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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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martedì 4 dicembre 2007
ore 19:04
(categoria: "Vita Quotidiana")



Contraccezione, gli italiani sfidano la sorte
il coito interrotto è il metodo preferito

ROMA - Le donne italiane sono ancora poco informate sui diversi metodi contraccettivi. E nel terzo millennio è ancora il coito interrotto il "metodo" più usato per non avere bambini. Lo sostiene, dati alla mano, Emilio Arisi, consigliere della Società italiana di Ginecologia e ostetricia (Sigo), intervenuto oggi a Roma al convegno "Sessualità e scelte consapevoli, quale informazione per le donne ’a rischio’?".

"Purtroppo l’educazione sessuale in Italia è ancora insufficiente - afferma Arisi - Un’ignoranza che può determinare conseguenze anche molto gravi per la salute fisica e psichica della donna". Il convegno ha riunito studiosi, medici, esperti di comunicazione e associazioni proprio per esaminare modalità e necessità di informare le categorie più deboli, le giovanissime e le immigrate, più esposte al rischio di gravidanze indesiderate e contagio da malattie sessualmente trasmissibili. "In Italia aumentano le richieste di interruzione di gravidanza, così come gli aborti fra le donne immigrate - ha spiegato Arisi - eppure si fa ancora poco per prevenire il rischio di una gravidanza indesiderata".

In base ai dati forniti dalla Sigo, in Italia crescono le richieste di interruzione di gravidanza per le minorenni (più 10,7% dal 1999), gli aborti fra le immigrate rappresentano il 30% del totale e la contraccezione è ai minimi europei (solo il 29% delle donne usa la pillola). Inoltre, secondo un’indagine realizzata l’estate scorsa, che ha coinvolto 1.100 ragazze, le italiane arrivano impreparate al primo appuntamento importante con il sesso: "La prima volta è senza ’paracadute’ per una su tre. E il 30 per cento continua a sfidare la sorte, senza utilizzare alcun metodo contraccettivo oppure facendo affidamento sul coito interrotto (20 per cento). In pratica, solo una su due usa metodi sicuri ed efficaci".

L’esperto cita anche l’ultima ricerca del Population Reference Bureau, dalla quale emerge che nei Paesi dell’Europa latina, Italia in particolare, il coito interrotto "è di gran lunga il sistema più utilizzato per prevenire una gravidanza". Rispetto alla media europea nel nostro Paese si fa ancora poco uso della pillola, utilizzata da circa il 20% delle donne in età fertile.

Meno sicuri i dati sugli altri sistemi. "E’ difficile fare un calcolo su quante spirali vengono utilizzate - aggiunge Arisi - perché si tratta generalmente di prodotti non farmaceutici, e l’uso è quindi incalcolabile". Lo stesso vale per il preservativo. "La quasi totalità dei profilattici usati nella prostituzione, ad esempio - termina l’esperto - è importata dall’estero".

Rapporti a rischio nel nostro Paese, dunque, e senza che le donne possano opporsi: secondo una ricerca condotta su 12 paesi europei, presentata da Giuseppe Benagiano, direttore della prima scuola di specializzazione in Ginecologia e Ostetricia dell’Università La Sapienza, solo il 49% delle italiane ha voce in capitolo sul metodo contraccettivo da usare, contro il 90-92% di olandesi o tedesche. In ogni caso, gli italiani in generale si confermano amanti del sesso: per il 78% è "molto importante", e il 53% ammette di volerlo fare più di frequente. Da vero maschio latino, l’italiano diventa reticente solo se gli si chiede del desiderio sessuale: appena il 20% (molto meno di qualsiasi altro paese europeo) ammette di non aver fatto sesso perché non ne aveva voglia, e il 56% si trincera dietro una generica motivazione di "stress".

Gli italiani sono in testa alle classifiche anche per un’altra bizzarra caratteristica: sono i più desiderosi di essere osservati mentre fanno l’amore. Il 26% ammette di aver avuto già un’esperienza in un luogo pubblico e il 23% ha fatto sesso in ascensore, un vero record europeo. Resta insoluto il problema di fondo, cioè la scarsità di informazione e educazione alla sessualità.

Il convegno è stato promosso dall’Osservatorio nazionale sulle abitudini sessuali e i comportamenti contraccettivi, promosso dal programma di informazione sulla contraccezione ("Scegli tu"), per migliorare l’educazione sessuale nel nostro Paese. "L’Osservatorio sarà uno strumento di servizio" spiega ancora Arisi, "un punto di indagine e approfondimento per promuovere convegni, ricerche, campagne informative e sensibilizzare le istituzioni per l’educazione sessuale e anticoncezionale nelle scuole".


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martedì 4 dicembre 2007
ore 10:25
(categoria: "Vita Quotidiana")





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lunedì 3 dicembre 2007
ore 11:27
(categoria: "Vita Quotidiana")





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domenica 2 dicembre 2007
ore 17:21
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il suo film gira il mondo ma il regista non può
di Giovanni Maria Bellu

Il suo film in pochi mesi ha girato il mondo: dal Cairo a Buenos Aires, da Città del Messico a Los Angeles. E’ arrivato anche nei paesi arabi. Tra pochi giorni sarà proiettato a Dubai. Ma Mohsen Melliti, regista e scrittore di origine tunisina, non ha mai potuto assistere alle proiezioni del suo lavoro all’estero. Ha perso opportunità importanti per incontrare colleghi di ogni parte del mondo, e anche denaro. Il paradosso - "il film può girare all’estero, il suo autore no" - è stato segnalato dal Movimento dei Centoautori in una lettera al capo dello Stato. Tra i firmatari, Francesca Archibugi, Raoul Bova, Daniele Luchetti, Riccardo Scamarcio e Paolo Virzì. Suscita ovunque sconcerto, hanno scritto, che Mohsen Melliti, che vive in Italia da vent’anni, sia ancora un apolide.

Questa condizione è all’origine del problema. Mohsen Melliti è un esiliato e, in quanto tale, non ha un passaporto. Non ne ha uno del suo paese di origine perché se n’è andato per ragioni politiche e non può più tornarvi, non ne ha uno del suo paese di adozione perché non è cittadino italiano. La sua libertà di circolare - che è una libertà costituzionale - dovrebbe essere garantita da un "Documento di viaggio" la cui durata - al massimo due anni - è legata a quella del permesso di soggiorno. Il fatto è che molti paesi per la concessione del visto d’ingresso chiedono un documento valido almeno sei mesi. Così, quando mancano meno di sei mesi alla scadenza del suo "Documento di viaggio", Mohsen Melliti deve restare in Italia. Inoltre, benché il suo "Documento di viaggio" sia formalmente valido per tutti i paesi riconosciuti dal governo italiano (con l’esclusione, per ovvi motivi, della Tunisia) in realtà è accettato senza problemi solo dagli Stati dell’area Schengen.

Due settimane fa, dopo una complicata battaglia di carte bollate, Mohsen Melliti ha ottenuto un rinnovo anticipato del suo "Documento di viaggio". Ma siccome la durata di questo rinnovo è stata fissata in otto mesi, a febbraio ne mancheranno sei alla scadenza e il problema si riproporrà per intero.

Il suo film - che è uscito nel maggio scorso - è stato interamente realizzato in Italia, con un cast italiano (il protagonista è Raoul Bova, che ha anche prodotto la pellicola), da maestranze e tecnici italiani. Non era scontato: non essendo cittadino italiano, Mohsen Melliti non ha potuto ottenere alcun contributo pubblico e ha interamente autoprodotto la sua opera. Così suona un po’ amaramente ironico il titolo Io, l’altro perché l’autore è, appunto, entrambi i soggetti. Lavora in Italia, arricchisce la nostra cultura, ma l’Italia lo considera uno straniero.

Ci sarebbe una soluzione, molto semplice. Lo stesso Mohsen Melliti l’ha esposta al presidente della Repubblica in una lettera che comincia così: "In Italia sono cresciuto dal punto di vista intellettuale e umano. Devo al vostro paese profonda riconoscenza per avermi accolto e fatto sentire a casa. Ho affrontato con entusiasmo e senza rassegnazione le difficoltà di inserimento che ogni immigrato sperimenta quotidianamente".

Le ha anche superate, come riconoscono i colleghi. Ed ecco la soluzione: dare a Mohsen Melliti la cittadinanza italiana. Ha presentato la richiesta un anno fa e ancora attende risposta. Gli uffici gli hanno fatto sapere che ci vorranno ancora tre o quattro anni di attesa.


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sabato 1 dicembre 2007
ore 13:01
(categoria: "Vita Quotidiana")





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giovedì 22 novembre 2007
ore 15:00
(categoria: "Vita Quotidiana")





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giovedì 22 novembre 2007
ore 11:29
(categoria: "Vita Quotidiana")



La struttura Delta
di EZIO MAURO

UNA versione italiana e vergognosa del "Grande Fratello" è dunque calata in questi anni sul sistema televisivo, trascinando Rai e Mediaset fuori da ogni logica di concorrenza, per farne la centrale unificata di un’informazione omologata e addomesticata, al servizio cieco e totale del berlusconismo al potere. L’inchiesta di "Repubblica" ha svelato fin dove può arrivare il conflitto d’interessi, che questo giornale denuncia da anni come anomalia italiana, capace di corrompere la qualità della nostra democrazia.

Nel pozzo senza fondo di quel conflitto, tutto viene travolto, non soltanto codici aziendali e doveri professionali, ma lo stesso mercato, insieme con l’indipendenza e l’autonomia del giornalismo. Con il risultato di una servitù imposta alla Rai come un guinzaglio per un unico padrone, ben al di là dell’umiliante lottizzazione tra i partiti, e i cittadini-spettatori truffati e manipolati proprio in quella moderna agorà televisiva in cui si forma il delicatissimo mercato del consenso.

Ci sono le prove documentali di questa operazione sotterranea, che ha agito per anni alle spalle dei Consigli di amministrazione, della Commissione di vigilanza, dei moniti del Quirinale sul pluralismo dell’informazione. Si tratta - come ha documentato "Repubblica" - di un’indagine della magistratura milanese sul fallimento dell’Hdc, la holding dell’ex sondaggista di Berlusconi (e della Rai) Luigi Crespi, che è stato per un lungo periodo anche il vero spin doctor del Cavaliere.

Dopo il fallimento del gruppo, nel marzo 2004, sono scattate perquisizioni e intercettazioni della Guardia di Finanza. E gli appunti dei finanzieri sulle conversazioni telefoniche rivelano un intreccio pilotato tra Mediaset e Rai che coinvolge manager di derivazione berlusconiana e uomini che guidano strutture informative, con scambi di informazioni tattiche e strategiche, mosse concordate sui palinsesti per "coprire" notizie politicamente sfavorevoli al Cavaliere, ritardi truffaldini nella comunicazione al pubblico di risultati elettorali negativi per la destra: con l’aggiunta colorita e impudente di notisti politici Rai che si raccomandano a Berlusconi, dirigenti Mediaset che danno consigli alla Rai sulla preparazione del festival di Sanremo. E un lamento, perché durante le riprese televisive dei funerali del Papa, "Berlusconi è stato inquadrato pochissimo dalle telecamere".

Non si tratta, com’è evidente, soltanto di un caso di malcostume politico, di umiliazione professionale, di vergogna aziendale. E’ la rivelazione di un metodo che mina alle fondamenta il mito imprenditoriale berlusconiano, perché sostituisce la complicità alla concorrenza, la sudditanza all’autonomia, la dipendenza al mercato. Il tutto in forma occulta, con la creazione di una vera e propria rete segreta che crea un "gioco di squadra" - come lo chiamano le telefonate intercettate - che ha un unico capitano, un unico referente e un unico beneficiario: Silvio Berlusconi.

Trasmissioni d’informazione, come quella di Vespa, per la quale il direttore generale Rai garantisce che il conduttore "accennerà al Dottore ad ogni occasione opportuna", dirigenti della televisione pubblica che quando vengono a conoscenza di un discorso di Ciampi a reti unificate per la morte del Papa hanno come unica preoccupazione quella di organizzare un contraltare di Berlusconi al capo dello Stato, che potrebbe essere messo troppo "in buona luce", serate elettorali in cui si decide di "fare più confusione possibile" nel comunicare i risultati "per camuffare la loro portata".

In che Paese abbiamo vissuto? La politica - avversari e alleati di Berlusconi, tutti quanti defraudati da questa rete sotterranea costruita per portare acqua ad un mulino solo - è consapevole della gravità di queste rivelazioni, che dovrebbero spingerla ad approvare una seria legge sul conflitto d’interessi nel giro di tre giorni? E il Cavaliere, quando sarà sceso dal predellino di San Babila dove le sue televisioni lo hanno inquadrato in abbondanza, vorrà spiegare che mandato avevano i suoi uomini (spesso suoi assistenti personali) mandati ad occupare posizioni-chiave in Rai e Mediaset, se i risultati documentali sono questi?

La realtà è che in questo Paese ha operato e probabilmente sta operando da anni una vera e propria intelligence privata dell’informazione che non ha uguali in Occidente, un misto di titanismo primitivo e modernità, come spesso accade nelle tentazioni berlusconiane. Potremmo chiamarla, da Conrad, "struttura delta". Un’interposizione arbitraria e sofisticatissima, onnipotente perché occulta come la P2, capace di realizzare un’azione di "spin" su scala spettacolare, offuscando le notizie sgradite, enfatizzando quelle favorevoli, ruotando la giornata nel senso positivo per il Cavaliere.

Naturalmente con le telecamere Rai e Mediaset che ruotano a comando intorno a questa giornata artificiale, a questo mondo camuffato, a questa cronaca addomesticata. In una finzione umiliante e politicamente drammatica della concorrenza, del pluralismo, dei diritti del cittadino-spettatore, alterando alla radice il mercato più rilevante di una democrazia, quello in cui si forma la pubblica opinione.

Lo abbiamo già scritto e lo abbiamo denunciato più volte, ma oggi forse anche la politica più sorda e cieca riuscirà a capire. In nessun altro luogo si è formato un meccanismo "totale", così perverso e perfetto da permettere ad un leader politico di guidare legittimamente la più grande agenzia newsmaker del Paese (il governo) e di controllare insieme impropriamente l’universo televisivo, con la proprietà privata di tre canali e la sovranità pubblica degli altri tre.

A mettere in connessione le notizie trattate secondo convenienza politica e i canali informativi, serviva appunto la "struttura delta", ricca del know-how specifico del mondo berlusconiano, specializzato proprio in questo. Da qui alla tentazione di costruire il palinsesto supremo degli italiani, manipolando paesaggio e personaggi della loro vita, il passo è breve. E se la mentalità è quella che punta ad asservire l’informazione alla politica, la politica al comando, il comando al dominio, quel passo è probabilmente quasi obbligato.

E’ ora possibile fare un passo per uscire da questo paesaggio truccato, da questa manipolazione della nostra vita. Purché le istituzioni, la libera informazione, il mercato e la politica lo sappiano. Sappiano che un Paese moderno, o anche solo normale, non può sopportare queste deformazioni delle regole e della stessa realtà: e dunque reagiscano, se ne sono capaci. La stessa mano che domani proporrà le larghe intese, è quella che ha predisposto il telecomando con un tasto unico. E truccato.


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giovedì 22 novembre 2007
ore 09:47
(categoria: "Vita Quotidiana")



Gb, un calendario a 102 anni: sexy-nonnina per beneficenza

LONDRA - Come si fa a non sentire il peso di ben 102 anni? Semplice: basta togliersi i vestiti di dosso. Così, col sorriso sulle labbra e una buona dose di ironia, Nora Hardwich è stata immortalata nel luogo in cui migliaia di starlette vorrebbero finire: un calendario, in questo caso per il 2008. Non uno intero, ma solo un mese, novembre. Non per la fama, ma a scopo benefico. Un po’ come le Calendar Girls di un film di qualche anno fa, in cui un gruppo di signore fra i cinquanta e i sessant’anni decidevano di realizzare un calendario sexy per raccogliere fondi in favore della ricerca sul cancro.

Era difficile immaginare che qualcuno, che per giunta vanta il doppio degli anni delle attrici del film, scegliesse di seguire quella strada. Invece questa simpatica signora inglese di Ancaster, nel Lincolnshire, alla vigilia del suo 102esimo compleanno si è trasformata in Miss November. Il nobile scopo: raccogliere fondi per aiutare i ragazzi della locale squadra di football, l’Ancaster Athletic.

La scelta della location è caduta su un pub, l’"Ermine Way", nella cittadina dove vive. Nella foto, miss Hardwick compare dietro al bancone del pub, con indosso solo un foulard rosa. Piccolo particolare: per farsi coraggio, prima di posare, ha trangugiato un bel bicchiere di whisky. E poi via, insieme alle altre "modelle": alcune parrocchiane e le mamme di alcuni dei giocatori della squadra beneficiaria.

L’anziana signora ha dichiarato al giornale locale Lincolnshire Echo: "Sono sempre disponibile soprattutto a fare qualcosa per una organizzazione caritatevole. Nervosa? No, anche se non ho mai fatto niente di simile. Anzi, mi sono molto divertita". "E’ straordinaria - ha detto di lei la proprietaria del pub, Donna Moodie - e se l’ha fatto lei, allora può farlo veramente chiunque".

Ironia della sorte, quello che doveva essere un semplice contributo a una giusta causa sportiva, nato e consumatosi nella quiete di un paesino inglese, è finito sui media di tutto il mondo, dal Brasile alla Nuova Zelanda. Come in altri casi, il calendario è stato lo strumento per conquistare celebrità. Un po’ complicato, tuttavia, entrarne in possesso: è in vendita esclusivamente nei negozi di Ancaster. Ma a sole 6 sterline.


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mercoledì 21 novembre 2007
ore 10:10
(categoria: "Vita Quotidiana")





Un anno vissuto secondo la Bibbia
L’esperimento del giornalista americano A. J. Jacobs è diventato un libro.

MILANO - Si può vivere per un anno seguendo alla lettera comandamenti e precetti della Bibbia? Il giornalista americano A.J. Jacobs ha provato a rispondere all’intrigante quesito e, Sacre Scritture alla mano, ha stilato una lista di 700 regole da rispettare, che hanno occupato ben 72 pagine del suo The Year of Living Biblically («Un anno vissuto biblicamente», in uscita l’anno prossimo da Rizzoli), appena pubblicato da Simon & Schuster (388 pagine, 20,98 euro), dove racconta il suo bizzarro esperimento.

LOOK - Jacobs se n’è andato in giro per 365 giorni per le strade di New York vestito sempre di bianco («Le tue vesti siano bianche in ogni tempo» – Ecclesiale 9, 8) e con la barba lunga stile rabbino («Non taglierai ai lati la tua barba» – Levitico 19, 27): un look da influenza quasi sicura (provare per credere a resistere con una tunichetta di cotone a -15) e rischio ridicolo altissimo, ma che, invece, ha fatto sentire Jacobs «leggero, felice e puro». «Mia moglie ha accettato il progetto con un sospiro sconsolato – ha raccontato il trentanovenne giornalista – mentre parenti e amici mi dissero che sarei diventato un uomo primitivo o che sarei finito in qualche monastero. Dal momento però che che sono nato in una famiglia ebrea, ma mi considero agnostico, volevo capire se mi stavo perdendo qualcosa».

COMANDAMENTI... - Ma se, rinunciare a film, tv e foto, costruire una capanna (ha piantato una tenda in salotto), ringraziare Dio dopo ogni pasto secondo la dieta di Ezechiele (grano, orzo, fave, lenticchie, miglio e spelta), distribuire soldi a vedove e orfani, non uccidere, non desiderare la donna d’altri, rispettare il sabato (una manna dal cielo per un "workaholic", e cioò un lavoro-dipendente come lui) e non sposare la sorella di tua moglie (la moglie non ha sorelle) sono state prove tutto sommato facili da superare, lo scoglio vero è stato l’ottavo comandamento, ovvero "Non dire falsa testimonianza" che, nell’accezione più estesa (visti i tempi) si potrebbe allargare a "non fare pettegolezzi". Una faticaccia per uno che fa il giornalista a New York, tanto che, alla fine, per sua stessa ammissione, il numero di bugie raccontate in un anno è stato impressionante. Come quando ha dovuto fare credere al figlio che non potevano guardare la tv perché l’apparecchio era rotto.

...E ALTRE REGOLE - E anche altre regole sono state di difficile comprensione e accettazione: «Come si può evitare si sedersi dove c’è una donna mestruata (Levitico 15, 20) – si chiede Jacobs - o lapidare chi commette blasfemia o adulterio (Levitico 20, 27) senza rischiare di finire nei guai?. Un giorno - racconta il giornalista -, camminando nell’Upper West Side, ho incontrato un vecchio che mi ha raccontato di vivere nel peccato. "Sì, ho commesso adulterio. Vuoi lapidarmi?", mi ha chiesto ironicamente. E quando gli ho risposto che mi sarebbe piaciuto, ha minacciato di darmi un pugno sul muso…. Allora mi sono limitato a tirare qualche ciottolo contro una donna al parco».

SUCCESSO INASPETTATO - Negli Usa il libro sta avendo un successo inaspettato - pari al precedente lavoro di A.J. Jacobs The Know ItAll («Il "saputello"»), pubblicato nel 2004 dopo la lettura completa dell’Enciclopedia Britannica - tanto che la Paramount ha appena annunciato che ne farà un film. Tornando alla domanda iniziale e per dirla alla Jacobs, «prenderla letteralmente non è sicuramente il miglior modo di vivere la Bibbia». Parola di un peccatore poco virtuoso.


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mercoledì 21 novembre 2007
ore 09:49
(categoria: "Vita Quotidiana")



Violenza sulle donne: la strage delle innocenti
di ANNA BANDETTINI

MILANO - I loro nomi, le loro storie restano come memorie, la prova di una verità odiosa, crudele: Hina accoltellata a Brescia dal padre, Vjosa uccisa dal marito a Reggio Emilia, Paola violentata a Torre del Lago, Sara colpita a morte da un amico a Torino... L’ultima è stata resa nota ieri: una ventenne originaria del Ghana, costretta ad un rapporto sessuale in pieno centro a Pordenone.

In Italia, negli ultimi dodici mesi, un milione di donne ha subito violenza, fisica o sessuale. Solo nei primi sei mesi del 2007 ne sono state uccise 62, 141 sono state oggetto di tentato omicidio, 1805 sono state abusate, 10.383 sono state vittime di pugni, botte, bruciature, ossa rotte. Leggevamo che le donne subiscono violenza nei luoghi di guerra, nei paesi dove c’è odio razziale, dove c’è povertà, ignoranza, non da noi.

Eccola la realtà: in Italia più di 6 milioni e mezzo di donne ha subito una volta nella vita una forma di violenza fisica o sessuale, ci dicono i dati Istat e del Viminale che riportano un altro dato avvilente.
Le vittime - soprattutto tra i 25 e i 40 anni - sono in numero maggiore donne laureate e diplomate, dirigenti e imprenditrici, donne che hanno pagato con un sopruso la loro emancipazione culturale, economica, la loro autonomia e libertà. Da noi la violenza è la prima causa di morte o invalidità permanente delle donne tra i 14 e i 50 anni. Più del cancro. Più degli incidenti stradali. Una piaga sociale, come le morti sul lavoro e la mafia. Ogni giorno, da Bolzano a Catania, sette donne sono prese a botte, oppure sono oggetto di ingiurie o subiscono abusi. Il 22 per cento in più rispetto all’anno scorso, secondo l’allarme lanciato lo scorso giugno dal ministro per le Pari Opportunità, Barbara Pollastrini, firmataria di un disegno di legge, il primo in Italia specificatamente su questo reato ora all’esame in commissione Giustizia.

"È un femminicidio", accusano i movimenti femminili, "violenza maschile contro le donne": così sarà anche scritto nello striscione d’apertura del corteo a Roma di sabato 24, vigilia della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne istituita dall’Onu, una manifestazione nazionale che ha trovato l’adesione di centinaia di associazioni impegnate da anni a denunciare una realtà spietata che getta un’ombra inquietante sul tessuto delle relazioni uomo-donna.

Sì, perché il pericolo per le donne è la strada, la notte, ma lo è molto di più, la normalità. Se nel consolante immaginario collettivo la violenza è quella del bruto appostato nella strada buia, le statistiche ci rimandano a una verità molto più brutale: che la violenza sta in casa, nella coppia, nella famiglia, solida o dissestata, borghese o povera, "si confonde con gli affetti, si annida là dove il potere maschile è sempre stato considerato naturale", come spiega Lea Melandri, saggista e femminista.

L’indagine Istat del 2006, denuncia che il 62 per cento delle donne è maltrattata dal partner o da persona conosciuta, che diventa il 68,3 per cento nei casi di violenza sessuale, e il 69,7 per cento per lo stupro. "Da anni ripetiamo che è la famiglia il luogo più pericoloso per le donne. È lì che subiscono violenza di ogni tipo fino a perdere la vita", denuncia "Nondasola", la Casa delle donne di Reggio Emilia a cui si era rivolta Vjosa uccisa dal marito da cui aveva deciso di separarsi. "Da noi partner e persone conosciute sono i colpevoli nel 90 per cento delle violenze che vediamo. E purtroppo c’è un aumento", dice Marisa Guarnieri presidente della Casa delle donne maltrattate di Milano. "All’interno delle mura domestiche la violenza ha spesso le forme di autentici annientamenti - spiega Marina Pasqua, avvocato, impegnata nel centro antiviolenza di Cosenza, una media di 800 telefonate di denuncia l’anno - Si comincia isolando la donna dal contesto amicale, poi proibendo l’uso del telefono, poi si passa alle minacce e così via in una escalation che non ha fine".

In Italia, l’indagine Istat ha contato 2 milioni e 77mila casi di questi comportamenti persecutori, stalking come viene chiamato dal termine inglese, uno sfinimento quotidiano che finisce per corrodere resistenza, difesa, voglia di vivere. "Nella nostra esperienza si comincia con lo stalking e si finisce con un omicidio", accusa Marisa Guarnieri. Per questo le donne dei centri antiviolenza hanno visto positivamente l’approvazione, lo scorso 14 novembre in Commissione Giustizia, del testo base sui reati di stalking e omofobia.

Sanzionare penalmente lo stalking, significa, tanto per cominciare, riconoscerlo. "Molte donne vengono qui da noi malmenate o peggio e parlano di disavventura. Ragazze che dicono "me la sono cercata", donne sposate che si scusano: "lui è sempre stato nervoso"...", racconta Daniela Fantini, ginecologa del Soccorso Violenza Sessuale di Milano, nato undici anni fa per iniziativa di Alessandra Kusterman all’interno della clinica Mangiagalli di Milano. È in posti come questo, dove mediamente arrivano cinque casi a settimana, che diventa evidente un altro dato angoscioso: come intrappolate nel loro dolore, il 96% delle donne non denuncia la violenza subita, forse per paura. Forse perché non si denuncia chi si ha amato, forse perché non si hanno le parole per dirlo.

La manifestazione di sabato a Roma vuole spezzare proprio questo silenzio. "Una occasione per prendere parola nello spazio pubblico", come dice Monica Pepe del comitato "controviolenzadonne" che vorrebbe un corteo di sole donne. E Lea Melandri: "Manifestiamo per dire che la violenza non è un problema di pubblica sicurezza, né un crimine di altre culture da reprimere con rimpatri forzati, e che per vincerla va fatta un’azione a largo raggio". Va fatta una legge, concordano tutti. "Speriamo di arrivarci in tempi brevi - promette Alfonsina Rinaldi del ministero per le Pari Opportunità - Oggi abbiamo finalmente le risorse per lanciare l’osservatorio sulla violenza e in Finanziaria ci sono 20 milioni di euro per redarre il piano antiviolenza".

"Serve una legge che non cerchi scorciatoie securitarie ma punti a snidare la cultura che produce la violenza - dice Assunta Sarlo tra le fondatrici del movimento "Usciamo dal silenzio" - Una legge come quella spagnola, la prima che il governo Zapatero ha voluto perché riguarda la più brutale delle diseguaglianze causata dal fatto che gli aggressori non riconoscono alle donne autonomia, responsabilità e capacità di scelta. Ecco il salto culturale. Chiediamo che anche da noi il tema della violenza sia assunto al primo punto nell’agenda politica dei governi.

Chiediamo un provvedimento che dia risorse ai centri antiviolenza e sistemi di controllo della pubblicità e dei media, cattivi maestri nel perpetuare stereotipi che impongono sulle donne il modello "fedele e sexy". E chiediamo agli uomini di starci accanto, di fare battaglia con noi".

Qualcuno si è già mosso. Gli uomini dell’associazione "Maschileplurale", per esempio, che aderiscono alla manifestazione romana. "Sì, gli uomini devono farsene carico. La violenza è un problema loro, non delle donne - dice Clara Jourdan, della "Libreria delle Donne" di Milano, storico luogo del femminismo italiano - Sarebbe ora che cominciassero a interrogarsi sulla sessualità e sul perché dei loro comportamenti violenti. E riconoscere l’altro, il maschile, potrebbe essere utile anche alle donne". Nel caso, a fuggire per tempo.


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