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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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lunedì 13 marzo 2006
ore 12:36
(categoria: "Vita Quotidiana")



Milosevic, il processo che non funzionò
di Gianni Riotta

Chi, come noi, ha sostenuto la Corte penale internazionale contro gli abusi ai diritti umani, la missione alleata che mise fine alle stragi e ai pogrom nei Balcani e ha denunciato senza ritardi le colpe del despota serbo Slobodan Milosevic, non può che giudicare l’esito fatale del processo a suo carico all’Aja come una delusione e una sconfitta. Per il tribunale, per il diritto e soprattutto per le centinaia di migliaia di vittime, che si vedono negata giustizia. La morte di Milosevic appare già sui giornali di Belgrado come destino vincente di un eroe. Perfino la radio storica dell’opposizione, B92, riceve messaggi di cordoglio. La famiglia si prepara a celebrare le esequie del «martire» e la causa nazionalista, i crociati sconfitti di persecuzioni, pulizia etnica, torture e stupri, si scaldano in Serbia.

Il boia dei bosniaci e dei kosovari ha vinto la battaglia giudiziaria. Qualunque sia l’esito dell’autopsia, attacco cardiaco o suicidio, la leggenda è assicurata per i suoi seguaci, e già i siti Internet si riempiono di teorie del complotto, Milosevic «suicidato», come il coimputato serbo-croato Babic. Davanti a uno scacco così grave stupisce quanto la procuratrice capo della Corte dell’Aja, signora Carla Del Ponte, dichiara in un’intervista su Repubblica a Liana Milella: «Non ho avuto assolutamente alcun ripensamento. Neppure oggi. Se avessi la possibilità di tornare indietro, rifarei esattamente tutto quello che ho fatto. Imposterei le mie indagini e il mio atto di accusa proprio nello stesso modo». Questa cocciutaggine, spinta a un filo dall’arroganza, è il tallone di Achille di una magistrata altrimenti coraggiosa e esperta. Sul suo ingenuo piacere di credersi «tutta d’un pezzo» Milosevic ha costruito una strategia difensiva che la morte ha premiato, beffando la giustizia.

Qualche mese fa provammo a spiegare perché, sulla linea Del Ponte, il processo Milosevic era avviato a sicuro fallimento, raccomandando l’immediato cambiamento di rotta e auspicando che al processo per i crimini contro l’umanità a Bagdad, alla sbarra Saddam Hussein, non si seguissero le orme dell’Aja. La procuratrice capo rispose con una lunga lettera dai toni irridenti, il cui contenuto si può condensare in «lasciatemi lavorare, ragazzini». Che abbia lavorato male non avevamo dubbi e, poiché la sua sconsolata ammissione «il processo purtroppo è finito», non è seguito da alcuna autocritica, c’è da temere per il futuro del tribunale. Non riproporremo ai lettori - e alla signora Del Ponte - le nostre obiezioni comprovate dai fatti.

Citeremo, dalla stessa pagina di Repubblica, un ottimo intervento del primo presidente del tribunale dell’Aja, Antonio Cassese: «Il procuratore e i giudici non si sono resi conto che era necessario evitare un megaprocesso... Milosevic aveva deciso di usare la corte di giustizia come una tribuna politica... bisognava spezzare i tre filoni dell’accusa (Kosovo, Bosnia-Erzegovina e Croazia) in tre distinti processi, ciascuno breve e concentrato. L’accorpamento dei tre ha portato invece a un processo troppo lungo e faticoso». E’ una perfetta disamina della débâcle Milosevic.

E’ dunque tutto perduto? No. La strada faticosa per una giustizia internazionale contro i crimini perpetrati dai dittatori e dai criminali di guerra continua, malgrado la battuta d’arresto sofferta a L’Aja.
Occorre però adesso stringere i tempi per la cattura e la messa alla sbarra dei complici di Milosevic, Karadzic e Mladic, sulle cui mani pesa il sangue di Srebrenica, costringendo i loro padrini serbi e croati a consegnarli, se la marcia di integrazione verso l’Europa vuole proseguire. Ma il processo a loro carico deve essere diverso dal pasticcio Milosevic, niente 66 capi d’accusa, un reato preciso alla volta. I tribunali internazionali, ecco il tono sottile cui la signora Del Ponte è sorda, si celebrano non solo tra cavilli giuridici, ma soprattutto nel foro globale dell’opinione pubblica. Milosevic ha puntato lì le sue carte e, despota duro fino alla fine, ha vinto, eludendo la condanna.

Gli americani, la cui opposizione pregiudiziale alla Corte penale internazionale ha contribuito a complicare i dossier dell’Aja, hanno imparato la lezione e giudicano Saddam su un capo d’accusa snello e preciso. Una condanna in tempi brevi per Karadzic e Mladic potrebbe riequilibrare la vergogna della morte senza sentenza, dopo oltre quattro anni di processo e con ancora due di dibattimento previsti, per Slobodan Milosevic, il duce di Belgrado. Lette le intenzioni della procuratrice Del Ponte di continuare come se nulla fosse, dubitiamo però che, con lei al timone, avremo mai una sentenza per i due boia. E ci stringe il cuore, ripensando alla mattanza tragica dei Balcani, cuore della nostra Europa.


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lunedì 13 marzo 2006
ore 10:24
(categoria: "Vita Quotidiana")



Grandi fiumi, allarme dell’Onu: "La metà rischia di sparire"

"Laudato sii, mio Signore, per sorella acqua, la quale è molto utile, umile, preziosa e casta", declamava San Francesco nel "Cantico delle creature", ma oggi le arterie che trasportano questa linfa vitale si stanno inesorabilmente prosciugando. Più di metà dei cinquecento maggiori fiumi della terra sono parzialmente o completamente in secca, spesso ridotti a poco più di un rigagnolo: dal Giordano del battesimo di Gesù al Colorado che attraversa le Montagne Rocciose, dal Fiume Giallo in Cina al Rio Grande lungo il confine tra Stati Uniti e Messico, dal Nilo al Rio delle Amazzoni, le grande vie d’acqua del nostro pianeta sono "un disastro in procinto di compiersi", in alcuni casi incapaci di fare arrivare una sola goccia fino al mare; e un quinto di tutte le specie di pesci d’acqua dolce è estinto o rischia l’estinzione.

A lanciare l’allarme è un rapporto triennale delle Nazioni Unite sullo stato dei fiumi e dei laghi, che sarà reso noto giovedì a una conferenza internazionale a Città del Messico ed è stato anticipato ieri dal quotidiano Independent di Londra. "Le mappe degli atlanti non riproducono più la realtà", afferma lo studio dell’Onu. "Le vecchie lezioni di geografia, secondo cui i fiumi emergono dalle montagne, raccolgono acqua dagli affluenti e infine si gettano negli oceani, sono diventate una fantasia".

Il rapporto individua tre cause principali per il fenomeno: l’inquinamento, l’effetto serra e il crescente utilizzo delle acque dei fiumi per uso agricolo o urbano, in particolare attraverso la costruzione di dighe. Negli scorsi cinquant’anni il mondo ha eretto mediamente due gigantesche barriere artificiali di questo tipo al giorno. Ora 45mila dighe rallentano o bloccano i corsi d’acqua terrestri: "Un intervento che ha profondamente cambiato l’ordine naturale delle cose sul nostro pianeta", osserva il documento del palazzo di vetro.

"L’umanità ha intrapreso un immenso progetto di ingegneria ecologica, con scarsa o nessuna preoccupazione per le conseguenze. Ci siamo permesso di ridisegnare e imporre un nuovo ordine al sistema planetario naturale, un sistema che si era costituito nel corso di milioni e milioni di anni". Le dighe disperdono un’enorme quantità d’acqua: nelle regione più calde, per esempio, il dieci per cento delle riserve acquifere evapora ogni anno. Molta più acqua va perduta per l’irrigazione dei campi. Se a questo si aggiunge il surriscaldamento delle terra, le dimensioni della crisi diventano spaventose.

I casi citati dal rapporto sono impressionanti. Il delta del Colorado, un tempo popolato da 400 diverse specie animali, dai giaguari ai castori ai più piccoli delfini delle terra, e fonte di sostegno per le popolazioni locali grazie alla pesca, è adesso un deserto di sabbia e conchiglie: nemmeno una goccia del glorioso fiume che col suo possente corso disegnò il Grand Canyon raggiunge oggi il mare. È stato letteralmente prosciugato dalla sete di città come Tucson, in Arizona, sfruttato per alimentare le fontane di Las Vegas, deviato per irrigare campi da golf e zone agricole.

Stessa storia per il Rio Grande, che non solo non riesce più a fare arrivare la sua acqua al mare ma scompare a metà del suo corso: gli atlanti continuano a indicarlo come uno dei venti fiumi più lunghi del mondo, mentre la verità è che si ferma dopo appena 1.300 chilometri, all’altezza di El Paso, la città del Texas che lo priva di tutta la sua acqua. In Cina, il Fiume Giallo, quinto fiume più lungo del pianeta, è in difficoltà su due lati: la sua sorgente sulle montagne del Tibet si sta seccando perché i ghiacciai si ritirano, e il suo delta è così in secca che negli ultimi trentacinque anni ha raramente portato acqua al mare.

In Medio Oriente, il Giordano, fiume sacro a cristiani, ebrei e musulmani, non riflette più la Bibbia che lo descrive come "ampio e profondo": finisce praticamente nel lago di Tiberiade, in Galilea, da dove le sue acque vengono dirottate dai lavori dell’ingegneria israeliana verso Gerusalemme e Tel Aviv. In era biblica trasportava un miliardo di metri cubici d’acqua all’anno, ora non arriva neanche a un decimo. Idem il Nilo, in Egitto, che trasportava trentadue miliardi di metri cubi d’acqua l’anno, attualmente ridotti a due miliardi. In Pakistan, nell’ultimo mezzo secolo l’Indo ha perso il 90 per cento delle sue acque. In Europa, l’Elba è così spesso in secca che non lo si può navigare per mesi di seguito e tre anni fa il traffico fluviale si arrestò quasi completamente sul Reno.

La "morte dei fiumi del mondo", come titolava ieri in prima pagina il Sunday Independent, sarà resa ancora più rapida dal continuo surriscaldamento della terra, conclude il rapporto: il deserto di sabbia del Colorado è un’anticipazione di quello che il futuro riserva a tutte le grandi vie d’acqua. Molta acqua è passata sotto i ponti da quando Francesco lodava il Signore; e un giorno potrebbe non passarne più per niente.


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lunedì 13 marzo 2006
ore 09:41
(categoria: "Vita Quotidiana")





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venerdì 10 marzo 2006
ore 15:51
(categoria: "Vita Quotidiana")





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venerdì 10 marzo 2006
ore 11:14
(categoria: "Vita Quotidiana")



Buon sangue non mente.
Alessandra Mussolini: «Vergogna, vergogna: si veste da donna e crede di poter dire quello che vuole. Io sono fascista e me ne vanto. Meglio fascista che frocio». Vladimir Luxuria: «Non pensavo che ci fosse questa caduta di stile. Probabilmente è un atto rivelatore della loro identità».

Porta a Porta, 9 marzo


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giovedì 9 marzo 2006
ore 12:02
(categoria: "Vita Quotidiana")





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giovedì 9 marzo 2006
ore 11:28
(categoria: "Vita Quotidiana")





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giovedì 9 marzo 2006
ore 10:50
(categoria: "Vita Quotidiana")



Mimose? No grazie
di Clara Sereni

Spero proprio che qualche bella mente non pensi, oggi, di regalarmi la mimosa. Via via che gli anni passano, attorno all’8 marzo mi si addensa un agglomerato di rabbia impotente che non lascia alcuno spazio a festeggiamenti, e nemmeno alle cene allegramente separate che per molto tempo hanno connotato le donne italiane, e anche me.
Per non dire degli spogliarelli maschili che, in una certa fase, hanno raccolto in balere e discoteche un successo che non mi ha mai entusiasmato, ma che pure segnava un tentativo divertito di rovesciare il mondo, perché non fosse più a misura soltanto di maschi.

Credo sia inutile enumerare le tante ragioni che mi rendono rabbiosa e impotente: chiunque legga i giornali sa del deficit di democrazia che l’Italia patisce per la percentuale vergognosa con cui le donne sono presenti nelle stanze dei bottoni, siano esse istituzionali o delle imprese, ed è di questi giorni la notizia (la conferma) che nel mondo la povertà ha il volto delle donne. I dati sul lavoro (o sulla disoccupazione) femminile restano inquietanti da noi, dove pure notoriamente le donne studiano e si formano di più e meglio, e non fanno primavera nel mondo le donne (si chiamino Merkel o Bachelet) che giungono alla guida di nazioni pur importanti.
L’elenco potrebbe continuare. Mentre non si vedono, all’orizzonte, grandi ragioni di ottimismo: la grande spinta di libertà femminile che ha attraversato l’Occidente e non solo fra gli anni Sessanta e Settanta sembra sepolta sotto le macerie di un mainstreaming di cui molto si è parlato, ma che non sembra poi aver inciso concretamente sulla vita delle persone.

In tale sconfortante panorama, forse non è strano che anche chi degli anni “forti” è stata protagonista oggi ne rimuova gli aspetti positivi permanenti, quelli che comunque hanno cambiato alla radice il costume del nostro e di altri Paesi. Penso ad esempio ad Anna Bravo, e ad un suo articolo (Repubblica, 4 marzo) in cui la libertà femminile di procreare o no, inedita e precaria fino all’avvento della pillola, scompare, e quel che resta è soltanto il ricatto maschile che sulla nostra sessualità, non sempre e non in tutti i casi, ha continuato ad esercitarsi.
Non è vero che niente è rimasto, che tutto si è perduto, che non ne valeva la pena. Non è vero che ogni diritto conquistato ci si è ritorto contro, o ha perso di valore. Fra mille contraddizioni, e con tutte le difficoltà legate ad ogni «passaggio di testimone», quella libertà e quei diritti li abbiamo trasmessi alle nostre figlie, a chi è venuta dopo di noi. Come abbiamo trasmesso ai maschi, figli o no, un approccio al lavoro di cura, e dunque alla convivenza, che tenta di essere diverso dal passato.

Non sempre ne hanno fatto e ne fanno buon uso, gli uni e le altre: perché ogni generazione ha bisogno di comportarsi in maniera diversa dalla precedente, e perché la rivoluzione non si fa in un giorno o in una generazione. Tanto più quando Aids e droga modificano il panorama della sessualità, innervandolo di violenza e di morte. Ma non sono certamente più come noi eravamo, donne e uomini nella prigione di tabù che oggi si fatica perfino a ricordare, pur nei nuovi integralismi che si fanno avanti con prepotenza.

Volevamo cambiare il privato, e il privato è cambiato: anche se i cambiamenti non sempre ci piacciono. Quello che non siamo riuscite a fare è la saldatura fra privato e politico che era nei nostri slogan, e che proprio non si è realizzata. Chi si è trovata a interpretare ruoli pubblici, di un tipo o dell’altro, ha dovuto vestire panni maschili, oppure - in alternativa ma non tanto - panni che ai maschi andassero molto a genio. Come si dice, il privato non è entrato, se non accidentalmente, nell’agenda della politica.
Eppure siamo cambiate, in profondità. E la società è cambiata, ben più di quanto non sia riuscita a cambiare noi. Per questo, se mi regalassero una mimosa, credo che la butterei via subito con stizza: ma non la porterei certo al cimitero, fra le tombe delle speranze e delle ambizioni. Perché resto convinta che quel rinnovamento profondo di cui la politica, il nostro Paese, il mondo intero ha bisogno, senza le donne non è possibile farlo.
Questo dobbiamo ricordarcelo in ogni momento noi, le donne di ieri e di oggi: senza perdere la speranza che anche qualche maschio si arrenda finalmente alla realtà, e cominci a cambiare anche lui. Di testa e di pancia.
Fra le lenzuola, davanti al lavello, a fare la spesa, e nell’arena della politica.
Non per generosità: per un po’ di intelligenza. Perché nel mondo così com’è le donne sono e restano povere, umiliate, coartate. Ma neanche gli uomini, a dir la verità, ci vivono molto bene.


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giovedì 9 marzo 2006
ore 09:49
(categoria: "Vita Quotidiana")



Eco: "Al popolo della sinistra dico: la nave sta affondando, votate"
"Italiani sempre più poveri, Berlusconi è più ricco"
di ALBERTO STATERA

Apocalittico, noblesse oblige, l’appello di Umberto Eco - con Claudio Magris l’intellettuale italiano più conosciuto nel mondo - per "Libertà e Giustizia", dall’angoscioso titolo: "9 aprile, salviamo la democrazia". Viene subito da chiedere impertinentemente all’autore di "Apocalittici e Integrati": ci perdoni, professor Eco, se Berlusconi in cinque anni ha già compiuto quasi tutte le nefandezze possibili, facendo "precipitare l’Italia spaventosamente in basso", che cosa potrebbe fare di peggio? Chissà, invece, che in una resipiscenza ad uso della storia, magari per una lastra encomiastica sul mausoleo nel parco di Arcore, non perseguirebbe stavolta la santità. Figurarsi se Eco non sta al gioco: "Anche san Francesco e sant’Agostino gozzovigliavano, andavano a donne e poi diventarono santi. Ma per Berlusconi non ci conterei".

Allora, per favore, ci sceneggi il panorama "drammatico" che si profila in caso di vittoria berlusconiana, con Previti, i reduci di Salò, Calderoli, Mediaset, Mediolanum, Generali, le banche...
"Conferma delle leggi ad personam, peggioramento di altre leggi, attacco finale alla magistratura, sfracello definitivo di Montesquieu e della divisione dei poteri. Ulteriore arricchimento personale. Negli ultimi cinque anni gli italiani si sono impoveriti e non arricchiti. Il presidente del Consiglio si è arricchito in modo esponenziale, un caso unico al mondo per dimensioni. In una parola, declino inarrestabile del paese, un declino da cui sarebbe impossibile risollevarsi".

Ma il premier ha appena concionato al Congresso con buon successo, Hillary Clinton si è persino commossa.
"Hillary Clinton teneva d’occhio il suo elettorato italiano, è sotto elezioni anche lei. La nostra immagine all’estero in questo momento è penosa, benché Berlusconi esibisca la sua amicizia con Bush e con Putin. Va in America e dice: avevo consigliato a George di non invadere l’Iraq. E lui l’ha invaso. Va da Putin e dice: Vladimir è il mio miglior amico. E quello gli taglia il gas. Va da Gheddafi e quello minaccia stragi o, come minimo, gli chiede un’autostrada di risarcimento. Deve essere andato da Chirac, se quello gli ha bloccato le acquisizioni dell’Enel. Come si muove fa danni".

Professor Eco, Magris dice che il 9 aprile bisogna puntare sui delusi di destra e parlare ai berlusconiani senza disprezzarli.
"Sulla gravità del momento con Magris abbiamo un’identità di vedute, semplicemente è come se ci fossimo messi d’accordo, lui cerca di far ragionare quelli che hanno votato Berlusconi e io mi rivolgo invece ai delusi della sinistra".

Disprezza chi ha votato per Berlusconi?
"Per carità. Dico solo: amici voi vi sbagliate, ma io non mi rivolgo a voi perché tanto voi non mi leggete, lo ha detto Berlusconi quando ha affermato che non gli importa nulla di quel che scrivono i giornali perché il suo elettorato guarda solo la televisione. Io mi rivolgo a quei quattro gatti che mi leggono, ai quali dico: guardate che il momento è tragico, non tacete, non vi estraniate anche se non siete contenti del centrosinistra. Non è puzza sotto il naso, ma realismo".

Anche lei è stato zitto a lungo.
"Ho appena pubblicato un libro, "A passo di gambero", dove raccolgo gli allarmi che in questi sei anni ho lanciato su Repubblica, L’espresso e altri giornali. Questa è la prova che gli intellettuali non servono a niente. O forse che non sono solo gli elettori di Berlusconi a non leggere i giornali. Ma pazienza, bisogna continuare a fare il proprio dovere".

Insomma, lei rivendica il diritto di strapazzare quei milioni che hanno votato Berlusconi?
"Scusi, uno che ha vissuto sotto il fascismo aveva o no il diritto (anzi il dovere) di dire che quelli che andavano a piazza Venezia ad applaudire il duce sotto il balcone erano fanatici o ingannati? E io se ritengo che qualcuno sbagli ho il diritto e il dovere di dirlo. E’ il mio mestiere: se i miei studenti sbagliano all’esame e io lascio perdere sono un disonesto".
A proposito di puzza sotto il naso, D’Alema che in tivù maneggia la politica come "arte alta", con un ghigno che può sembrare di superiorità professorale, come può affascinare la casalinga di Voghera?
"Ma no, quello è un fatto caratteriale. E poi Prodi non ghigna, anche se è professore. E Fassino nemmeno".

Insomma, professor Eco, con Magris vi siete divisi il mercato. Lui con i vessati berluscones, lei con il pigro popolo di sinistra.
"Alla prima riunione di "Libertà e Giustizia" Magris ha detto: questo governo ha superato i limiti della decenza. Ho sottoscritto e sottoscrivo. Se dovesse continuare quest’opera di disgregazione dello Stato non so cosa potrebbe succedere".

Che cosa?
"Mi chiedo, per esempio, come possano alcuni organi dello Stato, che hanno continuato eroicamente a mantenersi fedeli alle istituzioni, resistere ancora cinque anni a tutti gli incoraggiamenti all’illegalità, compresa l’assoluzione all’evasione fiscale, con cui il paese è stato bombardato. Così rischiamo che si ammali tutto lo Stato".

Non è che nella cosiddetta Prima Repubblica non avesse un sacco di malanni.
"Sì ma la Democrazia cristiana ha governato per cinquant’anni nel rispetto della Costituzione. Da cinque anni, invece, siamo alla distruzione sistematica dei rapporti tra poteri costituzionali".

Va bene, lo scenario apocalittico è chiaro. Facciamo quello integrato. Prodi, in caso di vittoria, reggerà la leadership con Bertinotti, Mastella, i verdi, i comunisti italiani, i sindacati, i girotondini?
"Se la nave affonda non è il momento di chiedersi se i marinai alle scialuppe remeranno bene. Anzitutto occorre abbandonare la nave. Rispetto al peggio del peggio, meglio rischiare qualche difetto. Magari Prodi non riuscirà a mantenere qualcuno degli impegni presi. Ma Berlusconi non ne ha mantenuto neanche uno".

In compenso, lei non ci priverà della sua concittadinanza, non andrà all’estero come farebbe se vincesse Berlusconi?
"Guardi che mi hanno fatto pronunciare una specie di minaccia di cui in fondo non importerebbe niente a nessuno. In realtà io stavo parlando a una platea a cui ho detto, ventilando altri cinque anni di sfacelo, "pazienza per me che sto andando in pensione e potrei pure andarmene all’estero, ma la maggioranza di voi in questo paese deve vivere"".

E a questi che dice?
"Lancio, appunto, un appello al popolo di sinistra incerto, nello stile di uno di quelli che risuonarono nel 1948: "Vota anche tu, se no i cavalli cosacchi faranno il bagno nelle acquasantiere di San Pietro"".


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mercoledì 8 marzo 2006
ore 14:38
(categoria: "Vita Quotidiana")



La povertà è donna
di Noeleen Heyzer, direttrice del Fondo delle Nazioni Unite per le Donne (Unifem)

L’8 marzo 2006, giornata internazionale delle donne, è un giorno di celebrazione e riflessione. Celebriamo il progresso compiuto nella costruzione delle pari opportunità per uomini e donne e nel riconoscimento dei diritti delle donne in tutto il mondo. Fino ad oggi 181 Paesi hanno ratificato la Convenzione su tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw).

Mentre oltre 120 Paesi hanno approvato piani nazionali di intervento per le pari opportunità per uomini e donne.
I Paesi che emergono dai conflitti stanno inserendo nelle loro carte costituzionali disposizioni in materia di uguaglianza tra i sessi mentre altri Paesi stanno adottando leggi e politiche per rafforzare l’accesso delle donne alla salute e all’istruzione, all’uguaglianza in campo occupazionale e alla fine dell’impunità per gli atti di violenza contro le donne. Nel frattempo cresce la presenza femminile agli alti livelli dei processi decisionali come testimoniato dall’elezione della prima donna presidente in Africa, la liberiana Ellen Johnson Sirleaf, e di Michelle Bachelet, prima donna presidente del Cile.

In occasione della Giornata internazionale delle donne mentre ricordiamo le operaie tessili che a New York City hanno perso la vita a causa di un incendio in una fabbrica che sfruttava le lavoratrici – impossibilitate a mettersi in salvo perché le porte erano chiuse – è importante ricordare quali sono le condizioni di lavoro che moltissime donne e uomini debbono sopportare per guadagnarsi da vivere portando a casa un salario che non è sufficiente ad affrancarli dalla povertà.
Nel nostro mondo globalizzato è sempre maggiore il numero delle donne che entrano nel mondo del lavoro. Tuttavia, invece di trarre vantaggio dalle nuove opportunità offerte dalla globalizzazione, le donne possono contare su lavori regolari in misura minore degli uomini e spesso lavorano nel sommerso con salari ridotti e senza alcuna tutela previdenziale. Quasi 330 milioni di donne guadagnano meno di 1 dollaro al giorno e rappresentano il 60% delle persone che lavorano e vivono tuttora in condizioni di povertà. Non c’è da meravigliarsi che la povertà abbia il volto di una donna; non c’è da meravigliarsi che passi di generazione in generazione mentre le bambine sono costrette ad abbandonare la scuola per contribuire a sfamare la famiglia.

È un momento critico della lotta per l’uguaglianza tra i sessi, un momento che non può essere separato dai più vasti cambiamenti politici ed economici in corso. Il primo obiettivo degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, sottoscritti dai leader mondiali nel 2000, è già stato mancato: la parità tra i sessi nelle scuole primarie e secondarie entro il 2005. È un avvertimento che dobbiamo prendere sul serio altrimenti non riusciremo a raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio entro il 2015.
Per cambiare la vita delle donne è necessario che le donne prendano il potere nelle loro mani. Le donne che hanno infranto le barriere del sesso, della classe sociale ed etniche hanno la possibilità di mostrare la loro leadership e di costruire forti e strategiche alleanze. Oggi il numero delle donne che ricoprono cariche di alta responsabilità economica sono il doppio rispetto a cinque anni fa: 20 ministri delle Finanze, 10 ministri dell’Economia, della Pianificazione Economica e/o dello Sviluppo e 11 ministri o segretari di Stato con delega al bilancio, alle tasse, agli investimenti e alle imposte.

Oggi auspichiamo una Coalizione globale delle donne con responsabilità nel campo dell’economia affinché si impegnino a cambiare la vita delle donne e degli uomini.
È importante agire ora. Con il notevole incremento degli aiuti ufficiali allo sviluppo previsto dalla nuova agenda in materia, queste donne possono essere le travi portanti di una coalizione di potere che ridisegni il processo decisionale macroeconomico ed elimini la povertà, la disuguaglianza e l’insicurezza che caratterizza la vita di così tanta gente.
Per passare dai numeri all’influenza, da una presenza numerica ad una presenza strategica in campo decisionale, dobbiamo mostrare al mondo in che modo è possibile cambiare le cose in materia di pari opportunità e diritti delle donne. A tal fine dobbiamo garantire poteri alle organizzazioni femminili di base affinché svolgano una funzione di sorveglianza. Queste organizzazioni possono contribuire a fare in modo che le risorse nazionali siano utilizzate e beneficio dei più e possono influire sulla politica facendosi portatrici di realtà e strategie.

Dobbiamo inserire nel processo di sviluppo gruppi esclusi e non rappresentati: donne sieropositive, donne che lavorano nel sommerso, donne indigene, donne sopravvissute alla violenza, donne che vivono in zone rurali povere.
La Coalizione globale può costruire il potere necessario a garantire che entro il 2008 avremo parità di finanziamenti per lo sviluppo in modo che entro il 2015 avremo compiuto progressi per quanto riguarda ciascuno degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio e per quanto riguarda ciascun aspetto della parità tra i sessi e dei diritti delle donne. Ciò include ovviamente più sicurezza economica e più diritti, maggiore partecipazione al processo decisionale in campo politico, parità di accesso a tutti i livelli dell’istruzione e libertà dalla violenza.


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