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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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martedì 9 maggio 2006
ore 13:31
(categoria: "Vita Quotidiana")





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martedì 9 maggio 2006
ore 12:25
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il Cavaliere al bivio
di MASSIMO GIANNINI

BEN SCAVATO, vecchia talpa. A voler usare la metafora marxiana, si può dire che l’intelligente operazione politica lanciata dal centrosinistra con la candidatura di Napolitano al Quirinale sta per essere coronata dal successo. È quasi certo che domani il senatore a vita diessino diventerà presidente della Repubblica. Ma la novità dell’ultima ora è che l’ascesa al Colle del leader migliorista del vecchio Pci potrebbe avvenire addirittura oggi pomeriggio a larga maggioranza (i due terzi del Parlamento) grazie ai voti determinanti del centrodestra. Manca solo un via libera definitivo di Berlusconi.

La svolta, se c’è davvero, è ancora del tutto ipotetica. L’uomo di Arcore è abituato a cambiare idea in meno di un’ora. Figuriamoci cosa può succedere in un’intera notte.

Con mezzo partito forzista che schiuma ancora di rabbia anti-comunista, e con la Lega che ha già predisposto il rito dell’estrema unzione per la Cdl. Ma se il terzo scrutinio di oggi dovesse riflettere le indicazioni emerse dal lunghissimo vertice del Polo di ieri sera, il prodigio si potrebbe compiere davvero. Per non perdere la faccia di fronte al mondo dopo aver negato pubblicamente l’esistenza di una "pregiudiziale anti-Ds", Fini e Casini sono quasi riusciti a convincere il Cavaliere a votare Napolitano, con tanto di maggioranza qualificata. Il prezzo da pagare, con una scelta contraria, è il più alto in politica: l’assoluta irrilevanza. Il ragionamento dei leader di An e Udc non fa una piega: "L’esperimento-Ciampi lo dimostra: meglio farlo subito, concorrendo all’elezione e cointestandosi il settennato insieme al centrosinistra".

Il Cavaliere si è quasi convinto. Ma all’ultimo momento, sul tavolo del vertice del Polo Umberto Bossi ha calato il solito asso di bastoni. "Se votate Napolitano, sappiate che per noi la Cdl è morta e sepolta". Di fronte all’ennesimo ricatto del Senatur, Berlusconi si è impaurito, e la trattativa si è nuovamente arenata. La notte porterà consiglio. Ma nel frattempo, un primo e parzialissimo bilancio politico di quanto sta accadendo si può già trarre.
L’Unione può uscire rafforzata da questa prova. La sua mossa è riuscita. La candidatura di Napolitano ha ricompattato la coalizione. Ha restituito piena dignità alla Quercia. Ha riposto negli archivi della storia l’"interdetto comunista". Ha dimostrato che la maggioranza uscita vincitrice dal voto del 9-10 aprile non vuole imporre un "candidato di sfondamento", ma per la più alta magistratura repubblicana sa indicare un uomo delle istituzioni, una personalità di garanzia.

Soprattutto, ha gettato lo scompiglio nelle file avversarie. Ha fatto saltare gli equilibri interni alla Casa delle Libertà.

Il Polo rischia di uscire a pezzi da questa contesa. Nel centrodestra si ripropone il mortale dualismo che ha marchiato a fuoco l’intera legislatura. Berlusconi e Bossi contro Fini e Casini. Ma mai come oggi, il Cavaliere è di fronte a un bivio. Deve scegliere, a partire dal test decisivo del voto sul Quirinale, tra due diversi modelli di destra. Da una parte c’è l’"intifada azzurra". Il no senza se e senza ma a qualunque candidato "che abbia il cuore a sinistra". La campagna rutilante e donchisciottesca contro i cosacchi immaginari che esistono nella sua mente, e purtroppo anche in quella di un pezzo di società italiana, da lui stesso astutamente alimentata a pane e insicurezza. La minacciosa e sovversiva jacquerie fiscale, che in una babele di linguaggi e di messaggi lo spinge a barattare l’elezione di un presidente con l’esazione delle tasse.

Dall’altra parte c’è il "soccorso azzurro". L’idea che una scelta responsabile possa contribuire a trovare una via d’uscita bipartisan dalla palude italiana di questi giorni. La prospettiva di una piena e mutua legittimazione dei due schieramenti, non più assoggettati alla tragica ipoteca del Novecento. Il riconoscimento di una sconfitta elettorale che non è stata una disfatta, e che a maggior ragione obbliga il soccombente a stare in campo con la forza della politica, non con la disperazione dell’ideologia.

Questo è l’incrocio che il Cavaliere si trova adesso sulla sua strada. Finora non ha scelto. Ha oscillato tra i due percorsi possibili. Oggi gli è difficile imboccare il secondo, dicendo sì a Napolitano, dopo aver preso una folle rincorsa verso il primo, nel delirante comizio di domenica scorsa al Palafiera di Milano. Ma per l’uomo di Arcore cambiare rotta, stravolgendo gli schemi e facendo saltare i tavoli, non è mai stato un problema. A condizione che, almeno una volta, liberi se stesso e i suoi alleati dal furore della sequenza ideologica Pci-Pds-Ds, e dal terrore che dietro ogni quinta si nasconda lo spettro di D’Alema.

Si tratta di capire, ancora una volta e come è già accaduto in questi lunghi cinque anni di governo, se il Cavaliere si fa scudo della Lega per tenere a bada An e Udc. Se usa la clava di Bossi per menare fendenti su Fini e Casini, frustrando le ambizioni ereditarie dell’uno e le mire neo-centriste dell’altro. Si tratta di capire se punta scientemente a subire a ogni costo un Capo dello Stato votato solo dalla sinistra, per far lucrare a un’opposizione in assetto di guerriglia permanente un dividendo propagandistico di corto respiro. Oppure se è pronto a contribuire a una scelta di elevato profilo istituzionale, per ricostruire su questo atto fondativo un centrodestra moderno e bipolare con un progetto politico di lungo periodo.

Come l’opposizione di ieri non poteva e non doveva essere cementata solo dall’odio antiberlusconiano, così l’opposizione di oggi non può e non deve essere amalgamata solo dal livore antidalemiano.

L’Unione è tutto fuorché un’invincibile armata. Ma la talpa sta scavando. Stavolta il Cavaliere può dare una mano - prima di tutto a se stesso, e poi anche all’Italia - per uscire dal tunnel.


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lunedì 8 maggio 2006
ore 18:41
(categoria: "Vita Quotidiana")





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lunedì 8 maggio 2006
ore 15:35
(categoria: "Vita Quotidiana")





Insolito siparietto tra Silvio Berlusconi, Umberto Bossi e Letizia Moratti sul palco del Palalido di Milano. Durante il suo discorso alla platea, Umberto Bossi ha parlato di "Milano capitale dei lombardi", invitando il pubblico a cantare ’O mia bella Madunina’: "Vieni anche tu Silvio", ha detto Bossi. E Berlusconi non si è fatto pregare salendo sul palco e portandosi dietro anche la candidata a sindaco Letizia Moratti. Ma il tentativo di Bossi di far cantare quel brano è fallito; infatti Berlusconi ha intonato un altro brano, sempre della tradizione milanese, che Bossi e la Moratti conoscevano un po’ meno. Alla fine, applausi del pubblico per Berlusconi cantante e che si è preso i complimenti di Bossi: "Hai visto, hai già trovato un lavoro".


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lunedì 8 maggio 2006
ore 12:57
(categoria: "Vita Quotidiana")



OLBIA - Una collinetta artificiale di circa dieci metri, sormontata da olivi secolari appena messi a dimora con, in cima, una solitaria panchina dalla quale osservare in tutto relax il golfo di Marinella. Sarebbe questa l´ultima novità di villa Certosa, residenza estiva di Silvio Berlusconi, mostrata nel tg dell´emittente televisiva Cinquestelle Sardegna. Per mesi - viene sostenuto nel servizio di Costanza Bonacossa - protetti dai militari, camion e gru hanno lavorato incessantemente. L´edificazione potrebbe però cozzare con le rigide norme contenute nel piano paesaggistico regionale e nella legge salvacoste, che vieta alterazioni dello stato dei luoghi nella fascia entro i duemila metri dal mare.



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lunedì 8 maggio 2006
ore 11:23
(categoria: "Vita Quotidiana")



Napolitano, quel comunista prudente
che conquistò anche il Cavaliere
di EDMONDO BERSELLI

Basta guardare le fotografie raccolte nella sua "autobiografia politica", Dal Pci al socialismo europeo, per rendersi conto che Giorgio Napolitano è stato uno dei protagonisti della sinistra italiana. Eccolo con Togliatti, Amendola, Chiaromonte, Berlinguer, Natta, Occhetto. Ma protagonista in che modo, e con quale stile? Un comunista senza complessi e un socialista senza timori. E nello stesso tempo un uomo delle istituzioni: chissà se Silvio Berlusconi, nelle sue tirate contro il terrore del comunismo, ha dimenticato di essere sceso dal suo scranno, una dozzina di anni fa, per andare a stringere la mano a quello splendido avversario.

Già, comunista sì, ma di classe, come si diceva con un attempato calembour. Il giovane studente sfollato a Padova, dopo i primi bombardamenti alleati su Napoli; il liceo Tito Livio, la libreria Randi dove si potevano incontrare personalità come Concetto Marchesi, Manara Valgimigli, Diego Valeri. Nella formazione di Napolitano, negli studi, nelle amicizie ci sono quelle grazie borghesi che non lo avrebbero mai abbandonato, e che lui non avrebbe mai tradito. Così come l’amicizia sotto il Vesuvio con l’esplosivo Curzio Malaparte e con giovani intellettuali come Maurizio Barendson, Raffaele La Capria, Francesco Rosi, fu il tramite con una élite culturale con cui Napolitano si sarebbe sempre ritrovato.

Lui, il destro. L’anti-ideologico. Perché per l’ideologia c’era Pietro Ingrao, con il suo luxemburghismo corrugato. Napolitano era l’europeo, il revisionista, l’uomo delle Bad Godesberg possibili anche se sempre rinviate: un crociano che già allora pensava ciò che scrive oggi, a proposito dell’iniziativa degasperiana con l’avvio dell’integrazione europea: "Quella che risultò la più lungimirante scelta di De Gasperi fu dal Pci sommariamente assimilata al suo filoamericanismo... Fu forse il più grave segno di cecità della sinistra, che avrebbe pesato sul suo ruolo nazionale e internazionale".

Al massimo, ciò che è stato sempre rimproverato a Napolitano è stata la sua prudenza, la cautela, la lentezza guardinga delle decisioni. Agli albori degli anni Sessanta, quando aveva assunto la responsabilità della sezione "lavoro di massa", aveva guardato al primo centrosinistra con uno sforzo di attenzione "per le innovazioni che l’"apertura a sinistra" poteva portare con sé sul terreno della politica economica e sociale". Nei Settanta aveva impersonato la fermezza istituzionale, messa a prova durissima dall’aggressione terroristica, tanto da qualificarsi come "difensore accanito" della politica di solidarietà nazionale.
Probabilmente il suo vero punto di svolta, o di blocco, fu negli anni Ottanta, allorché molti impazienti nel Pci guardavano a lui come il possibile navigatore fuori dalle secche del berlinguerismo. Lo sfondo era lo scontro politico e genetico con Bettino Craxi, e Napolitano confessò a L’Espresso i propri dubbi sull’aureo isolamento del Pci: "Abbiamo tardato a comprendere che il Psi coglieva problemi reali di rinnovamento della sinistra, del suo bagaglio ideale e programmatico, del suo insediamento sociale". Eppure nelle aree del comunismo empirico e migliorista, in Emilia e in Toscana, ci si sarebbe aspettati qualche iniziativa più coraggiosa e puntuale, una posizione meno pensosa.

Ma Napolitano era ed è un protagonista laterale, un politico che crede nelle strutture organizzate, nell’apporto che si può offrire nel tempo, senza strappi, senza sprazzi inautentici di anticonformismo. Il buon borghese socialista può consentirsi civetterie come attribuirsi eufemisticamente "una certa dimestichezza con la lingua inglese" raccontando l’incontro con Katherine Graham, la gran signora e padrona del Washington Post. Ma la sua tonalità preferita è quella sobria di chi affronta con sobrietà i cambiamenti scanditi dal calendario istituzionale. Deputato dal 1953, presidente della Camera negli anni d’inferno 1992-94, sotto la mareggiata di Tangentopoli, sempre esente da furori giustizialisti, ministro degli Interni con Romano Prodi. Ma anche sempre più proiettato verso l’orizzonte europeo, sulla scia dell’impegno con il Pci di Altiero Spinelli.

"Fece scalpore - ha scritto nelle sue memorie politiche - il gesto del presidente del consiglio (Berlusconi) che volle venire al mio banco a congratularsi". Era il 1994, e Napolitano nel suo discorso aveva indicato "una linea di confronto non distruttivo tra maggioranza e opposizione". Chissà se quell’episodio ormai lontano, in un clima di scontro oggi anche grottesco, può ancora avere un valore a suo modo di simbolo, di civiltà, di una educazione indubbiamente ascrivibile a quella buona borghesia che aveva scelto il popolo senza cedere nulla del proprio stile.


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lunedì 8 maggio 2006
ore 10:02
(categoria: "Vita Quotidiana")



Se cade il "fattore K"
di MASSIMO GIANNINI

NEL diabolico sudoku del Quirinale qualche numero comincia a tornare. Forse non erano maturi i tempi perché cadesse il "fattore D". È quasi impossibile, a questo punto, che Massimo D’Alema diventi presidente della Repubblica. Ma è molto probabile che ce la faccia Giorgio Napolitano, candidato unitario del centrosinistra. E con l’ascesa sul Colle più alto dell’ultimo esponente dell’ufficio politico del vecchio Pci, si può dire che in Italia sta ormai per cadere, una volta per tutte, il "fattore K". Non era la "prima scelta" del Botteghino. Ma salvo sorprese dell’ultima ora un "post-comunista", proprio come aveva auspicato Bertinotti, assumerà in ogni caso la massima carica istituzionale repubblicana. Diventerà il garante della Costituzione.

Rappresenterà l’unità nazionale. Per il partito che fu di Togliatti e Berlinguer è comunque un risultato storico. E per l’intera sinistra italiana è comunque un traguardo fondamentale. Non è più figlia di un dio minore.

Alla prima votazione a Camere riunite convocata per questo pomeriggio, l’Unione si presenterà compatta con un suo candidato secco. La Cdl non lo voterà, e continuerà a votare per il suo candidato di bandiera. Alla faccia delle decisioni bipartisan, delle larghe intese, delle scelte condivise. Il nuovo Capo dello Stato sarà eletto a maggioranza assoluta, al quarto scrutinio, da un centrosinistra "autosufficiente".

Questo dispiace a chi vorrebbe per questo Paese un sistema politico più responsabile e più coeso, almeno sulle grandi scelte che riguardano la vita delle istituzioni e dei cittadini. Questo non piace agli inciucisti in servizio permanente effettivo e ai terzisti di complemento. Ma era prevedibile per non dire scontato, viste le premesse, le schermaglie e i tatticismi di questi giorni. Il risultato è il frutto di una lunga, faticosissima domenica di trattative tra e dentro i due poli. Una domenica enigmatica, ma alla fine paradigmatica per la politica italiana.

Il modo in cui si è arrivati alla candidatura di Napolitano fa giustizia delle ambiguità e delle falsità che in molti avevano costruito intorno al famoso "metodo Ciampi". Il centrodestra lo aveva reclamato strumentalmente, e lo aveva declinato in modo tutto suo. Un diritto di veto riconosciuto all’opposizione. Non un criterio di confronto dialettico tra candidature diverse, all’interno del quale la maggioranza avesse comunque il dovere di riservarsi la decisione finale. Questo metodo funzionò nel ’99 solo incidentalmente, perché nella rosa del Polo c’era Ciampi e Ciampi fu il candidato portato nell’ultima, decisiva riunione, dall’allora premier D’Alema.

Questa volta il metodo non ha funzionato e non poteva funzionare per una ragione molto semplice. Nella rosa proposta ieri pomeriggio dopo mille scontri interni e mille esitazioni dal Polo, non solo non c’era lo stesso D’Alema, primo candidato sia pure non ufficiale messo in campo dal centrosinistra. Ma non c’era nessun esponente dei Ds, primo partito dell’Unione e finora non rappresentato nella geografia politica degli incarichi istituzionali del dopo voto.

Nel centrodestra si è riprodotta una spaccatura profonda, tipica dell’inizio della scorsa legislatura. Berlusconi e Bossi da una parte, Fini e Casini dall’altra. I primi due puntavano al muro contro muro, pronti a speculare politicamente sull’eventuale elezione di D’Alema: dava garanzie al Cavaliere sulla giustizia e le televisioni, rassicurava il Senatur sul fronte delle riforme, e offriva a tutti e due la rigorosa tenuta del bipolarismo. In più consentiva al Polo di lucrare altri mesi di propaganda elettorale "anti-comunista".

Gli altri due, e soprattutto l’ex presidente della Camera, puntavano a stoppare il presidente Ds per le ragioni esattamente contrarie: qualunque altro candidato avrebbe lasciato aperto uno spiraglio centrista, e non avrebbe chiuso comunque i giochi del dopo-Berlusconi. Il Cavaliere aveva capito il trucco, e ancora ieri mattina, ha tuonato senza senso contro qualunque candidato per il Quirinale "con il cuore a sinistra", usando in modo strampalato l’antica legge della democrazia anglosassone "no taxation without representation" per minacciare addirittura un’altra Vandea fiscale.

Con il passare delle ore, assediato dall’ex "sub-governo" An-Udc, ha invece ceduto qualcosa. Nel vertice con i leader dell’Unione, Fini e Casini, insieme a Letta, hanno lanciato l’ultimo siluro a D’Alema, "uomo troppo di parte e di partito", e hanno buttato lì altri quattro nomi. Amato, Dini, Marini e Monti.
Provando persino ad azzardare un baratto. "Votatevi un Ds al Senato, portate Marini al Quirinale, e noi vi votiamo scheda bianca".

Dunque, non solo no a D’Alema. Ma nell’ultima "rosa" polista non c’era neanche un diessino alternativo. "Un gesto di rispetto verso D’Alema", hanno spiegato Fini e Casini. "A me pare invece una pregiudiziale verso il mio partito", ha replicato Fassino. I leader di An e Udc hanno negato: "No, nessuna pregiudiziale. Ma è una questione vostra, vedetela tra voi". Il tentativo di Fini e Casini, sopportato da Berlusconi e contestato da Bossi, era chiaro. Bocciare D’Alema, e far esplodere le contraddizioni interne ai Ds e a tutta l’Unione. Ma la Quercia stavolta non è caduta nella trappola. E non solo non si è sfasciata, ma ha convinto l’intero centrosinistra a candidare un suo uomo.

È stato lo stesso D’Alema, nello studio a Santi Apostoli con Prodi e insieme a Fassino, a lanciare la contromossa: "Non hanno alcuna pregiudiziale contro i Ds? Vogliono un uomo delle istituzioni? Abbiamo chi fa per loro: è Napolitano. Non oseranno dire no a un ex presidente della Camera, migliorista filo-atlantico già dai tempi del Pci?".
Così è stato.

La scelta è inappuntabile. Così come lo sarebbe stata quella di Giuliano Amato, che aveva tutte le carte in regola: riformista, vicepresidente del Partito socialista europeo, costituente europeo, ex premier e più volte ministro. Ma gliene mancava una: non è un Ds in senso stretto. Perché alla fine, ieri, questa è stata la posta in gioco dell’intera giornata: accettare o respingere la pregiudiziale post-comunista messa in campo, per ragioni diverse, dai leader del Polo.

L’Unione ha deciso di respingerla. Con la convinzione e la determinazione di tutti, stavolta. Di Prodi prima di tutto, che in colorito slang emiliano ha gridato "eh no, mica scelgo il capo dello Stato nell’elenco che mi portano loro!". Di Rutelli, che si è spinto un passo più in là: "Napolitano è perfetto, e se ci dicono di no anche su di lui stavolta andiamo fino in fondo, e ce lo votiamo da soli". Di Fassino, che è soddisfatto: "È un buon giorno per il nostro partito". E alla fine anche dello stesso D’Alema: "Con questo esito la sinistra incassa un enorme risultato politico. Per noi è una festa, altro che storie. E lo è anche per me, che non cercavo e non cerco onori personali".

A questo punto, chi resta con il cerino in mano sono proprio il leader di An e Udc. I sedicenti "moderati" del Polo. Quelli che hanno voluto far fare al Cavaliere i "giochini e casini fini", come ha scritto Giuliano Ferrara sul Foglio. Hanno negato che dietro il no a D’Alema si nascondesse una riproposizione aggiornata del "fattore K". Hanno cercato di circuire il Cavaliere, con il solo obiettivo di succedergli prima possibile.
Non ci sono riusciti. La pregiudiziale c’era eccome. Ma è caduta, o sta per cadere. E loro hanno perso, la partita e la faccia.


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sabato 6 maggio 2006
ore 10:43
(categoria: "Vita Quotidiana")



il marchese La Fayette ritorna dall’America
importando la rivoluzione e un cappello nuovo



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venerdì 5 maggio 2006
ore 18:59
(categoria: "Vita Quotidiana")





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venerdì 5 maggio 2006
ore 13:50
(categoria: "Vita Quotidiana")





BERLUSCONI: D’ALEMA NON PUO’ PRETENDERE DI OCCUPARE COLLE

Silvio Berlusconi non cita mai il nome di Massimo D’Alema, ma durante una manifestazione elettorale a Napoli, spiega chiaramente che chi ha detto "di avere inciso nel cuore" il simbolo della falce e del martello, "un simbolo di morte", non "pretendere di occupare una poltrona che deve essere di garanzia".
"Occorre ricordare - dice Berlusconi - che il presidente della Repubblica e’ garante della Costituzione, e’ la bandiera dell’unita di italia, deve unire i cittadini e garantire l’imparzialita’".
Berlusconi inoltre accusa D’Alema di aver fatto "una campagna elettorale" scatenata contro i leaderd dell’altro schieramento. "Apprestiamoci a resistere alla sinistra, non arretreremo neanche di un passo", promette Berlusconi.



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