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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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venerdì 13 aprile 2007
ore 10:39
(categoria: "Vita Quotidiana")



Arroganza e conflitto di interessi: nella polvere un altro falco di Bush
di FEDERICO RAMPINI

PECHINO - In tempi record Paul Wolfowitz, il falco della destra americana messo da George Bush al vertice della Banca mondiale, è riuscito a fare a pezzi un’istituzione che dirigeva e disprezzava al tempo stesso. Forse neanche lui pensava che avrebbe raggiunto l’obiettivo così in fretta, dopo soli 21 mesi alla guida della banca dedicata agli aiuti allo sviluppo. Di certo non era nei suoi piani farlo in questo modo, usando il metodo "muoia Sansone con tutti i filistei", e affondando se stesso al timone della nave. Lo hanno tradito la forza dell’abitudine, i riflessi automatici acquisiti nella lunga carriera a fianco di Dick Cheney, l’impunito campione americano del conflitto d’interessi.

L’epilogo da basso impero della presidenza Bush in un susseguirsi penoso di scandali politici e morali sta travolgendo uno dopo l’altro molti protagonisti della stagione "neocon": ma i danni della caduta di Wolfowitz si allargano ben oltre l’America, colpiscono uno strumento chiave per aiutare i paesi più poveri. Un’istituzione contestata da molte parti, che negli ultimi anni però era stata capace di autoriformarsi.

Invisa ai no-global che l’hanno accusata di promuovere uno sviluppo distruttivo; scomoda anche per tanti regimi autoritari del Terzo mondo, vedi Sudan, che ora preferiscono agganciarsi all’orbita cinese piuttosto che accettare controlli sulla loro governance e sul modo in cui usano gli aiuti.

"Un po’ di comprensione" ha chiesto Wolfowitz, per il peccatuccio veniale di aver concesso alla propria amante un aumento di stipendio di soli 60.000 dollari, portando il trattamento della signora a un livello più elevato del segretario di Stato Condoleeza Rice (200.000 dollari). Una gratifica due volte superiore al massimo consentito dalle regole interne della Banca mondiale. "Non fatemi il processo per le mie responsabilità precedenti" ha aggiunto, mettendosi già nella posizione del martire sacrificato dai seguaci di Michael Moore (che lo prendeva di mira in Fahrenheit 911), cioè dalla coalizione di tutti gli antiamericanismi mondiali. Certo nessuno ha dimenticato chi fu Wolfowitz nella sua vita precedente, fino al giugno 2005. Fu uno dei Vulcani, il club di strateghi che progettarono di usare l’11 settembre per regolare i conti con Saddam, conquistare Bagdad in attesa di puntare su Damasco e Teheran.

Fu l’uomo del Project for the New American Century, il pensatoio favorito di Donald Rumsfeld. Fu il cervello dell’Office of Special Plans, la rete di intelligence parallela al servizio personale di Cheney che elaborò il teorema delle armi di distruzione di massa. Che abbia accumulato un po’ di nemici in giro per il mondo, felici di vederlo nella polvere, è fuori di dubbio. Ma oggi il disastro nella gestione della Banca mondiale è più che sufficiente a inchiodarlo, senza aggiungere processi postumi sul suo ruolo nella guerra in Iraq.

La World Bank è la sorella gemella del Fondo monetario internazionale, creata dallo stesso Trattato di Bretton Woods nel 1944, ma "con un’anima". E’ un’istituzione spesso considerata più "a sinistra" del Fondo, i cui freddi tecnocrati per decenni sono stati sinonimo di rigore, riduzione dei deficit pubblici, svalutazioni e dolorosi aggiustamenti delle bilance dei pagamenti. La Banca invece ha per vocazione istituzionale la lotta alla povertà. Ha commesso errori, in passato ha finanziato progetti faraonici e inutili, ma negli ultimi anni ha fatto progressi nel misurare l’efficacia dei propri interventi. Lotta alle malattie, campagne per l’alfabetizzazione, progetti per l’irrigazione: la World Bank non si lascia catalogare nel ruolo di guardiano degli interessi dei paesi ricchi.

Negli ultimi anni ha migliorato la sua attenzione ai problemi dell’ambiente, cercando di accompagnare i suoi investimenti con valutazioni accurate dell’impatto sugli ecosistemi. E’ per questo che agli occhi della destra repubblicana degli Stati Uniti era diventata un simbolo del "multilateralismo" da attaccare, quasi un covo di nostalgici del socialismo e della pianificazione. Così Wolfowitz era partito lancia in resta nella sua crociata: per il liberismo e contro la corruzione.

In pratica la sua battaglia ai vertici della World Bank ha dato solo due risultati, l’infiltrazione di fedelissimi dell’Amministrazione Bush e una fuga di talenti. "E’ qui da quasi due anni e ancora non si è capito che cosa voglia fare della Banca mondiale" ha detto di lui un esperto di economia dello sviluppo. Lo scandalo dell’amante promossa e premiata ha spinto il dirigente del sindacato interno Alison Cave a chiedersi "con che faccia predichiamo ai paesi poveri che migliorino la loro governance?" E’ una crisi preoccupante, che indebolisce un istituzione capace di mobilitare risorse finanziarie importanti a sostegno di uno sviluppo sostenibile.

La lotta alla corruzione invocata da Wolfowitz è una priorità vera. La vicenda del Darfur dimostra qual è l’alternativa concreta ai crediti multilaterali gestiti dalla World Bank con criteri di rigore: il modello cinese in Sudan è una politica che non "interferisce", non chiede conti sui diritti umani, tantomeno sulla trasparenza nei governi locali. Purtroppo la credibilità del banchiere dei poveri era stata già intaccata da Wolfowitz per dei regolamenti di conti politici. Lo scivolone etico a braccetto dell’amante è stato solo un tocco di squallore finale.


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mercoledì 11 aprile 2007
ore 13:24
(categoria: "Vita Quotidiana")



Sogna numero di telefono, lo fa e incontra la donna della sua vita

LONDRA - Quando si dice credere al destino: un uomo si sveglia con un numero di telefono in testa, lo compone, risponde una donna, si incontrano, si piacciono e ora sono marito e moglie.

Il protagonista della singolare storia d’amore è l’inglese David Brown, oggi 24enne, di Harefield, cittadina a nord-ovest di Londra. Cinque anni fa David sognò un misterioso numero di telefono. Non riuscendo a cacciarlo dalla sua mente, alla fine decise di chiamarlo. Scoprì che apparteneva all’allora 17enne Michelle Kitson, all’epoca studentesse ancora in casa dei genitori, residenti a una 90 di chilometri da casa di David. Una chiamata che di solito si conclude con un laconico "Mi dispiace, ha sbagliato numero" e con una cornetta riaggancaita, finì invece per diventare il primo passo lungo la strada del matrimonio.

«È veramente la ragazza della mia vita - dice il signor Brown al Daily Mail, che ha scovato la vicenda -. Quella sera ero andato al pub con gli amici e quando mi sono svegliato con quel numero in testa ho provato a mandare un messaggino e ho chiesto "Ci siamo incontrai ieri sera?". Michelle mi ha risposto e abbiamo iniziato a chiacchierare». Poi David ha mandato una lettera con la sua foto e la storia tra i due ha preso il volo. Con uno slancio che neppure i più fantasiosi tra gli sceneggiatori di Hollywood avrebbero potuto immaginare. Chissà che non traggano ispirazione ora.


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mercoledì 11 aprile 2007
ore 11:34
(categoria: "Vita Quotidiana")





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martedì 10 aprile 2007
ore 17:54
(categoria: "Vita Quotidiana")



Gorizia, un parroco in pista per l’Unione
"Pronto a lasciare la tonaca e a fare il sindaco"

GORIZIA - Il suo nome era già venuto alla ribalta in occasione di un contrasto con il vescovo di Gorizia per alcune prese di posizione sull’amore omosessuale. Adesso, don Andrea Bellavite, 47 anni, direttore del settimane diocesano ’Voce isontina’, potrebbe prendere la via della politica: l’Unione lo vuole candidare a sindaco di Gorizia. Questa sera, infatti, la Margherita e i Ds decideranno se rinunciare a far scendere in campo Giulio Mosetti, dirigente cittadino dei Dl, e far propria la proposta di candidatura di don Bellavite avanzata dalla sinistra Radicale, dall’Italia dei Valori, da alcuni gruppi vicini alla Margherita, dalla sinistra Ds e da una vasta area del mondo cattolico.

Per adesso don Bellavite si limita a dire di "essere a disposizione della coalizione, ma solo se tutti i partiti e i movimenti ritrovassero l’unità sulla mia persona". Ma il suo nome non è certo quello di uno sconosciuto. Negli anni scorsi, infatti, era stato vicino ai ’Beati i costruttori di pace’ contro le bombe atomiche alla base Usaf di Aviano in provincia di Pordenone e ai ’no global’ contro il Cpt di Gradisca d’Isonzo in provincia di Gorizia. Da ultimo il contrasti con il vescovo di Gorizia.
Che, però, sembrano appianati: ’’Nessuna rottura nel lasciarci - afferma don Bellavite - Anzi, mi sono commosso quando mi ha detto: queste porte per te saranno sempre aperte’’.

In attesa della decisione la Cancelleria della Curia arcivescovile di Gorizia ha reso noto oggi di aver accolto le dimissioni dall’incarico di direttore della "Voce Isontina". Che, in un’intervista al Messaggero Veneto, ha detto di essere pronto a lasciare la tonaca: "Ritengo che in questo particolare momento sia per me più utile servire la mia città in ambito amministrativo piuttosto che in quello ecclesiastico".

Le elezioni amministrative si terranno il 27 e 28 maggio. Alle urne andranno poco più di 12 milioni di cittadini, dei quali 8,5 per le comunali e 3 milioni e 600 mila per le provinciali. Andranno al voto 788 comuni sotto i 15mila abitanti, 170 sopra i 15mila (di cui 29 capoluogo di provincia) e otto province.


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martedì 10 aprile 2007
ore 12:04
(categoria: "Vita Quotidiana")



Robot, la grande invasione. E nasce la questione "etica"
di LUIGI BIGNAMI

ROMA - Sono più di un milione i robot di "vecchia" generazione, quelli che lavorano nelle industrie del pianeta: 350 mila solo in Giappone, 326.000 in Europa. In Italia per ogni 10.000 persone occupate nell’industria più di 100 sono robot, un numero che fa del nostro Paese uno tra i primi al mondo in questo settore. Sono impiegati soprattutto nella lavorazione meccanica, nella saldatura e nella lavorazione della plastica. E i loro prezzi continuano a scendere: un robot comprato nel 2007 può costare un quarto rispetto allo stesso robot venduto nel 1990. E il suo costo annuale se nel 1990 valeva 100, oggi non supera 25.

Anche tra le mura di casa la loro presenza cresce, ad un tasso del 7-8 per cento l’anno, e "si prevede che dei 66 miliardi di dollari che rappresenteranno il fatturato della robotica nel 2025, il 35% riguarderà i robot personali o di servizio", osserva Bruno Siciliano, presidente della Società Internazionale di Robotica e Automazione.

I robot dunque, sono ormai ovunque. Nelle nostre case, nei nostri uffici, nelle nostre auto. Sono i badanti degli anziani: in Corea del Sud è stato messo a punto quello che controlla gli elettrodomestici e avvisa l’anziano quando è l’ora medicina. Fanno da infermieri agli ammalati (negli Usa alcuni prototipi misurano persino la temperatura) oppure si trasformano in cuccioli scodinzolanti (è il caso, tra gli altri, di "Aibo") e presto li assumeremo come baby-sitter se è vero che alcune aziende stanno studiando il modo per "insegnare" all’automa come si fa a cullare un neonato. Di tutto questo, da oggi al 14 aprile, discuteranno centinaia di scienziati provenienti a Roma con i loro automi da ogni parte del mondo.

L’occasione è l’Icra 2007, conferenza internazionale che si svolge presso l’Università Angelica. L’incontro ruota intorno al titolo "Ubiquitous Robotica", l’obiettivo è esplorare "la capillare presenza degli automi nella nostra società e la grande possibilità di applicazioni nei campi più diversi". Come? Un tempo si diceva che i robot non avrebbero mai potuto imitare l’uomo fino in fondo. Oggi, invece, ci ritroviamo con robot capaci di lavorare con la stessa abilità di un artigiano. Avviene in Italia: "Sono al lavoro nella zona compresa fra Vietri e Cava dei Tirreni, dove imitano i maestri ceramisti", racconta Siciliano. Questo è possibile perché un sistema ottico ha registrato le pennellate degli artigiani, che sono naturalmente una diversa dall’altra, ed è stato messo a punto su questa base un programma che rende i robot capaci di realizzare mattonelle una diversa dall’altra".

Ma l’espansione della robotica porta anche a problemi di etica, e non a caso di "Roboetica" si parlerà anche al convegno dell’Icra. Spiega Antonio Monopoli, collaboratore dell’Università di Bari: "E’ verosimile che con il tempo si genereranno robot con capacità di autoapprendimento sempre maggiori. Avremo insomma robot capaci di "decidere", condizione condivisa con l’essere umano".

Un problema che potrebbe sorgere è l’eventuale inadeguatezza della risposta del robot di fronte ad un evento. In caso di danni, di chi sarebbe la responsabilità? Risponde Monopoli: "Se il robot viene considerato alla stregua di una macchina, la responsabilità ricade sul suo proprietario. Ma se il robot ha una grossa capacità di autoapprendimento e interazione col mondo esterno, e da un punto di vista sociale è ormai condivisa l’idea di una condizione di autonomia operativa dei robot, si potrebbe invocare la perfetta buonafede di chi ha progettato e commercializzato il robot".


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lunedì 9 aprile 2007
ore 23:08
(categoria: "Vita Quotidiana")



Joshua Bell, concerto nella stazione: nessuno riconosce il genio del violino

WASHINGTON - Ha suonato in una stazione della metropolitana di Washington per 43 minuti, più o meno ignorato da tutti i frettolosi viaggiatori, e guadagnando a malapena 32,17 dollari. Eppure Joshua Bell non è un musicista da strada come tanti, anzi non è neanche un musicista da strada, è uno dei più grandi violinisti del mondo. Americano, nato a Bloomington, nel Minnesota, ha 39 anni e da quando ne ha 16 suona con le più grandi orchestre del mondo. Suona un violino all’altezza della sua bravura: uno straordinario Stradivari del 1713, del valore di quasi quattro milioni di dollari. Ma è anche un artista un po’ fuori dalle righe: negli Stati Uniti ha partecipato a una trasmissione televisiva, ha recitato in un film e la rivista People lo ha recentemente definito uno dei 50 uomini più belli del mondo. Una serie di caratteristiche che ne fanno decisamente una star. Eppure, alla Metro di Washington la stragrande maggioranza dei passanti lo ha ignorato.

La eccezionale performance di Bell è stata scrupolosamente seguita e registrata da un gruppo di cronisti del Washington Post, che ne hanno dato conto in un lunghissimo articolo pubblicato nell’edizione di domenica 8, il giorno di Pasqua. Il giornalista che firma l’articolo, Gene Weingarten, spiega che Bell ha accettato di prestarsi all’esperimento con l’obiettivo di verificare se, in un contesto anomalo, la gente normale avrebbe riconosciuto un famoso e acclamato artista e, soprattutto ne avrebbe riconosciuto il talento.

Il violinista è arrivato alla Enfant Plaza Station alle 7.51 del mattino di venerdì 12 gennaio. Era vestito in modo assolutamente comune: jeans, T-shirt e un cappello di una squadra di baseball, i Washington Nationals. Però è arrivato alla Metro in taxi, per proteggere il suo preziosissimo e costosissimo Stradivari, che lui chiama familiarmente ’Strad’.Nessun violino al mondo, assicura Bell, suona come uno Stradivari del 1710.

Nella stazione ci sono vari negozi e bar, e un distributore di biglietti della lotteria, molto frequentato. Bell ha cominciato con la Ciaccona, dalla Partita n.2 in Re Minore di Johann Sebastian Bach, uno dei pezzi più conosciuti per violino, "non solo uno dei più grandi brani di musica mai scritti, ma una delle più grandi opere compiute dalla storia dell’uomo", secondo il violinista. E uno dei pezzi più difficili per violino. La Ciaccona dura 14 minuti: Bell, osserva Weingarten, l’ha suonata "con entusiasmo acrobatico". Nei primi tre minuti sono passate 63 persone davanti al virtuoso, praticamente quasi ignorandolo. Ma, mezzo minuto dopo, è scattato il primo obolo. Sei minuti dopo l’inizio del pezzo qualcuno si è fermato finalmente ad ascoltare.

Ma non c’è molto entusiasmo intorno a Bell. E il violinista è il primo a stupirsene: "All’inizio mi sono concentrato solo sulla musica". Ma poi, "è stato veramente strano, era come se la gente...mi ignorasse". Bell ride, nel rievocare lo strano esperimento. "Quando ti esibisci per un pubblico pagante - spiega - il tuo valore è già riconosciuto. Ma lì, ho pensato: perché non mi apprezzano?". Non solo: Bell ha suonato nell’indifferenza e nel fracasso, mentre "in una sala da concerto io mi arrabbio se qualcuno tossisce o fa squillare il cellulare".

Nei 43 minuti nei quali Bell ha suonato alla Enfant Plaza sono passate oltre 1000 persone. Qualcuno, in effetti, ha apprezzato: il Washington Post li ha fermati e, in un momento successivo, senza quindi interrompere o alterare in qualche modo l’esperimento, li ha anche intervistati. La prima persona tra i passanti ad essere particolarmente colpita dalla musica di Bell è stato un giovane manager del ministero dell’Energia, John David Mortensen. Mortensen ama il rock, e non conosce la musica classica, però al giornalista che lo ha intervistato ha spiegato: "Qualunque fosse la ragione, mi ha fatto sentire in pace". E infatti è stata la prima volta che ha dato dei soldi a un musicista di strada.

Dopo la Ciaccona, Bell ha eseguito l’Ave Maria di Franz Schubert. Le note hanno colpito in particolare un bambino di tre anni, Evan, che è arrivato con la mamma, Sheron Parker. "Mio figlio era attratto - ha spiegato Parker - voleva fermarsi ad ascoltare, ma io avevo fretta". Poi è stata la volta di George Tindley, impiegato del negozio Au Bon Pain, il coffe shop della stazione. Tindley ha capito al volo che chi suonava non era un musicista qualunque: "Ci voleva un attimo per capire che quel ragazzo era bravo, che era chiaramente un professionista". Anche perché l’uomo suona la chitarra, e quindi ha rispetto per la musica: "Molta gente suona, senza ’sentire’ la musica - ha spiegato - Lui no, la sentiva eccome...".

Ha mostrato molta meno sensibilità J. T. Tillman, un informatico intento a tentare la sorte alla lotteria. "Che devo dire? Per me era solo un ragazzo che strimpellava...". Bell è poi andato avanti con Estrellita di Manuel Ponce, un pezzo di Jules Massenet, e una gavotta di Bach. Il violinista guardando in seguito il video ha osservato di essere sorpreso dell’indifferenza generale anche perché "stavo facendo un sacco di rumore...".

Il ’rumore’ è una delle ragioni per le quali una dei negozianti della Enfant Plaza, Edna Souza, brasiliana, non apprezza i musicisti di strada, che le impediscono di sentire al meglio le richieste dei clienti. Però per Bell ha fatto un’eccezione: "Devo ammettere che era piuttosto bravo. E’ stata la prima volta che non ho chiamato la polizia".

Quando alla donna è stato spiegato chi è Bell, ha replicato senza scomporsi: "Se qualcosa del genere fosse accaduto in Brasile, tutti si sarebbero fermati ad ascoltare, non qui. Un paio di anni fa un barbone è morto, e non si è fermato nessuno". Gli americani sono troppo indaffarati, conclude Weingarten, che cita anche a dimostrazione di questa tesi il sociologo Alexis de Tocqueville e il film Koyaanisqatsi di Godfrey Reggio.

Il principale estimatore di Bell il 12 gennaio è stato John Picarello, nella vita un attento conoscitore della musica e un fan di Bell. Picarello, supervisore alle Poste statunitensi, non ha riconosciuto il virtuoso ma ne ha comunque riconosciuto lo straordinario talento: "Era un violinista eccellente. Non ho mai sentito niente del genere. Era tecnicamente perfetto, con un fraseggio molto buono. E aveva anche un buon violino, con un bel suono. Mi sono fermato a una certa distanza ad ascoltare, non volevo invadere il suo spazio".

E c’è stata infine una persona, una sola, che ha riconosciuto Bell, Stacy Furukawa, una funzionaria del ministero del Commercio, che lo aveva ascoltato tre settimane prima in un concerto alla Libreria del Congresso. "E’ la cosa più incredibile che abbia visto a Washington - ha detto in seguito la donna - Joshua Bell suonava nell’ora di punta, e la gente non si fermava, non lo guardava, qualcuno gli lanciava una monetina! Monetine! Ho pensato, ma in che città vivo, dove può accadere questo!".

Contati alla fine dell’esperimento i suoi 32,17 dollari, Bell ha osservato ironicamente: "Beh, potrei viverci, e non avrei neanche bisogno di un agente!".


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domenica 8 aprile 2007
ore 21:22
(categoria: "Vita Quotidiana")



La guerra del curry tra Carlo e Samad
di Giovanni Maria Bellu

Forse era il riso fritto. O il cocktail di spezie del chicken biriani. Di certo, c’era anche, onnipresente, l’odore del curry. Il curry nella cucina bengalese è un po’ dappertutto, come e più del prezzemolo nella nostra. Fatto sta che Carlo non è un estimatore della gastronomia orientale. Quello che per il bengalese Samad è sublime fragranza, preannuncio di delizie per il palato, per lui è insopportabile puzza.

Saremmo nell’ambito dei gusti personali - sui quali come è noto ’non est disputandum’ - se l’incompatibilità olfattiva tra Carlo e Samad, a un certo punto non fosse diventata uno dei casi esaminati e istruiti dall’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali. Non solo. E’ stata anche citata nel "Rapporto 2006" dell’Unar. Precisamente nel capitolo dedicato ai conflitti maturati nell’ambito della casa e del vicinato.

Rispetto all’anno precedente sono aumentati in modo allarmante: il venticinque per cento in più. Se si considera che la stessa strage di Erba può essere considerata l’esplosione sanguinaria di un conflitto condominiale alimentato anche da pregiudizi di carattere culturale e razziale, si comprende perché val la pena di ragionare su questa lite al curry.

A segnalare il problema, nel gennaio del 2005, è una signora italiana che ha affittato la sua casa - un appartamento in una zona periferica di Roma - a Samad e famiglia. La donna fa sapere che i suoi inquilini si sono lamentati con lei per le minacce e gli insulti che hanno subito dal loro vicino romano, Carlo, che li accusa di produrre con la loro cucina "odori insopportabili".

La funzione dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali non è solo quella di raccogliere le denunce. Quando lo ritiene opportuno e possibile, svolge anche un’attività di conciliazione tra le parti. E così si regola nella vicenda di Carlo e Samad. Ma quando, dopo tre settimane, prende contatto con la proprietaria dell’appartamento, la signora fa sapere che i suoi inquilini bengalesi sono contrari a qualunque intervento. Temono di peggiorare la situazione irritando l’alquanto irascibile Carlo.

Sbagliano. Perché dopo altri due mesi è proprio Carlo - evidentemente in preda a una sindrome da soffocamento da spezie orientali - che decide di agire e, attraverso un avvocato, invia alla signora, nella sua qualità di proprietaria dell’appartamento, una diffida "finalizzata a interruzione ed eliminazione dei disagi denunciati". Cioè della puzza.

Come si vede, la faccenda sta diventando seria: siamo agli avvocati che, è vero, sono sempre meglio di un colpo d’ascia, ma, considerando i tempi della nostra giustizia, a volte riescono solo a rinviarlo. L’Unar così decide di convocare Samad e si prepara - sempre nella prospettiva di chiudere il caso in modo amichevole - a fare altrettanto con Carlo. Ed ecco il colpo di scena: quando il bangalese Samad si presenta negli uffici, comunica che la controversia condominiale si è risolta.

Oggi è Pasqua è questa è una storia a lieto fine. Ma cosa è accaduto? Samad ha invitato Carlo a cena e gli ha fatto assaggiare il prodotto di quegli odori convertendolo al curry? O, viceversa, Carlo ha trasmesso a Samad le delizie della cucina romanesca e così, nell’aere condominiale, agli effluvi orientali si sono sostituiti quelli rassicuranti del soffritto di cipolla e dell’amatriciana? O i due hanno trovato una mediazione tra il sofisticato chicken biriani e il banale pollo arrosto, per esempio nel pollo coi peperoni?

Niente di tutto questo: Samad ha acquistato una nuova e più efficiente cappa.

A volta, nell’incontro tra culture, un sano pragmatismo è meglio di qualunque discorso.


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mercoledì 4 aprile 2007
ore 18:44
(categoria: "Vita Quotidiana")





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martedì 3 aprile 2007
ore 15:58
(categoria: "Vita Quotidiana")



Gb: almeno 30% delle donne finge l’orgasmo
di Deborah Bonetti

LONDRA (GRAN BRETAGNA) - L’eroina del film “Harry ti presento Sally” aveva ragione: almeno un terzo delle donne finge l’orgasmo. La memorabile scena del film in cui Sally, tranquillamente seduta al tavolo di un ristorante, dimostra a Harry come una donna sappia fingere in modo estremamente convincente, è una scena che a quanto pare si ripete, con una certa frequenza, in tutta l’Inghilterra.

ORGASMI FINTI - Lo rivela una ricerca realizzata su un campione di 4000 donne, di cui il 30% ha confessato di aver finto orgasmi con tutti i propri partner sessuali. La cosa pare non creare alcun senso di colpa nelle donne perché, secondo il 90 percento di loro, gli uomini non saprebbero capire la differenza tra un orgasmo vero e uno finto. E così, piuttosto che iniziare discussioni con il partner, o creare complessi o sensi di colpa al proprio uomo, le donne preferiscono fingere per mantenere il rapporto di coppia sereno e tranquillo. Tra le intervistate dalla OnePoll, pare che le “attrici” di maggior successo siano le ragazze di Sheffield, che fingono ben 42 volte in media all’anno. Quelle che hanno meno bisogno di fingere sono invece le fortunate di Nottingham, con solo 8 simulazioni all’anno su un totale di 99 incontri passionali.

SCARSA CAPACITA’ TECNICA - Il problema principale che costringe le donne a fingere sarebbe la “tecnica” usata dall’uomo. Se questo preferisce saltare i preliminari, oppure dimostra poca creatività o peggio ancora è un po’ “rozzo”, la donna non riesce a raggiungere il trasporto necessario per la piena soddisfazione. Le donne intervistate hanno stilato un decalogo di cose da fare per gli uomini, per avere successo tra le lenzuola con l’altra metà, e un decalogo di cose da evitare. Gli uomini che temono di non essere dei grandi campioni a letto possono però consolarsi con un dato interessante: l’80% delle donne dice che preferisce un amante mediocre, se gentile e romantico, piuttosto che un fantastico “latin lover” che dimostra poco affetto e attenzioni. Le donne intervistate infatti sono concordi in massa sul fatto che “la tecnica amatoria” può sempre essere migliorata, ma un compagno senza cuore, incapace di tenerezza e romanticismo sia meglio perderlo che trovarlo.


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martedì 3 aprile 2007
ore 12:17
(categoria: "Vita Quotidiana")



Maturità, primi effetti della riforma: crollano "esterni" e privatisti
di SALVO INTRAVAIA

Svaniscono di botto gli studenti superdotati. In calo anche i privatisti che hanno scelto le scuole paritarie. Il prossimo mese di giugno, il numero di ’ottisti’ che si presenterà alla maturità (coloro che in base alla normativa vigente possono chiedere di accedere agli esami di stato saltando la frequenza dell’ultimo anno) è irrisorio: appena 140. In effetti, la vita dei ’saltanti’, come vengono chiamati in gergo tecnico, deve essere davvero difficile. Per frequentare il quarto anno della scuola superiore, ottenere la promozione con almeno otto in tutte le materie e contemporaneamente studiare tutti gli argomenti dell’ultimo anno per presentarsi direttamente agli esami e superarli con successo ce ne vogliono di volontà e costanza. Eppure durante l’era Moratti il proliferare nel Paese di cervelloni è stata una realtà suffragata dai dati.

L’anno scorso, le commissioni ne esaminarono addirittura un numero dodici volte superiore rispetto a quelli che si presenteranno al cospetto delle commissioni fra tre mesi. Studenti quasi tutti provenienti dalle scuole private e per la maggior parte promossi alla fine delle tre prove scritte e del colloquio. Ma c’è di più. Oltre ad essere superbravi, per diventare saltanti occorre possedere una buona dose di preveggenza. Perché la domanda per sostenere la maturità saltando la frequenza dell’ultimo anno va presentata alcuni mesi prima, cioè prima di conoscere lo scrutinio finale del quarto anno. Stesso discorso per i privatisti provenienti dalle paritarie. Il loro numero, quest’anno, si è drasticamente ridimensionato: meno 30 per cento rispetto all’anno scorso.

L’effetto Fioroni. Il drastico calo degli ottisti e dei privatisti è da attribuire alle modifiche introdotte dal ministro della Pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni, che tra i primi obiettivi ha assunto quello di ridare dignità agli esami di stato. Prima fra tutte, il ripristino della commissione mista: 3 membri interni, 3 prof esterni e un presidente esterno. In effetti, come dimostrano le statistiche sui promossi (96,5 per cento), negli anni del governo Berlusconi l’esame si è trasformato in una mera formalità. Ma già nella sua ’prima’ maturità Fioroni aveva dichiarato guerra ai diplomifici mettendo su un pool di ispettori che l’estate scorsa ha girato in lungo e largo la Penisola per controllare i requisiti dei maturandi. L’operazione ha determinato l’esclusione dalla maturità per 100 ottisti quasi tutti delle private. Lo scorso autunno, è stata poi avviata la riforma degli esami di stato che per i saltanti ha previsto un giro di vite. Da quest’anno, per ottenere l’ammissione ’abbreviata’ agli esami finali, ’oltre ad aver riportato, nello scrutinio finale della penultima classe, non meno di otto decimi in ciascuna disciplina’ bisogna avere ’seguito un corso regolare di studi, riportando una votazione non inferiore a sette decimi in ciascuna disciplina negli scrutini finali dei due anni antecedenti il penultimo, senza essere incorsi in ripetenze nei due anni predetti’. Insomma una ’opportunità da offrire soltanto a studenti particolarmente meritevoli’.

I numeri. L’abbreviazione per merito o per obblighi di leva è stata introdotta dalla riforma Berlinguer del ’98 che prevedeva una commissione esaminatrice mista con mezza commissione interna e mezza esterna più un presidente esterno super partes. Nel 2002 il governo Berlusconi modificò la composizione delle commissioni degli esami di Stato con tutti membri interni e il numero dei saltanti si moltiplicò. Dalle poche decine del ’99 si passò ai 1.353 del 2003 per arrivare a 1.707 nel 2006. I privatisti delle scuole non statali negli anni seguirono lo stesso andamento. I 217 del 1999 diventarono presto 9.850 (nel 2003) per arrivare a quasi 11 mila l’anno scorso. Quest’anno se ne prevedono poco più di 7 mila.


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