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PARANOIE
Nessuna scelta effettuata

 


MERAVIGLIE

Nessuna scelta effettuata








Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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lunedì 2 aprile 2007
ore 18:36
(categoria: "Vita Quotidiana")





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lunedì 2 aprile 2007
ore 18:24
(categoria: "Vita Quotidiana")



Nasce in Giappone la Cyber Università: tutto online, dalle lezioni agli esami
I libri si potranno scaricare, i corsi saranno in streaming audio-video

TOKYO - Tutto via Internet, dalle lezioni ai colloqui con i professori fino agli esami: in Giappone è nata la Cyber University, un ateneo virtuale che è stato appena inaugurato nella città meridionale di Fukuoka con una cerimonia, e non poteva essere altrimenti, in diretta webcast. Al momento propone solo due corsi di laurea quadriennale in Tecnologia dell’Informazione e Beni Culturali, ed è gestita da un consorzio di aziende private guidate dal colosso delle telecomunicazioni Softbank.

L’attività didattica, esclusivamente online, pone il nuovo ateneo su un piano nettamente diverso dalle altre università, che da tempo forniscono un proprio ’alter ego’ virtuale su Internet mantenendo tuttavia una presenza ’fisica’ sul territorio.

Mentre alla Cyber University le lezioni verranno trasmesse in streaming audio-video e i materiali, come libri di testo e appunti, saranno disponibili in download 24 ore su 24. Un centinaio i docenti impiegati, mentre gli studenti sono circa 1.300, un numero volutamente limitato per non compromettere la qualità dell’insegnamento, almeno per il primo anno di prova.

Per difendere l’ateneo dalle insidie del mondo virtuale, che in questo caso possono tradursi in esami truccati e generalità fasulle, massima attenzione è stata dedicata al sistema di riconoscimento degli studenti, che saranno costantemente chiamati a confermare in modo inequivocabile la propria identità dietro a monitor e tastiere.


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lunedì 2 aprile 2007
ore 17:09
(categoria: "Vita Quotidiana")



"Ho aiutato Moana a morire". Il marito della pornostar racconta

ROMA - "Così ho aiutato Moana a morire". Il marito della pornostar morta 13 anni fa, svela in un libro di "aver fatto entrare piccole bolle d’aria attraverso la flebo" per abbreviare la fine della moglie malata di tumore al fegato.

Al Messaggero, Antonio Di Ciesco anticipa il contenuto del libro: "Non voglio trovarmi in un letto con tubi dappertutto e non più padrona di me stessa, mi disse Moana. Allora dovrai aiutarmi ad andare, dovrai mettere fine alle mie sofferenze". E il momento venne la notte del 15 settembre 1994 in una camera dell’ospedale di Lione dove la pornostar era ricoverata.

"Ci abbracciammo, i baci furono un addio. Poco dopo si addormentò tra le mie braccia. Facendo entrare piccole bolle d’aria attraverso il tubicino della flebo lei non si accorse che la vita la stava abbandonando. E con essa anche le sofferenze".

Di Ciesco afferma di non essersi pentito: "E’ stata una decisione presa con serenità, una scelta giusta che mi è costata, ma non c’era rimedio" e aggiunge di essersi deciso a parlare per mettere fine ai misteri sulla morte di Moana "specie sulla leggenda che non fosse morta, ma solo sparita volontariamente".

Sul quotidiano romano ricorda il suo amore segreto con Moana nato a Lampedusa tre anni prima, le nozze a Las Vegas, "una specie di gioco, un segreto tutto nostro che serviva anche a proteggere la nostra vita privata", e poi l’inizio del male durante un lungo viaggio in India nel 1994, con la scoperta del tumore e a Lione, l’esito quasi nullo della chemioterapia e il medico che le annunciò che non aveva più speranze.

Rifarebbe quello che ha fatto?, ha chiesto il Messaggero al marito di Moana. "Sì, non ho cambiato idea. E’ stata una scelta giusta. Se mi chiamasse un giudice, non potrei che confermare quello che ho scritto. Non credo di aver fatto niente di male, ho solo rispettato la valontà di Moana. L’eutanasia è una scelta che dovrebbe essere concessa a tutti in casi estremi come quello di Moana, la mia Bambi".


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venerdì 30 marzo 2007
ore 10:14
(categoria: "Vita Quotidiana")



"Io prete tra coppie di fatto e omosessuali: Porte aperte a tutti, no alle divisioni"
di JENNER MELETTI

TREVISO - Sul muro, dietro la scrivania, c’è un manifesto del 1948, firmato Democrazia cristiana. Un sacerdote sullo sfondo annuncia: "Meglio un prete oggi che un boia domani". In primo piano, un rosso bolscevico accanto a una forca. Il messaggio è chiaro: se non obbedisci ai preti, sarai preda dei comunisti. Don Adelino Bortoluzzi, parroco di Olmi-San Floriano, si mette a ridere. "E’ un manifesto originale, me l’hanno regalato, forse per ricordarmi un passato non tanto lontano. E ricordare, anche in questi giorni, fa solo bene". Non è facile trovare sacerdoti che abbiano voglia di parlare del mega raduno annunciato a Roma. C’è chi dice che "la sola protesta permessa è il silenzio", c’è chi sostiene che "come sempre i parroci sono tagliati fuori da ogni decisione". "Vadano a Roma, quelli che credono che per salvare la famiglia basti uno slogan. Io non organizzerò certo dei pullman. Resterò qui, con le famiglie vere, che ci parlano di figli da crescere e da educare, e non di Pacs o Dico. Ma protestare non conta nulla. La gerarchia della Chiesa non ha certo smesso di essere una gerarchia".

Don Bortoluzzi (per tutti Adelino e basta) accetta di parlare, ma solo della sua parrocchia. "Io posso solo spiegare cosa succede qui, in questa periferia di Treviso, che 15 anni fa, quando sono arrivato, era solo un dormitorio costruito attorno a una strada. Posso raccontare cosa ho cercato di fare in questa terra degli schei e del consumismo, dove i figli venivano mandati a lavorare a 14 anni e la scuola era giudicata solo una perdita di tempo. Parlo delle persone che abitano qui, persone vere, una diversa dall’altra, che alla parrocchia chiedono di essere luogo di accoglienza. L’incontro di Roma? Rischia di creare solo tensione e divisione. Nella mia chiesa entrano coppie di fatto, separati, omosessuali che non possono ricevere la Comunione ma che sono in comunione con gli altri fedeli. La chiesa è l’unico posto dove queste persone possono entrare senza che nessuno chieda loro un pass. Si sentono accolti da qualcuno più grande di tutti noi, dalle braccia della misericordia di un Dio che vuole bene a tutti".

C’è una strana strada, nella parrocchia, che qualcuno chiama "la via delle coppie di fatto". "Hanno costruito dei monolocali che sono stati affittati o comprati da uomini e donne che si sono separati ed hanno lasciato la casa in centro al coniuge e ai figli. Alcuni hanno nuove compagne. Come prete, posso ignorare queste persone? Il matrimonio è formato da coppie di diritto e da coppie di fatto, ma è anche dono e mistero, ed io lavoro per il dono e il mistero. Ci sono anche persone che si sentono sconfitte dalla vita. Non è bello separarsi, non è bello vivere in conflitto con la stessa persona con la quale hai fatto dei figli. Io cerco di trovare quello stile che Gesù aveva con le persone sofferenti. Chi sta già pagando un alto prezzo, deve trovare nella chiesa bontà e misericordia".

Anche qui i matrimoni in chiesa sono merce rara. L’anno scorso solo 4, contro 30 battesimi e 16 funerali. "Qualcuno si è sposato in altre parrocchie, ma la crisi c’è. La mia preoccupazione di parroco è comunque quella di fare sapere a chi si sposa che il matrimonio è una vocazione, da vivere con quella pienezza che è frutto di libertà di stare assieme ma anche grazia dello spirito. Dobbiamo poi ripensare anche alla "penitenza". Io posso assolvere un aborto o un assassinio, non una separazione. Su questo dramma aspetto un nuovo magistero dalla Chiesa. Se non avremo il coraggio di affrontare questi temi, per tanti la liturgia e il Vangelo saranno ridotti a norme e riti, facendo perdere la forza che hanno per aiutare l’uomo a vivere bene".

Non è facile trovare preti come don Adelino. In quindici anni ha costruito il centro sociale per gli anziani, con campi bocce al coperto, una grande palestra, un centro incontri per le famiglie... "Non ho il male della pietra. Ho cercato di trasformare un dormitorio in un paese. I soldi? Per raccoglierli, organizziamo anche la sagra del toro allo spiedo. Ci sono famiglie che si tassano, e poi ci sono i debiti. Ma adesso Olmi non è più solo una strada fra i dormitori. Sono diventato prete nel 1974, in tempi in cui i referendum sull’aborto e sul divorzio hanno segnato il crollo della cristianità. Ero cappellano vicino a Mestre e in quegli anni di tensioni fortissime vissute dagli operai di Marghera la parrocchia faceva campagna elettorale, per la Dc, ed era il centro di potere più grande del paese. Il parroco allora faceva e disfaceva la giunta comunale. Adesso noi preti, su questa questione, per fortuna non contiamo più nulla. Chi crede che possano tornare i tempi del manifesto con il prete e il comunista, si illude. Con altri sacerdoti ho imparato che la parrocchia deve essere un centro di spiritualità, non di potere. Arrivato qui, potevo vivere come un "manager di azienda di servizi religiosi". Battesimi e prediche, benedizioni e funerali. Faccio tutto questo, ma ho scelto anche un’altra strada. Ho studiato, ho chiamato qui degli specialisti. Ci sono soprattutto psicoterapeuti. E così a Olmi non c’è un "prete educatore" ma una vera comunità educante".

Cento ragazzi e ragazze, in questo pezzetto di nord est così refrattario agli atenei, si sono già laureati. "Seguiamo i ragazzi delle superiori, per completare un discorso culturale che la scuola non riesce a dare. Gli universitari fanno comunità: organizziamo appartamenti a Milano, Bologna, Padova. Dicono che "Adelino porta via i ragazzi dalle famiglie". E’ vero. Io dico che bisogna studiare davvero e trovare un lavoro, fare un mutuo per uscire di casa subito dopo la laurea, farsi una famiglia. Anche in questo campo voglio essere un manager che riunisce persone competenti. Ragazzi in crisi trovano qui in parrocchia una risposta e soprattutto un aiuto a individuare la strada giusta. E così abbiamo gli anziani che gestiscono il bar portando orgogliosi il grembiule con scritto "Noi di Olmi" ma anche psicologi, psicoterapisti, analisti con i quali abbiamo costruito una rete di sostegno che serve tutta la comunità. Una rete, questa, che ci ha aiutato ad esempio ad organizzare famiglie che hanno deciso di andare ad abitare tutte nello stesso condominio, per una solidarietà reciproca. Ma è una rete che, se necessario, consiglia anche la separazione di una coppia, se questa appare come la soluzione più opportuna. Può sembrare strano che certi consigli arrivino da una parrocchia, ma la crisi arriva anche nelle famiglie sposate in chiesa. Non puoi fare finta di nulla".

A Olmi (1.200 dei 3.500 abitanti partecipano alle messe della domenica, 25 mamme insegnano il catechismo e 180 volontari organizzano le attività della parrocchia) l’altro giorno sono stati battezzati quattro bambini. "C’erano due neonati, il figlio di un ricco industriale e il figlio di un operaio. E c’erano due bambini più grandi, figli di una coppia di fatto. Sono amici di bambini battezzati, anche loro hanno voluto il sacramento. I loro genitori erano presenti ed hanno chiesto alla nostra comunità di farsi carico dell’educazione cristiana dei loro figli. Sono cose che succedono, se una parrocchia tiene davvero le porte aperte a tutti".


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mercoledì 28 marzo 2007
ore 11:05
(categoria: "Vita Quotidiana")



In tv il "Chi l’ha visto?" della storia
così la Russia ritrova il suo passato
di LEONARDO COEN

MOSCA - Primo canale pubblico della tv russa. Studio di Zhdi Menja. Zoom sul volto di Piotr Leontiev. Sembra una carta geografica: solcato da rughe che marcano l’usura del tempo. La voce trema leggermente. Dice Piotr: "Era il 1941. Mio padre doveva partire per il fronte. C’erano otto figli da sfamare. Mia madre barattava quel poco che aveva al mercatino delle pulci. Un vicino la denunciò. Mercato nero. Fu arrestata e deportata. Con lei, solo Serghej, il più piccolo dei figli. Mio padre fu dichiarato disperso nel 1943. Del nostro fratellino Serghej perdemmo ogni traccia. Sparito".

Invece no. Lo staff di Zhdi Menja contatta la polizia di Karaganda, in Kazakistan, dove si trovava il gulag della madre. Ricerche minuziose negli archivi, testimoni. Un’esile pista si materializza e porta dritto a Serghej: dopo anni di orfanotrofio a Karanganda, aveva fatto il carpentiere e trascorso poveramente gran parte della sua vita.

Ora le telecamere inquadrano un celebre attore: Igor Kvasha. Ironia del destino, interpretò Stalin in un famoso film. La voce dell’attore è grave: "Loro strappavano i mariti dalle moglie, le mogli dai mariti e dalle loro famiglie. Loro distruggevano deliberatamente gli archivi, cancellavano i nomi delle persone, loro eliminavano la memoria". Già, "loro". Tutti in Russia sanno cosa vuol dire "loro", quando si parla del passato: la macchina totalitaria sovietica del terrore. Come ci dice lo stesso Kvasha, "il mostro che annientava la compassione verso gli altri".

Lunedì prossimo, alle diciannove e dieci, andrà in onda la nuova puntata di Zhdi Menja. La numero 306. Zhdi Menja. Vuol dire "aspettami". La trasmissione più popolare, struggente e drammatica della televisione russa, il "Chi l’ha visto?" che spesso affonda i suoi disperati appelli nella dolorosa memoria del Paese. Attraverso le testimonianze dei suoi protagonisti "Aspettami" racconta le grandi crisi della storia russa.

Le ricostruzioni del passato che offre da sono autentiche, vissute, emblematiche. Igor Kvasha da un lato ne è orgoglioso. Dall’altro, non vorrebbe che il suo programma venisse etichettato come una sorta di Grande Processo del Passato. Non ci sono solo gli scampati dei gulag, "ma anche storie vere e tragiche di oggi". Ogni quaranta minuti, spiega, riusciamo a rintracciare una persona che ci è stato chiesto di trovare. D’altra parte, in Russia - così dicono le statistiche - ogni 300 abitanti ce n’è uno che è sempre alla ricerca di qualcun altro.

E tuttavia, il successo straordinario di Zhdi Menja è dovuto soprattutto per quelle storie emerse dall’arcipelago dei gulag, dai massacri delle purghe staliniane, dagli esili forzati. Davanti a Kvasha, il conduttore, si abbracciano e piangono anche i sopravvissuti di guerre come quella in Cecenia o in Afghanistan: Olga Dadayeva perse nei caotici giorni del 1995, all’inizio della guerra cecena, il figlio Anzor che aveva sei anni. I due si riabbracciano davanti alle telecamere undici anni dopo, Anzor ha speso il resto della sua vita in un orfanotrofio di Grozny.

Ecco due fratelli ebrei ungheresi, Tibor e Miklosz Bleier, vittime degli esperimenti di Mengele ad Auschwitz. Dopo la guerra, Tibor finì in Ucraina, Miklosz in Israele. La guerra fredda li isolò per sempre: uno credeva che l’altro fosse morto. Ora si fronteggiano. Scettici, sembra. Tibor solleva la manica della camicia. Lo stesso fa Miklosz. Spuntano i numeri tatuati dagli aguzzini Ss: 5103 e 5104.

Dal 1998, quando il programma esordì, si sono "aspettate" e ritrovate 38.965 persone, 38.965 frammenti di una vicenda corale, perché tutte le famiglie russe hanno provato in un modo o nell’altro il dramma delle "perdite", degli arresti, delle inquisizioni. Pian piano, la gente ha ritrovato coraggio. Ricorda. Parla. Cerca. Chiede di cercare.

Sono indagini che si concludono bene, se badiamo alle cifre: 182 persone si sono ritrovate la scorsa settimana, quasi seicento in questa. Il database si avvicina ad un milione di storie, una mappa della memoria e dell’angoscia che copre tutto il mondo, tranne Antigua e Cabo Verde. In una delle ultime puntate, è andata in onda la vicenda di Luigi Pedutto, innamorato cotto della bella ucraina Mokrina, conosciuta nel 1943.

L’Armata Rossa li separò, costringendo la ragazza a tornare in patria. Non si videro più. Ma non si dimenticarono mai. Ci pensò Zhdi Menja a farli riabbracciare. Luigi ha 82 anni, lei ne 84 ed è diventata cittadina onoraria di Castel San Lorenzo. Per certi piccoli grandi miracoli è bastato infilare una lettera dentro il chiosco di Zhdi Menja che si trova alla stazione Kazanskij, nella centrale piazza Komsomolskaja di Mosca. Milioni di persone ci passano davanti. Gente che va, gente che viene. Anzi, che torna.


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martedì 27 marzo 2007
ore 12:00
(categoria: "Vita Quotidiana")



Ieri ti ho baciato sulle labbra.
Ti ho baciato sulle labbra. Intense,
rosse. Un bacio così corto
durato più di un lampo,
di un miracolo, più ancora.
Il tempo
dopo averti baciato
non valeva più a nulla
ormai, a nulla
era valso prima.
Nel bacio il suo inizio e la sua fine.

Oggi sto baciando un bacio;
sono solo con le mie labbra.
Le poso
non sulla bocca, no, non più
- dov’è fuggita ? -
Le poso
sul bacio che ieri ti ho dato,
sulle bocche unite
dal bacio che hanno baciato.
E dura, questo bacio
più del silenzio, della luce.
Perchè io non bacio ora
né una carne né una bocca,
che scappa, che mi sfugge.
No.
Ti sto baciando più lontano.


(Ieri ti ho baciato sulle labbra, Pedro Salinas)


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martedì 27 marzo 2007
ore 11:50
(categoria: "Vita Quotidiana")



I giovani italiani si allontano dall’Europa
sono pochi e scarsamente informatizzati
di SALVO INTRAVAIA

Se il futuro dipende dai giovani di oggi in Italia non c’è da stare molto allegri. La popolazione invecchia e i ragazzi sono sempre meno. Nel secondo millennio usano poco internet e hanno scarse competenze informatiche. Il livello di scolarizzazione è basso e sono ancora troppi coloro che a 24 anni si ritrovano all’affannosa ricerca di un posto di lavoro. Un quadro - quello illustrato da Eurostat in occasione del Forum dei giovani del 24 e 25 marzo, organizzato nell’ambito dei festeggiamenti per il 50° anniversario della firma dei Trattati di Roma - che dovrebbe fare riflettere tutti: politici, amministratori locali e cittadini comuni. I numeri, ancora una volta, non lasciano spazio a dubbi: l’Italia è indietro e il futuro secondo gli esperti europei è decisamente in salita.

La popolazione "giovane". Se per giovani intendiamo quelli al di sotto dei 24 anni, in Italia, siamo messi male e se consideriamo gli under 15 siamo gli ultimi. E’ il prezzo di genitori con sempre meno figli e di una famiglia che stenta a decollare: con benessere e difficoltà economiche probabilmente facce della stessa medaglia. Oggi, nel nostro paese , solo un abitante su quattro ha meno di 24 anni. La media dei paesi dell’Unione Europea è del 28,6 per cento. Tra le nazioni che possono contare su un capitale umano giovane in testa c’è l’Irlanda (35,7 per cento) seguita dal Francia, col 31,2 per cento, Regno Unito e Danimarca. E se nel frattempo non interverranno novità, nel 2050 le cose peggioreranno ulteriormente: il numero dei giovani, si calcola, scenderà al 19,6 per cento.

Il livello di scolarizzazione e il lavoro. E’ uno dei parametri presi in considerazione dalle organizzazioni internazionali per prevedere i margini di crescita di uno stato. Rispetto alla media Ue (77,4 per cento) i ragazzi italiani tra i 20 e i 24 anni di età in possesso di un diploma sono appena 73 su 100. La Svezia con 87 giovani diplomati su 100 ci surclassa. Finlandia e Grecia ci danno oltre 10 lunghezze. Ma il dato che salta all’occhio è quello dei paesi appartenuti all’ex blocco sovietico che in molti casi superano il 90 per cento. Brutte notizie per i giovani italiani anche sul versante del lavoro. La disoccupazione in Italia colpisce più di un giovane su 5 (il 20,1 per cento) con una media europea più bassa di quasi 3 punti e mezzo. Ma non è tutto. Perché nelle statistiche Eurostat figura la percentuale di giovani che lavora: il resto è disoccupato o continua gli studi. In Italia, ultima in assoluto, può contare su uno stipendio appena un ragazzo su 4. Nel Regno Unito, in Finlandia, Austria e Danimarca se ne contano quasi il doppio.

Le competenze informatiche. In un mondo sempre "più virtuale" sapere utilizzare il computer e la Rete è di fondamentale importanza. Fra qualche anno, coloro che non sapranno inviare una email non saranno in grado di "chattare" o "navigare e acquistare in rete" saranno considerati neoanalfabeti. Tra i paesi europei più sviluppati i giovani italiani figurano all’ultimo posto: appena 55 su 100 (16/24 anni) utilizzano internet almeno una volta alla settimana. Gli unici paesi dell’Ue che ci seguono sono la Bulgaria, la Grecia e Malta. Anche in Lituania e Lettonia l’utilizzo di internet da parte dei giovani è parecchio più diffuso che nel belpaese. Stessa cosa per le competenze informatiche di alto livello. Solo un giovane italiano su tre può considerarsi davvero esperto alle prese con "file, account" e altre diavolerie e solo 8 su 100 si sono cimentati in "acquisti elettronici". In Europa, i ragazzi fra 16 e 24 anni che comprano beni e servizi su internet sono almeno il trip


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lunedì 26 marzo 2007
ore 17:14
(categoria: "Vita Quotidiana")





Mustang Ranch, lo storico bordello della città di Reno, nello stato americano del Nevada, era stato chiuso nel 1999 ma ora è stato definitivamente distrutto dalle fiamme. Ma non si è trattato di un incidente: quel che rimaneva del complesso originale (48 stanze e quasi 2000 metri quadrati di superficie) è stato bruciato in una esercitazione per l’addestramento dei vigili del fuoco. Come si vede nella foto, infatti, per appiccare il fuoco i pompieri si sono serviti di pallet in legno. L’edificio era stato donato ai vigili del fuoco dal proprietario di questa e altre case di tolleranza Dennis Hof, nella foto con un paio di sue dipendenti



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lunedì 26 marzo 2007
ore 12:20
(categoria: "Vita Quotidiana")



Venite gente vuota, facciamola finita, voi preti che vendete a tutti un’ altra vita;
se c’è, come voi dite, un Dio nell’ infinito, guardatevi nel cuore, l’ avete già tradito
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso, che Dio è morto e l’ uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali;
tornate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti.
Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco

e al fin della licenza.......


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lunedì 26 marzo 2007
ore 11:14
(categoria: "Vita Quotidiana")



Bullismo: ripresa col cellulare in video hard
Il padre si vendica picchiando gli autori

COMO - Si è fatto giustizia da solo, menando le mani. protagonista il padre della ragazzina di 12 anni che un mese fa era stata ripresa con un telefonino durante un rapporto orale davanti a un gruppo di compagni di classe. Il video aveva fatto poi il giro della scuola media di Valmorea (Como). L’uomo, ieri pomeriggio, notati cinque di questi ragazzi - tutti ancora sotto i 14 anni - li ha aggrediti, minacciati e picchiati, tanto che tutti e cinque hanno dovuto farsi medicare al pronto soccorso con prognosi fino ai 10 giorni.

Il padre ha avuto una violenta discussione anche con il genitore di uno dei ragazzi, ed è finito in caserma dai carabinieri. Non esistendo i presupposti per una denuncia d’ufficio, nei suoi confronti non sono stati presi provvedimenti, anche se i genitori dei malmenati hanno annunciato di voler presentare querela per minacce e lesioni. Il genitore della ragazza ha sempre creduto alla figlia, che ha affermato di essere stata vittima di una violenza, e costretta all’atto sessuale. I ragazzi invece hanno riferito che lei era consenziente. Su questo aspetto sta indagando la procura minorile di Milano, che ha avviato un’indagine per violenza sessuale verso i ragazzi del gruppo che hanno superato i 14 anni.

Ieri, invece, si è consumata questa sorta di vendetta privata. Il padre della ragazza, in auto con la moglie, ha notato i ragazzini in giro in bicicletta, li ha seguiti e ha affrontato il protagonista del video, prendendolo a sberle. E’ nata una colluttazione generale, che ha coinvolto anche la moglie, gli altri ragazzi, e uno dei loro genitori, nel frattempo avvisato dal figlio. E’ stato lui, quando l’aggressore si è allontanato, a chiamare il 118 e i carabinieri. Dopo la visita in pediatria, i cinque ragazzi sono stati dimessi.


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