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Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto son dileguati. Ma il furto non m’accora, poiché vi ha preso stanza la dolce speranza!
Or che mi conoscete, parlate voi. Chi siete? Via piaccia dir?

Scrivo un diario inutile. senza note, senza parole, senza frasi. Solo pagine vuote, bianche. Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano. (Alessandro Sebastiano Morandi)
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lunedì 15 maggio 2006
ore 09:48 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Almodovar: "Con questo ritorno ho sconfitto la paura della morte" di MARIA PIA FUSCO
Arriva Cannes, edizione 59. Le cronache delle vigilia sono occupate in gran parte dalle infocate polemiche sul film scelto per linaugurazione del festival, Il codice da Vinci, che turba e divide il mondo cattolico e che, dopo lanteprima del 17, esce in contemporanea in tutto il mondo il 19 maggio, in Italia con 800 copie. Ma Cannes 2006 è soprattutto un concorso che, con nomi emergenti, come Sofia Coppola (Marie Antoinette) o Paolo Sorrentino (Lamico di famiglia) ospita autori amatissimi: Almodovar con Volver, Ken Loach con The wind that shakes The Barley, Nanni Moretti con Il caimano.
Secondo le previsioni è tra questi che dovrebbe giocarsi la Palma doro, con un occhio di riguardo alla Rivoluzione Francese vista dalla Coppola. Ma è parere diffuso che la giuria presieduta da Wong Kar Wai (cè Monica Bellucci) il 28 maggio potrebbe scegliere tra Moretti e Almodovar, il primo Palma doro per La stanza del figlio o Almodovar, premio per la regia per Tutto su mia madre. Da una parte un film "politico", dallaltra una storia che viene dal privato, da suggestioni che Almodovar racconta nel libro della sceneggiatura appena pubblicato in Spagna.
La famiglia. "Volver è un film sulla famiglia, girato in famiglia. Le mie sorelle sono state le consulenti per tutto ciò che succedeva sia nella regione della Mancha, sia a Madrid... Anche se ha avuto più fortuna, la mia è una famiglia "transumante", che va dal paese alla grande città in cerca di prosperità. Per fortuna le mie sorelle hanno continuato a coltivare la cultura dellinfanzia, conservano intatto il patrimonio ricevuto da mia madre. Io invece mi sono reso indipendente presto, sono diventato un cittadino impenitente".
Confessione. "Volver è un titolo che comprende diversi miei ritorni. Sono tornato ancora alla commedia. Sono tornato alluniverso femminile, alla Mancha. Sono tornato a lavorare con Carmen Maura, con Penelope Cruz, con Lola Duenas. Sono tornato alla maternità, come origine della vita e della finzione. E naturalmente sono tornato a mia madre. Durante la scrittura della sceneggiatura e durante le riprese, mia madre è sempre stata presente e molto vicina. Non so se questo è un buon film, ma so che mi ha fatto molto bene girarlo".
La morte. "Ho limpressione di essere riuscito a mettere a posto un "pezzo" della mia vita. Il non averlo fatto prima mi ha causato, negli anni, molta sofferenza e ansia, direi persino che negli ultimi tempi aveva deteriorato la mia esistenza rendendola drammatica, più di quanto non lo fosse nella realtà. Il "pezzo" a cui mi riferisco è la "morte", non soltanto la mia e quella delle persone care, ma la scomparsa implacabile di tutto ciò che è vivo. Non lho mai accettata né capita. Per la prima volta credo di poterla guardare senza paura, anche se continuo a non capirla e a non accettarla. Comincio ad abituarmi allidea che esiste".
Il fantasma. "Il ritorno più importante è quello del fantasma di una madre che appare alle proprie figlie. Nel mio paese queste cose accadono (sono cresciuto ascoltando storie di apparizioni di persone decedute), tuttavia, personalmente, non credo alle apparizioni. Ci credo soltanto quando succedono agli altri o nella finzione. E la finzione del mio film mi ha provocato una serenità che da tempo non provavo. In realtà, serenità è una parola il cui significato per me resta misterioso".
Il fiume. "I ricordi più belli della mia infanzia sono associati al fiume. Mia madre mi portava con sé quando andava a lavare al fiume perché ero molto piccolo e non aveva con chi lasciarmi. Cerano sempre diverse donne che lavavano e stendevano la biancheria sullerba. Io mi mettevo accanto a mia madre e infilavo le mani nellacqua, cercando di accarezzare i pesci che accorrevano alla chiamata del sapone, casualmente ecologico, che usavano le donne dellepoca e che fabbricavano loro stesse. Il fiume, i fiumi, erano sempre una festa. È stato poi nelle acque di un fiume che ho scoperto, anni dopo, la sensualità. Indubbiamente il fiume è ciò che più mi manca della mia infanzia e pubertà".
Genere e tono. "Suppongo che Volver sia una commedia drammatica. Ha sequenze divertenti e sequenze drammatiche. Il suo tono imita la "vita stessa", appartiene ad un naturalismo surreale, se così si può dire. Ho sempre mescolato i generi e continuo a farlo, per me è unoperazione del tutto naturale. Ciò non vuol dire che nel farlo non mi esponga a rischi, il grottesco e il grand guignol rappresentano sempre un rischio concreto. Quando nel giro di pochi secondi si passa da un tono al suo opposto, la soluzione migliore consiste nelladottare uninterpretazione naturalistica che riesca a rendere verosimile la situazione più assurda. Lunica arma a disposizione, oltre alla messinscena, è rappresentata dagli attori. Dalle attrici in questo caso. Ho avuto la fortuna che si trovassero tutte in uno stato di grazia. Il grande spettacolo di Volver sono loro".
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venerdì 12 maggio 2006
ore 12:22 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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giovedì 11 maggio 2006
ore 12:42 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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giovedì 11 maggio 2006
ore 10:41 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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giovedì 11 maggio 2006
ore 10:31 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Il secolo nuovo della sinistra di EZIO MAURO
QUELLAPPLAUSO del Parlamento in piedi, che dura a lungo e si allarga a tutta laula, dividendo la destra, è il vero atto dinizio della nuova legislatura.
Nellomaggio a Giorgio Napolitano eletto Capo dello Stato cè prima di tutto la consapevolezza di aver compiuto il supremo rito della liturgia repubblicana, scegliendo un uomo adatto a rappresentare lintero Paese e tutto il sistema politico in un ruolo super partes, dopo una presidenza di grandissima popolarità come quella di Carlo Azeglio Ciampi. Poi cè la coscienza di aver compiuto il destino della sinistra, per troppi anni monco per lanomalia comunista e la sua legittimazione parziale. Ancora, cè la presa datto che il centrosinistra ha non solo una maggioranza autonoma, ma la capacità di esprimere una politica per le istituzioni, con gli uomini giusti. E infine, cè la certezza che il nuovo settennato sarà difficile, perché il quadro politico italiano resta terremotato, in una sorta di eterna campagna elettorale permanente.
Le poche parole e i gesti sobri di Napolitano prima e dopo lelezione sembrano adatti al momento. Oggi non cè bisogno di retorica, come ieri non cera bisogno di una campagna elettorale, perché lincarico non la consente. Per un candidato come Napolitano parla la biografia politica, culturale, istituzionale, per il programma parla la Costituzione. Non cè altro, perché non ci deve essere altro. Il Presidente è nato come deve nascere nellaula di Montecitorio, senza compromessi, liberi i partiti - naturalmente - di valutare le loro convenienze di schieramento.
Napolitano non ha aggiunto nulla alla storia della sua vita: si è solo limitato (comè giusto, perché lo suggerisce la Costituzione) ad auspicare una convergenza più ampia del suo schieramento politico di sostegno.
La sua presidenza super partes, dunque, nascerà da un dovere costituzionale di ruolo, da uneducazione istituzionale, da una convinzione personale: non da patti che sarebbero tutti impropri, perché la Repubblica non può e non deve patteggiare nulla con nessuno, in quanto tutti i cittadini - qualunque sia la loro rilevanza pubblica - sono nel suo perimetro, e nello stesso momento nessuno è un partner speciale o privilegiato con cui la presidenza va preventivamente concordata.
Questa lunga biografia repubblicana, la storia di un uomo sempre a sinistra, che ha coltivato un forte senso delle istituzioni e una cultura europea, è stata offerta dal centrosinistra a tutto il Parlamento, fin da domenica, per cercare un punto dincontro che portasse maggioranza e opposizione ad essere insieme parti costituenti del nuovo settennato. Toccava alla sinistra che ha vinto le elezioni il diritto-dovere di fare la scelta. Ma le toccava anche lobbligo di cambiare schema per il Quirinale rispetto alle Camere, ricercando lintesa con lopposizione. E qui la destra si è divisa. Fini ha contestato il metodo del candidato unico, con la mancanza della rosa e dunque della scelta. Berlusconi ha annunciato al Paese che non avrebbe comunque mai accettato un comunista al Quirinale. Casini ha continuato ad inventare candidature, di regola durate non più di mezza giornata.
DAlema ha rappresentato lopzione più forte, dunque più difficile da digerire per la destra. Tanto forte che gli stessi Ds hanno sentito il bisogno di correggere limprinting leaderistico e di partito del loro presidente con una sorta di proposta programmatica alla destra: compiendo un grave errore. Nella corsa al Quirinale si possono trattare i consensi, comè sempre avvenuto, non i poteri del Presidente, che sono indisponibili e fissati una volta per tutte. E soprattutto: lo Stato (in questo caso il Presidente che lo rappresenta) non tratta preventivamente con una sua parte, anche se questa parte si comporta spesso come lAntistato.
Questo errore ha scoperto DAlema a sinistra, non ha smosso a destra quel grumo ideologico che abita il cuore e la mente di Berlusconi. Ma il falò sacrificale di DAlema ha in qualche modo spianato la strada a Napolitano perché la destra mentre negava la pregiudiziale anticomunista faticava a dire due volte no ad un nome che viene dal vecchio Pci. Anzi: Casini e Fini sono stati ad un passo dal convincere Berlusconi. Prima di loro cè riuscito Bossi, che dice spesso a voce alta ciò che il Cavaliere pensa nel profondo. Così ancora una volta Berlusconi ha fatto ciò che ha voluto dellintera Casa della Libertà e i moderati di destra si sono mostrati ieri come sempre politicamente sterili, improduttivi, enunciatori di progetti che non riescono mai a tradurre in pratica. E sullo sfondo risuona la voce della destra estrema di Calderoli, lunico parlamentare capace di dire ieri che non riconoscerà il nuovo Capo dello Stato.
La destra ha perso loccasione di votare un galantuomo per il Quirinale, ma soprattutto di aprire un percorso politico di dialogo con la maggioranza sul terreno istituzionale. Con il risultato di mostrarsi divisa tra due culture e due pratiche politiche quasi inconciliabili al primo vero test pubblico poche settimane dopo il voto. Ecco perché Prodi esce più forte da questa prova, dopo la tenuta della maggioranza in Parlamento, e può affrontare lultimo decisivo passaggio, quello della formazione del governo.
Più forte, a dispetto di tutto, è anche la prospettiva del partito democratico, ogni giorno più inevitabile e urgente. Lapplauso del Parlamento per Napolitano presidente saluta infatti anche lapprodo di una storia incompiuta per troppi ritardi e troppi errori, quella della sinistra italiana. La compie, non per caso, un uomo che ha partecipato con i più giovani alla rottura della vecchia tradizione comunista (avvenuta in Italia purtroppo solo dopo la caduta del Muro, e non prima), e che negli anni precedenti aveva però saputo puntare la sua bussola di minoranza sullEuropa nelleredità di Altiero Spinelli e sulla socialdemocrazia, nella convinzione di superare la frattura storica con i socialisti. Proprio qui, a ben vedere, sta la radice del riformismo italiano, che è lidentità culturale del post-comunismo e può sboccare in una compiuta cultura "democratica" senza aggettivi, con il nuovo partito. In questo senso, e con ritardo, lelezione di Napolitano chiude il Novecento politico italiano, una storia che non sapeva chiudersi. Lapplauso a un Presidente che viene dalla storia del Pci significa che anche la politica è entrata nel secolo nuovo: e la sinistra, finalmente, attende ora linizio di una nuova storia.
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mercoledì 10 maggio 2006
ore 15:53 (categoria:
"Vita Quotidiana")
La lunga marcia di Napolitano: il comunista che fu ex in anticipo di DARIO OLIVERO
Dal maestro Giorgio Amendola l’allievo Giorgio Napolitano ereditò debiti e crediti. I debiti furono soprattutto politici, i crediti soprattutto umani. I primi, Napolitano, li ha pagati per cinquant’anni e la sua salita al Colle è l’ultima cambiale portata a pagamento con l’orgoglio che avevano i risparmiatori di una volta quando, pur di non fare brutta figura con un creditore, si privavano del pane o di un nuovo paio di scarpe. Sono i debiti della tradizione riformista del Partito comunista italiano, la cultura "migliorista", parola che equivaleva in certi anni a poco meno di un insulto. I crediti sono quelli che Amendola trasmise su un terreno già fertile e che forse si possono racchiudere in un solo termine: umanesimo.
Difficile pensare a due persone così apparentemente diverse come il primo Giorgio (Amendola), l’ex pugile che affascinava i giovani della Fgci sostenendo le sue posizioni eretiche con la forza della passione e del cuore e il secondo Giorgio (Napolitano), lo spilungone dall’aspetto aristocratico che gli valse il nome di "Re Umberto" per la sua somiglianza con l’erede di casa Savoia. Eppure il loro sodalizio poggiava anche su quel terreno fertile del Napolitano sconosciuto.
Perché l’uomo che sta per salire sul Colle più alto della Repubblica non è soltanto il volto istituzionale e rassicurante, l’unico - secondo le valutazioni del suo stesso partito - in grado di portare gli eredi del Pci al Colle senza far gridare (Berlusconi escluso) al colpo di stato dei Soviet. E’ anche un uomo che vive una vita privata e interiore insospettabile per chi si è già seduto sulla poltrona della Camera e del ministero dell’Interno.
Fu attore teatrale in gioventù e autore di sonetti in napoletano scritti sotto pseudonimo. Fu ed è sempre stato attratto dalle lettere, dalle arti, dalla regia. E questa vita intellettuale potrebbe spiegare, come in una teoria di vasi comunicanti, come, dove e quando si rifugiava l’uomo politico quando il peso dell’"eresia" della sua corrente diventava troppo gravoso.
Il giovane Napolitano recitò la parte di un cieco in una commedia di Salvatore Di Giacomo, recitò nel Viaggio a Cardiff di William Butler Yeats al Teatro Mercadante di Napoli, si sciolse confrontandosi con Joyce ed Eliot, passò lunghe serate a parlare di teatro e di regia con Francesco Rosi e Giuseppe Patroni Griffi. Scrisse versi in dialetto dedicati a Napoli, alla morte, alla madre, firmandosi Tommaso Pignatelli. Natalia Ginzburg li adorava.
"Troppo facile trovare un applauso", dirà decine di anni dopo riferendosi alla retorica che piove dai palchi della politica e forse lasciando intendere che i veri applausi possono essere soltanto quelli catartici che si sprigionano in un teatro. Mentre sembrano ben poca cosa quelli dei comizi, luoghi da sdrammatizzare con una buona dose di ironia come quando, come testimonia una foto storica, Napolitano si fabbricò sotto un palco a una Festa dell’Unità un cappellino di carta come quello dei muratori per ripararsi dal sole.
Per tutti questi motivi forse la carriera politica di Napolitano non è la cosa più sorprendente della sua vita. Anche se il solo elencarla fa venire il capogiro: nato a Napoli il 29 giugno 1925, nel Pci nel 1945, nel ’53 eletto alla Camera, nel 1992 presidente di Montecitorio (in piena bufera Mani pulite), nel 1996 Viminale (ancora oggi il Sap, sindacato di polizia, lo definisce il miglior ministero dell’Interno), nel 1999 Parlamento europeo, nel 2005 senatore a vita per nomina di Ciampi.
Si dice, ed è vero, che anche gli avversari politici lo hanno sempre rispettato. Ma quello che può essere considerato un onore, visto dall’interno del suo partito, non è sempre stato un vantaggio, proprio per il peso del "debito" che Napolitano si portava sulle spalle. Il termine "migliorista" fu coniato espressamente per lui perché termini come "riformista" o "socialdemocratico" non esprimevano abbastanza l’insofferenza di chi, a sinistra, era "fedele alla linea".
Che cosa voleva dire "migliorista"? Voleva dire che gente come Napolitano o Luciano Lama avevano rinunciato alla rivoluzione ma volevano "migliorare" la società. Non cambiarla radicalmente, perché il capitalismo non solo non andava abbattuto, ma bisognava scendere a patti con esso per riformarlo, emendarlo e renderlo più umano. Ecco che cosa si intende per comunista "di destra" rispetto a un comunista "di sinistra". Come era considerato il suo oppositore principale, Pietro Ingrao.
Oggi è più facile. Dopo la svolta della Bolognina dell’89, dopo il congresso di Pesaro del 2001 - quando Piero Fassino tributò a Napolitano un passaggio in cui lo definì "il compagno che comprese prima di altri" - è più facile dire che non c’è, e non c’era, nessuna "eresia". Ma che cosa voleva dire essere miglioristi negli anni Ottanta, quando si era in contrasto con la linea del partito guidato da Enrico Berlinguer? Cosa voleva dire criticare un segretario tanto amato? Quanto doveva essere doloroso per gente cresciuta dentro il partito dividersi tra fedeltà e nuove prospettive politiche? Cosa voleva dire essere già post-comunista quando i comunisti si chiamavano ancora comunisti?
Voleva dire sporcarsi le mani. Voleva dire non lasciare ad altri il merito di cavalcare indisturbati le spinte più innovatrici della società italiana. Voleva dire dialogare con il Psi, anche con quello di Bettino Craxi. Voleva diresentirsi trasmettere la solidarietà da Norberto Bobbio e la distanza dei compagni, che magari ti accusano di fare il gioco di Bettino. Voleva dire - in piena battaglia berlingueriana sulla questione morale - gettare un ponte verso un riformismo socialista trovando pochi appoggi all’interno e ancora meno interlocutori affidabili all’esterno.
Questo era il debito, cresciuto negli anni e dopo la caduta del muro, che Napolitano si portava dietro. E l’unico modo per pagarlo era convincere tutti di aver ragione, cercare una politica di alleanze con le grandi socialdemocrazie europee e rompere l’isolamento del più grande partito della sinistra. Progetto che gli riuscirà quando il Pds di Occhetto nell’89 entrerà nel Partito socialista europeo.
Il resto è storia dell’ultimo scorcio di secolo, storia europea che per Napolitano finisce nel 2004 quando non si ricandida per Strasburgo. Pensava probabilmente di aver finito di pagare il suo debito politico, chiudendo la sua vita politica come senatore a vita. Così diceva tra le righe nella recente autobiografia Dal Pci al socialismo europeo. Invece, la regola degli attori, per i quali the show must go on, vale anche per i politici di razza. Quelli capaci di diventare, da uomini di partito, ministri di governo, presidenti del Parlamento e, all’ultima scena, inquilini del Quirinale.
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mercoledì 10 maggio 2006
ore 13:24 (categoria:
"Vita Quotidiana")
13:13 Napolitano eletto con 543 voti Il presidente della Camera Fausto Bertinotti ha proclamato lelezione di Giorgio Napolitano al Colle con 543 voti. Hanno ottenuto voti Bossi (42), DAlema (10), Ferrara (7), Letta (6), Berlusconi (5), Pininfarina (3), Di Piazza (3). Dieci le schede disperse, 347 le bianche, 14 le nulle.
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mercoledì 10 maggio 2006
ore 13:00 (categoria:
"Vita Quotidiana")
12:53 Giorgio Napolitano è stato eletto presidente della Repubblica
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mercoledì 10 maggio 2006
ore 11:03 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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mercoledì 10 maggio 2006
ore 09:41 (categoria:
"Vita Quotidiana")
La posta in gioco di EZIO MAURO
Oggi la Repubblica può avere il suo undicesimo presidente. Si è consumata invano la prima fase in cui serviva una larga maggioranza per eleggere il Capo dello Stato. Questa maggioranza non si è trovata, perché la Casa delle Libertà ha preferito mantenere il suo profilo ideologico e il suo impianto propagandistico piuttosto che diventare parte costituente di una nuova fase istituzionale, proiettata sui prossimi sette anni.
Prima la destra si è opposta a DAlema, troppo vigorosamente politico per un incarico al di sopra delle parti. E in qualche modo, sbagliando, gli stessi Ds hanno accettato questo schema di partenza, spingendosi fino al punto da offrire garanzie alla destra a nome del futuro possibile presidente: come se lo Stato dovesse garantire se stesso davanti a Berlusconi, nel momento in cui un diessino va al Quirinale.
Uno schema non accettabile, anzi pericoloso. Si va al Quirinale in nome della propria biografia politica e personale (e quella di DAlema era perfettamente in regola), mentre il programma del presidente cè già, è scritto nella Costituzione e non serve altro.
Dopo il no a DAlema della destra, e lindicazione di quattro personalità di primo piano, tra cui spiccava Giuliano Amato, restava il problema dellevidente discriminazione politica che si stava consumando nei fatti contro i Ds, accentuata dalla crociata anticomunista di Berlusconi. Un problema per lintera coalizione, non solo per i Ds. E la coalizione ha reagito lanciando Giorgio Napolitano: diessino, ex comunista, ma fuori dalla battaglia di partito e in più con un profilo istituzionale e culturale a cui è difficile dire di no.
Su questo nome, infatti, la Casa delle Libertà si è divisa. Fini e Casini lunedì sera hanno forzato Berlusconi al sì. Nella notte Bossi si è impuntato, e come al solito ha piegato il Cavaliere, parlando ai suoi istinti più profondi. Fini sembra aver piegato la testa, Casini ieri ha votato scheda bianca ma ha detto che è un errore, perché Napolitano "è un arbitro credibile per tutti". Siamo ad un passo dalla fine della dittatura ideologica, almeno nel gioco istituzionale.
Se prevarrà il blocco ideologico di Berlusconi, oggi Napolitano arriverà al voto con un quadro di sostegno più ristretto di quel che meriterebbe. LUnione si troverà così davanti ad una grande responsabilità, che segnerà la legislatura e il suo stesso futuro. Se saprà eleggere Napolitano, mostrerà di avere una politica per le istituzioni, di avere una maggioranza in Parlamento, e di avere luomo giusto per il Quirinale.
In più, con quel voto la sinistra compirà la sua storia, portando un ex comunista al vertice della Repubblica. Questa è la posta del voto di oggi: troppo alta per lasciarla in mano alla viltà di qualche franco tiratore.
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