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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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mercoledì 5 marzo 2008
ore 09:38
(categoria: "Vita Quotidiana")





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martedì 4 marzo 2008
ore 13:02
(categoria: "Vita Quotidiana")





Morto Giuseppe Di Stefano, il tenore preferito dalla Callas

MILANO - Il tenore Giuseppe Di Stefano è morto alle 5 del mattino, nella sua casa di Santa Maria Hoè (Como). Aveva 86 anni, ma la sua vita ha cominciato a spegnersi nel dicembre 2004, quando rimase gravemente ferito durante un’aggressione da parte di alcuni rapinatori nella sua casa di Diani, in Kenya.

Ricoverato all’ospedale di Mombasa, le sue condizioni si rivelarono più gravi di quanto fossero apparse in un primo momento. In seguito alle ferite riportate, il 7 dicembre è entrato in coma e il 23 dicembre 2004, dopo un lungo viaggio di trasferimento verso l’Italia, è stato ricoverato in un ospedale milanese, dove è rimasto per oltre 3 anni, fino alla morte.

Il tenore, di origini catanesi, è stato uno dei più grandi cantanti lirici italiani e tra i protagonisti della Scala, dove ha vissuto appassionate stagioni e di eventi memorabili con ventisei titoli, quarantatrè produzioni, centottantacinque recite. Il suo nome e il suo grande talento, di tenore dalla voce bene impostata e con una dizione chiarissima, sono legati anche al sodalizio artistico e affettivo con Maria Callas. I due avevano cantato insieme per la prima volta nel 1951 a San Paolo (Brasile) in occasione di una rappresentazione della Traviata diretta dal maestro Tullio Serafin. Assieme alla cantante greco-americana si esibì negli anni successivi in opere e concerti, registrando anche dischi di grande valore artistico e storico-documentario.

Di Stefano aveva debuttato alla Scala ventiseienne, il 15 marzo 1947 nella Manon di Massenet, accanto a Mafalda Favero; l’ultima volta ha cantato in Carmen, nella recita del 21 aprile 1971. Non un addio alle scene, ma l’inizio di un’altra stagione della sua vita.

Giuseppe Di Stefano era nato il 24 luglio 1921 a Sant’Anastasia, in provincia di Catania. Il padre era carabiniere, poi piccolo commerciante; la madre, sarta. A sei anni la famiglia si trasferisce a Milano, in Porta Ticinese. A 13 anni Giuseppe entrò in seminario, immaginando una vocazione presto smentita: ne uscì tre anni dopo. Studiò all’istituto magistrale, dove un compagno appassionato di lirica ne scoprì la voce e gli pagò le prime lezioni di canto. Nel 1938 partecipò al primo concorso nazionale, sezione "voci grezze", e lo vinse. Poi le audizioni con Gino Marinuzzi e con il baritono Luigi Montesanto, che diverrà suo agente. Nel 1941 fu chiamato alle armi. Nel 1943 tornò a Milano e iniziò una carriera come cantante leggero, di canzonette e avanspettacolo, con il nome d’arte di Nino Florio. Dopo l’8 settembre sconfinò in Svizzera e affrontò i primi ruoli "seri": in "L’elisir d’amore" e "Il tabarro".

L’inizio di una lunga e splendida carriera.
Nel 1946 debutta a Reggio Emilia in Manon di Massenet, canta a Venezia, Barcellona, Bologna e Roma. Il 15 marzo del ’47 il debutto alla Scala, la rivelazione e l’inizio della carriera. Seguono 25 anni scaligeri entrati nel mito, accanto a Mafalda Favero, Giulietta Simionato, Maria Callas, Renata Tebaldi, diretto da maestri come Antonio Guarnieri, Nino Sanzogno, Antonino Votto, Victor de Sabata, Herbert von Karajan, Gianandrea Gavazzeni, Leonard Bernstein, Georges Pretre; con La traviata di Visconti-Giulini-Callas come zenit, ma senza dimenticare un Rienzi di Wagner sotto la direzione di Hermann Scherchen. La Scala gli ha dedicato un omaggio il 12 dicembre 1997 per i cinquant’anni dal suo debutto, con una serata nel Ridotto dei Palchi e una pubblicazione.


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lunedì 3 marzo 2008
ore 12:25
(categoria: "Vita Quotidiana")





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giovedì 28 febbraio 2008
ore 12:54
(categoria: "Vita Quotidiana")





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mercoledì 27 febbraio 2008
ore 09:31
(categoria: "Vita Quotidiana")





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martedì 26 febbraio 2008
ore 18:07
(categoria: "Vita Quotidiana")



Arrestati venti ultrà di estrema destra
Sono accusati di diversi episodi di violenza politica. Decisive le intercettazioni: «Andiamo a menare i rom»
(da corriere.it)

ROMA - Associazione per delinquere, devastazione, lesioni, porto di oggetti atti ad offendere. Per questi ed altri reati contestati a seconda delle singole posizioni, venti ultrà di estrema destra, in prevalenza laziali, sono stati fermati su disposizione del gip Guglielmo Muntoni su richiesta dei pm della Procura di Roma, Pietro Saviotti e Caterina Caputo e dell’aggiunto Franco Ionta. Per 15 di loro è scattata la misura della custodia cautelare in carcere (gli arrestati hanno un’età compresa tra i 22 e i 35 anni); cinque, invece, sono stati raggiunti dalla misura cautelare dell’obbligo di firma.

ACCUSE - Il gruppo di ultrà è accusato di diversi episodi di violenza politica avvenuti nella capitale. A cominciare dagli scontri dell’11 novembre scorso dopo l’uccisione del tifoso laziale Gabriele Sandri, per cui è scattata anche l’aggravante del terrorismo; alla rissa provocata a Villa Ada, nel corso di un concerto del gruppo di sinistra della Banda Bassotti, quando una ventina di persone a volto coperto ed armati di bastone fecero irruzione durante l’esibizione ferendo due persone. Spedizioni punitive contro tifoserie ostili, aggressioni di extracomunitari, l’attacco ad un centro rom, la progettata partecipazione agli incidenti campani per l’emergenza rifiuti, le irruzioni nei centri sociali frequentati da giovani di sinistra.

DASPO - L’ideazione dell’assalto ad un accampamento rom da parte di alcuni degli indagati risalirebbe ai giorni successivi all’omicidio di Giovanna Reggiani. Poi la morte di Gabriele Sandri "dirottò" le attenzioni del gruppo criminale. La maggior parte dei destinatari delle misure restrittive sono pregiudicati. Molti di loro sono stati raggiunti da Daspo, il provvedimento amministrativo che vieta l’ingresso negli stadi.

INTERCETTAZIONI - Decisive per inchiodare gli ultrà sono state le intercettazioni telefoniche. In una di queste, una delle persone arrestate afferma: «andiamo a menare qualche Rom. E questa volta non tratta di assaltare un centro sociale o prendere qualche pullman di tifosi napoletani sull’autostrada, dobbiamo fare sul serio».


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martedì 26 febbraio 2008
ore 17:27
(categoria: "Vita Quotidiana")



Gli schiavi delle ’Smart’ cinesi
Viaggio nelle fabbriche lager
di VINCENZO BORGOMEO

Il viaggio fra gli schiavi cinesi che costruiscono le copie della Smart supera l’immaginazione: si lavora a temperature vicino agli zero gradi, in capannoni senza riscaldamento, senza guanti, senza mascherina, senza nessun tipo di protezione a contatto diretto con veleni di ogni tipo. I turni sono di 12-15 ore al giorno e non si fanno distinzioni fra giovani, vecchi o donne. Tutti, in ogni caso, dormono ammassati su letti a castello in fabbrica. Le foto che siamo in grado di anticipare parlano da sole. E fanno parte di un lungo reportage che il collega di AutoBild, Claudius Maintz, ha appena compiuto e che mercoledì sarà in edicola anche in Italia su AutoOggi.

Di fabbriche clandestine che copiano senza pudore la Smart in Cina ce ne sono una ventina. Tutte piccole e tutte piene di schiavi-operai che senza nessuna preparazione (il mestiere lo hanno imparato sul campo) lavorano per un pugno di monete con rischi di ogni genere. La paga? Secondo Zhang Yinshun, direttore vendite della "Shandong Xin Ming Glass Fibre Manufacture Co. Ltd" l’equivalente di 180 euro al mese.

Ma si tratta, evidentemente, di una balla: in Cina chi monta un iPod riceve uno stipendio di 40 euro e anche se il "manager" si appresta a dire che "la paga è molto alta perché questo è un lavoro pericoloso che altrimenti non farebbe nessuno", è impossibile credergli, anche perché lui stesso ha poi dichiarato che la "I tedeschi della Mercedes sono stati qui: vogliono collaborare affinché produciamo vetture per loro". Qui in Cina si mente su tutto: sulle prestazioni delle auto, sulla durata della carica delle batterie, sul prezzo finale, dichiarato in 3700 euro... Impossibile conoscere la verità.

In fatto di stipendi il discorso è relativo: noi europei non siamo da meno visto che anche nell’Europa dell’Est i "nostri" operai ricevono stipendi da fame. Ossia 380 euro al mese per i polacchi che costruiscono una Fiat 500, 270 per gli slovacchi che assembrano Toyota Aygò, Peugeot 107, Citroen C1 o la nuova Renault Twingo e appena 166 euro per gli ungheresi che fanno nascere la Opel Agila e la Suzuki Splash. Ma questo è un altro discorso: qui ci sono controlli di sicurezza, straordinari e condizioni di lavoro moderne. In Cina no.

E il discorso va oltre: al comparire delle prime auto cinesi ci siamo subito preoccupati delle prove di crash (che i costruttori hanno aggirato immatricolando i propri Suv come veicoli commerciali) ma a giudicare da queste foto ci sono evidenti problemi di affidabilità: nelle immagini si vedono impianti elettrici avvitati sulla carrozzerie di vetroresina con lo stesso criterio con cui si mettono i fili di luci sugli alberi di Natale, connessioni fatte con nastro adesivo e saldature approssimative: una macchina del genere probabilmente è sicurissima: fra guasti e noie tecniche è condannata a rimanere quasi sempre ferma...

Certo, è bene non generalizzare: una cosa sono i piccoli costruttori che copiano le Smart, altra la China Brilliance, la Great Wall e altri "big" dell’auto cinese. Ma a questo punto vorremmo vedere le foto dei loro stabilimenti visto che fino a oggi nessun giornalista è mai stato ammesso ai reparti produzione...

Torniamo però alle fabbriche della vergogna che copiano le Smart? Alcune in luoghi sconosciuti, altre invece hanno almeno un luogo preciso: quella di cui parlavamo, la "Shandong Xin Ming Glass Fibre Manufacture Co. Ltd" è a Dezhou (città della regione di Shandong a circa 600 km da Pechino). Poi c’è la "Flybo" che opera a Jinan, il capoluogo della provincia, città da 6 milioni di abitanti, la "Shandong Huoyun Electric Cars" di Linzi, a circa quattro ore di automobile da Dezhou e la "Zibo Future Electric Vehicle Co." Di Zibo, una città con 4,1 milioni di abitanti. La maggior parte dei laboratori che fabbricano falsi in tutti i casi sono concentrati nella provincia di Shandong e la cosa più incredibile è che il gruppo Mercedes non sia ancora riuscito a bloccare questi falsi. Che, ironia della sorte, finiscono tutti negli Usa, i Canada e in Europa, si stima al ritmo di 100 esemplari al giorno. Motivo? In Cina, per legge, le auto elettriche possono avere solo tre ruote: queste ne hanno quattro, quindi...


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martedì 26 febbraio 2008
ore 15:28
(categoria: "Vita Quotidiana")





Poster choc per gli alloggi studenteschi
di Marco Consoli

PARIGI - Gli universitari italiani fuori sede lo sanno bene: trovare un tetto per studiare in una grande città non è facile, un po’ per la carenza di strutture, un po’ perché, come raccontato l’ottobre scorso dal Corriere gli affitti sono molto salati e spesso senza garanzie di un contratto regolare. Le cose non vanno meglio per i colleghi francesi, talmente disperati da dover fare l’amore nel letto di mamma e papà: almeno così racconta, provocatoriamente, un poster realizzato dall’Unef, il sindacato degli studenti transalpini, in cui si vede una giovane coppia "costretta" a consumare un atto sessuale nel letto matrimoniale occupato dai genitori (di lui o di lei, poco importa). Significativo anche lo slogan: «Alcuni fanno finta che gli studenti non abbiano problemi di alloggio…».

RISULTATI - La campagna che in Italia scatenerebbe sicuramente molte polemiche, in Francia sembra aver già dato i suoi frutti: il ministro dell’Università Valerie Pécresse ha annunciato un piano di investimenti pari a 620 milioni di euro per costruire 5.000 nuovi alloggi e ristrutturarne 7.000 all’anno, fino al 2012. In agguato però c’è lo spettro della recessione, che attanaglia tutta l’Europa, e potrebbe costringere il governo a destinare quei fondi a problemi più urgenti. Il terrore degli studenti è che alla fine si possa ricadere in una soluzione già proposta in passato dal governo: l’affitto intergenerazionale, vale a dire l’ospitalità concessa agli universitari da persone anziane, aiutate così a sbarcare il lunario. Non a caso il poster dello scandalo sembra essere pensato anche per questa opportunità: i due “intrusi” di spalle nel letto in cui si consuma la passione potrebbero essere anche i nonni.


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martedì 26 febbraio 2008
ore 13:59
(categoria: "Vita Quotidiana")



Troppe laureate, l’Iran vara le quote azzurre
di VANNA VANNUCCINI

LE RAGAZZE sono il motore del cambiamento sociale in Iran, dice Shirin Ebadi, primo premio Nobel per la pace del mondo islamico che è diventata il simbolo del movimento femminista iraniano. Soprattutto dopo che il disincanto per la politica e le repressioni hanno disgregato il movimento studentesco, la lotta delle donne per la parità dei diritti è rimasta il segno più tangibile della resistenza al regime dei mullah.

Nemmeno il presidente Ahmadinejad è riuscito a rimandare le donne al focolare. Ci sono donne a Teheran che dirigono ospedali e giornali, che lavorano come ingegneri dei cantieri di costruzione, che sono a capo dei reparti femminili della polizia. Nonostante i giri di vite recenti sui codici di vestiario, le ragazze continuano a testare i limiti della libertà con giacchine sempre più corte, pantaloni sempre più stretti e foulard sempre più colorati. Un terzo delle studentesse va alle lezioni senza chador, indossando un semplice foulard, pur sapendo che il giorno che troveranno un impiego pubblico il chador sarà obbligatorio.

Soprattutto, il numero delle ragazze nelle università iraniane è salito continuamente negli ultimi anni.
Ventinove anni dopo la rivoluzione islamica le ragazze sono il 65 per cento degli studenti universitari. E ai temuti Konkur per l’ammissione alle università (tutte a numero chiuso) le ragazze sono ogni anno più del 60 per cento e i ragazzi meno del 40 per cento degli ammessi. Ce n’era abbastanza per allarmare il regime, che oggi ha deciso di fissare delle quote azzurre, in modo da assicurare la presenza di più maschi negli atenei.

Nei giorni scorsi una commissione parlamentare aveva presentato un rapporto in cui esprimeva la preoccupazione che il numero crescente di studentesse avrebbero creato nei prossimi anni un problema sul mercato del lavoro, che non può assorbire secondo la commissione un numero così grande di donne. Molti deputati conservatori che vorrebbero la divisione per sesso tra i medici (le donne medico a loro avviso dovrebbero riservare le loro prestazioni alle pazienti femmine) hanno visto un nuovo pericolo nella crescita delle donne medico. Lo stesso per quanto riguarda farmacisti e dentisti, tra i quali i laureati sono già al 60 per cento donne.

Paradossalmente, proprio l’obbligo del chador e della divisione tra sessi ha funzionato da lasciapassare per molte figlie di famiglie tradizionali e religiose, alle quali le famiglie non permettevano prima di uscire di casa per frequentare l’università e per lavorare in luoghi pubblici.

Secondo le statistiche del ministero per l’istruzione universitaria le donne erano il 37 per cento nel 1997, l’anno in cui fu eletto il presidente riformatore Khatami. È a lui che si deve l’inizio della liberalizzazione. Il governo Khatami decise di reinstaurare le donne nella carriera di giuriste (nel solo campo del diritto di famiglia), che dopo la rivoluzione era stata loro preclusa. Oggi ce ne sono un centinaio. Le studentesse ebbero il permesso di andare a studiare all’estero - fino ad allora un diritto riservato a quelle sposate.

Un parco riservato alle donne è stato aperto a Teheran dove le ragazze possono praticare tutti gli sport senza l’obbligo del chador. Le donne hanno avuto il permesso di lavorare come tassiste (in taxi riservati alle clienti di genere femminile). Le esigenze della vita moderna provocano in Iran contrapposizioni continue con le strutture patriarcali e le norme islamiche. Uno dei paradossi iraniani è infatti che un forte senso della tradizione si accompagna a una altrettanto forte fede nel progresso, nella scienza e nel sapere, che è condivisa da tutti i gruppi politici. Il disprezzo dei taliban afgani per il progresso è sconosciuto ai mullah.

Le nuove regole, che entreranno in vigore per il prossimo esame di ammissione in estate, prevedono che in ogni facoltà ci sarà una quota rosa e una quota azzurra del 30 per cento ciascuna. Solo il resto dei posti, cioè il 40 per cento, sarà lasciato alla libera competizione. "La legge garantisce in questo modo i maschi nelle facoltà dove le ragazze sono più numerose, come le scienze naturali, ma favorisce anche le donne là dove ce ne sono di meno, come le facoltà d’ingegneria e di scienze umane" ha detto il capo dell’Organizzazione dei konkur accademici cercando di relativizzare la portata della decisione.


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martedì 26 febbraio 2008
ore 09:52
(categoria: "Vita Quotidiana")





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