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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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martedì 1 aprile 2008
ore 12:33
(categoria: "Vita Quotidiana")





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mercoledì 26 marzo 2008
ore 14:14
(categoria: "Vita Quotidiana")



Trento, la guerra della moschea
Colletta per la comunità islamica
di GIUSEPPE CAPORALE

TRENTO - Il vescovo contro parroco, la Cgil all’attacco della Lega. A Trento esplode la "guerra della moschea". Tutto nasce da una colletta lanciata in chiesa per aiutare la comunità islamica a costruire un edificio di culto. I fedeli della parrocchia della Santissima Trinità, in pochi giorni, avevano raccolto quasi mille euro di offerte per rispondere all’appello lanciato dal pulpito della chiesa da padre Giorgio Butterini. L’intento, donare i soldi raccolti all’imam Aboulkheir Breigheche, impegnato a realizzare un nuovo luogo di culto islamico in città.

Un gesto per una Pasqua di dialogo interreligioso, spiega padre Butterini. Ma la colletta, dopo due giorni, è stata bruscamente interrotta dal vescovo Luigi Bressan con parole fin troppo chiare: "Ogni gruppo religioso provveda a se stesso, padre Butterini fermi subito la donazione di quei fondi". Un invito a nozze per la Lega Nord, che da mesi si batte contro la costruzione di quella moschea. Con tanto di petizione da diecimila firme. E che è ritornata alla carica con volantini e gazebo in piazza.

Eppure, quando il frate cappuccino aveva annunciato la sua intenzione ai fedeli, nessuno si era mostrato contrario. Anzi, la raccolta si era rivelata più cospicua del solito. Giusto il tempo di raccogliere i fondi, e lasciare a disposizione l’offertorio per ulteriori donazioni, che il vescovo è intervenuto per tentare di bloccare l’iniziativa, accompagnato dalle dure reazioni di alcuni parroci della città. "Ha fatto bene monsignor Bressan a intervenire. Solo se l’Islam cambierà volto, avrà diritto ad un luogo di culto - ha commentato don Pietro Rattin - la carità e il pane sono per l’amor di Dio e non per le moschee, che sono già abbastanza sovvenzionate dall’estero". "Ogni chiesa deve pensare alle proprie spese - ha rincarato don Lino Fronza - perché l’Islam non dipende da Dio".

A sostenere invece il frate, il segretario della Cgil del Trentino Ruggero Purin: "Il vescovo, piuttosto che opporsi alle iniziative anti-costituzionali della Lega Nord, preferisce esprimere il suo dissenso nei confronti dell’azione dei padri cappuccini con una motivazione poco ecumenica. Ma non dice che la confessione religiosa cattolica, è sostenuta da denaro pubblico e quindi da risorse di persone non appartenenti alla sua religione". Costernato padre Butterini: "I trentini prima celebrano Chiara Lubich (fondatrice del movimento dei Focolari, ndr) per la sua opera a favore dell’ecumenismo e poi firmano ai gazebo della Lega contro la moschea. Il terrorismo non nasce lì. Dobbiamo essere più saggi, perché la Lega Nord gioca sulle paure antropologiche della gente".

A Trento la moschea esiste da 17 anni senza che siano mai sorti problemi di convivenza. Da tempo però, lo spazio non risponde più alle esigenze dei fedeli musulmani. E ora la comunità islamica vuole acquistare un terreno e costruire. Già raccolti centomila euro. "Più che una moschea - ha spiegato l’imam - il nostro sarà un centro culturale, di incontro, un punto di ascolto e di preghiera per favorire l’integrazione. Niente cupole e minareti. Ci sarà una grande sala per la preghiera, la biblioteca, luoghi per convegni e studio. Si incontreranno le famiglie". Breigheche a giorni incontrerà padre Butterini. "Il suo è stato un gesto dal forte valore simbolico che proviene dal vero trentino, quello della solidarietà e dell’accoglienza". E nonostante il divieto del vescovo, il frate ha annunciato che donerà lo stesso la cifra raccolta per la moschea.


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mercoledì 26 marzo 2008
ore 11:26
(categoria: "Vita Quotidiana")





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giovedì 20 marzo 2008
ore 09:57
(categoria: "Vita Quotidiana")



Dallo Zecchino d’oro alla lista dell’Udc: corre con Casini il «bambino» di Popoff
(da Corriere.it)

«Nella steppa sconfinata / a 40 sotto zero / se ne infischiano del gelo / i cosacchi dello Zar!». E adesso in fondo se ne infischia pure lui, ValterBrugiolo, che nel 1967 aveva cinque anni e conquistò lo Zecchino d’oro e l’Italia cantando le imprese del cosacco cicciottello che rimaneva indietro rispetto ai compagni diretti al fiume Don, «Ma Popoff / sbuffa, sbuffa e dopo un po’ / gli si affonda lo stivale nella neve e resta lì». Anche Brugiolo resta lì, e poco importa se nelle varie liste ai quattro angoli del Paese viaggiano in prima linea segretarie e pregiudicati, fisioterapiste di fiducia e gggiovani di bella presenza. Lui, candidato numero 19 dell’Udc alla Camera in Emilia-Romagna, l’altro giorno stava a fianco di Casini in un comizio all’Antoniano di Bologna ed è contento così, «io credo nella dottrina della Chiesa, nel valore della testimonianza, è importante cercare di portare un po’ di credibilità anche in politica, parlare di famiglia e principi non negoziabili, se pensassi a correre solo per vincere avrei preso da tempo strade diverse...».

Disarmante, Brugiolo. Dopo la vittoria allo Zecchino, quel bimbo dal caschetto biondo, che cantava serissimo il suo «Popoff» con le braccia dietro la schiena (su Youtube il video continua ad avere un suo pubblico: quasi settantamila spettatori) era diventato popolarissimo. Film musicali tipo Zum zum zum e spot per Carosello, a pensarci ancora ride, «c’erano due cose che non sopportavo da bambino: le banane e i formaggini. Crede mi abbiano proposto la Nutella? Macché, mi toccò la pubblicità dei formaggini...». E poi le serate in giro per l’Italia, «Cinecittà, Napoli, Capri», finché i genitori dissero: basta. «Hanno fatto una grande scelta, dicevano che quella vita non era adatta per un bimbo della mia età: e non è che fosse facile, la mia non era una famiglia agiata, avevano un mulino da portare avanti e sapevano bene cosa vuol dire la fatica, guadagnarsi la pagnotta. Se vorrai diventare cantante, dicevano, lo farai da grande...». Ora Valter ha 46 anni, si è laureato in Economia e commercio mentre aiutava suo padre al mulino e lavora come responsabile dei sistemi informatici in una coop di Bologna.. Vive ancora nel suo paese, a San Venanzio di Galliera.

E canta nella corale della parrocchia dove sua moglie Alessandra fa la catechista, «ho frequentato anche un corso di due anni in seminario per fare l’accolito, una figura che aiuta il parroco anche nella comunione, del resto facevo il chierichetto da quando avevo quattro anni...». Si sono sposati vent’anni fa, anche lei è una ragazza del paese, «abbiamo scoperto una foto dove io sto sulla giostra a quattro anni e lei è lì vicino, quasi in fasce!». Hanno quattro figli, «tre adottati e uno in affido». E basterebbe tutto questo a spiegare che cosa vorrebbe portare in politica. Se gli chiedi di Cuffaro sbuffa: «Non giudico chi non conosco. Ecco, magari in certi casi bisognerebbe farsi da parte in attesa che tutto si chiarisca, e non parlo solo di lui. In politica bisognerebbe essere credibili». E pazienza se non potrà essere eletto. In fondo il suo cosacco, mentre gli altri cedevano sfiniti, alla fine ce l’ha fatta, «Ma Popoff così tondo che farà /rotolando nella neve / fino al fiume arriverà!».


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mercoledì 19 marzo 2008
ore 10:07
(categoria: "Vita Quotidiana")





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martedì 18 marzo 2008
ore 12:24
(categoria: "Vita Quotidiana")



L’orchestra del Teatro la Fenice: boicottaggio pro Tibet
di Enrico Tantucci

In segno di dissenso contro la repressione cinese in Tibet, Venezia e la Fenice potrebbero attuare un proprio boicottaggio culturale, negando la partecipazione dell’orchestra del teatro veneziano all’opera «La leggenda del serpente bianco», che ad agosto sarà presentata a Pechino nel nuovo teatro dell’opera di Piazza Tien An Men, dopo che sarà presentata presentata a luglio in prima mondiale nel teatro cittadino.
Lo ha fatto capire chiaramente ieri in Commissione Cultura il sindaco Massimo Cacciari - presidente della fondazione lirica - in risposta a una richiesta del capogruppo della Lega Alberto Mazzonetto, che domandava appunto, se, in segno di protesta contro l’eccidio che si sta verificando in Tibet da parte cinese, non ritenesse opportuno che la Fenice rinunciasse alla trasferta cinese in occasione delle Olimpiadi.
«Sono pienamente d’accordo con te - ha risposto Cacciari a Mazzonetto - e nei prossimi giorni valuteremo attentamente l’evolversi della situazione che si sta verificando, per prendere una decisione sulla nostra partecipazione».

Anche la Regione, con il presidente Giancarlo Galan sostiene il boicottaggio: «Dopo aver minacciato di non prendere parte con l’editoria veneta al Salone del Libro di Torino se fosse stata esclusa Israele, figurarsi se non sono d’accordo che la Fenice rinunci ad andare a Pechino per ciò che sta accadendo in Tibet. Tutte le vicende anche economiche che riguardano la Cina in questi ultimi anni vanno lette in questa chiave: nella mancanza di libertà che esiste in quel Paese e che ora colpisce duramente anche il popolo tibetano. Per questo la Fenice farebbe bene a non andare».

Se davvero la Fenice dovesse rinunciare a inviare la sua orchestra - richiesta dai partner cinesi - per la rappresentazione dell’opera durante i Giochi Olimpici, motivando il no con il dissenso per quanto sta accadendo in Tibet, non è da escludere che, da parte cinese, si decida, in segno di ritorsione, di annullare la prima mondiale in laguna dello spettacolo, per il quale sono già stati firmati i contratti ed esiste un’ampia copertura da parte di sponsor legati alle Olimpiadi di Pechino. E’ un’eventualità che anche nel teatro veneziano si sta considerando.

L’opera «La leggenda del serpente bianco», tratta da un’antica favola cinese, dovrebbe andare in scena alla Fenice il 23 luglio (con repliche fino al 27) in prima mondiale, coprodotta dalla Fenice, con il Gehua Cultural Development Group e il Bejing Grand Theater. A dirigerla un direttore d’orchestra donna - Zhang Jiemin - che si è già esibita alla Fenice, con l’orchestra del teatro, mentre scene e costumi sono anch’essi cinesi.
Uno spettacolo che era stato anche «benedetto» dal grande regista cinematografico Zhang Yimou, a cui la Cina ha affidato il coordinamento di tutte le manifestazioni culturali legate alle Olimpiadi. «Entro il mese - spiega il sovrintendente Giampaolo Vianello - dobbiamo dare una risposta ai partner cinesi per l’invio dell’orchestra ad agosto per la rappresentazione dell’opera durante i Giochi Olimpici, e l’invio ci è stato caldamente raccomandato anche dal nostro Ministero dei Beni Culturali, visto che sono praticamente assenti iniziative culturali italiane a Pechino durante i Giochi. Lo spettacolo si inserisce in un quadro di collaborazione ormai solida istituito con la Cina e con Pechino, dove siamo già stati due volte con successo, e che prevede anche altre nostre presenze, come ad esempio quella all’Expo di Shanghai del 2010. Se diremo di no per protestare contro i fatti del Tibet, è prevedibile che ci siano delle conseguenze da parte cinese».

Intanto in città si moltiplicano le iniziative di sostegno nei confronti del popolo tibetano, duramente colpito. Oggi sul Ponte dell’Accademia alle 18 si terrà un presidio di solidarietà con il popolo tibetano organizzato dal Centro Pace del Comune con le associazioni pacifiste veneziane in occasione del 49º anniversario della rivolta contro l’occupazione cinese. Ieri a mezzogiorno uno striscione di solidarietà con la scritta «Tibet libero» è stato esposto su Palazzo Ducale dall’Associazione Vegetariana Italiana.


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lunedì 17 marzo 2008
ore 13:01
(categoria: "Vita Quotidiana")





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domenica 16 marzo 2008
ore 10:09
(categoria: "Vita Quotidiana")



La gogna di Genova per gli aborti proibiti
di CONCITA DE GREGORIO

Sì è vero, questa sembra una storia di piani alti. Di ipocrisia e di menzogna: un suicidio per la vergogna, otto imbarazzi da eliminare in fretta e di nascosto, pagando e senza dire niente a casa. Uno scenario di palazzetti ottocenteschi coi capitelli di marmo, di grattacieli e di condomini esclusivi con le grate alle finestre e il citofono che non porta cognomi ma numeri. Suonare al quattro, chiedere del dottore. "Centro polifunzionale" c’è scritto fuori dalla porta dello studio dove si abortiva a Rapallo, undicesimo piano del grattacielo.

Polifunzionale, che vuol dire? Poi però vai a vedere da vicino e l’insegna alla porta è attaccata storta con la colla, l’ascensore è rivestito di formica come le cucine economiche degli anni Cinquanta, il cemento del palazzo è rosso di ruggine che cola, al piano terra c’è la Upim. Un posto sdrucito, un brutto posto. L’altro studio, quello a Genova in centro, sembra austero ma è sciatto: pareti scrostate, scale sporche. Un posto grigio, un palazzo di uffici qualunque.

È tutto così, opaco e difficile da mettere a fuoco: i luoghi e le storie. Si è detto "una faccenda della Genova bene". Signore agiate e annoiate che abortivano a pagamento nello studio del medico famoso, obiettore in pubblico e compiacente in privato, cinquecento o mille euro e via il fastidio. Bovary di provincia tradite da una distrazione dell’amante. Commesse che non volevano avere nausee nell’imminente viaggio alle Maldive. Starlette televisive che eliminano il figlio per partecipare al prossimo show. Ecco di seguito i manifesti del nuovo partito di Giuliano Ferrara, difatti: "Genova, bimbo abortito per un reality show". Ecco lo slogan da affiggere alle pareti dei palazzi del centro e delle cliniche incriminate: "Abort macht frei", l’aborto rende liberi, Genova la nuova Auschwitz.

Genova la capitale dell’aborto clandestino, un suicidio e otto aborti facili da sbandierare in una campagna elettorale che non si fa scrupoli. Del resto il capitano dei Nas che ha avviato le indagini l’ha chiamata "operazione Erode". Era ottobre dell’anno scorso, la moratoria di Ferrara non c’entra: il titolo è stata un’idea sua e non è difficile immaginare cosa abbia pensato Ermanno Rossi il ginecologo quando ha letto l’intestazione del fascicolo. La strage degli innocenti. Erode in questa storia chi è?

La realtà però sa essere più complessa degli slogan. Non ci sono Bovary né commesse in procinto di andare alle Maldive fra le otto donne indagate per aver abortito: tutte entro i 90 giorni ma fuori dall’ospedale pubblico come la legge prevede. Non c’è nemmeno la starlette che doveva andare al reality show. Susanna Torretta era la giovane amica della contessa Agusta, testimone della sua morte nella villa di Portofino. Ha avuto qualche momento di notorietà televisiva, ha partecipato all’Isola dei famosi nel 2003. Oggi vive a Rapallo, è impiegata in una profumeria, ha 37 anni.

"Non è bastato che si sia buttato di sotto il dottore, vogliono che mi ci butti anche io. Questo è un linciaggio ma non ce la faranno. Hanno inseguito mia madre fino dentro al supermercato, ieri sera si è sentita male. I miei nipoti piangono mi chiedono cosa ho fatto. Una pressione micidiale. Il dottor Rossi era il mio ginecologo da 12 anni. Una persona magnifica, mi fidavo ciecamente. Se mi avesse detto prendi l’arsenico per il mal di pancia lo avrei preso. L’ho chiamato sabato per un appuntamento, sono stata sentita dal magistrato perché ero nella sua agenda. Sono anni che non faccio tv e non ho in programma di farne più: è una storia passata. Se quella dei manifesti sono io dico che questa è istigazione al suicidio. Non ho abortito per andare in tv e se qualcuno mi chiede cosa sono andata a fare dal mio ginecologo rispondo che sono fatti miei. Sono a posto con la mia coscienza".

"Tirano fuori la storia della contessa ma io non sono mai stata incriminata per la sua morte, ero una sua amica, non ho avuto niente in eredità. Sono dieci anni che mi mettono alla gogna. Alla domanda se ho abortito o no non rispondo, è vergognoso farla. Però le dico: molte persone non sanno che quel che si può fare in ospedale è vietato in un ambulatorio. Se lei deve fare un’ecografia può aspettare sei mesi in ospedale o andare il giorno dopo da un privato e pagare duecento euro. È una colpa? Oppure è vero che si dovrebbe anche, e non si può, poter andare in ospedale in tempi decenti? Rossi non c’è più. Ha pagato lui. Quelli che strillano sono gente che libera i criminali e lapida le persone per bene".

La seconda donna indagata, la presunta Bovary amante di un uomo sposato, è una ventottenne di Sestri Levante. È andata a Rapallo perché quello era il suo medico. Anche lei non sapeva, dice, che abortire in un centro privato fosse illegittimo. "Col mio ragazzo è finita. Quando ho scoperto di essere incinta non me la sono sentita. Abbiamo rotto molto male, soffro già abbastanza, non credo di dovere spiegare a nessuno. Scusatemi". Rossi non le ha fatto pagare niente, dice. Solo la visita.

La terza è l’assistente del medico. La quarta una donna di 35 anni, impiegata in un’azienda privata, madre di due figli. "Sono stata senza lavorare otto anni, da quando è nato il mio primo figlio finora. Avevo ricominciato da sei mesi con un contratto di collaborazione. Mi hanno detto subito che non me lo avrebbero rinnovato se fossi rimasta incinta. Il mio secondo figlio è piccolo. Non ce la facevo, non ce la faccio a restare un’altra volta senza lavoro. Mio marito mi ha accompagnata dal medico. Era d’accordo". La quinta e la sesta sono le due donne che hanno subito un raschiamento nella clinica delle suore, villa Serena: ufficialmente un raschiamento dopo un aborto spontaneo, le indagini diranno. Delle ultime due donne nulla si sa. C’è il medico, poi.

Ermanno Rossi - ginecologo del Gaslini, ospedale cattolico dove non si praticano aborti - lunedì sera dopo aver subito la perquisizione dei Nas è tornato a cena a casa, a Genova. Un condominio rosa in fondo a una strada senza uscita, grate alle finestre e numeri al citofono. Ha pranzato con la moglie, avvocato, e col figlio undicenne. Alle nove è uscito ancora, è tornato allo studio di Rapallo. È salito da solo nell’ascensore di formica, ha aperto la porta con l’insegna storta. Ha mandato un sms alla moglie: "Le chiavi della macchina sono in garage, dentro la borsa rossa quella che non ti piace. Scusa di tutto". Poi ha aperto la finestra dell’undicesimo piano e si è buttato.

Da qui di sotto, nel vicolo, si vedono solo - piccoli come giocattoli - i cassonetti dell’immondizia circondati da una grata. Si è buttato sulla spazzatura. Per cadere dall’undicesimo piano ci vuole molto tempo, quasi dieci secondi. Bisogna contare per capire. Stamani attaccati ai cassonetti ci sono sette mazzi di fiori, tutti bianchi. Un biglietto dice "Grazie Ermanno". Suo cognato, Pietro Tuo, è primario al Gaslini. "Non so se Ermanno fosse obiettore, non ne abbiamo mai parlato. Non ricordo se vent’anni o più fa, per prendere servizio in quell’ospedale, avessimo dovuto firmare un documento. Davvero non ricordo ma non mi pare. Non si pone il problema, al Gaslini le interruzioni non si fanno e basta. Escludo che Ermanno ne facesse in ambulatorio per denaro. Non ne aveva bisogno. So per certo che parlava molto con le sue pazienti e che le aveva a cuore una per una. L’inchiesta dirà quel che deve. D’altra parte, operazione Erode, lei capisce...".

Le donne incriminate, avendo tutte abortito nei termini di legge, rischiano 51 euro di multa. Ermanno Rossi, se fosse vivo, avrebbe dovuto rispondere di un illecito che prevede come pena massima tre anni. Avrebbe forse perso il lavoro al Gaslini, a discrezione della direzione sanitaria. Avrebbe anche dovuto spiegare a suo figlio, prima o poi, chi fosse Erode. Il magistrato che indaga, Sabrina Monteverde, spiega che questo è il filone secondario di un’inchiesta più ampia "sui medici genovesi". Agli aborti si è arrivati per caso, nessuna denuncia del Movimento per la vita: una semplice intercettazione e si è aperto il nuovo fascicolo. E l’inchiesta principale di che tratta? Tangenti, favori, traffici illeciti, cosa? È ancora presto, nessun commento: serve tempo.

Nell’ufficio accanto, in Procura, ci sono i fascicoli su Bolzaneto. In quello più in là c’è il magistrato che si occupa della corruzione al porto. Di aborti a Genova nessuno parla volentieri: un tema minore. Giusto il nuovo sindaco, Marta Vincenzi, aveva denunciato mesi fa la lentezza degli ospedali pubblici e il gran numero di obiettori di coscienza. I due ospedali principali sono della Curia, del resto. Oggi poi è sabato e si va a passeggio in centro, ci si distrae. Nell’antico caffè accanto alla cattedrale una coppia di coniugi discute col barista. "Quel pover’uomo", dice lui. "E poi basterebbe che le donne stessero più attente invece di pensarci dopo", dice lei. Che le donne stessero più attente, e arrivederci che comincia la messa.


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giovedì 13 marzo 2008
ore 14:52
(categoria: "Vita Quotidiana")





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giovedì 13 marzo 2008
ore 11:02
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