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Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto son dileguati. Ma il furto non m’accora, poiché vi ha preso stanza la dolce speranza!
Or che mi conoscete, parlate voi. Chi siete? Via piaccia dir?

Scrivo un diario inutile. senza note, senza parole, senza frasi. Solo pagine vuote, bianche. Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano. (Alessandro Sebastiano Morandi)
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venerdì 5 maggio 2006
ore 12:59 (categoria:
"Vita Quotidiana")
La legge è uguale per tutti o quasi di GIUSEPPE D’AVANZO
Cominciamo dall’ovvio che ovvio rischiava di non essere: la legge è uguale per tutti. Sarebbe meglio dire, la legge è uguale per tutti o quasi. È uguale per tutti perché Cesare Previti è stato condannato a sei anni di carcere, la sentenza è definitiva. La legge è uguale per tutti non perché l’avvocato di Silvio Berlusconi, parlamentare di Forza Italia e già ministro della Difesa nel primo governo Berlusconi, sia stato condannato, ma perché il processo che lo vedeva imputato di corruzione si è concluso dopo dieci anni (e a sedici anni dalla baratteria). Celebrare e concludere il processo con una sentenza era una delle "poste" di questo gioco o, se si vuole, il più autentico terreno dello scontro che ha visto nell’ultimo decennio fronteggiarsi politica e magistratura.
I poteri (politico e giudiziario) sono equiordinati e distinti e ognuno è limite dell’altro? O il solo potere è quello politico e ha una primazia sugli altri che sono deroghe, eccezioni? La si può dire in un altro modo: i potenti hanno gli stessi diritti e responsabilità di chi potente non è o chi ha il potere deve essere giudicato per quel che è, non per quel che fa o ha fatto? A questa domanda, negli ultimi cinque anni si è fatta strada la pericolosa tentazione giacobina del "berlusconismo" di considerare legittimo un solo potere, il potere politico. Per dirla con le parole di Berlusconi: "In una democrazia liberale chi governa per volontà sovrana degli elettori è giudicato, quando è in carica e dirige gli affari di Stato, solo dai suoi pari, dagli eletti del popolo".
Mascherate da questa cultura, che nega l’eguaglianza dei cittadini di fronte alle legge, si sono scatenate tutte le mosse disposte da Cesare Previti, dal suo protettore e unico cliente (Berlusconi), dalla (ex)maggioranza di centrodestra, dal Parlamento, con campagne di discredito, minacce istituzionali e quel che più conta con riforme, norme ad personam, provvedimenti ad hoc che hanno deformato la giurisdizione.
Tutte le garanzie del processo che avrebbero dovuto proteggere il merito del processo (Previti ha corrotto i giudici?) sono stati usati contro il processo per annientarlo.
L’intera gamma delle garanzie - rinvii per legittimo impedimento, nullità, inutilizzabilità, ricusazioni, legittima suspicione - è stata adoperata per soffocarlo prima della sentenza. Fallita la manovra, l’imputato eccellentissimo è andato alla ricerca di un giudice più gradito che gli desse ragione (Perugia, Brescia, Corti d’Appello e Corti di Cassazione e Corte Suprema a sezione unite e Corte costituzionale). Evaporata anche questa prepotente ambizione, è stato manomesso il reato, il processo, la prova e finanche la carriera del magistrato con leggi ad hoc (Falso in bilancio, Rogatorie, Cirami, Schifani, Cirielli) approvate in celerità in tre o quattro mesi da una maggioranza e da un Parlamento succubi. Ora una sentenza c’è ed è questa la vera buona notizia per tutti. Per i cittadini che potenti non sono. Per tutti coloro che credono nella giustizia. Per lo stato di salute di una democrazia che vede "in funzione" poteri equiordinati e distinti, l’uno come limite dell’altro.
La brutta notizia è la condanna di Cesare Previti. Qui non interessa il dettaglio tecnico della sentenza (anche se bisognerà ritornare sulle sorprendenti ragioni che giustificano l’assoluzione del giudice Renato Squillante). Conta più dire quel che la condanna ci racconta. Le sentenze a Roma si potevano comprare e vendere. Una "giustizia a uso privato", prigioniera di una inconfessabile rete di relazioni tra avvocati d’affari e toghe.
La sentenza che ha risarcito la famiglia Rovelli (Sir) con mille miliardi di lire dimostra che c’erano nella Capitale toghe che, sotto banco, trafficavano con gli esiti. Tutto vero, dunque. Il molto denaro che si muove dai conti esteri di Rovelli verso i mediatori legulei (Cesare Previti, Attilio Pacifico, Giovanni Acampora) e da questi al giudice Vittorio Metta (estensore delle sentenza Imi-Sir) sono il prezzo della corruzione. Una corruzione, crede la Cassazione, non occasionale o episodica al punto che accoglie i ricorsi del Procuratore generale e della parte civile Cir, annulla la sentenza di assoluzione per il lodo Mondadori, ordina un altro processo presso la Corte di Appello di Milano. E’ una decisione che riporta sulla scena processuale le responsabilità (e la storia imprenditoriale) di Silvio Berlusconi, fuori dal giudizio per prescrizione grazie alle "attenuanti generiche" concessegli per il suo status di leader politico e self made man di successo.
La decisione della Suprema Corte restituisce Cesare Previti alla "parte" di "uomo di mano" recitata in commedia. Evita di fargli assumere le sembianze di un capro espiatorio, vittima di quel micidiale effetto selettivo che punisce chi, nella contesa sociale e politica, appare o è più vulnerabile. Condannato soltanto per l’intrigo Imi-Sir, come il network di toghe sporche fosse affare soltanto suo, privatissimo, esclusivo e non opportunità messa a disposizione del suo unico, vero cliente di studio, Silvio Berlusconi. Che poi significa Fininvest e Mediaset, i beneficiari del giudizio che ha assegnato la più grande casa editrice del paese all’uomo di Arcore. Privato del capitolo Mondadori, le manovre di Previti risultano incomprensibili. Ha vantaggiose consonanze con alcune giudici. Teste fini e influenti come Vittorio Metta e Renato Squillante. Rapporti così eccellenti da consentirgli di proporre ai giudici, in cambio di denaro, qualche "intermediazione privata" (Squillante) o addirittura il baratto di qualche sentenza (Metta). L’unico cliente dell’avvocato ha molti guai con la giustizia. Anzi, è nella aule dei tribunali che costruisce e difende la prosperità del sui impero mediatico (dalle "antenne selvagge" all’acquisizione appunto di Mondadori). Ma l’avvocato- uomo di mano non muove mai gli alfieri del suo sistema corruttivo per favorire il suo solo prezioso cliente. Berlusconi non cede alla tentazione di chiedergli un passo storto.
Previti non cede alla tentazione di utilizzare la sua lobby nell’interesse della Fininvest. Era un racconto che non si reggeva in piedi. Mostrava soltanto che era Previti, e soltanto Previti, che doveva subire l’operazione liquidatoria. La decisione della Cassazione restituisce a questa lunga storia di corruzione e baratterie la sua complessità. Con esiti giudiziari forse prevedibili (facile il pronostico della prescrizione del nuovo processo Mondadori) e con conseguenze ancora tutte da raccontare e che ci diranno se la legge è uguale per tutti o quasi.
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giovedì 4 maggio 2006
ore 16:40 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Gli attivisti di Greenpeace sono arrivati a Hyderabad, una delle cinque città più grandi dellIndia, dove in questi giorni si tiene la 39esima conferenza annuale della Asian Development Bank, che si occupa dello sviluppo dei Paesi più poveri della zona del Pacifico. Gli ambientalisti accusano la banca di non investire abbastanza in energia pulita, con conseguenze disastrose sul clima del pianeta. Il messaggio, ben in evidenza sulla statua del Buddha che domina lHussain Sagar Lake, prende in prestito concetti della dottrina buddista: "Ci sono solo due errori che si possono commettere nella lotta contro il cambiamento del clima: non cominciare, e non arrivare fino in fondo"
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giovedì 4 maggio 2006
ore 11:33 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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giovedì 4 maggio 2006
ore 10:50 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Consenso senza veti di EZIO MAURO
NEL pieno della sua popolarità e al massimo del consenso politico, sia a destra che a sinistra, Carlo Azeglio Ciampi si fa da parte e non accetta la ricandidatura per il Quirinale. È un gesto molto poco italiano, questa capacità di rinunciare ad un plebiscito parlamentare che lo avrebbe visto eletto già lunedì, al primo voto, con lapplauso convinto delle due Camere. Un gesto che il Presidente motiva con una ragione intima (la preoccupazione di non avere lenergia necessaria per quel compito, vista letà avanzata) e una ragione istituzionale: la repubblica non è una monarchia, dopo un lungo settennato anche il vertice dello Stato ha bisogno di un ricambio, in democrazia nessuno è indispensabile.
Di tutto questo bisogna essere grati al capo dello Stato. Di non aver timore di rivelare una sua fragilità possibile, dovuta soltanto al procedere delletà, in unepoca di mascheramenti e ritocchi; di sottolineare lutilità di cambiare e rinnovare le più alte cariche dello Stato, impegnando forze nuove, contro la sclerosi di apparati e istituzioni; e infine, e soprattutto, di saper passare la mano in un momento di grande popolarità e di grande presa sul sistema politico, con un atto di responsabilità e di eleganza istituzionale. Non è poco, soprattutto di questi tempi.
Come era facile prevedere, era giusto partire da Ciampi, dopo il successo di questo settennato. Ma adesso, dopo il rifiuto del Presidente, non ci sono più alibi, rifugi e riserve. Comincia la corsa vera e le forze politiche sono di fronte alla loro responsabilità politica ed istituzionale, comè giusto che sia, davanti ai cittadini. Dunque è il momento, nella confusione delle voci e degli intenti, di fissare pochi punti chiari, per quel che può fare un giornale.
Il centrosinistra ha vinto le elezioni, dunque ha il diritto-dovere di avanzare la candidatura o le candidature che saprà scegliere, facendo lapertura di gioco. Ma il centrosinistra deve saper cambiare gioco, rispetto alle presidenze di Camera e Senato. Non è più questione di 2 o 3 a zero. Qui si tratta della suprema magistratura della Repubblica, simbolo costituzionale dellunità del Paese, garante al di sopra delle parti.
Occorre dunque che sulla sua scelta (perché le compete) il centrosinistra sappia e voglia coinvolgere le forze di opposizione, cercando un consenso più ampio del suo perimetro parlamentare, non per ragioni numeriche, ma per ragioni di ordine istituzionale e politico. Nella sua dichiarazione di indisponibilità al rinnovo, daltra parte, Ciampi sottolinea il valore della "convergenza di parti politiche diverse" sul suo nome come disponibilità "a quel civile confronto che è premessa e condizione indispensabili - ricorda - della saldezza delle istituzioni e quindi della salute della Repubblica".
È lo stesso Presidente, dunque, che invita ad un metodo di confronto e convergenza che dia forza allistituzione presidenziale. Ma se la maggioranza ha i suoi doveri, anche la minoranza ha degli obblighi. Mentre invoca la condivisione della scelta, non può infatti per coerenza logica e politica continuare a disconoscere la vittoria del centrosinistra e dunque il suo legittimo diritto a condurre il gioco del confronto, con lindicazione delle candidature: Berlusconi che continua a proporre il nome di Letta, ad esempio, si muove nello schema irreale di un pareggio che non cè stato, anzi di una prevalenza numerica del Polo che non esiste né tra i dati del Viminale né in Parlamento.
Nello stesso tempo, il diritto della minoranza di prendere parte alla designazione non è un diritto di veto. Così non si capisce perché il neosegretario dellUdc possa sostenere "lobbligo di un nostro veto a un esponente comunista". Né si comprende come Berlusconi, e ancor più Fini, possano invocare Dio, perché "non voglia che il Quirinale vada alla sinistra". Dio non tornava in campo, per fortuna, dal 1948: e nel frattempo, tra laltro, ha assistito allascesa istituzionale di Fini, senza che nessuno da sinistra invocasse i suoi fulmini.
Non cè spazio per veti, dunque, né per scomuniche fuori tempo. Le forze politiche che siedono in Parlamento, oggi, hanno tutte titolo per ricoprire responsabilmente cariche istituzionali: e il Polo lo sa bene, visto che ha addirittura fatto ministro Calderoli. La condivisione di una candidatura proposta dal centrosinistra nascerà dunque da una moral suasion incrociata, un tentativo di convincimento reciproco, e anche una capacità di offrire e pretendere garanzie trasparenti, pubblicamente riconoscibili, in difesa di interessi istituzionalmente legittimi.
Linsistenza del Polo a negare il diritto della sinistra di scegliere tra le sue file il candidato da proporre ad un concorso di forze più ampio può soltanto portare ad una rottura, con la conseguente scelta della maggioranza di votarsi il suo candidato con i suoi voti, se saprà e potrà farlo.
Questo gioco incrociato di regole si troverà di fronte, con ogni probabilità, il nome di Massimo DAlema, come prima scelta del centrosinistra. Diciamo subito che DAlema ha pieno titolo, politico e personale, per rientrare in questo schema. È vero che è un capopartito, e non un personaggio per età e per inclinazione al di sopra delle parti. Ma ha avuto responsabilità politiche di forte impegno nazionale, come la guida del governo, e ha mostrato un forte spirito istituzionale e una capacità non comune di dialogo quando era alla testa della Bicamerale, per cercare nuove regole condivise.
È, potremmo dire, un bipolarista convinto della necessità di una modernizzazione costituzionale del sistema, su base concordata: un profilo che può essere utile e adatto alla fase incerta che si apre con la legislatura e il settennato.
Nello stesso tempo, DAlema è un nome che divide, nel Paese e nel Palazzo, ha nemici anche nel centrosinistra che conosce la sua forza, e ha qualche ammiratore nascosto nel centrodestra, che però lha usato come spauracchio simbolico per mobilitare il suo elettorato in tutte le ultime campagne. Può dunque attirare franchi tiratori a sinistra, e bloccare la destra al di là delle sue convenienze di avere un garante forte al Quirinale.
E tuttavia tocca a lui, a quanto pare, fare da apripista, sapendo che nella riserva ci sono i nomi di Amato e di Marini, ma che una sua sconfitta può essere sanguinosa per un centrosinistra fragile, esposto e ancora senza un governo insediato.
Spetta a lui, se sarà candidato, la responsabilità di aprire il gioco con la minoranza, e muovere le sue carte per verificare la possibilità di trovare un consenso più ampio, prima di andare avanti con tutta lUnione verso lignoto. Per lui, o per chiunque si trovasse al suo posto, ci vorrebbe in realtà qualcosa di più. Uno sforzo politico e culturale della sinistra, consapevole di aver vinto ma cosciente della sua debolezza, che riaffermi il suo diritto a governare fuori da ogni pasticcio e da ogni tentazione di larghe intese, ma che per il Quirinale sappia affiancare al nome del suo candidato anche una proposta istituzionale alta.
Un piano di riforme condivise, un percorso di garanzia sui grandi temi costituzionali da affrontare per il riordino dello Stato, unofferta di agibilità reciproca e paritaria sui problemi delle istituzioni, che non impegnano il governo. Insomma, un centrosinistra forte di una sua identità e di una sua cultura, potrebbe evocare un vero e proprio spirito istituzionale di garanzia nel Parlamento che si riunisce lunedì, e in questo spirito calare e spiegare la sua candidatura, quasi con un programma.
Al momento, di questo non si vede traccia. Ma anche se mancano pochi giorni, siamo ancora in tempo: anche per capire e far capire ai cittadini che non tutto è organigramma.
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mercoledì 3 maggio 2006
ore 19:37 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Silvio: "La sinistra non si può accaparrere anche il Quirinale. Se fosse veramente democratica e intelligente, proporrebbe la candidatura di Gianni Letta, persona non di parte e con una straordinaria capacità operativa e uno straordinario senso dello Stato"
(il secondo da destra)
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mercoledì 3 maggio 2006
ore 19:25 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Il comunicato di Ciampi
Ecco il testo del comunicato con cui il Capo dello Stato annuncia formalmente la sua indisponibilità ad essere rieletto per un secndo settennato al Quirinale
"Sono profondamente grato per le molteplici dichiarazioni in favore della mia rielezione a Presidente della Repubblica, anche perchè esse implicano una valutazione positiva del mio operato quale Capo dello Stato, garante dellunità nazionale e custode dellordine costituzionale. Interpreto questa convergenza di parti politiche diverse sul mio nome come disponibilità a quel civile confronto che - al di là delle naturali asprezze della dialettica politica, acuite dal recente momento elettorale - è premessa e condizione, indispensabili, della saldezza delle istituzioni e, quindi, della salute della Repubblica".
"Tuttavia tali dichiarazioni mi inducono, per una esigenza di doverosa chiarezza, a confermare pubblicamente la mia non disponibilita ad un rinnovo del mandato, anticipata nel messaggio di commiato di fine anno. Non ritengo, infatti, data letà avanzata di poter contare sulle energie necessarie alladempimento, per il lungo arco di tempo previsto, di tutte le gravose funzioni proprie del Capo dello Stato. A ciò si aggiunge una considerazione di carattere oggettivo, che ho maturato nel corso del mandato presidenziale: nessuno dei precedenti nove Presidenti della Repubblica è stato rieletto. Ritengo che questa sia divenuta una consuetudine significativa. E bene non infrangerla. A mio avviso, il rinnovo di un mandato lungo, quale è quello settennale, mal si confà alle caratteristiche proprie della forma repubblicana del nostro Stato".
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mercoledì 3 maggio 2006
ore 19:10 (categoria:
"Vita Quotidiana")
"Nessuno dei precedenti nove presidenti della Repubblica è stato rieletto. Ritengo che questa sia divenuta una consuetudine significativa. E’ bene non infrangerla. A mio avviso, il rinnovo di un mandato lungo, quale è quello settennale, mal si confà alle caratteristiche proprie della forma repubblicana del nostro Stato".
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mercoledì 3 maggio 2006
ore 19:06 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Quirinale, Ciampi conferma: "Non intendo ricandidarmi"
ROMA - Carlo Azeglio Ciampi conferma "la propria indisponibilità a ricandidarsi". Lo si legge in una nota del Quirinale.
Il nome del presidente della Repubblica per un nuovo settennato era stato fatto ieri ufficialmente dalla Cdl e la sua ricandidatura aveva ricevuto il sì convinto dellUnione di Romano Prodi.
(2006-05-03 18:50:36)
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mercoledì 3 maggio 2006
ore 10:03 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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martedì 2 maggio 2006
ore 18:07 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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