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MERAVIGLIE

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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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mercoledì 19 luglio 2006
ore 11:03
(categoria: "Vita Quotidiana")



Letture, italiani fra gli ultimi in Europa: per i libri spendiamo solo 65 euro l’anno
di ELENA DUSI

Tra i Quindici paesi europei l’Italia è al terz’ultimo posto per quantità di libri comprati. Ogni italiano spende 65 euro all’anno in libreria, contro i 208 della Norvegia, il paese in cui gli scaffali di casa sono più pesanti. L’Associazione italiana editori (Aie), nel presentare gli ultimi dati sull’abitudine alla lettura nel nostro paese e nel resto del continente, lancia lo slogan "Investire per crescere". Con la provocazione: "Quando la lettura produce competitività economica?"

Secondo uno studio condotto alle università di Bologna e di Trento su commissione dell’Aie, esiste un rapporto diretto fra la quantità di libri letti e la crescita del Pil. I risultati, che saranno presentati per esteso agli "Stati generali dell’editoria" a Roma il 21 e 22 settembre, parlano di un mercato dei libri che in tutta Italia muove 4,4 miliardi di euro all’anno. Un settore complessivamente in buona salute, sottolinea Gian Arturo Ferrari, direttore generale della divisione libri di Mondadori e vicepresidente dell’Aie: "Ma è stata la domanda a peggiorare. C’è un mercato forte ma ristretto. Le persone che acquistano libri sono sempre più ricche, istruite e concentrate al nord. La forbice si è aperta enormemente"

Il legame fra librerie e Pil emerge dalle statistiche. Le regioni del nord, si legge nello studio delle università di Bologna e Trento, contribuiscono per il 54 per cento al prodotto interno lordo nazionale e hanno una quota di lettori del 53,4 per cento. Al centro, dove si genera il 21 per cento del Pil nazionale, un individuo su cinque ha letto almeno un libro negli ultimi dodici mesi. E al sud al 25 per cento del prodotto corrisponde un tasso di amanti dei libri pari al 26,2 per cento.

Fra gli italiani che leggono libri per ragioni di lavoro, i più assidui frequentatori delle librerie sono imprenditori, dirigenti e liberi professionisti. Quasi uno su due (il 46 per cento) ha acquistato e letto un libro per aggiornare le proprie competenze. Ma i colleghi europei hanno parecchie incollature di vantaggio. In Francia ben l’81 per cento di coloro che svolgono attività professionali e intellettuali si è affidato ai libri per mantenersi competitivo. "Viviamo in una società della conoscenza - si meraviglia Federico Motta, presidente dell’Aie - eppure gli editori sono trattati come Panda da salvare".

Nel nostro paese poco più di una persona su due (fra quelle che hanno superato i sei anni di età) ha letto almeno un libro negli ultimi dodici mesi (il 53,1 per cento). Con la precisazione che un italiano su dieci tiene sul comodino o in borsa solo libri gialli, rosa, fantasy, di fantascienza o volumi allegati a quotidiani e settimanali. Andando a scavare meglio nel gruppo dei lettori, la Aie ha osservato che quasi la metà (47,5 per cento) si ferma al traguardo dei tre libri all’anno, mentre solo il 13,5 per cento ne legge uno al mese (pari al 5,7 per cento della popolazione totale). Una nota positiva che emerge dalle statistiche presentate ieri a Milano è che i giovani fra 18 e 19 anni che leggono almeno un libro al mese sono l’8,2 per cento: più della media nazionale. E fra i laureati con un’età compresa fra i 45 e i 64 anni le frequentazioni regolari con i libri riguardano il 23,1 per cento degli individui.


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martedì 18 luglio 2006
ore 19:16
(categoria: "Vita Quotidiana")



Cassazione: la moglie non è una colf
La Suprema Corte: non si può imporre alla consorte di pulire in ginocchio il pavimento

ROMA - Costringere la propria moglie a pulire il pavimento di casa in ginocchio è un reato: significa umiliarla e vessarla. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione confermando la condanna per maltrattamenti in famiglia inflitta dalla Corte d’appello di Torino a un marito violento. A seguito di una denuncia della moglie, esasperata per il trattamento subito in anni di convivenza, l’imputato era stato accusato di una serie di reati tra i quali minacce, ingiurie e violenze nei confronti della donna e del figlio minorenne. Nel 2005 i giudici lo ritennero colpevole ma l’uomo presentò ricorso in Cassazione. La sesta sezione penale della Suprema Corte ha respinto l’istanza spiegando che la Corte d’appello di Torino ha giustamente «valutato come sintomatico lo stato di esasperazione in cui la donna versava dopo l’ennesimo litigio del marito che la umiliava e la vessava in tutti i modi, giungendo a imporle di pulire il pavimento in ginocchio come punizione dell’insufficiente cura che, secondo lui, la donna dedicava ai lavori di casa».


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martedì 18 luglio 2006
ore 14:56
(categoria: "Vita Quotidiana")





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lunedì 17 luglio 2006
ore 14:51
(categoria: "Vita Quotidiana")



Medio Oriente, la gaffe di Bush: "Siria e Hezbollah seminano m..."
di CLOTILDE VELTRI

L’ultima gaffe, George W. Bush, la regala al G8. Il presidente Usa si lascia andare a commenti pesanti sui protagonisti del conflitto in Medio Oriente. I Grandi stanno facendo colazione e il capo dell’amministrazione americana, rivolgendosi al premier britannico Tony Blair, dice la sua su come mettere fine alla guerra: "L’unica - spiega convinto in tono confidenziale - è che Siria e Hezbollah la smettano di seminare questa merda". Peccato che il microfono della tv sia aperto e che Bush, in quel momento, sia filmato dalle telecamere.

La notizia fa immediatamente il giro del mondo. D’altra parte il presidente Usa è piuttosto famoso per le figuracce pubbliche che ne fanno un protagonista della satira, soprattutto americana, ma non solo. Negli Usa si moltiplicano i siti web che riportano, quasi quotidianamente, le numerose gaffe presidenziali. Diventate ormai talmente universali da meritare una voce nel vocabolario in qualità di "bushismi".

Uno dei più cliccati siti web americani dedicati all’argomento è sicuramente dubyaspeak.com sorta di diario-testimonianza del Bush-fraseggio. Per esempio, lo scorso maggio il presidente Usa spiega al giornalista tedesco della Bild am Sonntag che gli chiede quale è stato il momento migliore della sua presidenza: "Direi che il momento migliore di tutti è stato quando ho preso un persico trota da tre chili nel mio lago".

Ancora, nell’estate del 2002, all’Earth Summit, Bush propone di abbattere quanti più alberi possibili per risolvere il problema degli incendi. Meno foreste, meno incendi, è la soluzione presidenziale.

La più famosa gaffe di Bush resta comunque quella dell’11 settembre, rilanciata - non senza un briciolo di cattiveria - da Michael Moore in Fahrenheit 9/11. Mentre a New York si consuma la più grande tragedia occidentale, il presidente sta leggendo una favola ai bambini di una scuola. All’annuncio della caduta della prima torre - bisbigliatogli nell’orecchio da un agente dei servizi -, Bush non muove un muscolo, rimane seduto con il libro della capretta (di questo parlava la favola) tra le mani e l’espressione inebetita che gli americani hanno imparato a conoscere. Dovranno passare parecchi interminabili minuti perché Bush si renda conto di dover fare qualcosa, essendo presidente della più grande potenza mondiale, sotto attacco.

Le sue gaffe sono soprattutto molto naif ed è per questo che piacciono tanto alla satira. Un anno fa il presidente sentenzia: "In questo lavoro hai sempre un mucchio di roba che bolle in pentola: non c’è molto tempo per starsene tranquilli in poltrona, gironzolando per lo Studio ovale, tipo chiedendo ai ritratti appesi al muro "Come pensate che sarà la mia reputazione?"".


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lunedì 17 luglio 2006
ore 13:33
(categoria: "Vita Quotidiana")



Gli atenei "serrano" i cancelli: è corsa al numero chiuso
di MASSIMILIANO PAPASSO

Riuscire a frequentare un corso di laurea in un’università italiana tra qualche anno potrebbe diventare un’impresa per pochi studenti. Tutta colpa del cosiddetto "numero programmato", ovvero il limite massimo alle nuove iscrizioni che la maggior parte degli atenei sta predisponendo per garantire efficienza e qualità alla propria offerta didattica.
Una scelta, quella di porre uno sbarramento all’immissione di nuove matricole introdotta dal Ministero dell’Università con una legge del 1999, che ormai sta contagiando quasi tutte le università italiane visto che negli ultimi cinque anni i corsi che prevedevano una test selettivo prima dell’iscrizione - secondo quanto riportato dall’ultimo numero del mensile de Il Corriere dell’Università e del Lavoro - sono cresciuti del 330%, passando dai 242 del 2001 ai 1060 del 2006. Una crescita a dir poco esponenziale che se da un lato mette in evidenza come l’università italiana stia cercando di mettersi alla pari con il resto d’Europa, dall’altro potrebbe mettere in seria discussione uno dei pilastri del diritto allo studio sancito dalla nostra Costituzione: quello del libero accesso al sapere.

I numeri. Secondo le statistiche fornite dal Ministero dell’Università, lo scorso anno su un totale di 3100 corsi di laurea in tutte le università italiane, quelli a numero programmato hanno toccato quota 1060. Di questi ben 578 riguardavano corsi di laurea di primo livello. La consistenza del fenomeno si evince anche da altri numeri: solo nel biennio che va dal 2004 al 2006 i corsi di laurea triennali a numero programmato a livello locale (escluse quelle in Architettura, Scienze della Formazione, Veterinaria, Medicina e Chirurgia, Odontoiatria e Professioni Sanitarie per le quali è lo stesso Ministero con un decreto ad individuare ogni anno il numero massimo di matricole) sarebbero passati da 352 a 578 con un aumento rispetto a due anni prima del 64%.

Una scelta obbligata. Se fino a qualche tempo fa quello di mettere un tetto alle iscrizioni era una caratteristica quasi esclusiva degli istituti più prestigiosi, oggi chiudere le porte dei propri corsi per molti atenei è diventata una scelta obbligata. Da qualche anno infatti tutte le università devono fare i conti con il rompicapo dei "requisiti minimi", che impongono ad ogni ateneo il rispetto di precisi standard di qualità in base al rapporto tra il numero dei docenti e quello degli studenti, la disponibilità delle aule, l’adeguatezza dei laboratori ed altro ancora. Tutte variabili che in sede di valutazione andranno a pesare come macigni sulla ripartizione dei fondi ministeriali. In poche parole chi non rispetta i criteri di qualità rischia l’esclusione dalla torta dei finanziamenti statali.

Più corsi che docenti. Un rischio che gli atenei non possono permettersi di correre, visto soprattutto il particolare momento di transizione che il mondo accademico italiano sta vivendo, tra riforme contestate, degenerazioni del ’3 2’ e diminuzione dei fondi ordinari. "Quella di dover limitare le iscrizioni - spiega Davide Bassi, rettore dell’Università di Trento - almeno per quel che ci riguarda è stata una scelta di buon senso. Non possiamo prendere in giro i nostri studenti promettendo quello che non poi non possiamo offrire. Dopo l’entrata in vigore del ’3 2’ molti atenei hanno pensato solo a fare cassa, moltiplicando i corsi di studi. Adesso è arrivato il momento di mettere un freno a questa tendenza perché le finanze delle università sono ormai ridotte all’osso. E il numero programmato è la sola risposta a questo problema".
In effetti una conferma sul fatto che molti atenei si siano fatti prendere un po’ la mano arriva anche dall’Istat, che nel suo ultimo rapporto ha registrato un aumento nelle università dei corsi attivati del 55% al fronte di una crescita del corpo docente del solo 21%. Rispetto agli anni precedenti c’è stata una riduzione del numero medio di docenti per corso - dal 24 a 17% - e un corrispondente calo del rapporto tra studenti e docenti - da 32,3 a 31,2%.

Atenei a porte chiuse. E allora se fondi non ce ne sono e l’unico modo per restare nel recinto dei requisiti minimi è quello di limitare le iscrizioni, è fantascienza prevedere che il numero programmato diventi presto la regola tanto da mettere in discussione il libero accesso all’istruzione universitaria? A vedere quanto già accade in molti atenei sembra proprio di no. Nell’ultimo anno accademico in 60 su 77 università c’era almeno un corso a numero programmato. Si va dai 41 di Cosenza ai 33 dell’Università di Palermo, ai 26 di Padova e i 21 di Cagliari.
Particolare è poi il caso di Roma Tre che ha introdotto un tetto massimo alle iscrizioni per tutti i suoi corsi di laurea. "E’ ormai molto tempo che abbiamo optato per questa scelta - dice Guido Fabiani, rettore della terza università romana - perché vogliamo garantire ai nostri studenti una certa vivibilità all’interno dell’ateneo. La nostra università in questo momento può sostenere al massimo 8500 nuove matricole al fronte di 5-6mila studenti laureati l’anno. Solo una programmazione delle iscrizioni ci permette di raggiungere un certo equilibrio e al tempo stesso di rispettare i requisiti minimi. Il rischio che molti studenti non possano avere più libero accesso all’Università? Noi non abbiamo mai avuto problemi di questo genere proprio perché di solito riusciamo ad accogliere quasi tutte le domande di iscrizione. Certo però che il problema esiste e per affrontarlo serviranno politiche mirate, magari coinvolgendo tutti gli atenei di una stessa regione per riuscire a governare al meglio le iscrizioni e non respingere nessuno studente".

Quelli che non programmano. Ma se la tendenza generale è quella di limitare l’accesso ai corsi di laurea più frequentati, in vista del nuovo anno accademico c’è anche chi ha deciso di soprassedere e continuare con la politica del "meglio affollati che a numero chiuso". E’ il caso, tra i tanti, del corso in Scienze e tecniche psicologiche dell’Università di Chieti e Pescara dove lo scorso anno si sono iscritte 1343 matricole, mentre secondo i parametri dettati dal Comitato di Valutazione del Sistema Universitario il numero massimo di iscritti al primo anno non doveva superare le 300 unità. A Parma per il corso di laurea in Lettere per selezionare le future matricole, invece del tradizionale test a risposta multipla, i vertici della facoltà dopo un attento studio della situazione hanno optato per l’adozione di nuova regola: i 250 posti disponibili saranno assegnati esclusivamente in base alla data di iscrizione. Come a dire, chi prima arriva meglio studia.


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lunedì 17 luglio 2006
ore 12:12
(categoria: "Vita Quotidiana")



antonia



eeeh sì, lei si chiama proprio antonia...



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venerdì 14 luglio 2006
ore 17:01
(categoria: "Vita Quotidiana")



Diminuiscono i posti in azienda per chi ha meno di trent’anni
di FEDERICO PACE

ROMA - Ci sarà ancora da aspettare. Chissà ancora per quanto. Se si è giovani e se si cerca lavoro, purtroppo, le cose non andranno meglio neppure quest’anno. Se ne è accorto già chi sta cercando un impiego in questi mesi. Di posti non ce ne sono molti. E sembra quasi che in Italia, così come in molti altri paesi europei, le possibilità per le nuove generazioni invece che aumentare non facciano che diminuire.

Tanto è che quando le aziende devono decidere di assumere un nuova risorsa pensano sempre di meno ai giovani. Conferma arriva dai dati dell’indagine Excelsior appena presentata da Unioncamere, che ha chiesto a un campione di 100 mila imprese italiane di esprimere i fabbisogni occupazionali per tutto il 2006.

L’erosione delle opportunità per le nuove generazioni sembra mostrare un andamento inarrestabile. Nel 2004 il 43,3 per cento delle nuove assunzioni riguardava i giovani con meno di 30 anni, l’anno scorso si è scesi al 40,9% e quest’anno la quota ha subito un’ulteriore riduzione, seppure più attenuata, che è arrivata al 39,5 per cento.

"La diminuzione della richiesta di under 30 - ci ha detto Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere - è un fenomeno che riscontriamo, anche se con intensità diversa, fin da quando è stato avviato il Progetto Excelsior. I dati ci mostrano che la domanda di lavoro giovanile tende a essere, in proporzione, sempre più qualificata rispetto alla domanda di lavoro in generale, con un’incidenza superiore alla media generale di diplomati e laureati al proprio interno. In altre parole: meno giovani, ma più giovani qualificati".

Ma non è solo un problema italiano. In 22 dei 30 paesi dell’Ocse il tasso di disoccupazione dei giovani sotto i 24 anni è più del doppio di quello degli adulti. In questo difficile contesto per le nuove generazioni, ci sono alcune considerazioni positive. "I giovani - prosegue Giuseppe Tripoli - hanno una maggiore possibilità di essere "destinatari" di formazione da parte delle imprese che li assumeranno. Il caso più significativo è quello dei laureati. Qui si notano alcune differenze rispetto al passato: è un po’ meno marcata, anche se ancora molto elevata, la preferenza verso chi ha già un’esperienza lavorativa e meno marcata è anche la tendenza a formare on the job i neo assunti, attraverso affiancamento a personale esperto".

Ad ogni modo ci sono alcuni settori che coinvolgono i giovani più di quanto non succede altrove. Soprattutto nel commercio, nel settore del credito e delle assicurazioni, nell’informatica e nelle telecomunicazioni. In questi settori, un neoassunto su due non supera i 30 anni. Rispetto all’anno scorso, presentano una dinamica positiva le imprese del settore dell’informatica e delle telecomunicazioni, quelle dei servizi operativi alle imprese e alle persone. In leggera crescita anche le opportunità nel settore del commercio all’ingrosso.

Quanto alle aree geografiche, in un contesto di complessiva omogeneità, prevalgono leggermente - nell’offerta di opportunità ai giovani - le imprese del Centro Italia. Al Nord Est invece spetta il primato inverso. Nell’ultimo anno sembrano essere state comunque soprattutto le imprese del Nord Ovest a orientare le proprie scelte verso figure più "mature". Rispetto al 2005 anche al Sud si è registrato un peggioramento per i giovani in un contesto reso ancor più difficile anche da altre evidenze. Nel 2005, secondo l’ultimo rapporto Svimez, nel Mezzogiorno il numero di persone tra 15 e 29 anni che non studiano e non partecipano al mercato del lavoro è cresciute di 5 mila unità. E di queste, due su tre sono giovani donne.

Se si guarda alla dimensione delle aziende ci si accorge che sono soprattutto quelle posizionate agli estremi a dare più occasioni ai giovani. Da un lato le piccole imprese con meno di 10 dipendenti e dall’atro le grandi realtà imprenditoriali che hanno un organico superiore a 500 dipendenti. Purtroppo anche queste due realtà, soprattutto le seconde, hanno registrato una significativa flessione rispetto all’anno scorso.

Ma di quali lavori parliamo quando parliamo di giovani? In quali mestieri i ragazzi e le ragazze sembrano avere una carta in più da spendere? Tra le professioni intellettuali, scientifiche e ad elevata specializzazione troviamo soprattutto gli specialisti in amministrazione e contabilità. Quasi sette su dieci dei nuovi posti in questa posizione sono destinati agli "under 30". Buone le opportunità anche per programmatori scientifici, chimici, economisti, progettistici e analisti informatici e ingegneri meccanici.

Tra le professioni tecniche, quelle dove i giovani sembrano avere un accesso più agevole, sono quelle dei disegnatori tecnici e progettisti mentre sono superiori alla media anche le chance nella gran parte delle professioni esecutive legate all’amministrazione e gestione. Quanto alle vendite e ai servizi alle famiglie, i giovani vengono preferiti quando si tratta di assumere addetti alle vendite, parrucchieri, barbieri e addetti all’assistenza ai passeggeri.

Infine un’occhiata ai titoli di studio. I laureati che verranno assunti in tutto l’arco del 2006 saranno poco meno di 60 mila. Si conferma come laurea forte quella dell’indirizzo economico a cui verranno "riservati" un terzo del totale dei posti.

I nuovi assunti saranno comunque soprattutto diplomati: 236 mila di cui il 47,9 per cento con un età inferiore ai 30 anni. Per loro i titoli più richiesti saranno soprattutto quelli dell’indirizzo amministrativo commerciale, meccanico e turistico alberghiero.

Il lavoro stabile sta diventando quindi, per le nuove generazioni, una meta sempre più lontana. Tutto questo però non riguarda solo loro. Se i giovani sono costretti a rinviare sempre di più l’ingresso nella vita adulta, nota il sociologo Emilio Reyneri, si corre il rischio di mettere in crisi l’equilibrio tra le generazioni. "I giovani di oggi - scrive Reyneri - saranno in grado di svolgere quella funzione di sostegno e garanzia dei propri figli che ora svolgono i loro genitori?".


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venerdì 14 luglio 2006
ore 15:53
(categoria: "Vita Quotidiana")



Africa, gli aiuti fantasma: quando la beneficenza non serve
di ALESSIA GIZZI

ROMA - Negli ultimi quaranta anni, i Paesi industrializzati hanno versato all’Africa una quota crescente di aiuti. Sono nate fondazioni private, come la Bill&Melinda Gates, e sono state organizzate numerose maratone di beneficenza come il Live Aid, di Bob Geldof.

Studi recenti dimostrano però che la beneficenza non aiuta lo sviluppo dei paesi poveri e in certi casi ha provocato danni irreversibili. I soldi finiscono nelle tasche di dittatori e burocrati corrotti, lasciando ai margini le popolazioni cui sono destinati.

Nonostante le valutazioni contrarie, i Paesi ricchi donano oggi oltre 80 miliardi di dollari all’anno. Intanto, durante il G8 della scorsa estate a Gleneagles, in Scozia, Tony Blair ha chiesto la cancellazione del debito e il doppio degli aiuti all’Africa, una misura che secondo alcuni non basta a rimettere in moto le economia continentale.

I critici della beneficenza propongono un modello alternativo di aiuti, con gemellaggi tra cooperative agricole, scuole e imprese del nord e sud del mondo, allo scopo di trasmettere il know how e avviare la ripresa. Secondo la maggior parte degli economisti, la condizione preliminare affinché gli aiuti siano efficaci, resta l’abbattimento dei regimi dittatoriali e l’avvio del libero mercato. Questo permetterebbe all’Africa di entrare nel mercato globale e di spezzare le catene della dipendenza dagli aiuti esteri.


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venerdì 14 luglio 2006
ore 11:47
(categoria: "Vita Quotidiana")





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venerdì 14 luglio 2006
ore 10:55
(categoria: "Vita Quotidiana")



Mittelfest, quando lo spettacolo cerca il significato del lavoro
di ELENA DE STABILE

Prosa, danza, musica, poesia. Un evento per definizione destinato ad occupare il tempo dello svago è dedicato al tema del lavoro. Questo il leitmotiv della quindicesima edizione del Mittelfest, il festival internazionale multidisciplinare di Cividale del Friuli, in programma dal 15 al 23 luglio.

"Quest’anno abbiamo scelto il lavoro e alcuni degli spettacoli ospitati o prodotti dal festival saranno centrati su questa questione cruciale e spinosa - spiega Moni Ovadia, direttore artistico della manifestazione - Il lavoro è oggetto di continua e pletorica discussione in termini di numeri e di percentuali, di conflitti sociali o di relazioni ufficiali, ma non si riflette più sul significato culturale del lavoro, non si parla di cultura del lavoro, delle relazioni di senso legate all’attività produttiva". "Mittelfest non ha la pretesa di affrontare un argomento di così vasta portata - prosegue Ovadia - si propone il più modesto scopo di avviare una riflessione culturalmente e spiritualmente rilevante per il futuro della nostra società e delle giovani generazioni private degli strumenti di pensiero per poter vivere una relazione proprio e consapevole con il lavoro come modalità di costruzione della propria vita".

Tra i titoli più rappresentativi: "Muradors" (muratori), "Nella solitudine dei campi di cotone", "Storie di lavoro". Ad inaugurare il festival è invece la prima esecuzione assoluta di "Duo", la composizione del musicista georgiano Giya Kancheli.

Spettacoli
Da segnalare "Storie di lavoro", una maratona teatrale (18 luglio) messa in scena nella cava di Tarpezzo, con narrazioni che ricostruiscono la storia del lavoro e con la partecipazione di Moni Ovadia, Giovanna Marini, Gian Antonio Stella, Ascanio Celestini, Mauro Corona e Marco Paolini. Domenica 16 luglio debutta "Il giocatore", il nuovo spettacolo di Paolo Rossi, liberamente ispirato a Dostoevskij, Goldoni, Brecht e Moliere.

Musica
Cabaret, operetta, contemporanea. Il cartellone spazia da Lee Colbert a Natalia Gutman, dal Lakatos Ensemble (musicisti gitani ungheresi), alla rielaborazione in chiave musicale della pasoliniana "I Turcs tal Friul" del cantautore carnico Gigi Maieron (anteprima del Mittelfest il 14 luglio).

Marionette e cinema
Le sale barocche dei teatri di corte sono il tema di "The baroque opera", con le marionette dei fratelli Forman, proiezioni e silouhette si alternano alla riscrittura di "Tre sorelle" di Cechov del viennese Airon Berg. Per il cinema, in programma "Lintver", il film ambientato nelle Valli del Natisone con la colonna sonora composta da Elisa.

Eventi collaterali
Mostre, visite guidate, cucina ed attività per bambini sono il corollario del festival. "Mittelgusto" propone iniziative legate al gusto e alla scoperta dei sapori della tradizionale culinaria dei paesi legati al festival.

Info: http://www.regione.fvg.it/mittelfest/


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