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Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto son dileguati. Ma il furto non m’accora, poiché vi ha preso stanza la dolce speranza!
Or che mi conoscete, parlate voi. Chi siete? Via piaccia dir?

Scrivo un diario inutile. senza note, senza parole, senza frasi. Solo pagine vuote, bianche. Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano. (Alessandro Sebastiano Morandi)
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martedì 3 ottobre 2006
ore 21:16 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Finanziaria, Legambiente: "Scomparso il 5 per mille"
Il 5 per mille è scomparso dalla Finanziaria. La norma, introdotta dalla precedente manovra varata nel 2005, prevedeva la possibilità per ogni contribuente di destinare una quota pari al 5 per mille del proprio gettito Irpef al volontariato, alla ricerca scientifica e sanitaria, alle università e al proprio Comune di residenza. Ma la Finanziaria presentata in questi giorni dal governo non ripropone la norma, che pertanto ha avuto la durata di un solo anno fiscale.
A denunciare la cancellazione del 5 per mille è il presidente nazionale di Legambiente Roberto Della Seta: "Lattenzione nei confronti del terzo settore è pari a zero. La mancata riproposizione del 5 per mille in Finanziaria penalizza fortemente il volontariato".
"Pur criticando la Finanziaria dello scorso anno - spiega ancora Della Seta - avevamo salutato con grande favore questa misura introdotta da Tremonti nel 2005. Oggi, se di dimenticanza si è trattato, essersi scordati il 5 per mille dà lidea dellattenzione, assai scarsa, che viene riservata al volontariato. Se invece la decisione è stata ponderata, beh, allora siamo davvero allibiti".
Legambiente chiede pertanto un "repentino ripensamento e la reintroduzione di questa norma", che, secondo la precedente Finanziaria, permetteva la destinazione al volontariato e agli altri enti indicati dalle norme di 270 milioni di euro (questo era infatti il tetto massimo). I possibili destinatari del 5 per mille erano circa 38.000 enti.
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martedì 3 ottobre 2006
ore 11:38 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Storia di Chuyia, baby-vedova a 8 anni: in un film le violenze sulle donne indiane
India, 1938: Chuyia è una bambina di otto anni, con lo sguardo, la spontaneità, la voglia di giocare di qualsiasi coetanea. Solo che lei è diversa, è una baby-sposa. A cui, per colmo di sfortuna, muore il marito: così, come prescrivono i rigidissimi rituali religiosi indù, la piccola è costretta a lasciare la famiglia, ladorata mamma, per essere segregata in una "Casa delle vedove". Una sorta di lager dove - tra amicizie, umanità dolente, prostituzione occulta, divieti di ogni genere - finirà, dopo lennesimo trauma, per perdere definitivamente linnocenza. Tutta la luce che aveva negli occhi.
Succedeva nellIndia di quasi settanni fa, succede anche nellIndia di oggi: secondo un censimento del 2001, nellimmenso subcontinente ci sono 34 milioni di vedove, e almeno 12 milioni vivono nelle "Case". A fornire questi dati è la regista indiana (trapiantata in Canada) Deepa Mehta: è lei ad aver scritto e diretto Water, lintenso, toccante film (nelle sale da venerdì 6 ottobre) che racconta - appunto - la storia di Chuyia. Personaggio di finzione, certo, nato dalla fantasia dellautrice; ma che simbolizza il destino infame di tantissime donne, emarginate e perseguitate. E non solo in quel paese: secondo Amnesty International, ogni anno nel mondo ci sono 80 milioni di matrimoni con spose bambine.
Ma Water non è solo la denuncia di un fenomeno inquietante, e che esiste tuttora. E anche un film molto rifinito, con una bella fotografia, musiche suggestive e un gruppo di interpreti notevoli. Acclamato al festival di Toronto, candidato del Canada agli Oscar, e amato da molti personaggi celebri. Tra cui un uomo che di India e di fondamentalismi religiosi se ne intende, Salman Rushdie: "E unopera magnifica - ha detto - che affronta un argomento serio e difficile ma dallinterno, attraverso gli occhi delle protagoniste. Toccando irrimediabilmente il nostro cuore".
Eppure, malgrado le qualità cinematografiche, è inevitabile che la presentazione italiana di Water diventi soprattutto unoccasione per denunciare quanto cè ancora da fare, in tema di diritti civili. Specie al femminile. La prima a sottolinearlo è il ministro del Commercio estero, Emma Bonino, testimonial della pellicola (così come Amnesty International, che la patrocina): "La cosa che più mi ha colpito del film - racconta la storica leader radicale - è che tratta un tema molto attuale: il rapporto tra religione e società. O meglio, tra interpretazioni particolarmente reazionarie della religione e società. E questo non vale solo per linduismo, ma anche per la nostra religione e per lIslam". Da qui limpegno del ministro: "Nel 2007, lIndia sarà il punto focale della mia attività. E non si tratta di occasioni solo commerciali: cercherò di avere con gli amici indiani un dialogo francoanche su altri temi".
La Bonino, dunque, sottolinea un punto importante: a rendere "esplosivo" Water non è solo il riferimento alla crudeltà di certe tradizioni, ma anche il mostrare senza reticenze lorrore a cui può condurre il fanatismo religioso. Uninterpretazione avallata dalla regista, Deepa Mehta: "Il cuore del film - spiega - è il conflitto tra coscienza e fede: se non si ascolta la propria coscienza, ma di obbedisce pedissequamente alla fede, si rischiano cose disumane".
A dimostrarlo, cè anche la travagliata lavorazione del film. Come spiega il produttore, David Hamilton: "Abbiamo tentato di girare Water nel 2000, in India. Il set era già pronto, ma poi, a pochi giorni dalle riprese, il movimento dei fondamentalisti ha bruciato il set. Allora abbiamo cominciato a girare nellhotel dove alloggiavamo, ma fuori la gente urlava e bruciava foto di Deepa. Per due anni lei ha dovuto avere la scorta". Conseguenza: il film è stato girato solo quattro anni dopo, ma nello Sri Lanka. E quasi clandestinamente.
Del resto, Mehta non è nuova alle minacce dei fanatici: già un suo film precedente, Fire, fu oggetto di proteste furiose e ritirato dalle sale, perché parlava di donne lesbiche. E adesso, in novembre, toccherà a Water uscire nei cinema indiani. Una pellicola che, almeno vista con occhi occidentali, presenta tutti i personaggi con molto rispetto: la piccola Chuyia, certo (interpretata dalla debuttante dello Sri Lanka Sarala); ma anche la bella Kalyani (Lisa Ray), vedova-prostituta che si innamora del laureato in legge Narayan (John Abraham), seguace di Gandhi; e la religiosissima sadananda (Kulbhushan Kharbanda), che vive sulla sua pelle il conflitto tra fede e coscienza.
Ma è proprio Gandhi - di cui in questi giorni si celebra il centenario della nascita - a chiudere il film, in una scena intensa e un po a sorpresa: "Lui è il simbolo della nostra liberazione - conclude Mehta - per questo ho deciso di farlo apparire in un film come il mio. Che non vuole mostrare solo le discriminazioni delle vedove, ma denunciare qualsiasi oppressione contro gli esseri umani: in nome della tradizione, della religione, del colore della pelle".
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martedì 3 ottobre 2006
ore 10:09 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Gli Amish, pacifici agricoltori fermi a duecento anni fa
Rifiutano la società moderna in quasi tutti i suoi aspetti. Si vestono, vivono e lavorano secondo regole di due secoli fa, sono tranquilli e pacifici.
Gli Amish americani sono un gruppo religioso protestante che ha le sue radici nella comunità Mennonita. Facevano parte del primo movimento anabattista europeo che si scisse dal Protestantesimo ai tempi della Riforma: perseguitati come eretici sia dai Cattolici sia dai Protestanti, furono costretti a rifugiarsi sulle Alpi Svizzere e nel sud della Germania e qui nacque la tradizione Amish di dedicarsi allagricoltura e di radunarsi nelle case e non nelle chiese per seguire le loro funzioni religiose.
La comunità è stata fondata alla fine del 1.600 dallo svizzero Jacob Amman. Emigrati negli Stati Uniti, principalmente in Pennsylvania, per sfuggire a persecuzioni, gli Amish, protestanti, basano la propria fede sul rigido rispetto della Bibbia e il rifiuto del progresso.
Oggi vivono in 22 stati ed in Canada. Ma lOld Order Amish (circa 16-18mila persone) vive in Pennsylvania, tra Filadelfia e Lancaster.
In genere sono trilingue, poiché parlano la lingua del paese nel quale vivono, ma essendo di cultura normalmente germanica, parlano anche un dialetto tedesco, in famiglia (che nasce dallunione della lingua del paese ospitante col tedesco), inoltre usano la lingua tedesca nei servizi religiosi.
Le donne e le ragazze indossano abiti molto modesti con maniche lunghe e gonne mai sopra la caviglia: non si tagliano mai i capelli che portano raccolti sulla nuca coperti da una cuffia bianca se sono sposate o nera se sono single. Non hanno gioielli.
Gli uomini ed i ragazzi sono vestiti per lo più di scuro con gilet e bretelle. Non hanno baffi, ma, dopo il matrimonio, si fanno crescere la barba.
Gli Amish considerano tutto questo unespressione di fede e di incoraggiamento allumiltà che permea tutta la loro vita dedicata al duro lavoro dei campi.
Gli Amish rifiutano la modernità, ma non in quanto tale. Oggetti che non portino valori indesiderati nella casa e non provochino crepe nella struttura sociale sono i benvenuti se si rendono davvero necessari e se non sono un desiderio vanitoso e superfluo. Usano per esempio la stufa a legna moderna, perché migliore e meno costosa di stufe più vecchie, ma non transigono sullabbigliamento o sui consumi alimentari, che rimangono legati alla tradizione.
Per lo stesso motivo gli Amish non considerano nemmeno la televisione, sono aperti invece ai libri e alle riviste a patto però che non vadano contro la propria cultura. In genere non usano lelettricità e non possono guidare mezzi motorizzati. Anche il rapporto con la medicina moderna è controverso. Normalmente si curano in casa, ma se un Amish sta veramente male, allora la comunità decide di portarlo in ospedale.
La formazione dei giovani avviene in parte a scuola e in parte dentro la comunità. La vita degli adepti è segnata da un evento particolarmente importante: i giovani dopo i 16 anni entrano nella fase del rumspringa, durante il quale lasciano le loro case per andare a scoprire il mondo che li circonda. Alla fine del rumspringa, i giovani sono liberi di decidere se tornare o meno nella comunità.
In una comunità degli Amish era ambientato il film Witness - il Testimone, con Harrison Ford e Kelly McGillis, di Peter Weir.
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lunedì 2 ottobre 2006
ore 16:22 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Madrid, giovani annunciano raid in Parlamento "Rubato il seggio di Zapatero per protesta"
Un gruppo di ragazzi spagnoli, che si definiscono i "Quattro gatti", ha annunciato di aver messo a segno un colpo memorabile: il furto del seggio in Parlamento del premier spagnolo Jose Luis Rodriguez Zapatero in segno di protesta contro la povertà. Come prova, i giovani hanno messo in onda su internet un video che li riprende in azione. Fonti interne al Parlamento smentiscono e parlano di un montaggio, ma il filmato è già divenuto un fenomeno mediatico. E sul caso è stata aperta uninchiesta.
I giovani hanno annunciato di aver compiuto il furto per costringere Zapatero ad "alzarsi in piedi" il 16 ottobre, la giornata in cui lOnu ha chiesto a tutti un tale gesto per esigere dai governi il mantenimento degli impegni per lottare contro la fame nel mondo. Nel video, si vedono alcuni ragazzi incappucciati che si aggirano allesterno del Parlamento, si arrampicano su una parete, aprono una finestra ed entrano nelledificio. Poi, dopo aver eluso la sorveglianza di alcune guardie, entrano nellaula e si impadroniscono della sedia, che portano allesterno calandola da dove sono entrati. Sul posto del premier lasciano un foglio con la scritta "Zapatero, 16 ottobre in piedi contro la povertà".
Fonti interne al Parlamento hanno smentito che il seggio sia stato rubato e suggeriscono lipotesi di un montaggio. Molte delle immagini sembrano però ritrarre unazione reale allinterno della Camera e si vede chiaramente che un seggio viene rimosso anche se non è ben chiaro se si tratti di quello del capo del governo. Altre sequenze, invece, potrebbero essere state girate altrove.
Sul caso è già stata aperta uninchiesta. Lipotesi ritenuta più verosimile è che i ragazzi siano realmente entrati nelledificio con la complicità di qualche funzionario, che gli ha permesso di effettuare le riprese, ma non abbiano realmente commesso il furto.
Vera o meno che sia, lincursione dei "Quattro gatti è riuscita ad attirare lattenzione. La notizia si è diffusa rapidamente ed è stata ripresa da tutti i media spagnoli e dalla maggior parte di quelli internazionali. Anche il filmato ha avuto grande successo e sul web è già un tormentone.
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lunedì 2 ottobre 2006
ore 11:12 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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domenica 1 ottobre 2006
ore 23:05 (categoria:
"Vita Quotidiana")
chi fa il contadino, chi ha fatto la spia chi è morto dinvidia o di gelosia chi legge la mano, chi vende amuleti chi scrive poesie, chi tira le reti chi mangia patate, chi beve un bicchiere chi solo ogni tanto, chi tutte le sere
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domenica 1 ottobre 2006
ore 17:14 (categoria:
"Vita Quotidiana")

E tempo di raccolta ad Atoka, la più importante fattoria produttrice di mirtilli del Quebec, a circa 140 chilometri da Montreal. Immagini suggestive: i lavoratori dellazienda sembrano camminare su un mare di bacche.
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venerdì 29 settembre 2006
ore 16:59 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Rovigo, "Iscriviamo i nostri figli altrove" La scuola si spacca sui bimbi rom di TULLIA FABIANI
Da due anni la scuola è tutta per loro. I bambini italiani non la frequentano più e a Villanova Marchesana, paese della provincia di Rovigo dove abitano 1.200 persone, sono rimasti solo i bambini rom: diciannove alunni; due pluriclassi, una di prima, seconda e terza elementare, l’altra di quarta e quinta. Un ’ghetto’ da chiudere secondo l’Opera Nomadi di Rovigo; una scuola che funziona regolarmente secondo l’amministrazione comunale.
"Abbiamo spiegato la situazione alla Prefettura, alla Provincia, al Csa (ex Provveditorato) - racconta Roberto Costa, presidente dell’associazione rovigiana - ma senza risultati. I bambini stanno ancora lì, "separati e discriminati".
Le cause. I genitori dei ragazzini italiani hanno deciso di iscrivere i propri figli nelle scuole dei paesi vicini. Motivo: il fatto che gli alunni stranieri (quasi tutti kosovari) impedirebbero il regolare svolgimento dell’attività didattica. Parlano male l’italiano, l’apprendimento è più lento e quindi l’andamento della classe ne risente. "Non è un problema razzistico - sostiene il sindaco Ilario Pizzi, eletto con una lista civica di cui non dichiara l’orientamento - il punto è un altro: se i genitori hanno dubbi sulla formazione scolastica dei propri figli in una certa scuola li portano da un’altra parte. I genitori si sono sentiti preoccupati e hanno fatto una scelta".
"Non sindachiamo sulla scelta dei genitori - replica Costa - ma sulla mancanza di progetti e sulla linea pedagogica secondo cui i rom dovrebbero star soli per imparare meglio". Così lo scontro è drastico sulle visioni pedagogiche: quella della omogeneità secondo la quale "i bambini rom hanno esigenze diverse e la classe omogenea può aiutarli di più nell’apprendimento, in quanto gli insegnanti sono tutti per loro"; e quella dell’intercultura che dà maggiore importanza "al processo sociale dell’apprendimento" e fa corrispondere i tempi della classe a quelli del bambino più debole o più fragile: tempi interculturali.
Le possibili soluzioni. Ora, in questa ultima direzione si muove il progetto de l’Opera Nomadi, che vorrebbe chiudere la scuola di Villanova Marchesana e portare i ragazzi rom a Crespino, un paese nei dintorni dove esistono classi multiculturali. Gli alunni sarebbero divisi in piccoli gruppi e inseriti nelle classi adatte (uno o due per classe). "Il progetto che abbiamo presentato al sindaco e al prefetto, è quello di ridistribuire nelle scuole vicine questi bambini - spiega Costa - ma il sindaco ha detto che preferisce tenere aperta la scuola di Villanova".
Secondo Pizzi si tratta di "garantire un servizio ai cittadini, tutelare l’identità locale e limitare i costi economici", ma vanno considerate anche la riconoscenza e l’ammirazione per gli insegnanti che hanno deciso di rimanere a Villanova. E a chi gli parla di scuola-ghetto risponde: "È vero che lì ci stanno solo bambini rom, ma è sbagliato dividere i bambini in quattro o cinque gruppi e portarli in altre scuole; sono più isolati mettendoli qua e là dove gli insegnanti non li possono seguire. Non possono essere inseriti in classi con programmi e metodi rivolti a bambini italiani, serve una didattica adeguata ai loro tempi di apprendimento altrimenti si stancano e abbandonano la scuola".
Perciò l’idea è di fargli frequentare le lezioni in altre scuole due o tre volte alla settimana. Una sorta di integrazione progressiva che secondo il progetto del Comune e dell’istituto comprensivo di Polesella, (costo 15 mila euro), presentato alla Dirigenza scolastica regionale, dovrebbe cominciare a tre anni. "Fra qualche anno avremo bambini che vanno alle elementari e che potranno frequentare le scuole italiane senza difficoltà - nota il sindaco - Attraverso una rete di operatori abbiamo convinto infatti famiglie e insegnanti a far andare all’asilo i piccoli rom, in modo che possano seguire lo stesso percorso scolastico dei bambini italiani".
Un modello di integrazione che non convince però l’Opera Nomadi. "Servirebbero interventi precisi di integrazione sociale - precisa il presidente dell’associazione - senza mediatori culturali e sostegni alle famiglie si rischia l’apartheid. Il Polesine ha 250 mila abitanti su questi 10. mila sono immigrati e circa 300 sono rom che vivono emarginati, anche se stanno qua da quindici anni e lavorano in fabbrica o nelle cooperative. È un problema politico". "La polemica è politica - afferma Pizzi - a cominciare dall’accusa di razzismo. In ogni caso ho proposto di aprire un tavolo di discussione, ci confronteremo per vedere se la nostra può essere una soluzione o se dovremo trovarne altre".
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venerdì 29 settembre 2006
ore 11:16 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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giovedì 28 settembre 2006
ore 17:58 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Violenza sulle donne: non solo stupri La paura è anche tra le mura domestiche di CRISTINA NADOTTI
Lattenzione è concentrata sugli stupri, ma il fenomeno della violenza sulle donne è più ampio, più strisciante, ancora più preoccupante. A chiedere una riflessione accurata sul problema, che vada oltre le notizie pubblicate dai media sui casi di stupro, è Telefono Rosa, che insieme alla Publica Res-Swg di Trieste ha realizzato unindagine sul modo in cui lopinione pubblica percepisce la violenza sulle donne.
Il progetto. "Il progetto è partito nel 2005 - ha spiegato la presidente dellassociazione, Gabriella Moscatelli - ma negli ultimi mesi è diventato di drammatica attualità. Il nostro sondaggio lo sottolinea: per l84% delle persone intervistate, sia uomini che donne, la violenza sessuale è una piaga sociale. Di fronte a una tale emergenza la risposta delle istituzioni è considerata del tutto insufficiente, perché il 75% degli interpellati ritiene che non ci sia tutela".
Alleanze trasversali. Sono questi i dati principali dai quali, durante la presentazione dellindagine fatta oggi a Roma, è partita la riflessione delle operatrici di Telefono Rosa e di esponenti politiche. La presenza di Cinzia Dato e Dorina Bianchi della Margherita, di Isabella Rauti della Fiamma Tricolore, di Monica Cirinnà e Adriana Spera del Comune di Roma è stata emblematica della rete di alleanze trasversali, che si crea tra le donne quando ci sono da affrontare battaglie legislative per la tutela e i diritti femminili.
Tutte concordi nel sottolineare che, mentre i fatti di cronaca enfatizzano la violenza fatta alle donne da sconosciuti e riconducono i reati a situazioni di emarginazione e di criminalità comune, a monte cè, come ha enfatizzato Cinzia Dato, "un problema di violenza quotidiana, casalinga ed istituzionale". Il punto, insomma, non è fermare gli stupri, ma educare la società a vedere la donna in modo diverso.
Il sondaggio. I dettagli dellindagine sono stati esposti dalla ricercatrice Elena Sismig, della Swg, che ha premesso che si è scelto di intervistare telefonicamente un campione nazionale di uomini e donne e di eseguire unaltra parte del sondaggio solo su internet. "Le donne interpellate sul web - ha spiegato Sismig - hanno avuto modo di esprimersi con meno remore su aspetti più personali della violenza e della sua percezione". Proprio dallanalisi delle risposte delle internaute è infatti emerso che la paura di subire una violenza è molto alta e che molte donne in seguito al timore hanno modificato i loro comportamenti.
Le percentuali. Insieme a quelli sottolineati in apertura dalla presidente di Telefono Rosa, i dati più rilevanti emersi dallindagine riguardano le cause delle violenze. Secondo gli intervistati due sono le possibili origini: il 46% indica i disturbi psicologici gravi, il 31% (più uomini che donne) la crescita in un ambiente violento. I più giovani, inoltre, riconoscono nella violenza un tentativo da parte delluomo di affermare la propria superiorità sulla donna, mentre chi ha una scolarità più bassa e le donne con un età superiore ai 54 anni, indicano anche nella cattiveria una delle probabili cause.
E molto alta la percentuale di chi ritiene che ci vogliano pene più severe per chi commette una violenza, il 34%, e un ulteriore 17%, tra i quali molti giovani, è ancora più radicale e chiede la castrazione chimica dei recidivi. Su questo punto cè stata divergenza di opinioni tra le esponenti politiche. Cinzia Dato ha ribadito che innalzare le pene per i reati di violenza contro le donne è controproducente, mentre Isabella Rauti ha chiesto pene più severe nei casi specifici di violenza sessuale, pur dicendosi daccordo che esistono episodi più subdoli da affrontare con un approccio più ampio.
La prospettiva europea e mondiale. Adriana Spera, di Rifondazione comunista, presidente della Commissione consiliare scuola e lavoro del Comune di Roma, ha riportato un dato indicativo dellatteggiamento delle istituzioni. "Nonostante i casi siano in aumento - ha sottolineato Spera - lIstat fornisce dati soltanto quinquennali. Lultimo rilevamento è del 2002 e registra un preoccupante aumento del fenomeno, ma soprattutto indica che nel 90% dei casi le donne non denunciano le violenze subite e il 77% non parla con nessuno". Spera ha inoltre ricordato che lOrganizzazione Mondiale della Sanità ha indicato la violenza come fattore di rischio per una serie di patologie (ginecologiche, gastroenterologiche e mentali), tanto da diventare la prima causa di morte per le donne tra i 15 e i 44 anni.
Il progetto di legge. La nuova battaglia in Parlamento, dopo lapprovazione della legge sulla violenza sessuale, è quella per ottenere una norma organica su tutte le molestie di cui sono oggetto le donne. Su questa iniziativa, come su quella per istituire una Giornata nazionale contro la violenza sulle donne, ancora una volta non ci sono barriere politiche a impedire alleanze ampie.
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