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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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venerdì 7 aprile 2006
ore 12:02
(categoria: "Vita Quotidiana")





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giovedì 6 aprile 2006
ore 11:10
(categoria: "Vita Quotidiana")



«INFORMAZIONE DALLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI - L’offerta relativa all’abolizione dell’ICI sulla prima casa si intende limitata alle prime 200 telefonate. Tra le prime 50 chiamate pervenuteci verrà sorteggiata una batteria di pentole in acciaio inox»

Catena di sms sulla battuta di Gene Gnocchi a Ballarò del 4 aprile 2006


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giovedì 6 aprile 2006
ore 09:57
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il Sovversivo
di EZIO MAURO

HA SENZ’ALTRO ragione il presidente del Consiglio a chiedere rispetto per la sua carica e per la sua persona. Ma il rispetto Silvio Berlusconi deve guadagnarselo, come tutti i personaggi pubblici in democrazia, giorno dopo giorno. Martedì ha insultato volgarmente metà del Paese, colpevole di non seguirlo e di ribellarsi alla sua leadership, votando a sinistra. Ieri ha cercato di forzare ancora una volta le regole, organizzando in fretta e furia nello spazio proprietario delle sue televisioni un finto confronto televisivo con Prodi - non previsto e non concordato - in modo da poter comiziare davanti ad una sedia vuota, sotto la luce domestica di Canale 5.

Proverò a spiegare perché questa condotta negli ultimi giorni di campagna elettorale non è quella di un politico disperato (Berlusconi può ancora rischiare di vincere) né quella di un leader estremista. No. Tecnicamente, Berlusconi è il Sovversivo.

Potremmo dire che l’inizio e la fine dell’anomalia italiana abitano qui, nell’insostenibile tensione a cui è sottoposto un sistema quando il capo legittimo del governo è anche il Sovversivo. Avevamo avvertito che l’agonia politica del berlusconismo sarebbe stata terribile. La realtà è peggio. Ma non era difficile prevederlo. Sono i tratti culturali di questa destra e di questa leadership - prima e più della dinamica politica - a determinare ciò che sta accadendo e ciò che purtroppo accadrà nelle prossime settimane quando il Cavaliere, se dovesse perdere, tenterà di delegittimare il risultato elettorale. Se non partiamo da qui, è difficile capire come si sia arrivati fino a questo punto estremo.

La concezione che il Cavaliere ha della sua avventura politica è - ancora una volta in senso tecnico - schiettamente "rivoluzionaria". Non è entrato in politica, come tutti: è "sceso in campo". Non l’ha fatto perché aveva un progetto, ma perché "ama il suo Paese". Non proponeva un programma, ma una biografia. Non indicava un obiettivo, ma un destino. Da quel momento, tutto si è unito e tutto si è scomposto secondo un ordine epico, assumendo una dimensione da paesaggio eroico, rendendo via via mitologica la realtà contemporanea.

Biografia privata e destino pubblico si sono confusi, per salvare l’amato Paese dal male che incombeva ed ancora incombe, nonostante la forza e la virtù del Capo, sacralizzato dal voto del popolo, dunque per sempre liberato da vincoli normativi, contrappesi costituzionali, equilibri istituzionali, regole di garanzia.

Il Capo si è trovato di fronte al popolo, il suo popolo, concepito fin dal primo giorno e sempre più - in un vero istinto di destra - come una "comunità di elezione", e lo rivela il giudizio sugli elettori di sinistra, "coglioni" perché non tutelano i loro interessi, come se nel discorso pubblico e nella passione politica non esistesse nient’altro che il portafoglio, simbolo subliminale del berlusconismo. Tutto il resto è impaccio: le autorità garanti, gli altri poteri dello Stato liberi ed autonomi, l’opposizione naturalmente, ma anche gli alleati, se non si riducono a coro.

Per sollecitare ed eccitare continuamente quel popolo, diventato strumento politico come la "folla" di Guglielmo Giannini, il Cavaliere ha bisogno di usare la televisione, che in parte quel popolo ha creato, o almeno ha "educato". Ecco perché la televisione nel mondo berlusconiano è ben più di un moderno balcone o di un microfono, è qualcosa di diverso da uno strumento anche potente di comunicazione: è il luogo segreto dell’anima berlusconiana, il giacimento culturale della politica e dell’antipolitica, la riserva privata del potere.

Ed ecco perché, ancora, Berlusconi non concepisce le regole e disprezza la par condicio: la sua natura politica e la natura televisiva coincidono e coabitano, non sono separabili, fanno parte di quell’identità imprenditoriale che aiuta il politico avvantaggiandolo, mentre lo soffoca.

Per il Cavaliere, è inconcepibile che avendo tre televisioni ed essendo probabilmente in svantaggio nei sondaggi, non possa usarle per ribaltarli, come vorrebbe la sua personale forza di gravità, come imporrebbe la sua natura, come pretende tutta la sua storia. Per questo ha trovato normale, ieri, chiedere e ottenere dalla sua rete ammiraglia un programma apparecchiato ad hoc, inventato sulle sue esigenze del momento. È o non è il padrone? Ma attenzione: lo è o no anche in politica? E allora perché stupirsi se salta il confine per lui inconcepibile tra politica e tv, se il suo istinto proprietario stravolge la par condicio, se si rivolge da proprietario addirittura agli elettori, insultando chi non vuole capire e rifiuta di seguirlo?

Tutto questo travolge ogni regola, ogni giorno, estremizza il confronto, sottopone il Paese a una pressione e a una tensione politica senza precedenti, e senza giustificazione se non nel destino personale di Berlusconi. La spinta per questa sovversione nasce ancora una volta dalla concezione eroica che il Cavaliere ha di sé e che gli impedisce di accettare il declino. Ogni difficoltà politica diventa così una congiura, ogni dissenso una manovra, ogni critica un tradimento, ogni regola un complotto esoterico dei "poteri forti".

Perché, semplicemente, l’ideologia del berlusconismo non prevede che Berlusconi possa perdere. La sconfitta non è contemplata, in una vicenda politica segnata tutta dall’unzione sacra e votata alla redenzione del Paese dal male. Può venire solo da una macchinazione oscura e ingiusta che inganna il popolo e che è ripudiata in anticipo, e per sempre.

D’altra parte, è così fin dall’inizio. Tecnicamente rivoluzionaria, infatti, è in Berlusconi anche la concezione della vittoria, che non è la conquista del governo, ma la presa del potere, una sorta di anno zero, di nuovo inizio. Sostenere che Berlusconi è il fondatore italiano dell’alternanza è la più grande delle bugie compiacenti che lo circondano separandolo dalla realtà. Non solo la legge elettorale voluta dalla destra ha ucciso il bipolarismo italiano, ma la natura del Cavaliere non accetta l’insuccesso e la sconfitta, come dimostra la riscrittura di comodo delle vicende del suo primo governo, con il fantasma del "ribaltone" che maschera la sua incapacità di tenere insieme la maggioranza.

Dunque, ogni reazione è permessa, anzi è legittima, perché aiuta l’unico legittimo potere a rimanere al suo posto: il resto è sopruso, abuso, errore. Come per gli antichi imperi mitologici, il berlusconismo non ha ormai altra finalità al di fuori del suo essere. Ma per continuare ad essere, è pronto ad ogni cosa, anche perché il suo potere non si fonda sul patrimonio comune civico, repubblicano e costituzionale, ma su un’alienità titanica audace e sprezzante, propria di chi "non aspettandosi nulla dalla società, non vuole sacrificare niente delle sue pulsioni più smodate e funeste".

Anzi qui, nelle difficoltà, viene alla luce il Sovversivo, con quel gusto di non obbedire che nasce dal gusto di comandare: ciò che Caillois chiama "lo spirito di dominazione". E con quella che Piero Gobetti, nel 1927, chiamava "la compromettente e ineducata abitudine di pensare in pubblico".

È facile, anche se amaro, dire che il Sovversivo ha appena iniziato a mostrarsi apertamente, uccidendo il Conservatore che pure aveva tentato il Cavaliere nei primi anni, e che ha sedotto buona parte dei suoi elettori. Il conflitto di interessi, invece che un impaccio anomalo e pericoloso, diventa così un’arma, se il metodo è la sovversione di ogni regola. Lo ha dimostrato ieri Fedele Confalonieri, usando tragicamente per la sua azienda le stesse esatte parole che Berlusconi usava per il suo partito, con l’accusa alla sinistra di inscenare "prove di regime" solo perché si era ribellata pubblicamente all’ultimo abuso politico della televisione privata del Cavaliere.

A differenza di Confalonieri, che passava per moderato, io non ho mai parlato di regime, in questi anni sventurati per il nostro Paese, perché credo sufficientemente grave denunciare l’indebolimento della qualità della nostra democrazia causato dall’anomalia berlusconiana; e anche perché penso che l’Italia possa farcela, con l’arma del voto, a chiudere quest’avventura. Ma l’epilogo rischia di essere peggiore del dramma. Da vero titano, il Cavaliere può ancora danneggiare questo Paese, anche se sarà sconfitto.


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mercoledì 5 aprile 2006
ore 18:21
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il diritto di parola sta dentro una mail

United Coglions of Berluscons: cosa c’è dietro venticinquemila messaggi di gente che manda la foto di se stesso, del suo amico, di suo fratello e del cane e si autodefinisce "Coglione"? Cosa c’è dietro la quantità (le migliaia) e la qualità (l’ironia) di una manifestazione di massa fatta con l’e-mail? E’ un movimento, uno "smartmob", come li chiama Howard Rheingold, teorico californiano della società internet o uno scoppio di "IP democracy" (titolo peraltro di un famosissimo blog. IP: dalla sigla che indica il set di procedure che permette a internet di funzionare)? O qualcosa di più casereccio?

Forse entrambe le cose e molto di più. Il "coglione" lanciato dal presidente del Consiglio ha illuminato tutti noi sullo stato della comunicazione in questo paese. Ecco cosa è successo.

Il blog teorico: la teoria politica e l’uso sapiente del mezzo sta dentro l’idea dei due ragazzi che studiano comunicazione politica e che, appena udito l’Insulto Fine di Mondo, aprono un sito che suppergiù si chiama "sono un coglione". Scatta una sinergia virtuosa fra mezzi. Perché se quel sito fosse rimasto da solo a protestare sul web, avrebbe raccolto poche centinaia di visite e avrebbe dovuto affidarsi ai tempi lunghi del passaparola.

Invece quei ragazzacci chiamano le agenzie, i giornali on line, che pubblicano (anche questo che state leggendo) e le visite schizzano verso le decine di migliaia l’ora. Potenza dei giornali on line (e anche qui ci sarebbe da riflettere su come e chi fa l’agenda dei media nel corso della giornata) associata alla forza di una buona idea: era un blogghetto pulcino nero, è diventato il cigno delle news del 5 aprile.

Ma fin qui è tutta capacità di tenere i contatti buoni, di farsi sentire dai media. Ha contato che dietro i ragazzi ci sia stato (suppongo), chi, professionista della comunicazione, ha subito capito quali erano i corto circuiti giusti da provocare.

Ma veniamo alle "masse". L’iniziativa di Kataweb parte in sordina la mattina del 5 aprile. "Facce da Orgoglione" però è decollata subito, e senza bisogno di pubblicità. Un fenomeno spontaneo, con dediche, foto, video, testi più lunghi (e qualche volgarità del tutto inutile e marginale). Migliaia di persone, di indirizzi di posta veri, di letteratura e frammenti accroccati dentro un grande "muro", come quelli che ci sono nei siti delle squadre di calcio e gli ultrà li usano per criticare l’allenatore.

Gli americani, nei convegni specializzati, dopo aver raccontato un episodio a loro parere significativo, ricapitolano sempre con l’espressione: "lesson learned" , la lezione che abbiamo appreso. E’ un espressione-ammonimento verso chi ascolta: stammi a sentire, ché abbiamo scoperto qualcosa che "deve" interessarti.

La lesson learned di questa giornata è che sarà pur vero che in questo paese con i siti internet non ci puoi tirar su milioni di euro in sottoscrizioni elettorali, come avvenne per Howard Dean negli Usa (ma intanto i partiti neanche ci provano). E’ senz’altro vero, inoltre, che questo non è il paese del citato Rheingold, dove internet diventa la terra della "trust economy" e della fiducia reciproca e dell’equanime partecipazione, fatta di parole soft e locuzioni soffici. Non è questo quel paese.

Ma di certo è un posto dove decine di migliaia di persone scelgono un mezzo tecnologicamente povero per esprimere protesta contro un potere che domina e sovrasta. Quella di chi si sente schiacciato da un potere di parola assoluto, onnipresente. Un potere che non vuol rinunciare a nessuna parola, nemmeno la più bugiarda o la più volgare, che tutto può dire e può dirlo comunque, anche dirigendo il concerto dei media a sé ostili, grazie alla forza dell’annuncio e del "news-making", una capacità che ai poteri è dato di gestire a proprio vantaggio.

Ecco il punto: nulla più dell’arroganza innesta riflessi di reazione di massa nelle folle telematiche. Questa volta è toccato a Berlusconi, ma nessuno si senta in salvo.

Quell’ironia anticoglionica ha costruito un "people media" effimero, perché finisce col ciclo di vita della notizia, ma efficace come le "casse di risonanza" della controinformazione anni ’70. Può darsi che domani altri poteri, altre politiche, di segno opposto, debbano sperimentare questo genere di protesta civile. Che non è un genere di sinistra o di destra. E’ un genere che esiste, è nato mentre i media guardavano da un’altra parte. Un potere che appartiene a un’opinione pubblica che non è "nuova", è sempre la stessa, è opinione pubblica, ma ora ha diritto di parola ed ogni intenzione di usarlo. In fin dei conti non ci vuole nessun supercomputer. Basta una mail.

Seppellirà chi si mette di traverso.


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mercoledì 5 aprile 2006
ore 15:00
(categoria: "Vita Quotidiana")





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mercoledì 5 aprile 2006
ore 13:11
(categoria: "Vita Quotidiana")



Silvio, l’«adorabile gaffeur» Tutti i cattivi esempi del Cavaliere
di Gian Antonio Stella

Maledette telecamere. È dura stavolta, per il Cavaliere che sulle telecamere ha costruito una fortuna, smentire d’aver chiamato «coglioni» quelli di sinistra. Ed è dura raccontare di aver parlato «con il sorriso sulle labbra», di averci «scherzato sopra», di aver fatto solo dell’«ironia». Il filmato che lo mostra serio e teso è lì, online, alla portata di tutti gli internauti, al punto da aver costretto anche i tigì più ossequiosi a lasciar perdere l’oscuramento. Ahi ahi, sul più bello che era riuscito a piazzare con l’abolizione dell’Ici un nuovo sogno azzurro...

È la terza volta in pochi mesi, che viene chiamato a spiegare una sortita sbagliata da chi lo accusa di non avere capito la lezione di Strasburgo, quando gli scappò quella sventurata sciocchezza del «kapò» al tedesco Martin Schulz, aggravata dalla spiegazione che «era solo una battuta ironica» dovuta al fatto che «in Italia girano da anni storielle sull’Olocausto perché gli italiani sanno ridere anche di una tragedia». La prima volta spinse 170 mila produttori finlandesi riuniti nell’Mtk a dire che non avrebbero «più comprato vini e olii italiani» perché aveva fatto lo spiritoso dicendo: «Per portare l’authority alimentare a Parma ho rispolverato le mie doti di playboy col presidente finlandese Tarja Halonen». La seconda irritò Pechino dicendo che «nella Cina di Mao i comunisti non mangiavano i bambini, ma li bollivano per concimare i campi». «Purtroppo c’è una generale mancanza di umorismo», sospirò dopo le prime proteste. «Ho fatto una battuta, una ironia discutibile, non ho saputo trattenermi, ma su fatti veri», disse dopo le seconde.

Giuliano Ferrara, che lo vezzeggia come «un adorabile gaffeur », un giorno glielo ha spiegato: «Il fatto è che non vuole proprio imparare il " wording ", l’arte di scegliere le parole giuste, quella parola e nessun’altra, per esprimere nel modo dovuto alla comunità politica le sue intenzioni, le sue idee, le sue decisioni. Per un certo periodo questa è stata anche una sua forza, il crisma dell’antipolitica e della spontaneità contro il gergo professionale della classe dirigente più tradizionale, ma alla lunga, come abbiamo cercato di spiegargli con franchezza ormai fino alla noia, il gioco si fa perverso». Bacchettata finale: «Leggere un testo è meglio che straparlare». Ed è lì che anche gli amici più indulgenti sono perplessi: sarà anche vero, come dice Bonaiuti, che la stessa invettiva incriminata ieri viene quotidianamente scagliata contro il Cavaliere mille volte, su Internet e nelle piazze. Ma lui, come ha ricordato personalmente invitando Diego Della Valle a dargli del «lei» e non del «tu», è il capo del governo. E come ha scritto Ferrara, «più si è importanti, più le parole hanno un peso».

Questo è il punto. Le intercettazioni compiute per i motivi più diversi prima che Berlusconi entrasse in politica sono affari suoi. E la confidenza a Dell’Utri del capodanno 1986 sul bidone tirato a lui e a Craxi da due ragazze del «Drive In» («Poi finisce che non scopiamo più!»), lo sfogo contro i giornalisti del Giornale rei di aver attaccato Nicolazzi («son proprio dei figli di troia») o la promessa all’amico Bettino di mettere in riga Montanelli («se fa le bizze lo prendo a calci in culo») possono al massimo aiutare a capire che privatamente il Cavaliere è meno compunto di come voglia apparire. Niente scandali, per favore: alzi la mano chi con amici al telefono non si è mai fatto scappare una parolaccia o una barzelletta un po’ spinta.

Ma è nella veste di leader della destra italiana che il Cavaliere ha già dato più volte, ahinoi, il cattivo esempio. Come quando alla Camera, negli anni di veleni con la Lega, dopo un voto del Carroccio contro la missione in Albania, sibilò a Luigi Roscia che l’accusava di essere un «inciucione»: «Bravo tu, furbacchione. Bravi tutti. Votare con Rifondazione. Avete proprio delle facce di cazzo!». Per non dire di quando liquidò un giudizio su di lui («dà il meglio solo quando ha un avversario») di Veltroni come «una coglionata». O quando, a Prodi che accusava le sue tivù di proporre modelli di comportamento «agli antipodi dei principi cristiani», rispose: «Mi sono stancato di rispondere alle stronzate».

Su tutto però, nelle cronache birichine di questi anni, resteranno tre momenti. Il primo fu raccontato da un giornalista certo non ostile al Cavaliere, Vittorio Feltri, e confermato parola per parola («Mi risulta sia andata esattamente così») da Cossiga.

Eravamo nel febbraio del 2004, quelli dell’Udc erano incontentabili e lui sbottò con Luca Volonté: «Voi ex democristiani mi avete rotto il cazzo, me lo hai rotto tu e il tuo segretario Follini. Basta con la vecchia politica. Conosco i vostri metodi da irresponsabili. Fate favori di qua e di là e poi raccogliete voti, ma io vi denuncio, non ve la caverete a buon mercato, vi faccio a pezzi. Io le televisioni le so usare e le userò. Chiaro? Mi avete rotto i coglioni».

Altrettanto elegante fu il modo in cui rispose, in una giornata di luglio, alla signora Anna Galli a Rimini. Lei, in mezzo a una piccola folla osannante, lo aveva invitato a «tornarsene a casa», lui ricambiò così: «Lei ha una bella faccia da stronza».

Parole non proprio ortodosse, in bocca a un premier. Come quelle sibilate, pochi giorni fa, a Genova, in risposta a un giovane che urlava «viva Mangano!» con riferimento allo stalliere mafioso di Arcore. Una provocazione che aveva spinto il Cavaliere a tornare sui suoi passi e affrontare il giovanotto così: «Non ti permettere. Io sono una persona perbene. E tu sei solo un coglione». Una volta, a chi gli tirava le orecchie, rispose allargando le braccia: «Lo dico alla romana: quanno ce vo’ ce vo’».


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mercoledì 5 aprile 2006
ore 12:54
(categoria: "Vita Quotidiana")





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martedì 4 aprile 2006
ore 14:08
(categoria: "Vita Quotidiana")


sono un coglione

Berlusconi: "Italia a sinistra? Non credo in Italia così tanti coglioni"
"Ho troppa stima dell’intelligenza degli italiani per pensare che ci siano in giro così tanti coglioni che possano votare contro i propri interessi". Lo ha detto Silvio Berlusconi nel suo intervento alla Confcommercio. "Scusate il linguaggio rozzo ma efficace", ha aggiunto.


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martedì 4 aprile 2006
ore 12:59
(categoria: "Vita Quotidiana")



Sondaggi bollenti.
«Era tardi, mi era passato il sonno e in tv c’erano solo film preistorici. Ho fatto zapping e sono finito su un canale dove si vedevano delle signorine che invitavano a telefonare. Ho voluto tastare il polso della situazione: “Mi consenta signorina, ma lei il nove e dieci aprile per chi voterà?”. Sette su nove hanno detto Berlusconi»

Silvio Berlusconi, Libero 2 aprile


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lunedì 3 aprile 2006
ore 16:16
(categoria: "Vita Quotidiana")





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