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ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...




PARANOIE
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MERAVIGLIE

Nessuna scelta effettuata








Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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giovedì 29 giugno 2006
ore 09:46
(categoria: "Vita Quotidiana")





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mercoledì 28 giugno 2006
ore 22:55
(categoria: "Vita Quotidiana")



Venite gente vuota, facciamola finita :
voi preti che vendete a tutti un’altra vita ;
se c’è come voi dite un Dio nell’infinito
guardatevi nel cuore, l’avete già tradito
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso
che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali,
tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali ;
tornate a casa nani, levatevi davanti,
per la mia rabbia enorme mi servono giganti.


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mercoledì 28 giugno 2006
ore 18:53
(categoria: "Vita Quotidiana")



Stonehenge in piena Amazzonia
Il più antico osservatorio d’America

Un osservatorio astronomico pre-Colombiano in piena Amazzonia. Questo potrebbe essere, secondo gli archeologi, il conglomerato di 127 blocchi granitici, alcuni dei quali alti quasi due metri, disposti a intervalli regolari intorno a una collina, per un totale di 30 metri di diametro. Una struttura che richiama subito alla mente quella dell’inglese Stonehenge.

La scoperta è stata fatta in Brasile, vicino al villaggio di Calcoene, appena a nord dell’Equatore, da un gruppo di ricercatori. "Nessuno ha mai descritto prima qualcosa di simile - ha detto Michael Heckenberger, antropologo dell’università della Florida - E’ una
scoperta estremamente importante".

Dunque gli antichi abitanti della foresta della pioggia erano più specializzati di quanto non si sia mai pensato. Basti pensare che il 21 dicembre, il giorno più corto dell’anno, l’ombra di uno dei blocchi spariva al sotto la luce del Sole allo zenit.

Ed è proprio l’allineamento con il solstizio d’inverno che "ci porta a credere che il luogo sia stato una volta un osservatorio astronomico" ha specificato Mariana Petry Cabral, archeologa all’Amapa State Scientific and Technical Research Institute che lavora nel sito da oltre un anno, precisando che "si tratta dei resti di una cultura altamente specializzata".

D’altronde, come hanno a lungo sottolineato gli antropologi, le popolazioni indigene locali erano acute osservatrici sia delle stelle sia del Sole. "Poiché le stelle e le costellazioni - ha detto Richard Callaghan, professore di geografia, antropologia e archeologia all’università di Calgary - sono fondamentali in gran parte della mitologia e della cosmologia amazzonica, in un certo senso non sorprende più di tanto il ritrovamento dell’osservatorio".

Mentre gli Incas, i Maia e gli Aztechi hanno infatti sviluppato grandi città ed enormi strutture nella roccia, le società pre-Colombiane dell’Amazzonia hanno dato vita a insediamenti più piccoli, di legno e argilla, dunque rapidamente deteriorabili dal caldo e umido clima della foresta equatoriale e, per questo, sparite parecchi secoli fa.

"Lo Stonehenge tropicale" era noto da tempo sia agli agricoltori, sia ai pescatori locali. Solo l’anno scorso, però, dopo un’indagine socio-economica della zona condotta da geografi e geologi, gli archeologhi hanno avuto il permesso di raggiungere a piedi e in elicottero "l’unica struttura circolare in cima alla collina" come l’ha definita la Cabral.

"Trasformare qualcosa di effimero - ha proseguito la Cabral - in qualcosa di concreto, potrebbe indicare l’esistenza di una popolazione più numerosa e di un’organizzazione sociale più complessa".

Secondo la ricercatrice brasiliana, inoltre, il villaggio potrebbe essere stato abitato dagli antenati degli indiani di Palikur. Ancora da sottoporre alla verifica del carbonio, i blocchi ritrovati potrebbero, invece, risalire a 2.000 anni fa, e, alcuni elementi rinvenuti sul posto ne indicherebbero la natura pre-Colombiana.

La scoperta arriva un mese dopo il ritrovamento a nord di Lima, in Perù, del più antico osservatorio astronomico dell’emisfero occidentale, formato da sculture di pietra giganti, apparentemente di 4.200 anni fa, anch’esse allineate all’alba e al tramonto del 21 dicembre con la luce del Sole.





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mercoledì 28 giugno 2006
ore 17:08
(categoria: "Vita Quotidiana")



per una piccola amica che non è una piccola iena!!!



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mercoledì 28 giugno 2006
ore 16:40
(categoria: "Vita Quotidiana")





Al Gugging di Klosterneuburg c’è una mostra un po’ particolare: una collezione di Art Brut prodotta dai pazienti della clinica psichiatrica della città. Alle persone ricoverate è data la possibilità di dipingere in un’edificio vicino alla clinica, chiamato "Casa degli artisti". Quello di Art Brut è un concetto per identificare le opere create senza intenzione artistica o estetica, ma obbedendo piuttosto a un bisogno, a una pulsione creatrice o espressiva.


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mercoledì 28 giugno 2006
ore 14:35
(categoria: "Vita Quotidiana")





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mercoledì 28 giugno 2006
ore 11:04
(categoria: "Vita Quotidiana")



Gli alleati inquieti nella Casa ostile
di ILVO DIAMANTI

HA TENTATO, timidamente, la Destra, di ripetere la favola del Paese diviso. Il Nord riformatore contro il Centro conservatore e il Sud assistito. Però un semplice colpo d’occhio rivela che l’unica ad essere divisa, da questo voto referendario è proprio la Destra. La Casa delle Libertà. I cui inquilini a fatica potranno proseguire la coabitazione, come prima. Alle condizioni dettate dal padrone di casa. Perché il voto referendario rende evidenti - e anzi accentua - le distanze fra i partiti della coalizione. Le trasforma in fratture. Tanto più critiche perché si riflettono nella geografia e negli interessi. Il referendum. Complicato e astratto. È stato riassunto, percepito, dalla gran parte degli elettori, attraverso la "devolution". Che richiama la questione settentrionale. La rivolta del "piccolo Nord": le province pedemontane del Nord, costellate di "piccole" città, popolate da "piccole" imprese.

E da una "piccola" borghesia, da una base di ceti medi ("piccoli"). Il "piccolo Nord", diventato "grande", sul piano del mercato e dello sviluppo, negli anni Ottanta. Ma frustrato, perché costretto ai margini del potere politico ed economico. La Lega, a partire dagli anni Ottanta, gli ha dato voce. Una voce roca, come quella di Bossi, con cui ha gridato la sua insofferenza e la sua protesta. La sua voglia di contare. Fino ad approdare a Roma. Passando dall’antagonismo al governo. Dalla rivoluzione e dalla secessione alla devoluzione. Dalla società al palazzo. Questo referendum era, anzitutto, un fatto suo. Riguardava la Lega e il Piccolo Nord. Era alla base del patto fra Berlusconi e Bossi. L’asse del Nord, costruito, a fine anni Novanta, da Tremonti. La Lega più realista del re, accanto a Berlusconi. Sempre. Berlusconi disposto e disponibile verso la "devolution". La bandiera che avrebbe legittimato i compromessi della Lega di governo di fronte agli elettori delle valli pedemontane. Lega e Berlusconi. Sempre insieme.


Contro gli stessi alleati della Cdl: An e Udc, ancorate, per geografia e interessi, nel Mezzogiorno. A costo di generare tensioni nello stesso "partito personale" di Berlusconi. Forza Italia: la cui base elettorale è concentrata in zone opposte, Lombardia e Sicilia. Ebbene, dopo la lunga campagna elettorale che ha preceduto le elezioni politiche di aprile, totalmente condotta in tivù. Totalmente giocata sulla figura di Berlusconi. Personalizzata e mediatizzata. Il territorio è tornato al centro della politica. E ha spezzato la Destra, oltre ad averla ridotta in spazi politicamente angusti. Come dimostra il risultato del referendum.

Il No ha vinto largamente, superando il 60% dei voti validi. Ha prevalso ovunque. Perfino nel Nord, con il 52%. Anche se, a questo proposito, ritorna la favola della "questione settentrionale". Visto che la Destra, e soprattutto la Lega, insistono a "tagliare" dal Nord l’Emilia Romagna. Perché è rossa. O perché, "descrittivamente", sta al di sotto del Po. Tuttavia, a parte il fatto che anche la Liguria (oltre a una parte di Piemonte) sta al di sotto del Po, nel Nord, anche prescindendo dall’Emilia Romagna, le due posizioni risultano molto vicine. E il Sì prevale di un soffio. Ciò suggerisce, semmai, che non sia l’Italia ad essere divisa, ma, semmai, proprio il Nord. Dove, peraltro, la costituzione fondata sulla devolution è stata approvata solo in due regioni, Lombardia e Veneto. Il LombardoVeneto. Che, infatti, la Lega e una parte della destra, oggi, celebrano, come "patria dei produttori". Luogo dell’innovazione politica ed economica. Ma, se osserviamo con attenzione il Nord padano - e perfino il LombardoVeneto - scopriamo che non è un unicum, omogeneo. Non solo perché circa metà dei votanti, in quest’area, si è espressa contro il referendum, ma anche perché lo spirito devoluzionista alita soprattutto nelle periferie e nelle province.

Il No ha, infatti, prevalso nelle città maggiori. Nelle capitali. Tutte: da Milano a Venezia. A Torino a Trieste. Da Trento a Genova a Bolzano. Ma anche in gran parte dei capoluoghi di provincia. Ha prevalso, il No, in 37 capoluoghi su 47, nel Nord "naturale". In 28 su 38, nel Nord padano (senza l’Emilia Romagna). In 11 su 19, nel LombardoVeneto. Infine, in 13 capoluoghi delle 23 province dove ha vinto il Sì (Padova, Vicenza, Treviso, Brescia e Cuneo, tra le altre). Il che rende evidente quanto abbiamo sottolineato in partenza. Questo referendum sancisce il trionfo del localismo.

La Repubblica fondata sulla "devoluzione": è stata approvata dove la Lega "era" forte. Ieri. Anche se oggi lo è molto meno. Nelle province pedemontane. Ma questo referendum costituisce, al tempo stesso, una sconfitta, per la Lega di governo. E un evento lacerante per la Destra. Perché la Costituzione è stata bocciata sonoramente dagli elettori "amici". In molte aree di forza della Cdl. Dove An, Udc e la stessa Fi hanno ottenuto, solo due mesi fa, un risultato molto positivo. Nel Sud. In Sicilia, soprattutto, ma anche in Puglia. Dove la Cdl dispone di oltre il 50% dei consensi. Ma il Sì ha ottenuto intorno al 30% dei voti validi. Il che significa, se teniamo conto della marea grigia dell’astensione, circa il 13% degli elettori.

Per cui, se la geografia divide gli elettori della Destra, è lecito pensare che i soggetti politici e i leader della CdL saranno sottoposti, da domani - forse già da ieri - a spinte centrifughe particolarmente violente.
1. An e l’Udc. Che, negli ultimi anni, hanno partecipato alla definizione di un progetto costituzionale approssimativo intorno alla devolution. In nome dell’unità della Casa delle Libertà. E, soprattutto, per conto del suo proprietario e Padrone. Cosa faranno, ora, che i loro elettori hanno deciso diversamente - li hanno lasciati soli? Ora, che gli alleati padani insisteranno. Caricheranno i toni. Agiteranno le loro Bandiere. Lanciando, magari, nuovi proclami indipendentisti.

2. Il padrone di casa, Silvio Berlusconi. In questo clima di tregua mediatica, dopo mesi di guerra elettorale. Senza l’aiuto della televisione che fa sparire il territorio dal dibattito politico. Lo riassume per intero negli studi di "Porta a Porta" e "Ballarò". Che farà?
Riuscirà ancora a sopire, ad addomesticare gli alleati inquieti? fini e casini: ridotti al silenzio. Trattati come rompiscatole presuntuosi. Manco fossero tabacci e follini. E riuscirà, Berlusconi, a tenere ancora insieme la "sua" Italia azzurra, che riunisce, sotto lo stesso tetto, Lombardia e Sicilia? Il Sud che teme di diventare "autonomo" dallo Stato. E il Nord, il Piccolo Nord. Che, due mesi fa, a Vicenza, aveva accolto con entusiasmo i suoi proclami antagonisti e anticomunisti. Ora che lui sta davvero sta all’opposizione e i comunisti governano. Il Piccolo Nord: lo amerà come prima?

3. Infine e soprattutto: la Lega. Che popola la parte "più devoluta d’Italia". Perché dovrebbe restare chiusa in una Casa ostile? Con le finestre rivolte a Sud? Come potrà spiegare ai suoi elettori pedemontani, la Lega, di aver lavorato a Roma per cinque anni. E di avere agito da alleata fedele e complice di Berlusconi. Accettando tanti compromessi. Fino a fare una lista comune, alle recenti elezioni, con i dc siciliani della Lega Lombardo (nel senso di Raffaele...). Con una sola missione: conquistare la "devolution" per il Nord. Per vedere incenerita questa bandiera, in un solo giorno, dal caldo vento del Sud, sospinto dagli elettori della sua stessa coalizione?

Non sorprende, in questo clima, che sia stato annullato il mitico, tradizionale appuntamento di Pontida. Per shock progettuale. La Lega dopo la devoluzione. Che farà? Che sarà? Facile immaginare una ripresa dell’antimeridionalismo. Facile immaginare che Roma Capitale, votata con i voti della stessa Lega, torni ad essere "Roma ladrona". Facile immaginare che torni la voglia di mandare "a quel paese" i terroni, gli italiani, i (neo)democristiani, i (post)fascisti.

E riemerga, neanche troppo sommessamente, la minaccia secessionista. Focalizzata, magari, sull’indipendenza del LombardoVeneto. Solo che, dieci anni dopo la marcia sul Po. E dopo questo referendum. Converrà alla Lega cercare un fiume meno impegnativo...


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martedì 27 giugno 2006
ore 14:53
(categoria: "Vita Quotidiana")



Nel Canton Ticino la guerra dei "padroncini"
"Gli italiani ci rubano il lavoro"
di PAOLO BERIZZI

Gli "extracomunitari", a questo giro, siamo noi. Siamo noi che cerchiamo fortuna oltre confine. Siamo noi che all’alba, le braccia tornite e scoperte, i furgoni stracarichi di roba, superiamo la dogana di Chiasso, salutati, si fa per dire, dallo sguardo un po’ annoiato un po’ indulgente dei gendarmi del cantone.

Tirare su le case degli svizzeri. Abbellire un giardino. Riparare un boiler. Posare un pavimento. Eccoli i nostri viaggi in Ticino. Altro che shopping di cioccolato e sigarette. Finiti i tempi in cui si andava "di là" solo per fare il pieno di benzina. Oggi la novità è che costiamo meno della metà degli svizzeri. Però dicono che così ammazziamo il mercato, che mandiamo in malora l’impresa locale. Dicono anche che siamo i soliti italiani furbacchioni e un po’ maneggioni. Ci chiamano "padroncini", i ticinesi. "Padroncino" vuol dire "lavoratore autonomo", uno che, padrone di se stesso, con pochi mezzi mette in piedi un’azienda e si sposta sul territorio in tempi e modi decisamente concorrenziali. Gli imprenditori e i politici di qui spalmano il concetto; dicono che nella Svizzera italiana ormai la facciamo da padroni. Con la complicità delle leggi, certo. Grazie all’accordo bilaterale sulla libera circolazione della manodopera entrato in vigore l’anno scorso. Risultato: in Ticino è scoppiata la guerra dei padroncini.

È un conflitto silenzioso che deflagra ogni giorno a Lugano, Chiasso, Bellinzona, Mendrisio. Il cantone ha da sempre nell’edilizia il suo punto di forza. Assieme alle banche. Così è stato fino a ieri. Fino a quando Italia e Svizzera hanno deciso che muratori, idraulici, falegnami, imbianchini possono girare liberamente da qua a là. E viceversa. Niente più restrizioni e museruole fiscali. Tiepidi i controlli, pochissime le multe. Non chiedevano di meglio gli operosi lavoratori lombardi e piemontesi: e infatti si sono tuffati nel business. In Ticino gli artigiani italiani hanno trovato l’America. L’80% delle "imprese estere" che hanno invaso la Svizzera italiana vengono dal nostro Nord-Ovest. Migliaia di artigiani e muratori italiani che si sono proposti a prezzi stracciati o comunque nettamente inferiori a quelli della concorrenza indigena. Se per tirare su una parete un muratore ticinese chiede 80 franchi all’ora (poco più di 51 euro), un collega bergamasco o bresciano o comasco si accontenta di prenderne 15. Essendo gli svizzeri tutto tranne che fessi, non è difficile indovinare chi si aggiudica l’appalto.

"La situazione sta diventando pesante - dice Giuliano Bignasca, presidente della Lega ticinese, il Bossi svizzero, uno che se fosse per lui tirerebbe su un bel muro a Chiasso e "poi voglio vedere" - Io ho votato contro il patto bilaterale. Prevedevo che ci avrebbe danneggiati e infatti eccoci qua. A subire l’invasione massiccia degli italiani". Si sta rivelando un bel pasticcio, per gli svizzeri, la globalizzazione dell’edilizia.

Un mese fa nel piazzale di un autogrill di Bellinzona muratori bergamaschi e colleghi del posto se le sono date di santa ragione. Motivo: la concorrenza sleale. Sanno benissimo i lavoratori ticinesi che i loro prezzi non sono paragonabili a quelli dei "magòt". Né possono abbassare le loro richieste: le spese, il materiale, la manodopera, i tetti salariali, hanno costi superiori ai nostri. "Noi dobbiamo rispettare le regole di contratto collettivo, i controlli fiscali e tutto quanto - ragiona Edo Bobbià, direttore della società degli impresari e costruttori ticinesi - Non ho nulla contro la concorrenza estera ma le regole devono essere uguali per tutti. Invece se noi proviamo ad affacciarci sul mercato italiano, ci segano le gambe".

Anche i politici del Cantone si sono accorti che l’accordo bilaterale si è rivelato un boomerang. E non ci stanno. Se la situazione non cambierà (non si capisce come e perché dovrebbe cambiare) minacciano di indire un referendum per l’abolizione della libera circolazione della manodopera. "Dal 1 giugno 2007 cadrà anche il filtro della zona di confine - dice preoccupato Renzo Ambrosetti, presidente della commissione tripartita, l’organismo cui spetta la vigilanza sul mercato del lavoro ticinese - E il problema dei padroncini, che per noi è una spina del fianco, avrà conseguenze ancor più devastanti".

In Ticino l’edilizia dà lavoro a 2000 imprese e a 20mila persone, con un monte salari (senza tecnici e amministrativi) di 800 milioni di franchi. Da quando le porte si sono aperte agli italiani, c’è stato un calo importante: 30-40% in meno. I più cauti in Ticino dicono che è arrivato il momento di correre ai ripari.

Qualcuno si spinge a sostenere che bisognerebbe boicottare le imprese italiane. Già, ma come si fa a chiedere a uno che ha una cucina da piastrellare di sborsare più soldi per difendere l’economia nazionale dalle insidie straniere? Renato Bresciani viene da Treviglio, Bassa bergamasca. Lavora da solo, costruzioni. Quando gli chiediamo se non teme la controffensiva elvetica si mette a ridere: "Noi costiamo molto meno, e poi, non per tirarcela, lavoriamo meglio". Già, vaglielo a dire agli svizzeri. "Lassù di soldi ne girano, da noi ce ne sono pochini - gongola Cornelio Cetti, presidente di Confartigianato e imprese di Como - Credo che se il patto dovessero firmarlo oggi gli svizzeri ci penserebbero bene. Ma mica possiamo sentirci in colpa, noi... Il referendum? Sì, aspettiamo e vediamo".

La sera, alla dogana di Chiasso, il copione si ripete identico ogni giorno: il fiume dei 36 mila lavoratori frontalieri italiani risale la corrente e, superato il valico, si scioglie tra Lombardia, Piemonte e Liguria. Braccia cotte dal sole e tasche piene. I gendarmi buttano un’occhiata distratta. Eccoli, i soliti italiani! Furbi e lavoratori. Alla bisogna, persino "extracomunitari".


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martedì 27 giugno 2006
ore 11:15
(categoria: "Vita Quotidiana")



La regina Rania: "Così le donne cambieranno il mondo arabo"
Appello della sovrana giordana: "Aiutate la Palestina"
di ALIX van BUREN

AMMAN - "Si dice "la donna araba" e si parla di un universo sconosciuto. Se avesse visto la sorpresa di alcune leader occidentali nell’ascoltare le arabe al convegno per la Rete di azione globale: una riserva inesplorata di talento, un motore essenziale per lo sviluppo e la pace. Però la sfida più imponente adesso è la guerra alle nostre frontiere, la Terra santa e l’Iraq che continuano a soffrire. Mi auguro che in Palestina il mondo non voglia stare a guardare, trascurando la pace".

La regina Rania al-Abdullah di Giordania entra a palazzo e la sala s’illumina del suo sorriso. E’ svelta e sottile, tailleur-pantaloni chiari, tacchi alti, carnagione d’avorio lucente, capelli corvini sciolti sulle spalle. E poi l’antica gentilezza orientale, gli occhi d’ebano allegri, il gusto di chi assapora le sfide, tutta intenta, si direbbe, a inventare un modo nuovo di riordinare i rapporti fra Oriente e Occidente.

Della sua grazia molto si è scritto, meno del suo potere: dell’audacia con cui affronta i consessi dei potenti mondiali, della caparbia con cui interpella i leader sui grandi temi etici e pragmatici della loro missione. Alla sua ascesa al trono, sette anni fa, re Abdallah II chiarì che Rania avrebbe retto il regno al suo fianco per traghettare il Paese nella modernità. Quest’anno Time l’ha scelta fra i 100 personaggi più influenti sul pianeta.

Allora, regina, lei si batte per la conquista delle libertà?
"Ascolti, mio marito e io apparteniamo a una nuova generazione, siamo vicini ai giovani, sappiamo interpretarne le aspirazioni, e il 70 per cento della nostra popolazione ha meno di 30 anni d’età. Vuole un nuovo futuro, e presto. Oggi viviamo in una società globale, abbiamo più strumenti rispetto ai nostri padri, dunque perché aspettare? Certo, il lavoro da fare è grande, affrontiamo sfide diverse, però disponiamo dei progressi tecnologici nell’area dell’istruzione, dell’economia, della medicina. La nostra fretta rispecchia quella della maggioranza in questo angolo del mondo".

I progressisti la lodano, ma i tradizionalisti? Lei preme per l’ingresso delle donne in politica e in Parlamento.
"Le resistenze ci sono, è vero, però hanno radici culturali, non c’entra l’Islam, che invece predica il rispetto e la parità dei diritti. Senza il contributo delle donne, la nave araba naviga con le vele a mezz’albero. Nel Corano il Profeta garantisce l’uguaglianza. Khadja, la sua prima moglie, era una astuta donna d’affari, la sua confidente e consigliera. Si tratta di cambiare la società dall’interno. I tempi sono maturi, il progresso nel mondo arabo c’è e si vede".

I liberali obiettano che il passo delle riforme non corrisponde alla sua impazienza.
"I grandi mutamenti non avvengono in una notte, questo bisogna accettarlo. La Giordania è avviata verso la democrazia, le riforme economiche e sociali. Purtroppo viviamo in un’area tormentata e questo ci rallenta. Non che il conflitto regionale valga come scusante, ma ha un effetto importante".

Riforme e democrazia sono la carta vincente contro l’estremismo islamico?
"Vi prego, non appaiate nel vocabolario Islam ed estremismo: se vogliamo parlare di fondamentalismi, allora bisogna ricordare che possono esistere in ogni religione, musulmana, cristiana ed ebraica. Con le riforme e la democrazia si apre un nuovo futuro a chi è senza prospettive: chi ha perso la speranza imbocca vie sbagliate, siano la delinquenza o il fondamentalismo. Ma la maggioranza dei musulmani, per sua natura, non è estremista. Anzi, l’equivoco dilagante sull’Islam è uno sviluppo sfortunato dei nostri tempi".

Si spieghi, regina.
"La nostra storia non è nata solo pochi anni fa. La storia che ha fatto grande l’Islam ha una ricca eredità di cultura, di scienza; reca un messaggio di convivenza, di pace, giustizia, progresso, rispetto dei diritti umani. E nessuno può ignorarlo. Ora una esigua minoranza di fanatici vuole prendere l’Islam in ostaggio, trascurando le convinzioni di oltre un miliardo di musulmani. Noi non possiamo permettere che ciò accada: non ci rappresenta e dobbiamo dichiararlo con voce forte e sonora".

Lei sta dicendo che il mondo islamico questa opera è pronta a farla?
"Noi ci battiamo per riaffermare l’essenza della fede. Per questo nel Messaggio di Amman sua maestà ha chiamato a raccolta le otto scuole di pensiero dell’intera comunità musulmana, concordi che si debba rifocalizzare la dottrina dell’Islam, porre fine alle fatwa, gli editti religiosi, emesse senza autorità, e condannare l’uccisione di civili innocenti. Questo è il contrario di quel che gli estremisti vogliono mostrare al mondo. Però anche in Occidente a volte c’è un grado d’inconsapevolezza".

Vale a dire?
"Nell’ignorare tutto quel che ci accomuna e nel mettere a fuoco quel poco che ci divide. Le offrirò un esempio: la figura di Gesù. Nel Corano non troverà che venerazione per il Cristo, per il suo messaggio divino, per la Vergine Maria. L’Islam in fin dei conti è un prolungamento della fede ebraica e cristiana: si fonda su di esse, ne condivide valori e principi. Qui non predichiamo la tolleranza, la viviamo. Di più: è accettazione, convivenza. E in questo mondo interdipendente, nessuno può permettersi di erigere barriere. Bisogna dialogare, conoscere l’altro. Più io viaggio e più m’accorgo come tutti ci assomigliamo: nel desiderio di un futuro, famiglia, dignità. C’è poi la prepotente richiesta di giustizia, senza la quale non si otterrà la pace".

Lei è di origine palestinese. Ha guidato una marcia di solidarietà con il popolo dei Territori occupati. Qual era il suo messaggio?
"E’ tutt’ora quello di scuotere dal torpore la comunità internazionale. Molti sono poco informati su quel che accade nei Territori; ma nei più avvertiti spaventa un certo cinismo di chi s’arrende, giudicando la questione irrisolvibile; peggio, un conflitto locale. Tuttavia la pace è una opzione irrinunciabile per il mondo".

A tal punto centrale, secondo lei?
"Chi s’illude del contrario, sbaglia. Quando tramonta la speranza, quando la sofferenza si approfondisce, e i mariti non possono mantenere la famiglia, i padri guardano i figli senza riuscire a sfamarli, le donne incinte sono costrette a percorrere chilometri a piedi per partorire in ospedale, alla fine sarà il mondo intero a pagarne il prezzo. Non si può voltare lo sguardo di fronte al dolore e all’ingiustizia, sfilarsi dall’impegno. Senza dimenticare sull’altro versante il timore degli israeliani per i propri figli, per gli attentati suicidi. Su questo terreno germina la rabbia e tracima le frontiere: alimenta l’estremismo, diffonde veleni attraverso la regione. Come vede, ogni prospettiva di pace in Medio Oriente passa attraverso la soluzione di questo problema centrale. Però vorrei dirle anche questo: io ho sentito re Hussein, diceva "Voglio la pace per i miei figli e per i loro figli". Eccoci, siamo noi quella generazione futura, e nel frattempo i nostri figli sono nati e cresciuti. Quanto ancora a lungo dovremo aspettare? Più passano i giorni più si respira l’odio. Abbiamo gli strumenti per cambiare questa regione, serve soltanto la volontà politica".

Tempo fa lei inviò una lettera aperta al Times di Londra denunciando i ritardi delle forze della coalizione in Iraq nel permettere l’ingresso degli aiuti umanitari. Oggi che cosa scriverebbe?
"Oggi darei la voce agli iracheni. La mia parola non basta, ormai. Noi vediamo le immagini dei notiziari, seguiamo il computo dei morti, non conosciamo la realtà di chi non ha più lavoro, di chi vive recluso in casa per l’instabilità, dei bambini privati d’accesso all’istruzione e alle cure sanitarie, senza elettricità nel caldo dell’estate irachena. Oltre l’aspetto militare e politico, conta la sofferenza del popolo. Perciò farei parlare loro".

Lei non sapeva che un giorno sarebbe diventata regina. La sua è una bella favola?
"No, che non lo è. Pare così a chi osservi dall’esterno. Per me è vita reale, fatta di famiglia, bambini, lavoro, e della responsabilità verso il mio popolo. E’ un compito che prendo molto sul serio".


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lunedì 26 giugno 2006
ore 19:07
(categoria: "Vita Quotidiana")



Scuola, crescono gli alunni stranieri: da settembre saranno 500 mila

Da settembre gli alunni stranieri iscritti nelle scuole italiane raggiungeranno quota 500.000. Il dato è emerso da una ricerca della Caritas e dell’Unicef in un convegno sulla condizione dei bambini e degli adolescenti di origine straniera che vivono nel nostro Paese.

Istruzione. La scuola come elemento di speranza sul fronte dell’integrazione, la multiculturalità all’interno degli istituti come base su cui fondare l’integrazione. In appena un anno gli stranieri in più nelle classi saranno circa 70 mila. La più elevata consistenza di alunni immigrati (40 per cento) si trova nella scuola primaria, ma questo forte aumento nel secondo ciclo di istruzione rappresenta una tendenza interessante, legata anche ai ricongiungimenti familiari. E la crescita più marcata sarà nelle superiori, con 100.000 alunni in più.

E’ il Nord-Est l’area geografica con la percentuale più alta di alunni stranieri. La regione con l’incidenza più alta è ancora l’Emilia Romagna con il 9% seguita da Umbria e Marche. Tra i comuni capoluogo è Milano ad avere l’incidenza più alta con circa il 12%. I poli di attrazione non sono però solo le grandi città ma anche i piccoli centri e Paesi: le località di Martin Sicuro (Teramo) e Porto Recanati (Macerata) hanno percentuali di alunni stranieri del 20%.

Un inserimento crescente al quale fa però da contraltare il minore successo scolastico. Nelle superiori oltre il 25% degli studenti stranieri, uno su quattro, ha una battuta d’arresto. Rispetto al risultato conseguito dagli allievi italiani il divario con gli allievi stranieri è del 3,36% alla scuola primaria, del 7,06 alla secondaria di primo grado e del 12,56 alla secondaria di secondo grado.

SANITA’. Se dal punto di vista dell’istruzione Primaria i dati sono confortanti, per quanto riguarda altri aspetti della vita degli immigrati la condizione non è la stessa. Dal convegno è emerso un dato impressionante: solo il 5,6% dei genitori immigrati si rivolge al pediatra di base. Se dai dati disponibili si rileva una condizione di salute alla nascita (nascite pre-termine, peso alla nascita, ecc..) dei piccoli stranieri di poco peggiore rispetto a quella degli italiani, per quanto riguarda l’assistenza sanitaria i bambini stranieri non frequentano in modo soddisfacente il pediatra di libera scelta.

Secondo dati Ismu (Istituto per gli studi sulla multietnicità di Milano) solo il 41% degli immigrati regolari con figli al seguito si rivolge al pediatra di base. E nel caso degli immigrati irregolari la percentuale di fruizione si abbassa all’1,1% nel caso dei padri e al 9,7% nel caso delle madri (media del 5,6 per cento). Alla luce di questa constatazione la Caritas ha lanciato la proposta ’ogni bambino straniero deve avere il suo pediatra’. Per ora l’ha raccolta la Regione Lazio che proprio in questi giorni dovrebbe attuarla, ma anche il nuovo ministro della Salute ha mostrato interesse per l’ iniziativa.

DEVIANZA MINORILE. In Italia non sembra siano presenti segnali di devianza delle seconde generazioni di adolescenti stranieri come invece è accaduto in altri paesi europei mentre è molto più frequente il loro coinvolgimento come vittime. Sul fronte della giustizia minorile emerge tuttavia una diffusa tendenza alla riduzione della presa in carico dei minorenni extracomunitari. L’esigenza che emerge è quella di progetti personalizzati per il recupero di questi ragazzi, anche attraverso l’orientamento al lavoro. Un esempio di ’buona prassi’ in questo senso è un’iniziativa avviata dal Comune di Roma nel carcere minorile di Casal del Marmo.


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