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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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mercoledì 12 aprile 2006
ore 15:06
(categoria: "Vita Quotidiana")



La doppia sfida del Professore
di EZIO MAURO

DUNQUE, cos’è successo? Per capirlo, guardiamo prima di tutto alla sostanza delle cose: se si confermeranno i risultati diffusi dal Viminale, Silvio Berlusconi non sarà più Capo del governo, e dovrà scendere le scale di Palazzo Chigi dov’era salito trionfante cinque anni fa. Non andrà nemmeno al Quirinale, dove pensava di trasferirsi per sette lunghi anni in caso di vittoria del Polo, dominando dal Colle tutta la visuale della politica italiana. La stagione del Cavaliere alla guida del Paese sembra dunque finita, mentre comincia la seconda era Prodi, con una prospettiva di governo esile nei numeri, faticosa nell’eterogeneità della coalizione, debole e incerta nella sua cultura politica: e tuttavia pienamente legittima. Perché il centrosinistra - stando ai numeri fino ad oggi ufficiali - alla fine ha vinto, dopo la battaglia elettorale più difficile di tutta la storia repubblicana.

Diciamo subito che se nell’ipotesi notturna di un pareggio (una Camera alla destra, l’altra alla sinistra) si discuteva del diritto della sinistra di provare a governare, nel momento in cui ha conquistato la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento l’Unione ha il dovere di provarci. Un dovere costituzionale, ma anche morale, perché Prodi si è presentato agli elettori chiedendo di mandare a casa Berlusconi e di cambiare governo, per aiutare l’Italia a ripartire voltando pagina.

Siamo tutti sotto l’effetto di una doccia scozzese che non ha precedenti: prima il tam tam continuo che nel silenzio elettorale dà un vantaggio molto netto all’Unione, poi i primi exit poll che annunciano una vittoria sicura, quindi la correzione di rotta, le regioni conquistate un anno fa dalla sinistra che se ne vanno a destra, il Cavaliere che recupera, l’annuncio della sua vittoria al Senato per un voto, una vittoria che sembra estendersi anche alla Camera: infine il rovesciamento, prima parziale, poi totale, fino alla festa notturna per la vittoria, già insidiata dall’annuncio berlusconiano del ricorso per la verifica delle schede.

La moderna religione dei sondaggi si è svelata per quel che è, una superstizione a bassa tecnologia che punta a soggiogare la politica, determinandola o sostituendola, mentre compulsa il popolo invece di mobilitare i cittadini.

Squarciato il velo della falsa profezia, emerge la doppia realtà di un Paese spaccato a metà, irriducibile nelle sue divisioni frutto di culture divaricate, interessi legittimi separati e distinti, valori contrapposti e inconciliabili. Non è un risultato da poco per il centrosinistra prevalere nel discorso pubblico di un Paese sordo a turno per metà, dove oggettivamente le parole d’ordine della solidarietà, dell’uguaglianza, dei diritti e della giustizia fanno più fatica a passare, trasversali come sono nella loro natura politica. E invece l’Unione ha infine prevalso, di misura strettissima e tuttavia chiara, come se la saggezza superstite e residua di un Paese stremato vedesse nella sinistra più che nella destra l’unica possibilità di tenere insieme le due Italie.

Perché allora questo sentimento diffuso di vittoria mutilata, con un amaro sapore del successo? A mio parere la risposta è chiara: per la scoperta che anche nella vittoria dell’Ulivo Berlusconi "morde" su metà del Paese. C’è una metà dell’Italia che dopo dodici anni di avventura, dopo cinque di malgoverno, dopo una campagna elettorale esagerata e forsennata (che dovrebbe spaventare i moderati) sceglie ancora Berlusconi, e non importa se il sogno del ’94 è oggi bucato. Vuole Berlusconi non più per ciò che promette, ma per ciò che è, ormai apertamente svelato. Sceglie la sua natura nel momento in cui più diventa radicale, la sua proposta quando coincide con la sua figura e poco più, la sua politica quando è rivoluzionaria e tecnicamente sovversiva ad ogni regola, la sua figura come paradigma ingigantito e obbligatorio di una moderna destra.

È senz’altro possibile, anzi sicuro, che una parte di questi elettori voti Berlusconi per i suoi interessi, seguendo l’invito del Cavaliere a badare al portafoglio. Ma un’altra parte, con ogni evidenza, vota Berlusconi "contro" i suoi interessi, visti i cattivi risultati del suo governo, l’incapacità di fare le riforme, la crescita zero. E infine - ed è ciò che più conta - c’è un pezzo d’Italia che vota Berlusconi comunque e a dispetto di chiunque, per vero e proprio ideologismo. Berlusconi come ultima ideologia, anzi, come ideologia che cammina. Solo così si spiega il recupero impetuoso del Cavaliere: nella sua capacità di trasformare la sua base sociale fatta di piccola borghesia antiliberale, di proprietà minuta, larga e diffusa, di intellettualità radicale e "rivoluzionaria" non solo in un blocco sociale, ma in una specie di vera e propria nuova "classe", pronta a muoversi omogeneamente in politica. Se quella classe oltre al portafoglio ha un’anima, come ha, Berlusconi ne è oggi il signore incontrastato. E non solo. Paradossalmente, nel momento in cui finisce di essere premier, Berlusconi comincia ad essere una politica.

L’adesione ideologica al berlusconismo, il dirsi e il diventare di destra attraverso Berlusconi, consente al Cavaliere l’uso politico più libero e spregiudicato della sua base di manovra. Così ieri con una mano ha delegittimato e post-datato la vittoria della sinistra, alludendo a piccoli brogli, pasticci nei seggi da verificare, con una manovra d’interdizione. E con l’altra mano ha lanciato a sorpresa la proposta di una grande coalizione capace di governare la divisione italiana, anche con la sua personale fuoruscita dall’orizzonte del governo.

Per l’alterità dei due schieramenti nella scena italiana, e per i toni dell’ultima campagna, è una sorta di compromesso storico berlusconiano, inedito, suggestivo nell’impianto europeo, ma poco credibile nel tradimento definitivo di ogni spirito maggioritario, ma soprattutto del vero spirito del Cavaliere. La destra ha vinto nel 2001 e ha governato. Se la sinistra ha vinto, è giusto che governi, o almeno che ci provi. Così dicono le regole, che hanno però anche un corollario: se Berlusconi ha perso, è giusto che vada all’opposizione, dismetta il ruolo di deus ex machina, passi la mano. Ieri, la sua proposta sembrava il tentativo ansioso e troppo precipitoso di tenere comunque in mano il mazzo delle carte e fare il gioco, almeno dentro la destra: dove già si smarca la Lega.

Per governare davvero, e non provarci soltanto, che cosa serve alla sinistra italiana? Verrebbe da rispondere: ciò che non ha (e dunque ciò che gli elettori non hanno potuto trovare nei seggi): un’identità chiara e risolta, quindi una coscienza di sé. La controprova è nel buon risultato dei partiti con una ragione sociale netta, come Rifondazione, ma anche come i Verdi e i Comunisti italiani, persino Di Pietro. I guai cominciano con la Margherita, che non vede l’onda lunga, e soprattutto con i Ds, rimpiccioliti nelle ambizioni al 17,5 per cento, dopo essere stati l’asse centrale della coalizione per cinque anni. Verrebbe da dire: se per troppo tempo non sai chi sei, prima o poi gli elettori se ne accorgono. Dove si va con quel 17, dove si va col 10,7 della Margherita? Da nessuna parte, com’è evidente.

Se prima il partito democratico era un’opportunità per Rutelli e Fassino, oggi è una necessità. Guai però se lo concepiscono come un assemblaggio di apparati, un piccolo meccano di classe dirigenti e un dòmino organizzativo. Deve avere e trasmettere un’impronta di modernità europea, di apertura e di inclusione (a partire dai socialisti, dai radicali, dalla società), di identità nuova, di necessità riformista, di cultura di governo, forte e radicale. Deve essere l’occasione per rinnovare le classi dirigenti, a partire dal vertice, senza paure e senza riserve. Insomma, deve essere una cosa nuova, da fare subito, credendoci, senza furbizie. Solo così, cambiando la natura della sinistra, può cambiare il suo destino. E solo così può funzionare da perno e baricentro per il governo Prodi in questa stagione complicata.

Tutto ciò dà a Prodi un compito in più, un compito doppio. Deve provare a governare, in una situazione difficilissima, non solo per i numeri, ma per l’eterogeneità di una coalizione da trasformare in forza di governo, e per la debolezza di una cultura riformista ancora incapace di dispiegarsi. Ma nello stesso tempo, deve essere alla testa di questo processo di fondazione di un nuovo Ulivo, che si chiamerà partito democratico. Il Professore sa che la sua è una vittoria debole, fragile. Se parte per galleggiare, va a fondo. Ha bisogno di strappare, di pensare in grande. Cominci dal suo governo, indicando subito i ministri, fuori dai giochi e dai condizionamenti, sentendo i partiti, ma senza farsi ingabbiare. La sua debolezza è la sua forza: la usi, come se il partito democratico ci fosse già.

La vera risposta alla mossa berlusconiana della grande coalizione sta nella capacità di Prodi di parlare al Paese, a tutto il Paese. Ci provi, cominciando da quel Nord che per la prima volta nella storia italiana si contrappone politicamente al Centro, diventando il nuovo scrigno ideologico del Cavaliere, le regioni berlusconiane contro le regioni rosse, con la destra che acquista un territorio, espropriando la Lega. L’altra risposta a Berlusconi, sta nella capacità del centrosinistra di indicare una soluzione limpida ma condivisibile per il Quirinale. Oggi il nome possibile è uno solo, quello di Carlo Azeglio Ciampi, che vuole lasciare il Colle ma che rappresenta un punto d’incontro forte e sicuro. Da qui bisogna partire.

Come si vede, e per fortuna, dopo il voto la parola torna alla politica. La sinistra mostri di averne una, dopo l’antiberlusconismo. La politica è l’unico modo per far vivere un governo Prodi, se nascerà dopo la vittoria. Ed è anche l’unico modo per battere davvero Berlusconi, dopo averlo disarcionato.


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mercoledì 12 aprile 2006
ore 11:35
(categoria: "Vita Quotidiana")





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martedì 11 aprile 2006
ore 13:01
(categoria: "Vita Quotidiana")



Le due italie divise e nemiche
di Paolo Franchi

Lo ricorderemo a lungo, questo 10 di aprile del 2006 che ha rovesciato tutte le previsioni, nonostante la vittoria di un soffio dell’Unione alla Camera, contestata dal Polo, e il risultato del Senato che in realtà resta in bilico, affidato al voto degli italiani all’estero. Silvio Berlusconi ha quasi portato a compimento la più incredibile delle rimonte, e senza cannibalizzare gli alleati. L’Unione si è quasi vista svanire tra le mani un successo che considerava scontato: stamane il risveglio sarà amaro, nonostante lo scampato pericolo, in primo luogo per Romano Prodi e per i leader riformisti del centrosinistra. Tutto questo è chiarissimo già ora. Quale governo avrà il Paese, invece, è difficile dire. L’Italia è un Paese dove si va al governo o all’opposizione per un pugno di voti, e grazie a una curiosissima legge elettorale si rischiano persino due maggioranze diverse alla Camera e al Senato. Niente di strano, niente di male: così funzionano (legge elettorale a parte, naturalmente) tutte le democrazie dell’alternanza. Che in caso di sostanziale pareggio dispongono pure (valga per tutti l’esempio tedesco) di un’importante soluzione di riserva, utile a superare le fasi di maggiore incertezza, la Grande Coalizione. Il guaio è che l’Italia del 10 di aprile non è soltanto un Paese in cui centrodestra e centrosinistra dispongono sostanzialmente degli stessi consensi, e chi vince vince per una spanna. Il guaio è che dal 1994, quando per la prima volta, caduta la Prima Repubblica, fu chiesto agli elettori di decidere quale, tra le opposte coalizioni, dovesse governare, l’Italia non si è avvicinata di un millimetro alla precondizione di un bipolarismo moderno e civilizzato, che consiste in un minimo di legittimazione reciproca tra le forze in lotta. Sono 12 anni e passa, da quando, come dice lui, scese in campo, che la sinistra, e non solo per il conflitto di interessi, considera in cuor suo Silvio Berlusconi un usurpatore, e quella metà degli italiani che lo votano, nel migliore dei casi, degli sprovveduti. Sono 12 anni e passa che Berlusconi e i suoi elettori considerano il campo avverso, l’altra metà degli italiani, un orrendo conglomerato di post, vetero e neo comunisti, di poteri forti e di utili idioti. Questa campagna elettorale ha, se possibile, peggiorato le cose. Sempre meno proposte, programmi, idee per un Paese che declina davvero. Centrodestra e centrosinistra, il primo cercando con tutti i mezzi di rovesciare i pronostici, il secondo immaginando di avere già la Liberazione in pugno, con il passare dei giorni sempre più si sono dati per obiettivo primario quello di mobilitare i rispettivi elettorati profondi: come se il voto popolare fosse un moderno giudizio di Dio. Un successo comune, a voler essere ottimisti a dispetto della realtà, lo hanno ottenuto. Rovesciando una tendenza consolidata, gli elettori sono tornati a votare in massa. Per via delle tasse? Certo. Ma soprattutto per rinnovare un’inimicizia antica. Chi vuole entusiasmarsene, si accomodi pure. Chi cerca, nonostante tutto, di ragionare, sa che ora è molto più arduo fare un governo che governi, ma prima di tutto tenere insieme l’Italia. Anzi, le due Italie.


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martedì 11 aprile 2006
ore 09:52
(categoria: "Vita Quotidiana")





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lunedì 10 aprile 2006
ore 13:59
(categoria: "Vita Quotidiana")





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lunedì 10 aprile 2006
ore 10:52
(categoria: "Vita Quotidiana")



«Sto dall’altra parte, quella che simpaticamente il premier ha definito “coglioni”. Perché credo che tutti i giovani, figli di ricchi o di poveri, debbano avere gli stessi diritti. Perché credo nell’indipendenza della magistratura e nella libertà di espressione. Perché credo che non si debbano imbarcare fascisti e neonazisti. Perché non sopporto chi fa promesse e non le mantiene».

Enzo Biagi, Corriere della Sera, 9 aprile


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lunedì 10 aprile 2006
ore 10:36
(categoria: "Vita Quotidiana")



Quei 90.000 elettori esclusi dalle urne

In qualunque modo vada a finire, saranno mancati almeno 90.000 voti. Non tanti rispetto al totale degli elettori, un bel po’ se si considera che si tratta di persone che hanno manifestato in modo inequivocabile la loro volontà di partecipare al processo democratico dell’Italia. Gli esclusi sono i 90.000 immigrati che (secondo le stime degli organizzatori) lo scorso 16 ottobre presero parte alle primarie dell’Unione e contribuirono alle scelta di Romano Prodi come candidato premier. Naturalmente - se il centrodestra avesse svolto le primarie e se le avesse aperte agli immigrati - lo stesso discorso varrebbe per gli stranieri schierati con Berlusconi, con Fini o con Casini.

L’Unione stabilì modalità precise per la partecipazione, in particolare era necessario avere da almeno tre anni il permesso di soggiorno e iscriversi ad un’apposita lista. Considerando la complessità della procedura (agli italiani era sufficiente presentare la tessera elettorale) e il fatto che si trattava di un atto del tutto virtuale, quei 90.000 non furono meno, in proporzione agli aventi diritto, dei quattro milioni di italiani che lo scorso 16 ottobre si misero in fila per scegliere il candidato premier del centrosinistra.

La Costituzione stabilisce, all’articolo 48, che il diritto di voto spetta a "tutti i cittadini". Esistono delle interpretazioni secondo le quali la norma costituzionale non impedirebbe di estenderlo anche a "non cittadini", ma la naturalizzazione resta la via più diretta e semplice per l’acquisizione del diritto di voto.

Nel suo primo numero, "Metropoli" raccontò alcune storie emblematiche. Come quella del marocchino Mohammad, residente in Italia da trent’anni ma non ancora naturalizzato perché, qualche anno dopo l’arrivo, era stato fermato mentre vendeva per strada senza licenza. O come quella di Isidora, cilena, in Italia dall’età di sette anni, che si è vista rifiutare la naturalizzazione perché il suo reddito era troppo basso (lavorava in nero). Esistono poi regole particolarmente vessatorie che producono effetti surreali. Come quella secondo cui il figlio di un immigrato acquisisce la cittadinanza in modo automatico solo se è ancora minorenne nel momento in cui il genitore diventa cittadino italiano. Così, a volte, basta un ritardo di pochi mesi perché, nella stessa casa, ci siano padri e madri italiani con figli stranieri.

In fatto di cittadinanza siamo, contemporaneamente, tra i più tirchi e tra i più generosi del mondo. A un immigrato occorrono dieci anni di residenza (contro i tre della Germania e i cinque dell’Inghilterra e della Francia) e, soprattutto, la vigenza del principio dello jus sanguinis, fa sì che i figli di stranieri nati in Italia non siano italiani. Invece - e qua siamo generosissimi - il pronipote, nato all’estero, di un bisnonno italiano emigrato può diventare cittadino.

Così, in base allo jus sanguinis, abbiamo degli "stranieri" che sono nati in Italia, parlano l’italiano, pagano le tasse, ma non possono votare, e abbiamo degli "italiani" che non hanno mai visto l’Italia, non parlano la lingua, non pagano le tasse e possono votare. Il principio "no taxation without representation" (che non fu coniato dalle anime belle buoniste ma dai coloni inglesi che fondarono gli Stati Uniti d’America) risulta totalmente ribaltato. Un ulteriore elemento di divaricazione tra il paese reale e il paese legale. Ed è forse questo il dato da cui partire: la semplificazione delle procedure per l’acquisizione della cittadinanza e l’estensione del voto agli immigrati non sono problemi ideologici ma aspetti costitutivi della nostra democrazia.


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venerdì 7 aprile 2006
ore 15:56
(categoria: "Vita Quotidiana")





Ecco la copertina della edizione europea (domani in edicola) del prestigioso settimanale britannico. Sotto la scritta "Basta", in italiano, l’invito in inglese agli italiani di "licenziare Berlusconi". Sul settimanale, anche un lungo articolo, dal titolo: "Una triste storia italiana". Per questo numero, che esce alla vigilia del voto, è stata aumentata la tiratura per il mercato italiano


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venerdì 7 aprile 2006
ore 15:16
(categoria: "Vita Quotidiana")



«Nella frase di Berlusconi c’è qualcosa di ben più grave e sovversivo, che perverte il senso della politica. Il presidente in uscita ha offeso - poco importa con quanta finezza - chi vota senza pensare solo al proprio interesse. Con un unico insulto, ha liquidato secoli di pensiero liberale e di riflessione sul rapporto fra l’individuo e lo Stato, fra l’interesse privato e quello pubblico, fra il bene individuale e quello comune».

Claudio Magris, Corriere della Sera 6 aprile


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venerdì 7 aprile 2006
ore 14:36
(categoria: "Vita Quotidiana")




Un editoriale critico del Wall Street Journal. Il titolo sembra ricordare il "Don Corleone" impersonato da Marlon Brando ne "Il Padrino". Prodi è definito personaggio con scarso carisma


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