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PARANOIE
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MERAVIGLIE

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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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ULTIMI 10 messaggi
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i giorni linkati sono quelli che contengono interventi )


venerdì 6 ottobre 2006
ore 14:55
(categoria: "Vita Quotidiana")



Non ne trovo traccia.

......

Venne da me apposta
(di questo sono certo)
per farmene dono.

.......

Non ne trovo più traccia.

.......

Rivedo nell’abbandono
del giorno l’esile faccia
biancoflautata...

La manica
in trina...

La grazia,
così dolce e allemanica
nel porgere...

.......
.......

Un vento
d’urto - un’aria
quasi silicea agghiaccia
ora la stanza...

(È lama
di coltello?

Tormento
oltre il vetro ed il legno
- serrato - dell’imposta?)

.......
.......

Non ne scorgo più segno.
Più traccia.

.......
.......

Chiedo
alla morgana...

Rivedo
esile l’esile faccia
flautoscomparsa...

Schiude
- remota - l’albeggiante bocca,
ma non parla.

(Non può
- niente può - dar risposta.)

.......
.......

Non spero più di trovarla.

.......

L’ho troppo gelosamente
(irrecuperabilmente) riposta.


(Giorgio Caproni - Res amissa )


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venerdì 6 ottobre 2006
ore 12:52
(categoria: "Vita Quotidiana")





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venerdì 6 ottobre 2006
ore 10:37
(categoria: "Vita Quotidiana")



Insieme a te non ci sto più , guardo le nuvole lassù
Cercavo in te la tenerezza che non ho
La comprensione che non so trovare in questo mondo stupido
Quella persona non sei più , quella persona non sei tu
Finisce qua , chi se ne va che male fa!
Io trascino negli occhi dei torrenti di acqua chiara
Dove io berrò , io cerco boschi per me
E vallate col sole più caldo di te!
Insieme a te non ci sto più guardo le nuvole lassù
E quando andrò devi sorridermi se puoi
Non sarà facile , ma sai, si muore un po’ per poter vivere
Arrivederci amore ciao le nubi sono già più in là
Finisce qua , chi se ne va che male fa!

E quando andrò devi sorridermi se puoi
non sarà facile ma sai si muore un po’ per poter vivere !


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giovedì 5 ottobre 2006
ore 13:23
(categoria: "Vita Quotidiana")





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giovedì 5 ottobre 2006
ore 11:07
(categoria: "Vita Quotidiana")





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mercoledì 4 ottobre 2006
ore 19:50
(categoria: "Vita Quotidiana")



Urbino, tre giorni per parlare di parole
Enigmi da risolvere on the road

La parola a tutto tondo. Da leggere, da ascoltare, da inventare, da indovinare. La parola come gioco, perché è con lei che l’uomo pensa, si rapporta agli altri, interagisce e crea. Ne è convinto uno dei nomi più conosciuti dell’enigmistica italiana, Stefano Bartezzaghi, che con l’aiuto di giocolieri, attori, musicisti, filosofi, sarà protagonista a Urbino di "Parole in gioco, tre giorni per parlare di parole".

Dal 6 all’8 ottobre la città di Raffaello farà da sfondo a una serie di tornei, proiezioni cinematografiche, recital, laboratori, tutti dedicati alla parola e ai suoi misteri. Per le vie della città dalle 11 di mattina fino a notte fonda, cittadini e turisti verranno coinvolti direttamente nell’iniziativa, per scoprire neologismi gastronomici con Davide Paolini, risolvere rebus con la compagnia dei Rapsodi e apprendere come la dinamica dell’enigma sia spesso alla base dei racconti cinematografici.

L’iniziativa, che rientra nell’ambito del progetto regionale "Urbino Capitale dell’ Utopia", coinvolgerà i luoghi simbolo del centro cittadino: dalla Serra d’inverno del Palazzo Ducale al teatro Raffaello Sanzio


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mercoledì 4 ottobre 2006
ore 13:02
(categoria: "Vita Quotidiana")



Jean Paul Gaultier ha fatto sfilare in passerella a Parigi una modella dalla figura inusuale, tutto il contrario delle ragazze a rischio anoressia cui ci ha abituati l’alta moda. Velvet, 180 chili, è la risposta dello stilista francese alla polemica sulle modelle troppo magre



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mercoledì 4 ottobre 2006
ore 11:29
(categoria: "Vita Quotidiana")



Gay, miseria e politici corrotti: ecco il film che divide l’Islam
di GABRIELE ROMAGNOLI

IN UN CINEMA di Parigi, affollato da un pubblico di lingua araba, ho visto il film che sta facendo scalpore in Egitto. Lì come al Cairo una scena genera imbarazzo in sala, si odono bisbigli, spettatori si aggiustano sulla sedia. "Palazzo Yacoubian" sdogana il tema dell’omosessualità. Gli attacchi che ne sono seguiti svelano la doppia ipocrisia del potere politico. Non è solo questione di arretratezza, c’è un secondo aspetto, di cui dirò alla fine. Il film, per cominciare. Tratto dal romanzo di Ala Al Aswany (edito in Italia da Feltrinelli) ne riproduce fedelmente le storie intrecciate in un decaduto edificio del centro.

Superfluo dire che il libro è, come quasi sempre accade, meglio. Ma la trasposizione cinematografica dà alla storia una superiore capacità d’impatto e le ha permesso, in un paese a bassa alfabetizzazione, di arrivare a un pubblico molto più ampio. Scioccandolo. In una chiacchierata precedente la pubblicazione della traduzione italiana Ala Al Aswany, che di professione fa il dentista, mi confidò nel suo ambulatorio lo stupore per il fatto che il romanzo avesse superato i controlli della censura. "Hanno fatto come i computer - ipotizzava - cercavano le parole chiave. Non trovandole hanno detto: visto si stampi". Poi, si è fatto tardi: "Palazzo Yacoubian" è diventato il principale best seller arabo dopo il Corano. Proprio per questo pensavo che avrebbero impedito al film di esserne la copia. Invece, di nuovo, se ne sono accorti tardi.

Adesso 112 parlamentari ne chiedono il ritiro dalle sale. Durante un collegamento radiofonico un ascoltatore ha detto all’attore Khaled El Sawy: "Se la vedo per strada, la meno a sangue". Che parte fa El Sawy? Quella che provoca i bisbigli e gli aggiustamenti in poltrona. E’ Hatim Rasheed, un giornalista che dirige un settimanale in lingua francese. Omosessuale. Una sera, uscendo dalla redazione, vede un giovane soldato, Abd Rabo, gli si avvicina, gli parla, gli dà, in cambio di un’indicazione, una mancia eccessiva.

Hateem è un uomo raffinato e colto, gemello di carta e celluloide di un noto scrittore e giornalista a Al Ahram Hebdo. Il soldato è un giovane senza educazione, arrivato dalla campagna dove ha lasciato la moglie e un figlio per guadagnarsi uno stipendio nella maniera più semplice: indossando una divisa. La sua superiorità fisica soccombe a quella mentale dell’altro. Poche sere dopo si ritrova in un appartamento affollato di pezzi d’antiquariato, su un divanetto tappezzato con stoffa preziosa, tra le mani un calice di vino come non l’ha mai assaggiato. Abd Rabo beve, Hatim gliene versa ancora, lui continua a bere, l’altro a versare. Finché il soldato si arrende.

Tra i due nasce una relazione fissa, che prosegue anche quando il soldato fa trasferire al Cairo (nell’appartamento procuratogli dal giornalista sul tetto del Palazzo Yacoubian) moglie e figlio. Il giovane sfoga il senso di colpa per essere diventato l’oggetto sessuale di un uomo possedendo brutalmente la propria donna. È una reazione a catena più credibile che scandalosa. Sono voci del desiderio, sospiri di compiacenza, gemiti di dolore che le voci amplificate dei predicatori di ogni religione riescono a coprire, mai ad annullare. Poi arriva la mano di un dio vendicatore.

Mentre il soldato giace nel letto del giornalista la moglie bussa furiosamente alla porta: il loro bambino si è ammalato, di lì a poco morirà. Sarebbe accaduto ugualmente, ma il senso di colpa trasforma un caso fortuito in un contrappasso. Ai fustigatori però questo messaggio non arriva. Si fermano alla superficie, gridando allo scandalo alla prima scena, senza accorgersi che il film è, in fondo, più moralista di loro.

È che non sono abituati: mai nel cinema egiziano si era osato mostrare apertamente l’omosessualità.
Perfino il coraggioso regista Youssef Chaine vi aveva soltanto alluso. Stiamo parlando di un Paese dove questa pratica sessuale può portare al carcere. Non esiste una legge che la punisca, ma l’omofobia sa trovare l’inganno. L’11 maggio 2001 cinquantadue omosessuali furono arrestati in una discoteca ricavata in un barcone sul Nilo, la "Queen Boat". Cinquanta vennero accusati di "corruzione abituale", due di "vilipendio della religione". Torturati e poi processati, ventuno di loro vennero condannati a tre anni di reclusione.

Quel che non fecero i giudici lo fecero i media, diffondendo nomi e indirizzi perché la pubblica (e plagiata) opinione potesse sbeffeggiarli. Il livello di apertura mentale della stampa è d’altronde dimostrato da questo episodio: in una conferenza stampa seguita alla proiezione di "Palazzo Yacoubian" un giornalista fa una domanda all’attore El Sawy che, ripeto, recita la parte di un noto collega dell’intervistatore. La domanda è: "Come può un attore del suo calibro, che ebbe un tempo l’onore di impersonare il presidente Gamal Abdel Nasser, aver accettato il ruolo di un depravato?". La risposta è un sorriso di compassione.

Ironica quella del suo collega Bassem Samra (che incarna il soldato) alla domanda: "Che cosa pensa dei parlamentari che vogliono bandire il film?", "Trovo giusto che passino il tempo a discutere e votare una cosa del genere, non hanno altro da fare avendo già risolto problemi come la disoccupazione, i traghetti che affondano, il terrorismo, i treni che si scontrano, l’analfabetizzazione e la corruzione".

Ecco, ci siamo arrivati: alla seconda (e più grave) ipocrisia. Perché mai una massa di deputati e i giornalisti sdraiati sui gradini del potere politico e religioso dovrebbero darsi tanto da fare perché il popolo non veda qualche scena di ordinaria sessualità? È davvero quello a disturbarli nelle quasi tre ore di "Palazzo Yacoubian"? O è altro? L’altro che il film racconta: la miseria in cui è stato ridotto lo splendore del Cairo, la rabbia delle classi sociali escluse non tanto dalla ricchezza quanto dalla dignità che spinge i più deboli verso il radicalismo islamico e il terrorismo, la corruzione di Stato, quella sì perfettamente organizzata, che entra in ogni piccolo affare e, come la mafia, pretende una percentuale sui profitti?

Quale è la scena del film che fa bisbigliare e aggiustarsi sulla poltrona gli spettatori di prima classe: quella della "corruzione" del soldato o quella in cui, dopo essersi spartiti una torta, il politico e l’imam pregano insieme tenendosi per mano? È per quella scena che il film va difeso. Per quella che ci si augura venga presto distribuito anche in Italia. Perché racconta una storia così egiziana, così universale.


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mercoledì 4 ottobre 2006
ore 10:17
(categoria: "Vita Quotidiana")



Cuba in lotta contro l’epidemia top secret
di Alessandra Farkas

Negli ultimi giorni i piccoli aerei militari gialli hanno preso a sorvolare l’Avana con crescente frequenza. Al crepuscolo e al tramonto si alternano senza sosta nei cieli della capitale cubana, lasciando al loro passaggio una densa ed irrespirabile scia biancastra di insetticida. Sotto di loro dozzine di camion dell’esercito rivoluzionario perlustrano ogni angolo della città vecchia a caccia dello stesso, insidioso nemico. La guerra che sono chiamati a combattere - paragonata dal leader sindacale Pedro Ross Leal a quella contro "l’imperialismo fascista di George W. Bush" - mira a debellare un avversario minuscolo e insieme grandissimo. L’«aedes aegypti», un tipo di zanzara che trasmette il dengue - volgarmente noto come febbre spacca-ossa - una malattia febbrile acuta che nella forma emorragica, la più grave, ha un tasso di mortalità molto elevato.

Nonostante la massiccia campagna di disinfestazione delle autorità, l’epidemia - iniziata ad aprile - avrebbe raggiunto dimensioni ancora più drammatiche dell’ultima grande ecatombe di dengue, nell’81. Quando il governo denunciò 158 morti, 100 dei quali bambini, e ben 345mila contagi. Secondo vari blog e siti Internet di dissidenti cubani, in patria e all’estero, i morti supererebbero ormai il migliaio, mentre i contagi sarebbero nell’ordine di decine - forse centinaia - di migliaia. «Non esistono cifre ufficiali perché il regime ha imposto il top secret», spiega la giornalista Yolanda Martinez sul quotidiano messicano "Reforma". Reduce da un viaggio a Cuba, la Martinez spiega che «in una sola provincia i morti sono 270, tra cui dozzine di bambini». Se protetti dall’anonimato, medici ed infermieri cubani parlano di «crisi che ha messo in ginocchio l’isola». Ma appena spunta fuori un registratore ritrattano tutto. «L’indiscrezione è punita severemante», spiega la Martinez. «Nessuno si azzarda a pronunciare in pubblico la parola dengue».


Disinfestazione a Cuba
In mancanza di cifre ufficiali, anche l’Organizzazione Mondiale della sanità annaspa nel buio. «C’è giunta la voce di oltre mille morti», dichiara Gregory Hartl, portavoce dell’Oms a Ginevra, «Ma non siamo in grado né di smentirla né di confermarla». Gravi focolai sono stati identificati in province quali Santiago, Ciego de Avila, Camaguey, Holguin e Pinar del Rio e Guantanamo. Ma la situazione più critica riguarda l’Avana, che con i suoi 2 milioni e 300 mila abitanti è la città più contaminata di un’isola che ne conta 11.2 milioni. «Gli ospedali della capitale sono stracolmi di malati di dengue», rivela all’agenzia di stampa Inter Press Service una fonte vicina al Ministro della Salute Pubblica, «medici ed infermieri dell’Avana sono in servizio 24 ore su 24». Il Dr. Josè San Martin Martinez, responsabile del settore malattie infettive del Ministero nega: «Il pericolo di una epidemia di dengue a Cuba non esiste», afferma. Ma lo scorso 21 settembre il giornale ufficiale del regime, Granma, è stato il primo a rompere il muro di omertà.

«Il nostro compito è talmente immenso che non abbiamo abbastanza risorse umane per assolverlo», ha scritto in un editoriale il funzionario incaricato della crociata anti-dengue nel quartiere Cerro dell’Avana. Tutto d’un tratto, sui siti della International Society for Infectious Diseases e della Harvard School of Public Health è apparso un memorandum confidenziale emesso lo scorso 1 settembre dall’Instituto Nacional de Higiene, Epidemiologia Y Microbiologia dove si legge che «il governo rivoluzionario cubano invita i turisti a rimandare le loro vacanze e a non visitare l’isola nei mesi di settembre ed ottobre perché a causa delle forti piogge i focolai di infezione di zanzare non potranno essere eliminati».

La situazione è talmente grave che Fidel Castro ha interrotto la convalescenza per dettare al Paese la ricetta per uscire dalla crisi. Dietro suo ordine, il 19° Congresso del Sindacato dei Lavoratori Cubani Central de Trabajadores de Cuba (CTC) appena conclusosi all’Avana si è impegnato a «convertire immediatamente il movimento dei pensionati in una forza permanente di lotta contro l’aedes aegypti». I 300 mila anziani iscritti al CTC andranno ad aggiungersi ai giovani del servizio militare, agli studenti liceali, all’armata giovanile del lavoro (EJT) agli inservienti di ristoranti ed imprese statali che tutti i giorni, inclusa la domenica, perlustrano la città spruzzando insetticidi e dispensando consigli igienici per prevenire la formazione di nidi di zanzare nelle acque stagnanti. Dopo ogni visita disinfestante, la popolazione è costretta a lasciare la porta di casa chiusa per 40 minuti, per permettere al fumo dal fortissimo odore chimico di fare il suo effetto. Ispettori del governo passano in rassegna le abitazioni per verificare che il lavoro sia stato bene effettuato, multando chi si rifiuta di ottemperare alle direttive del lìder maximo, ponendo così in pericolo il vicinato.

A dare una mano ai più sprovveduti ci pensano le catene radio e TV nazionali, che mandano in onda dei martellanti slogan per esortare tutti i compagni «all’offensiva contro il nemico». E il cartone animato di uno spot studiato ad hoc mostra un uomo che disputa un incontro di boxe contro l’odiosa zanzara, mettendola KO. Secondo la stampa messicana le autorità starebbero investigando se il contagio è stato introdotto intenzionalmente nell’isola. Nel 1984 un dirigente della organizzazione anticastrista ’Omega7’, Eduardo Arocena, confessò durante un processo in Florida di aver introdotto i germi del dengue emorragico a Cuba, tre anni prima.


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mercoledì 4 ottobre 2006
ore 09:39
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il festival di Dasara, o Vijaya Dashami, è il più popolare dell’India. Comincia il primo giorno del mese indù di Ashwin, che cade tra settembre e ottobre, e si protrae per dieci giorni: nove sono dedicati all’adorazione (Navaratri), il decimo è riservato alla dea Durga, che sconfisse il demone dalla testa di bufalo, e al signore Rama, che combattè contro un demone a dieci teste. Le celebrazioni sono diverse in tutto il paese, da Mysore, in cui il festival è famoso per la colorata processione di elefanti bardati lungo le strade della città, a Dehli, dove la statua della dea Durga, che simboleggia il trionfo del bene sul male, viene immersa nelle acque del fiume Yamuna.







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