11:11
(categoria: "Vita Quotidiana")





La stanza non ha pareti,

ma enormi lame che mi fendono

in sottili strati di pensieri,

parelleli e tra loro intoccabili.

Sei inconcepibile,

e le tue parole sono

un freddo dato di fatto.

Cosa sarà adesso?

Silenzio...


Anhatea



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venerdì 16 giugno 2006
ore 08:28
(categoria: "Vita Quotidiana")


RICORDI DI UN ESTATE....
MANO CHAO




Me llaman el desaparecido
Que cuando llega ya se ha ido
Volando vengo volando voy
Deprisa deprisa rumbo perdido
Cuando me buscan nunca estoy
Cuando me encuentran yo no soy
El que esta enfrente porque ya
Me fui corriendo mas alla

Me dicen el desaparecido
Fantasma que nunca esta
Me dicen el desagradecido
Pero esa no es la verdad
Yo llevo en el cuerpo un dolor
Que no me deja respirar
Llevo en cuerpo una condena
Que siempre me echa a caminar

Me dicen el desaparecido
Cuando llega ya se ha ido
Volando vengo volando voy
Deprisa deprisa rumbo perdido

Me dicen el desaparecido
Fantasma que nunca esta
Me dicen el desagradecido
Pero esa no es la verdad
Yo llevo en el cuerpo un motor
Que nunca deja de rolar
Llevo en el alma un camino
Destinado a nunca llegar

Cuando me buscan nunca estoy
Cuando me encuentran yo no soy
El que esta enfrente porque ya
Me fui corriendo mas alla
Me dicen el desaparecido
Que cuando llega ya se ha ido
Volando vengo volando voy
Deprisa deprisa rumbo perdido

Perdido en el siglo
Perdido en el siglo
Siglo veinte
Rumbo al veinti uno

me llaman el desaparecido
Fantasma que nunca esta
Me dicen el desagradecido
Pero esa no es la verdad
Yo llevo en el cuerpo un motor
Que nunca deja de rolar
Llevo en el alma un camino
Destinado a nunca llegar

me llaman el desaparecido
Que cuando llega ya se ha ido
Volando vengo volando voy
Deprisa deprisa rumbo perdido


E LA PROVENZA...







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giovedì 15 giugno 2006
ore 15:43
(categoria: "Vita Quotidiana")



COME SI DICE DA VOI VAFFANCULO?

QUI IN PIEMONTE SI DICE

VAAAAAAAAAFFANCUUUULO!

Eccheccavoloquandocivuolecivuole


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giovedì 15 giugno 2006
ore 10:18
(categoria: "Vita Quotidiana")





Occitania: una lingua,
molte regioni, una fratellanza!




Pensate ad una etnia che non ha mai costituito un proprio Stato unitario ma che, attraverso una stessa lingua, sente di appartenere ad una "fratellanza nazionale".
Il termine Occitania (apparso per la prima volta nel 1290, che si scrive in grafia occitanica Occitània, con un accento grave sulla prima a e si pronuncia Usitanio) venne coniato per nominare l’insieme delle regioni nelle quali si parlava la lingua d’oc.
Fu Dante Alighieri a tentare una prima classificazione delle parlate romanze (o neolatine), basandosi sulla particella che, nelle varie lingue, serviva per l’affermazione.
Nacque così la tripartizione in: lingua d’oc che derivava la particella affermativa latina hoc est (questo è); la lingua d’oïl (il francese, che la derivava da illud est: quello è); la lingua del sì (l’italiano, che la derivava da sic est: così è).
L’amministrazione reale francese, a partire dal XIV secolo, prese a chiamare "patria linguae occitane" i feudi meridionali appena annessi e che sentiva "diversi". Il nome cadde però in disuso e venne riesumato soltanto all’inizio del XIX secolo da due scrittori occitanici, Rochegude
e Fabre d’Olivet. E’ diventato d’uso comune in Francia nel XX secolo, a partire dagli anni Cinquanta.
Oggi, l’Occitania non ha nessuna nessuna personalità giuridica, politica e amministrativa. Si trova "spalmata" nello Stato francese (Provenza, Linguadoca, Guascogna, Guienna, Limosino, Alvernia, Delfinato), di cui costituisce 21 e parzialmente 23 dipartimenti, e ingloba, senza soluzioni di continuità una porzione del territorio italiano (Delfinato con le seguenti valli italiane: Dora, Germanasca, Chisone, Pellice, Alta Valle di Susa, Po, Varaita, Maira, Grana, Stura, Gesso, Vermenagna, Alta Corsaglia, Pesio ed Ellero) e spagnolo (Valle di Aran).



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mercoledì 14 giugno 2006
ore 12:23
(categoria: "Vita Quotidiana")





Il Laboratorio Politico occitano (PARATGE) ha inviato questo invito: Considerato che sessant’anni dopo la firma della Carta di Chivasso per le popolazioni delle vallate alpine del Piemonte è peggiorata la situazione di emarginazione politica, economica e culturale e questa tendenza non è stata modificata neppure con l’entrata in vigore della "Convenzione della Alpi" che, dopo la ratifica da parte di tutti i paesi alpini, ivi compresa l’Italia, resta in attesa della sua attuazione e in particolare di un protocollo specifico relativo alla popolazione alpina




noi, cittadini delle valli alpine del Piemonte, affermiamo quanto segue

Premessa

In Piemonte ci troviamo di fronte ad una situazione paradossale: una pianura quasi completamente antropizzata è circondata da un territorio che si sta sempre più desertificando e la linea di demarcazione tra queste due realtà corre poche centinaia di metri a monte della fascia pedemontana, zona tra le più densamente abitate, quasi una città diffusa che traccia il confine tra la Grande Pianura e le Alte Terre ed in questo contesto vanno comprese alcune "porzioni di valli" che, a partire dagli anni sessanta del secolo scorso, hanno subito un "percorso di sviluppo" legato ad un modello di turismo non sostenibile e nelle quali si sono riprodotte dinamiche tipiche dello sviluppo urbano.

Tale modello pur avendo "arginato", in queste aree, il fenomeno dello spopolamento favorendo l’inserimento di persone attratte dalle nuove opportunità economiche, ha lasciato impatti pesanti sul territorio compromettendone per sempre le qualità ambientali, naturalistiche e paesaggistiche.

La montagna era stata, se non fiorente, sicuramente forte quando le persone che la abitavano facevano riferimento anche a una seconda scala di valori, oltre a quella personale e una scala di valori comuni è ancora condivisa dalle comunità che vivono la montagna.

In questo contesto comunitario per le popolazioni delle vallate alpine non è possibile accettare un approccio contrattuale alla vita, perché ci sono cose che sono sentite come patrimonio collettivo e che costituiscono l’essenza stessa e il motivo d’essere della comunità, ci sono cose che non sono in vendita e perciò è impossibile quanto inutile imporne il prezzo.

Se l’approccio liberal ha funzionato in pianura, bene o male che sia, in montagna ha dimostrato tutti i suoi limiti e ad esso va in buona parte imputato lo spopolamento delle valli alpine ed il modello di sviluppo turistico non sostenibile che caratterizza alcune alte valli.
.
Le valli alpine e la pianura negli ultimi tre secoli si sono allontanate, ma questa frattura va superata nell’interesse di tutta la regione

La regione non può che essere un insieme composto da tasselli ai quali va riconosciuta pari dignità su tutti i piani, dando visibilità, peso e voce a tutte le differenze, che sono il grande patrimonio del Piemonte.

Questo è il modo di realizzare il "Sistema Piemonte".

Temi essenziali

1° la struttura di potere:
gli interessi delle popolazioni alpine non sono rappresentati nella struttura di potere ed esse sono in posizione subalterna rispetto al potere centrale;
è lo Statuto Regionale che deve porre fine a questa situazione, facendo proprio in modo chiaro il concetto di sussidiarietà, recependolo come valore fondante nel "corpus legis" regionale;

2° la gestione del territorio:
essa è di competenza delle popolazioni alpine, le quali devono essere rappresentate nelle istituzioni in modo proporzionale sia alla propria consistenza numerica che all’estensione del territorio montano che vivono;

3° il livello minimo di servizi :
l’erogazione dei servizi è la leva che deve essere utilizzata per far ripartire il volano dell’economia alpina, le priorità sono:
- i giovani, a loro vanno garantite pari opportunità nell’accesso ai saperi;
- le attività produttive, ad esse deve essere offerto un livello di servizi che attiri insediamenti, nel rispetto della qualità ambientale e tutela del patrimonio irripetibile del territorio ;

Le richieste delle valli alpine

- le popolazioni delle vallate alpine devono partecipare alla struttura di potere regionale, perciò chiediamo innanzitutto la ridefizione dei collegi elettorali in modo da garantire la presenza di rappresentanze alpine a tutti i livelli;

- ogni decisione relativa a interventi strutturali e ogni tipo di utilizzo delle risorse del territorio, deve passare attraverso il consenso degli abitanti delle valli, consenso che si può esprimete sia attraverso consultazioni popolari, sia con delibere dei consigli comunali, sia con iniziative previste dagli statuti comunali;

- in ogni atto degli enti competenti, U. E., stato, regione e provincia, deve essere prevista una normativa specifica per la montagna;

- l’erogazione dei servizi deve affrancarsi da considerazioni prettamente economiche ed efficienziali, la qualità dei servizi deve diventare lo strumento per promuovere insediamenti produttivi e per creare un clima di vivibilità;

- il razionale e corretto utilizzo delle risorse naturali deve trovare una collocazione funzionale alla possibilità di vivere la montagna, l’approccio del "laissez faire" in montagna deve essere rivisto, cominciando dall’utilizzo dell’acqua e dalla gestione dei parchi naturali, per poi essere comunque esteso a tutto il territorio;

- i giovani delle valli devono essere messi in condizione di avere pari opportunità rispetto a quelli della pianura, a livello formativo e professionale, con particolare riguardo alla possibilità di formazioni mirate alle attività e alle eccellenze tipiche del vivere il monte;

- si deve ridurre la "distanza territoriale" tra montagna e pianura, attuando una politica di prezzi nell’erogazione dei servizi e una gestione adeguata per i trasporti, utilizzando in modo efficace le nuove tecnologie e utilizzando la leva fiscale come strumento perequativo;

- la manutenzione del patrimonio alpino, il suo presidio e la tutela ambientale, naturalistica e paesaggistica del territorio devono essere considerati servizi erogati dalle popolazioni delle vallate a vantaggio di tutta la regione;

- la pluriattività, sia individuale che famigliare, è storicamente alla base dell’impianto dell’economia alpina, perciò va riconosciuta, normata e tutelata a tutti i livelli.





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