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Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto son dileguati. Ma il furto non m’accora, poiché vi ha preso stanza la dolce speranza!
Or che mi conoscete, parlate voi. Chi siete? Via piaccia dir?

Scrivo un diario inutile. senza note, senza parole, senza frasi. Solo pagine vuote, bianche. Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano. (Alessandro Sebastiano Morandi)
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martedì 2 maggio 2006
ore 11:20 (categoria:
"Vita Quotidiana")
In Spagna il primo bordello per sole donne Promessi «ottimi servigi e massima discrezione». Per aggirare la legge, i gigolò pagheranno solo laffitto dei locali alla "maîtresse"
VALENCIA - I media già lo hanno definito «un servizio pioneristico» che potrebbe cambiare le abitudini delle donne non più costrette a incontrare in alberghetti nascosti il Richard Gere di turno. Cè chi invece non è affatto daccordo con lapertura. Certo è che nel prossimo autunno sarà inaugurata a Valencia e sarà la prima casa di appuntamenti che servirà solo donne. Il bordello sarà gestito da Barbara, una spagnola di 35 anni, che per otto lunghi ha esercitato la professione di prostituta e con i soldi ricavati adesso gestirà questa casa di appuntamenti che promette «ottimi servigi» e massima discrezione. SERVIZIO - È interessante considerare che questo nuovo servizio partirà in uno Stato considerato dai più fortemente maschilista e nel quale il sesso a pagamento è concepito come qualcosa che fanno esclusivamente e continuamente gli uomini: secondo gli ultimi numeri diffusi dallIstituto spagnolo di statitistica un cittadino spagnolo su quattro "fa visita" con continuità alle prostitute, mentre per quanto riguarda le donne, solo il 2 cento del sesso debole paga i gigolo in cambio di prestazioni sessuali
CIFRE - Ma queste cifre non preoccupano Barbara, che probabilmente pensa di conoscere meglio degli studiosi i sentimenti nascosti delle donne spagnole e ha scommesso sul suo progetto. La legge in Spagna non proibisce la prostituzione, però ne condanna lo sfruttamento. Barbara ha pensato bene allora di chiedere ai propri gigolò solo una percentuale sulle loro prestazioni che al fisco spagnolo sarà dichiarato come «affitto» dei luoghi in cui avvengono gli incontri proibiti
IDEA - Lidea di aprire «il primo bordello per sole donne» le è venuta dopo una conversazione con un uomo che le ha proposto «servizi particolari» in cambio di denaro. Allora Barbara ha prima creato prima unagenzia di gigolò pronti a offrire i propri servizi e poi ha avuto lidea di mettere in piedi un vero (e lussuoso) bordello permanente. Barbara dichiara di sapere cosa le donne cercano:«Io so che non vogliono uomini muscolosi. Prima di tutto dovranno sapere parlare con loro e saper ascoltare».
APERTURA - Alla notizia della prossima apertura i media e gli intellettuali spagnoli si sono divisi. Cè chi come lo scrittore Neus Arqués, autore del libro «Hombre de Pago» sulla prostituzione maschile, ha definito apprezzabile linvestimento di Barbara, visto che sono molte donne che cercano gigolò per risolvere o almeno dimenticare per un attimo i problemi della loro vita. Ma cè chi come la sessuologa Carmen Freixa, dichiara che lidea di aprire una casa dappuntamenti per solo donne è sbagliata: «Le donne - afferma la studiosa - non sono state educate a considerare luomo come un oggetto».
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venerdì 28 aprile 2006
ore 16:15 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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giovedì 27 aprile 2006
ore 19:27 (categoria:
"Vita Quotidiana")
L’uomo sbagliato al Senato di Nando Dalla Chiesa
Lo so, lo so. Sarebbe tanto più facile dire di no perché - per ragioni opposte a quelle di Gigliola Cinquetti - «non ha letà». Sarebbe bello potersi rifugiare dietro le motivazioni anagrafiche per dire di no alla candidatura di Giulio Andreotti alla presidenza del Senato. Più comodo. Più elegante. Ma le grandi nazioni si reggono sui grandi principi prima ancora che sulle ragioni anagrafiche. E a volte i grandi principi sono scomodi da maneggiare. Pungono. Urticano. Fanno litigare. Ma esistono. E vanno difesi. Soprattutto quando e dove esiste anche la loro negazione organizzata. Si può parlare dei rapporti di un politico con la mafia in un paese in cui la mafia ha ammazzato decine dei migliori funzionari dello Stato di due generazioni? In un paese in cui, nella giornata dedicata alle vittime della mafia, occorre quasi mezzora per recitare e ricordare in pubblico il loro interminabile elenco?
In un paese che a molte di quelle vittime ha dedicato centinaia di strade, di scuole, di biblioteche, di centri sociali, di caserme, di aule di palazzi di giustizia? Non sarà elegante. Ma si deve parlarne. E il parlarne non è - vedi la maledizione delle parole che confiscano lintelligenza - «giustizialismo». Al contrario è un fatto altissimamente politico. È politica che si carica delle sue responsabilità sgradevoli e a volte immani, invece di presentarsi sul palcoscenico di Sanremo a cantare la sua canzoncina acqua e sapone. No, non è solo una questione di età. È questione di senso delle istituzioni. È questione di messaggi civili, culturali. Di fare intendere ai cittadini che cosa è normale e che cosa è grave, nei comportamenti di un politico. Di spiegare che chi rappresenta le istituzioni non è un Arlecchino che può servire due padroni. O, passando da Goldoni ai testi sacri, che nessun uomo può servire insieme Dio e Mammona (Matteo, cap.VI).
Lo so, lo so. Si è formata nel mondo politico e dellinformazione un esercito (con tanto di artiglieria pesante) di sostenitori della piena e assoluta illibatezza morale di Andreotti. Per paradosso è composto proprio dai teorici intransigenti della necessità di non confondere politica e giustizia, di non fare coincidere il giudizio politico con quello penale. Per paradosso, dico, perché poi in realtà sono proprio costoro che sullonda di una assoluzione o prescrizione penale vorrebbero automaticamente decretare una assoluzione (anzi una beatificazione) politica. Sono costoro che fanno coincidere perfettamente i due giudizi. Che amano - come disciplinate scimmiette - non vedere i fatti accaduti nella loro gravità morale e politica. Sono costoro che, nel loro «giustizialismo» estremo (la condanna penale come unica forma del giudizio umano), vorrebbero far derivare da una mancata condanna per prescrizione linnocenza politica.
Eppure non è difficile capirlo. Se un eminente uomo politico avesse frequentato i futuri assassini di Marco Biagi, avesse conosciuto le loro intenzioni e con loro ne avesse garbatamente discusso, e poi, a omicidio realizzato, fosse tornato da loro e di nuovo ne avesse discusso (magari anche criticandolo) e poi per anni e anni avesse di tutto questo rigorosamente taciuto a magistrati e forze dellordine, anche di fronte a una sfilza senza fine di nuovi omicidi terroristici, voi che giudizio ne dareste, voi non giustizialisti intendo? Ecco, questo ha fatto, secondo una sentenza della Cassazione, Giulio Andreotti con i mandanti dellassassinio di Piersanti Mattarella, presidente democristiano della Regione Sicilia e avversario del potere mafioso. Si è incontrato con i capi di Cosa Nostra prima e dopo il delitto, sapendo che loro ne erano gli autori. E le sue relazioni con luniverso mafioso non si sono fermate «nemmeno» a questo.
Basti la vicenda (sanguinaria anche quella) Sindona-Ambrosoli. Vero: Francesco Cossiga ritenne di fare di Andreotti un senatore a vita, carica onorifica che secondo la Costituzione può essere conferita a chi ha «illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario» (art. 59 della Costituzione). Ma già quello fu scandalo, benché inghiottito dallatmosfera di complicità felpata che nasce in queste particolarissime occasioni dentro le istituzioni politiche. Fu scandalo perché semmai a illustrare la Patria per altissimi meriti sono stati esattamente gli uomini che hanno dato la loro vita per difendere noi e la democrazia dalla violenza della mafia. Ecco, il nostro Stato ha viaggiato sempre come una salamandra dentro questa «felice» ambiguità. Altissimi meriti verso la Patria (e medaglie doro alla memoria) per gli avversari della mafia. E altissimi meriti verso la Patria (e cariche onorifiche a vita) per chi con la mafia ha a lungo politicamente trescato.
La proposta di portare alla seconda carica dello Stato Giulio Andreotti è, letta in questa prospettiva, un pezzo dellautobiografia della nazione. Una nazione che ha visto il suo ceto politico gioire alla notizia dellassoluzione o della prescrizione. Felice, contento, esagerato, scamiciato, come per ricacciare indietro ogni senso di colpa. Psicanaliticamente sbracato nellorda di manifesti affissi in tutta Italia per annunciare la lieta novella dellinnocenza del senatore a vita. Per dire a se stessi, con la faccia appiccicata allo specchio, di essere innocenti. Di non avere applaudito, di non avere ubbidito, di non essersi inchinati o alleati a un leader che intratteneva rapporti con i vertici di Cosa Nostra. Un grandioso processo di rimozione collettiva. Unautoassoluzione di fronte alle tragedie di mafia. Lillusione di potersi pensare mondi da colpe. Come sistema politico. Come comunità di uomini e donne che fanno politica. Con le loro regole complici. Perché, come mi disse una futura vittima, «la mafia è così forte perché in questo paese una tessera di partito conta più dello Stato». O perché, come mi spiegò un collega di Rosario Livatino, il giudice ragazzino, «il fatto è che non siamo noi a esporci, non siamo noi a fare un passo avanti; il fatto è che nel momento decisivo sono tutti gli altri a fare un passo indietro».
Questo cè dietro la reciproca opera di persuasione svolta in tante stanze e piazze e tivù sulla innocenza politica del sette volte presidente del Consiglio. E questo cè dietro la proposta di mandarlo alla guida del Senato. Dietro limbarazzo di chi ascolta la proposta o laggrapparsi malinconicamente alla questione anagrafica. Dietro loblio incombente su quel che successe tra gli anni settanta e gli anni ottanta. Dietro lidea pazzesca che possa essere lui il nume tutelare di questa «Italia divisa». E che, lui regnante, si divise nel nome dei giusti assassinati. Ma la memoria non si placa e non si strozza, anche quando scorre quieta e amara nelle vite quotidiane. Non basta avere i Vespa e le tivù e i giornali schierati sulla trincea innocentista perché innocenza sia. Non basta gridare forte, affiggere manifesti, perché la realtà, la storia, venga cancellata. Non basta la vergognosa relazione della Commissione Antimafia (che ora si capisce ancora di più...) a purificare una delle storie politiche più controverse e torbide della nostra Repubblica.
Vorremmo vivere in uno Stato che ha un solo biglietto da visita. Che non reca su un lato la gioia per la cattura di Provenzano e sullaltro lato la beatificazione del senatore che fece conclave con i capimafia. È così assurdo chiederlo? È così insensato, inopportuno, sollevare la questione della natura, dei simboli, e dellidentità del nostro Stato, a ridosso del 25 aprile?
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giovedì 27 aprile 2006
ore 11:02 (categoria:
"Vita Quotidiana")
"Così Sigmund Freud riuscì a salvarmi la vita" di PETER ROSS
"Mi ha salvato la vita!", esclama Margarethe Walter davanti al famosissimo numero 19 della Berggasse a Vienna. Sono passati settantanni dallultima volta che è stata qui, nella primavera del 1936, poche settimane prima dellesame di maturità. Qui la signora, oggi ottantottenne, visse i 45 minuti che le cambiarono "totalmente" la vita, nellambulatorio del dottor Sigmund Freud.
"Gretl, classe 1918" è lultima paziente vivente di Freud. Ovviamente "non sapeva nulla" quando, graziosa studentessa diciottenne della Scuola superiore per il commercio, per la prima volta arrivò da lui. Per ordine del padre quella visita andava fatta e lei salì sulla vettura di famiglia condotta dallo chauffeur. Anche il suo signor padre, proprietario di una fabbrica di feltrini per munizioni da caccia non sapeva a quale luminare si sarebbe trovato di fronte. Portava con sé una lettera del medico di famiglia per quel dottor Freud, "molto bravo, ma ancor più costoso".
Le signorie loro vennero fatte accomodare immediatamente in sala visita. Margarethe era sbalordita: "Non era un ambulatorio normale! Non cerano pazienti in sala dattesa! Non si sentiva odore di canfora e non si vedevano infermiere vestite di bianco!". Inoltre al centro della stanza cera un divano, come a casa, in salotto, "coperto stranamente da un tappeto, con tantissime frange". Ad unestremità, in strana posizione, la poltrona. Strani anche i molti vasi sugli scaffali zeppi di libri" e ovunque innumerevoli statuette, reperti archeologici: "mi piacque moltissimo!".
Il padre era irritato. Aveva già dovuto aspettare dieci minuti perché il dottore leggesse la lettera inviatagli dal collega, e lui ad aspettare non era abituato, né in fabbrica con i suoi 18 dipendenti né in famiglia "con le donne".
Perché la ragazza era lì? Il medico di famiglia aveva diagnosticato una banale bronchite e inoltre, ma questo lei non doveva saperlo, "un malessere interiore". Da qui il consiglio di rivolgersi al dottor Freud, un luminare in questo campo, come si diceva a Vienna.
Unaltra cosa che Margarethe non doveva sapere era che a Gratzel la consideravano "strana". Il pettegolezzo diffuso dal carbonaio che abitava di fronte, che la figlia del proprietario della fabbrica era "matta completa", fu decisivo per la visita a Freud. Matta? Margarethe aveva interpretato in finestra Isotta che aspetta Tristano, e il carbonaio e i suoi figli, che la osservavano, fungevano a meraviglia da comparse. Li salutò benevola, con il capo velato e con indosso gli abiti Biedermeier della nonna ottantenne che la controllava giorno e notte.
"Ero la ragazza più sola di Vienna!", ricorda Margarethe. "Sola, servita e riverita, chiusa in casa e con quasi assoluta certezza non amata. Nessuno mi ha mai tenuto in grembo, né preso per mano, non si davano baci!". La madre era morta di parto, la matrigna era fredda e avida, la nonna anziana e molto apprensiva, persino il suo unico compagno di giochi, il cane di casa, era vecchissimo e sempre stanco.
Naturalmente il padre era inavvicinabile. Chiaramente non si parlava e soprattutto non con lei. Non si ricevevano ospiti, neppure il fine settimana nella villa in campagna. "E tutto quello che mi riguardava veniva stabilito alle mie spalle e dallalto!".
Sigmund Freud fa il suo ingresso. La sua presenza discreta, ma decisa, riempie la stanza. Ha 80 anni. "Piccolo, barba bianca, abito grigio, un po curvo". Margarethe Walter sistema una sedia nello studio di Freud, oggi trasformato in museo, esattamente nel punto in cui era seduta 70 anni fa. Larredamento dellepoca è documentato da fotografie. Sistemiamo la sedia su cui era seduto il padre di fronte a lei. Davanti al famoso divano bisogna immaginare un tavolino basso. "Il dottor Freud si sedette esattamente in mezzo a noi".
Siamo gli unici visitatori della piccola mostra. Cè silenzio e allimprovviso Margarethe chiude gli occhi e lascia che le appaia come in sogno il personaggio che ancora oggi la ammalia: "Era un uomo vecchissimo che mi ha guardato con occhi attenti". Esita, ride., Era fisicamente molto fragile ma pieno di energia!" "Mi chiede come mi chiamo, ma risponde mio padre per me. Mi chiede della scuola ed è mio padre a rispondere. Che cosa faccio nel tempo libero: risponde mio padre. Anche la risposta alla domanda su che lavoro mi piacerebbe fare non esce dalla mia bocca. Proprio come a casa!", dice oggi la paziente riferendosi ad allora: "Stavo lì come un pacchetto!".
Freud tace. E ad un tratto dice al padre di Margarethe in tono cordiale, come se fosse la cosa più naturale: "La prego, vada nella stanza accanto. Vorrei parlare con sua figlia da solo". Gira la sedia verso di lei, le si avvicina e le si rivolge apertamente. "Adesso siamo soli", dice e immediatamente la tensione si allenta. "La soggezione iniziale, sparita dincanto".
E lei parla, parla: "Lui ha esaudito per la prima volta il mio perenne desiderio di aprirmi a qualcuno: Sigmund Freud è stata la prima persona che abbia davvero mostrato interesse nei miei confronti, che volesse sapere qualcosa di me, lunico che realmente è stato ad ascoltarmi".
Margarethe lascia libero sfogo "allodio per la matrigna, per la scuola, per le passeggiate domenicali", dice che non può avere amiche, che deve indossare abiti e scarpe che non sono di suo gusto. Che non si può immaginare quanto è sola e quindi recita brani di teatro o veste con la carta crespa le figure degli scacchi del padre fingendo di essere nel medioevo.
"Non distoglie lo sguardo da me, mi osserva, e la sua partecipazione mi avvolge come un abbraccio". Così gli confessa che dopo vari tentativi ha scoperto che la chiave del pendolo è "identica a quella della libreria" così che finalmente ha potuto scoprirne i segreti. "La notte, accanto alla nonna che russa, divoro i libri piccanti riposti dietro quelli di Grillparzer e di Goethe".
Freud volle a quanto pare sapere tutto di lei, anche i dettagli riguardanti la nonna Maria, la nonna classe 1856, con cui Margarethe doveva condividere la stanza, nonché i particolari dei suoi vestiti che aveva conservato dalla rivoluzione del 48. Freud ascoltava, e "quando prendevo fiato mi incoraggiava con un "e poi?"".
Margarethe doveva andare al cinema col padre, e più di ogni altra cosa desiderava una volta "vedere fino in fondo una scena damore". Freud è sbalordito. Sì, ogni volta che sullo schermo iniziava qualcosa tra un uomo e una donna, il padre decideva che "non erano cose per lei", si alzava di scatto e lei doveva seguirlo immediatamente fuori dal cinema. Se protestava? Neanche a pensarci!
Di nuovo Freud rivolge "i suoi occhi, buoni, incredibilmente attenti" alla giovane donna. "Il suo era un interesse così totale che mi aprì qualcosa dentro che nessuno aveva mai voluto aprire".
Settanta anni dopo la donna avverte ancora il fascino vibrante e la gioia di avere fiducia. "Tutto ad un tratto ero contenta", una sensazione fino ad allora sconosciuta. Si sentì "a suo agio", "come se dopo un, pasto particolarmente buono, qualcuno da sopra avesse aperto una finestra e avesse detto: Non guardare sempre per terra! Guarda avanti! Tutto è possibile!".
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mercoledì 26 aprile 2006
ore 13:52 (categoria:
"Vita Quotidiana")
«Nelle montagne della guerra partigiana, nelle carceri dove furono torturati, nei campi di concentramento dove furono impiccati, nei deserti e nelle steppe dove i fratelli caddero combattendo, ovunque un italiano ha sofferto o versato il sangue per colpa del fascismo, ivi è nata la nostra Costituzione».
Piero Calamandrei, 1955
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venerdì 21 aprile 2006
ore 12:51 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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martedì 18 aprile 2006
ore 10:54 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Villa in Svizzera per i Berlusconi, ma sorgono problemi legali
Il villaggio di S-Chanf, in Svizzera nel cantone dei Grigioni, è diviso. La famiglia Berlusconi ha da poco acquistato una magnifica villa a tre piani, in stile neorococò, ex sede della banca Engadinaisa. I lavori di ristrutturazione, che pare prevedano un esborso di qualche milione di franchi svizzeri, sono già in corso, ma cè un problema. La Svizzera ha una legge, la Lex Koller, che impone molti paletti per lacquisto di immobili locali da parte degli stranieri.
Il motivo della barriera è quello di "evitare leccessivo dominio straniero del suolo indigeno". Qualche eccezione è prevista, ma le autorizzazioni sono difficili da ottenere. E secondo quanto scrive il quotidiano elvetico Le Matin, nel villaggio qualcuno teme che siano state aggirate. In effetti un escamotage cè stato, perché tramite dellacquisto è stata la madre della signora Miriam Bartolini in arte Veronica Lario, che due anni fa aveva ottenuto un breve permesso di soggiorno nel borgo di 671 abitanti.
A dare lallarme sono stati i muratori addetti ai lavori di ristrutturazione della casa che hanno già portato a termine un garage privato da dieci posti con ascensore, otto stanze da bagno e diverse camere da letto. Una parte degli abitanti della cittadella teme di vederla occupata da "milionari presenti solo qualche settimana allanno", e cè addirittura chi paventa che il premier italiano uscente diventi "il futuro amministratore" locale, ovvero di un villaggio di "vecchie fattorie e case borghesi".
Il sindaco Duri Campell ha già commentato che se labitazione fosse stata venduta a delle famiglie indigene "vedremmo lufficio di protezione del patrimonio opporsi alla divisione in quattro appartamenti". Al momento pare che i lavori di ristrutturazione stiano continuando senza alcuna interruzione.
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martedì 18 aprile 2006
ore 09:44 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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giovedì 13 aprile 2006
ore 12:15 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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giovedì 13 aprile 2006
ore 11:42 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Il veleno del caimano di EDMONDO BERSELLI
Ieri è tornato il Caimano. Il giorno prima era apparsa la Salamandra, lessere che passa indenne attraverso le fiamme. Domani non si sa. Il premier Silvio Berlusconi è andato al Quirinale e ha incontrato il presidente della Repubblica. Dopo le elezioni, e soprattutto dopo un confronto elettorale condotto e finito allo spasimo, non era un incontro di routine. Così come non era di routine lincontro che nella mattinata Carlo Azeglio Ciampi aveva avuto con Romano Prodi, il capo dellUnione e prossimo a ricevere lincarico di formare il nuovo governo.
Al termine della conversazione con il capo dello Stato, durata unora e un quarto, Berlusconi ha realizzato uno dei suoi exploit mediatico-populisti. Con un assolo formidabile, ha rivelato di avere espresso al presidente della Repubblica i suoi dubbi sul risultato elettorale. E ha denunciato che ci sarebbero un milione e centomila schede sospette, che sono stati compiuti brogli "unidirezionali", e che insomma il centrosinistra avrebbe rubato la sua strettissima vittoria. Fuori dal Quirinale non ha espresso dubbi, bensì ha manifestato certezze: "Il risultato cambierà", ha affermato, e ai giornalisti ha mostrato il suo miglior sogghigno: "Credevate di esservi liberati di me?".
Ciò che sta accadendo è grave. Il nostro paese non ha alle spalle una storia politica basata sul furto di voti. Il ministro dllInterno, Giuseppe Pisanu, ha manifestato pubblicamente la sua soddisfazione per il modo in cui si sono svolte le operazioni elettorali. Il capo dello Stato si è compiaciuto per lo svolgimento "ordinato e regolare" dellesercizio democratico. Soltanto Berlusconi ha di fatto impugnato lesito del voto. Non si è preoccupato di mettere in estrema difficoltà la massima carica dello Stato, resa partecipe di un complotto mostruoso ordito dai nemici della libertà (e del Cavaliere). Seppure appoggiato assai tiepidamente dai suoi alleati, ha scatenato i suoi uomini in una battaglia virtuale che purtroppo può avere pessime conseguenze reali.
Il milione e passa di schede della vergogna, evocate dalla fantasia pubblicitaria di Berlusconi, esistono soltanto come ultima arma di un uomo assediato che rifiuta la sconfitta. La legge nega la possibilità di un nuovo conteggio, e consente soltanto laccertamento delle schede contestate. Si tratta di poco più di quarantamila schede, che ragionevolmente si dividono con una certa equità fra i due schieramenti, e che quindi non possono alterare il risultato del voto popolare. In ogni caso, come ha dichiarato Marco Follini, non è il caso di "soffiare sul fuoco", visto che "dal Viminale alle Corti dappello e alla Cassazione ci sono istituzioni che garantiscono tutti".
Preso atto di tutto questo, sarà bene che le magistrature preposte agli accertamenti concludano il loro lavoro prima possibile, per spazzare via ogni dubbio e sospetto. La democrazia italiana non può vivere sotto lombra di un risultato pasticciato. Ed è proprio questo che Berlusconi sta facendo: sta creando una delle sue realtà virtuali, un altro dei suoi "fattoidi", che scaraventa sulla situazione politica e civile italiana provocando fibrillazioni e inquietudine. La risposta di Romano Prodi dalla festa di Bologna, "deve andare a casa", è un esorcismo insufficiente. Se il Caimano ha deciso di avvelenare il periodo post-elettorale, occorrono risposte ferme in primo luogo dalle istituzioni. Dal ministro Pisanu, per esempio, che dovrebbe dare un contributo ulteriore alla serenità dellopinione pubblica. Ma cè un aspetto ulteriore che va considerato: il marketing da guerriglia civile che Berlusconi ha inaugurato, rischia di lasciare sullItalia una macchia. Per salvare la sua leggenda di invincibilità, il premier non esita a rovesciare il banco, o a minacciare di farlo.
Tuttavia non è proprio il caso che sullItalia evoluta e disincantata del 2006 permanga unombra mitologica, per certi versi simile a quella del referendum costituzionale del 1946. Di fronte a un uomo che è incapace di perdere, che ha usato ogni strumento per avvelenare i pozzi, che ha cambiato la legge elettorale per impedire la vittoria degli "altri", i "comunisti", occorre che anche i suoi alleati, i più ragionevoli, i più corretti istituzionalmente, prendano posizione senza paure o esitazioni. Perdere le elezioni non è un dramma. Ma il Caimano sta trasformando una sconfitta politica in un evento sudamericano, ed è angosciante il pensiero della lunghissima transizione allinsediamento del nuovo governo. Cè qualcuno nella Casa delle libertà che voglia dare un contributo alla sicurezza psicologica e civile del paese? In caso contrario qualcuno dovrà assumersi la responsabilità di avere consentito che una normale alternanza politica si stia trasformando nella battaglia disperata e finale di un uomo non abituato a lasciare la presa sulla "roba" che crede sua e solo sua.
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