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Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto son dileguati. Ma il furto non m’accora, poiché vi ha preso stanza la dolce speranza!
Or che mi conoscete, parlate voi. Chi siete? Via piaccia dir?

Scrivo un diario inutile. senza note, senza parole, senza frasi. Solo pagine vuote, bianche. Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano. (Alessandro Sebastiano Morandi)
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martedì 6 marzo 2007
ore 12:47 (categoria:
"Vita Quotidiana")
LIstat: continua il crollo dei fondi per la scuola di SALVO INTRAVAIA
Sempre meno quote di investimenti, negli ultimi anni, per scuola e università italiane. Stando ai numeri, il settore dellIstruzione non sembra proprio uno di quelli privilegiati dalla nostra politica. A confermarlo sono gli ultimi dati dellIstat sulla spesa delle amministrazioni pubbliche suddivise per funzione. Numeri che questa mattina hanno fatto drizzare le orecchie al ministro della Pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni, che conta di portare i dati al Consiglio dei ministri.
Dal 1990 al 2005, essendo cresciuta la ricchezza del paese, in termini assoluti gli investimenti sono aumentati ma in termini percentuali la scuola e luniversità ricevono sempre meno. Negli ultimi 15 anni, i diversi governi che si sono avvicendati hanno destinato un numero crescente di risorse, sempre in percentuale, anche alle Attività ricreative, culturali e di culto così come alla Sanità, alla Difesa e alla Protezione sociale. Il comparto dellIstruzione, assieme a quello dellOrdine pubblico e sicurezza è uno dei pochi che ha visto decrescere gli investimenti. Cittadini sempre meno sicuri e preparati? A prima vista sembrerebbe di sì. E le statistiche che raffrontano la preparazione dei nostri giovani con quella dei compagni europei sembrerebbero dare ragione a questa tendenza, con livelli di preparazione della popolazione che viaggiano abraccetto con gli investimenti. Non sarà un caso se i paesi in via di sviluppo (Cina e paesi del sud America compresi) hanno dato impulso agli investimenti sullistruzione per recuperare posizione nello scacchiere economico mondiale.
Basta lasciare spazio ai numeri per comprendere le politiche degli investimenti nazionali degli ultimi anni. In Italia, la quota di spesa complessiva - al netto degli interessi pagati - delle amministrazioni pubbliche nel Belpaese è scesa dal 12,6 del 90 al 10,6 del 2005. E il frutto di una costante politica di tagli, particolarmente spinta negli ultimi 5 anni, su scuola e università. Se la spesa per listruzione fosse rimasta inalterata le casse delle scuole e delle università italiane, direttamente o indirettamente, avrebbero ricevuto 12 miliardi di euro in più.
Per scuole che in questi giorni non sanno come pagare i supplenti e comprare i detersivi e università costrette a stringere la cinghia rappresenterebbero una vera e propria manna dal cielo. Il trend non cambia se si prende in considerazione la quota di Pil (la ricchezza prodotta da tutte le attività del Paese) reinvestita nella scuola e nelluniversità: un dato che figura fra quelli che lOcse utilizza ogni anno per fare la radiografia dei sistemi di formazione dei paesi membri. In termini di Pil (il Prodotto interno lordo) - sempre al netto delle spese per gli interessi - nel 2005 lItalia era al 4,7 per cento contro il 5,5 di quindici anni prima.
Investimenti che si discostano in maniera vistosa dalla media dei 32 paesi Ocse (al 5,2 per cento nel 2003) e da Francia, Danimarca e Finlandia che viaggiano sul 6 per cento.
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martedì 6 marzo 2007
ore 11:14 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Sedicenne con 30 mila pasticche di ecstasy di A. Galli
Una volta, almeno, cerano i confini. E le barriere doganali tra Stato e Stato dell(oggi) Unione Europea contenevano limport di droga, specie quella sintetica, e lasciavano il mercato (quasi tutto) nelle mani della criminalità. Oggi la libera circolazione delle merci consente a ragazzini di avviare affari in Belgio e Olanda, acquistare ecstasy, tornare a Milano e rivenderla fuori dalle discoteche che — eccoci di nuovo — non hanno più confini. La «Queens» di via Valtellina, per esempio, domenica mattina aveva in programma una tirata fino alle 14. Lattività è finita prima, allalba, quando, chiamati dai residenti sono arrivati polizia e vigili. Fermata una Punto con sopra giovani, di Cusano Milanino, tra i quali un sedicenne. La perquisizione nella sua abitazione ha portato alla scoperta di 30 mila pasticche di ecstasy, del valore di mercato vicino ai 500 mila euro. Le pasticche erano nascoste in due zaini, mamma e papà — han giurato agli agenti — ne ignoravano la presenza. Così come ignoravano limpero messo in piedi dal figlio, uno studente, con gli amici Mattia Stefani, di 21 anni, e Serafino Italiano, di 20. Forse il piccolino era utilizzato dai due grandi per occultare lo stupefacente e risparmiare agli altri guai con la giustizia. Forse è un ingenuotto che cè cascato dentro. In ogni modo: si tratta di gente incensurata. Tranquilli cittadini. Boss dei traffici loschi. Fabio Bernardi, vicecapo della Squadra mobile: «Nello spaccio delle droghe sintetiche, il giro è in mano a giovani che trovano il canale giusto, acquistano una prima partita, ne acquistano una seconda e via via arrivano ad avere in casa anche 30 mila pasticche».
«LA NORMALITÀ» — Del resto, osserva Riccardo Gatti, esperto dellAsl, «comprare droga, piazzarla e consumarla ormai è pura normalità». Nel caso dellecstasy, facilitano i prezzi contenuti: una pillola costa tra i 4 e gli 9 euro allingrosso e ne rende da un minimo di 10 a un massimo di 20-25. Dunque: la spesa è minima. E necessaria se si vuole vivere fino in fondo queste maratone discotecare. Non cè più la notte a ballare. Cè la notte che si trascina al pomeriggio successivo. «E senza additivi, uno non regge». La Queens è al piano terra di un palazzo che da novembre, mese dapertura dellattività, non dorme. I cittadini raccontano di deambulazioni alle quattro di mattina di intere famiglie che sostano sui pianerottoli «in preda alla frustrazione e alla disperazione. Sul serio: provi a immaginare di non poter dormire. Per giorni e giorni». Soprattutto, gli abitanti raccontano di urla e botte, schiamazzi e rumore di cocci di bottiglia, di giovani che trovano svenuti sulle scale o nel cortile, e di altri giovani che saggirano con lespressione tetra da zombie. «Abbiamo chiesto aiuto al Comune ma nessuno ci ascolta. Che novità, vero? Sarà che è normale non poter esercitare il diritto al sonno».
LA NUOVA MODA — Fosse per i residenti, la discoteca che sul sito Internet si presenta specificando le giornate di chiusura («Mai») e lobiettivo («Diventare il nuovo punto di ritrovo della Milano Bene»), ecco fosse per i residenti la Queens lavrebbero chiusa già da un pezzo. Per intanto, il locale sè visto multare dalla polizia locale: unispezione allinterno ha portato alla scoperta di «pasticche, tracce di cocaina che veniva tirata utilizzando il bancomat come piattino». Dei tre spacciatori di ecstasy, si occuperà la Squadra mobile. Gli investigatori vogliono capire se ci sia qualcuno dietro lo smercio di pasticche. Non è detto ci riescano: «Alle spalle — dice Bernardi —, i tre potrebbero non avere nessuno. Niente capi, niente cartelli criminali. Niente: alle spalle dei tre ci sarebbe solo la volontà di far soldi dopo aver individuato il prodotto che tira». E lecstasy tira tra chi tira tardi: le 30 mila pasticche «erano interamente destinate alle discoteche e ai ragazzini».
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lunedì 5 marzo 2007
ore 14:55 (categoria:
"Vita Quotidiana")
La sindrome di Golia Allettante il ritorno alla guerra asimmetrica: lIran è una minaccia strategica di Niall Ferguson
Due inquadrature la dicono lunga su come gli americani fanno la guerra. Nella prima, due piloti riservisti col dito sul grilletto lanciano un attacco letale contro un convoglio corazzato britannico nella fase iniziale delloperazione «Iraqi Freedom», nonostante sia ben chiaro che i bersagli sono i loro stessi alleati.
Nella seconda, si vedono gli agenti dellAutorità provvisoria della coalizione che scaricano dai camion pacchi di biglietti da cento dollari, avvolti nel cellofan, poco prima del passaggio dei poteri al governo iracheno di transizione, malgrado il rischio evidente e reale che i soldi possano finire nelle mani dei ribelli.
Fuoco amico e soldi buttati via: si è davvero tentati di dire che questo binomio riassume tutto quello che è andato storto in Iraq sin dal 2003. Se lefficienza militare si misura dal rapporto tra gli obiettivi strategici raggiunti e il denaro speso allo scopo, allora questa campagna militare sembra la meno efficiente di tutta la storia moderna.
Eppure solo la settimana scorsa il governo Bush non si è fatto scrupolo di chiedere maggiori risorse per finanziare la sua sempre più disastrata «Guerra al Terrore». Per essere precisi, è stato chiesto al Congresso di approvare una richiesta aggiuntiva di 98 miliardi di dollari, che vanno a sommarsi alle proposte di bilancio per il 2008 che già sfiorano un totale di 145 miliardi di dollari. 243 miliardi di dollari è una cifra seria, sotto ogni punto di vista. Supera il prodotto interno lordo di un Paese come il Sud Africa. Ma teniamo presente la cifra totale spesa dagli Stati Uniti per la Guerra al Terrore dal settembre 2001, che secondo lufficio del bilancio del Congresso è di 503 miliardi di dollari. Aggiungiamo questa allammontare appena richiesto e si arriva a un totale di 746 miliardi di dollari, di poco inferiore a tre quarti di un trilione di dollari.
E potrebbe andar peggio, se gli uomini con le mostrine e le medaglie sul petto otterranno quello che pretendono. Lanno scorso il generale Peter J. Schoomaker, capo di stato maggiore uscente, è riuscito a far approvare un aumento dei finanziamenti allesercito per il 2008. Oggi i massimi vertici della Marina e dellAeronautica si sono messi a ripetere il ritornello che la spesa militare americana è in realtà troppo esigua in rapporto al prodotto interno lordo. A onor del vero, i generali non hanno tutti i torti.
In confronto alla Guerra fredda, la Guerra al Terrore è una bazzecola in quanto a costi. Tra gli anni 1959 e 1989, gli Stati Uniti hanno speso per la difesa una media del 6,9 per cento del Pil. Da quando Bush è entrato alla Casa Bianca, la percentuale è salita dal 3 ad appena il 4 per cento. Tuttavia, i nemici dellAmerica dal 2001 in poi sono stati semplici moscerini, se paragonati al possente orso sovietico, mentre leconomia americana conosce una crescita molto rapida dagli anni Novanta. Allora sembra ragionevole chiedersi perché, con un bilancio annuale pari allintero Pil dellOlanda, lesercito statunitense non riesce a riportare la pace in Iraq.
Si tratta semplicemente di gravissima inefficienza del Pentagono? O forse è cambiato qualcosa di fondamentale nel carattere della guerra, come sostiene il generale inglese in pensione Rupert Smith? Nel suo libro, The Utility of Force, Smith afferma che «non esiste più la guerra... concepita come uno scontro sul campo tra uomini e macchine». Lavvento di quella che egli definisce «la guerra tra la gente» ha trasformato il Colosso americano in un grande, ma vulnerabile, Golia. Lipotesi di Smith è che il Pentagono si ostina ad armare le forze americane per lultima guerra, non tanto la Guerra fredda, quanto piuttosto le guerre altamente asimmetriche combattute negli anni Novanta in Kuwait, in Bosnia e Kosovo, dove laeronautica ha svolto un ruolo decisivo. Solo con estrema lentezza lapparato militare si sta adattando alle nuove esigenze operative, in Iraq come in Afghanistan, che abbinano elementi di ricostruzione economica, il mantenimento dellordine pubblico di stampo neo-coloniale e le azioni di contrasto ai ribelli. «La guerra tra la gente» si rivela davvero simmetrica, poiché conduce allo scontro tra pattuglie americane dotate di armi leggere e milizie locali irregolari. Gli americani avranno anche gli armamenti migliori e un addestramento ineccepibile, ma i ribelli hanno dalla loro una conoscenza superiore del territorio.
Esiste unalternativa a questo duro impegno, ed è evidentemente unopzione che Bush trova molto allettante. Perché non torniamo a combattere quel genere di guerra asimmetrica per la quale gli Stati Uniti sono già equipaggiati e non lanciamo un attacco aereo contro lIran? Si capisce perché il presidente potrebbe contemplare questo genere di iniziativa. Sotto il profilo strategico, lIran rappresenta una minaccia. Sotto il profilo politico, Bush non ha più nulla da perdere. E sotto quello militare, Bush può star certo che lAeronautica sarà in grado di colpire almeno un certo numero di impianti nucleari iraniani in modo spettacolare.
Eppure i rischi che tali attacchi comportano sono gravissimi: le ritorsioni sul terreno in Iraq — e altrove — sarebbero feroci. Non esistono inoltre garanzie che il programma nucleare iraniano possa essere davvero fermato. E il contraccolpo politico in Iran (per non parlare di tutto il Medio Oriente) non farebbe che rafforzare lala radicale attorno al presidente Mahmoud Ahmadinejad proprio nel momento in cui sembra perdere parte del suo sostegno popolare. In breve, esiste il pericolo reale che unazione preventiva contro lIran rischi di trasformare Golia in Sansone, e di travolgere nel crollo del tempio tutto il Medio Oriente, Sansone compreso.
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lunedì 5 marzo 2007
ore 13:04 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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lunedì 5 marzo 2007
ore 11:34 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Germania, profanato cimitero ebraico: devastate più di sessanta tombe
BERLINO - Più di sessanta pietre tombali ebraiche sono state rovesciate e in alcuni casi spezzate in un cimitero nella regione tedesca della Baviera. La metà delle lapidi è stata poi completamente distrutta. Vi erano sepolti cittadini tedeschi di religione ebraica deceduti negli ultimi secoli. Lepisodio si è verificato nel cimitero di Diespeck, in Baviera, a ovest di Norimberga. La polizia ha fatto presente che sulle pietre non sono stati lasciati né simboli né slogan di natura politica, per cui risulta ancora più difficile risalire ai responsabili della profanazione.
Le autorità non escludono che si tratti semplicemente dei vandali senza alcuna motivazione ideologica. Sorprende anche il fatto che il gesto non è recente: dalla fine di gennaio ad oggi, tutti i giorni sarebbero possibili. Il danno economico è di diverse decine di migliaia di euro, anche se in termini storici la perdita non è quantificabile: alcune tombe appartenevano a soldati ebraici deceduti nel corso della Prima guerra mondiale. La cittadina di Diespeck offre una ricompensa di 3500 euro a chi fornisca informazioni utili a identificare i colpevoli. "E un gesto che provoca collera, pena e terrore", ha detto Claude Roth, presidente dei Verdi tedeschi. "La profanazione del cimitero dimostra fino a che punto sono arrivate le provocazioni. Dobbiamo reagire con determinazione davanti a un antisemitismo crescente", ha concluso.
Proprio la settimana scorsa la cancelliera tedesca Angela Merkel aveva duramente condannato gli autori di un attacco incendiario a un asilo nido ebraico di Berlino definendolo un "orrendo attentato che tende alla distruzione della vita ebraica". Allesterno delledificio erano state ritrovate anche scritte naziste fatte con lo spray.
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lunedì 5 marzo 2007
ore 11:17 (categoria:
"Vita Quotidiana")
"Torna ke ti perdonin" (Torna che ti perdoniamo): così un anonimo udinese, sulle pagine di cronaca locale friulana del Messaggero Veneto di oggi, ha voluto ricordare il 54/mo anniversario della morte di Iosip Vissarionovic Dijugashvili, meglio noto come Stalin. Il dittatore sovietico, infatti, morì il 5 marzo 1953, all età di 74 anni. Nel necrologio lanonimo estimatore del padre di tutte le Russie ha ricordato la data di nascita del dittatore, il 1879, e una delle tanti definizioni di Stalin, Sol-Invictus. Poi la scritta, con la grafia slang dei giovani o quella che viene usata per i messaggi Sms, "Torna ke ti perdonin".
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sabato 3 marzo 2007
ore 13:27 (categoria:
"Vita Quotidiana")
DAlema: "Sul caso Calipari occasione perduta per gli Usa" E ricorda la vicenda del Cermis: "Allora si comprtarono in modo diverso"
ROMA - "Unoccasione perduta per gli Stati Uniti" e una mancata risposta "alla domanda di giustizia" che nasce dal caso Calipari. Massimo DAlema critica le logiche dellamministrazione Bush sulla vicenda della morte del funzionario del Sismi ucciso dai soldati americani a un check point vicino a Bagdad il 4 marzo del 2005 mentre tornava dallaver salvato e recuperato la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena sequestrata da un gruppo terrorista.
DAlema lo fa nel giorno in cui viene annunciato il suo prossimo viaggio a New York (20 marzo) per presentare allOnu le proposte italiane "sul rinnovo della missione civile e umana in Afghanistan". E in questo contesto, le sue parole a margine della tavola rotonda su "Nicola Calipari, una vita per gli altri", suonano come unulteriore sottolineatura della politica estera italiana basata sullamicizia con gli Stati Uniti, ma anche e soprattutto sullautonomia di giudizio e il multilateralismo intesi come strade alternative a quelle americane per la pace nel mondo.
Il ministro degli Esteri, si diceva, ha parlato di occasione perduta per gli americani: "E conosciuto il nome del militare che avrebbe sparato. Al di là della verità ci sarebbe bisogno di giustizia. Il governo si è già impegnato, ma non dipende dal governo italiano tradurre in giudizio limputato". E DAlema ha paragonato la storia di Calipari alla tragica vicenda del Cermis: "Quando il militare imputato della responsabilità colposa dellincidente della funivia del Cermis fu assolto, il governo degli Stati Uniti si assunse la responsabilità con un atto che ebbe, al di là degli aspetti risarcitori, un grande valore di carattere morale e politico. Unassunzione di responsabilità che in questo caso non cè stata".
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sabato 3 marzo 2007
ore 13:10 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Bari, genitori picchiano preside Aveva vietato i cellulari in classe
BARI - Il preside della scuola media Lombardi di Bari è stato aggredito questa mattina da alcuni genitori. Luomo, Ugo Castorina, era già stato insultato alcuni giorni fa, per imposto ai ragazzi di lasciare i cellulari prima di entrare in classe.
"Tu devi venire fuori, io ti devo uccidere". Queste le parole pronunciate dai genitori contro il preside, secondo quanto ha raccontato lui stesso. "In due si sono introdotti nella scuola - ha detto, uscendo dalla caserma dei carabinieri dove ha sporto denuncia - mentre entravano i ragazzini. Io normalmente mi metto in fondo al corridoio della scuola in modo da avere la visione generale della situazione. Ho chiesto a queste due persone che cosa volessero, perchè per loro non era il momento di entrare, ma loro pretendevano che li ascoltassi immediatamente. Gli ho detto: guardate, non si può e non si deve in questo momento, abbiate pazienza, attendetemi nella hall di ingresso e poi ne parliamo. Invece loro hanno reagito prima verbalmente e poi anche con i fatti, con qualche tentativo di calci e pugni. Cè stata una piccola colluttazione e poi sono intervenuti in aiuto alcuni insegnanti ed il personale della scuola".
"Non li conoscevo - ha proseguito il preside - sono persone che non si sono mai fatte vedere nella scuola. Non so cosa volessero dirmi. Sono scappati quando hanno capito che stavano arrivando i carabinieri ma lultima cosa che ha detto uno di loro è stata:"Io ti devo uccidere".
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venerdì 2 marzo 2007
ore 15:42 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Una pornostar romena, Alexia Mell, ieri si è spogliata davanti al Teatro Ariston di Sanremo per chiedere alla Rai di farla cantare al Festival. La giovane è stata denunciata dalla polizia per atti contrari alla pubblica decenza. Non appena giunta in via Matteotti, davanti al teatro, si è tolta il cappotto rimanendo in perizoma davanti alla folla. A quel punto, ha iniziato a gridare che voleva parlare con dei produttori Rai, perché la prendessero in considerazione per una futura partecipazione al Festival di Sanremo
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venerdì 2 marzo 2007
ore 13:42 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Laureati, colti e disperati: è l’esercito dei senza lavoro di FEDERICO PACE
Iperqualificati, con qualche sogno in testa e sempre meno pagati. Destinati a emigrare, pur di evitare la disfatta. I laureati mostrano sul loro volto i segni delle sempre più acute contraddizioni di un intero paese dove il merito e le qualifiche non vanno quasi mai di pari passo con le opportunità e i compensi. Sul loro volto sono sempre più evidenti i segni del disagio provato di fronte a quella porta, quasi sempre socchiusa, che dovrebbe portarli al lavoro e alla maturità.
Quando una ragazza o un ragazzo con in tasca la laurea cerca un posto, pare di vedere un gigante che prova ad entrare attraverso la piccola porticina di una minuscola casa di lillipuziani. Loro sono tanti mentre sembrano sempre più inadeguati i posti di lavoro che il sistema economico e il mondo delle aziende italiane mette a disposizione. Addetti per i call center o cassieri di negozio che siano. Con il paradosso, che a questo punto pare quasi logico, che sono proprio i più preparati, quelli che prendono i voti più alti di tutti a ritrovarsi con il più basso tasso di occupazione. Tanto che a un anno dalla laurea, trovano lavoro solo quattro su dieci di quelli che hanno preso 110 e lode. Con la triste constatazione che nel 2006 un laureato guadagna al mese, in termini reali, meno di quanto percepiva cinque anni fa il fratello maggiore.
Fenomeni conosciuti si dirà, ma il fatto è che quest’anno le cose sono andate ancora peggio. Tanto che per trovare un impiego non è neppure sufficiente aspettare un anno. I dati del triste record dicono che dopo la fatidica laurea, a un anno dal giorno della discussione della tesi, dai festeggiamenti e dai sorrisi e dalle congratulazioni, trova lavoro solo il 45 per cento dei laureati "triennali" (erano il 52 per cento l’anno scorso) e il 52,4 per cento dei laureati pre-riforma, ovvero il dato più basso dal 1999 ( vedi tabella ). I dati sono quelli della nona indagine sulla "Condizione Occupazionale dei laureati italiani" presentata a Bologna da AlmaLaurea, il consorzio interuniversitario a cui aderiscono 49 università italiane. Ed è forse utile sapere che il convegno prevede per la mattina di sabato (3 marzo) anche una tavola rotonda (la presentazione e la tavola rotonda possono essere seguite in diretta sul sito di Almalaurea) che dibatterà su questi temi e a cui parteciperanno anche Fabio Mussi, il ministro dell’Università, e Cesare Damiano, il ministro del Lavoro, insieme ad Andrea Cammelli, il direttore di Almalaurea, e il presidente Crui Guido Trombetti.
Secondo l’indagine, l’instabilità che caratterizzava già molti degli impieghi degli anni scorsi si è fatta ancora più acuta. Sia per i laureati "triennali" che per quegli ultimi che stanno uscendo dal percorso previsto dal vecchio ordinamento. Solo un giovane su tre che ha conseguito una laurea breve - e ha trovato un impiego - è riuscito a siglare un contratto a tempo indeterminato. L’anno scorso l’impresa era riuscita al 40 per cento di loro. Stessa storia per i giovani che hanno ultimato il percorso di laurea del "vecchio ordinamento", la quota di chi è riuscito ad avere un contratto stabile è scesa al 38,4 per cento. Il lavoro atipico dal 2001 a oggi è cresciuto di ben dieci punti percentuali.
C’è poi lo stipendio. Quel sostegno che dovrebbe permettere alle nuove generazioni di prendere iniziative e decisioni, di mettere su famiglia, di provare a superare la sindrome di Peter Pan. Quel sostegno, è sempre più esile. I giovani laureati del post-riforma si ritrovano in tasca a fine mese solo 969 euro. Meno di quanto non fosse l’anno scorso ( vedi tabella ). Prendono qualcosa in più i laureati pre-riforma che a fine mese arrivano fino a 1.042 euro. Poco più dell’anno scorso ma, al netto del costo della vita, ancora meno di quanto un neolaureato guadagnava cinque anni fa.
Senza dire che l’Italia vanta il minor numero di laureati che lavora a cinque anni dalla laurea (l’86,4 per cento contro una media europea pari all’89 per cento). Scorrendo i dati dell’indagine di AlmaLaurea si ricava la triste conferma che nel cuore delle nuove generazioni, anche lì dove è opportuno che l’Italia sia più moderna e vicina all’Europa, covano e crescono le stesse antiche contraddizioni e disparità che gravano da tempo infinito sul corpo del malato Italia.
Le donne sono meno favorite rispetto agli uomini, hanno un tasso di occupazione più basso, sono più precarie e guadagnano meno dei loro colleghi uomini ( vedi tabella ). A un anno dalla laurea lavora il 49,2 per cento delle laureate pre-riforma contro il 57,1 per cento degli uomini. E il gap salariale nel tempo non fa che crescere, tanto che a cinque anni dalla laurea le donne guadagnano un terzo meno di quanto non prendono gli uomini. Quanto alla precarietà a un anno dalla laurea il 52 per cento delle donne ha un contratto atipico contro il 41,5 per cento degli uomini. E la disparità è ancora più acuta per le laureate "triennali", visto che solo il 34 per cento delle donne ha un impiego stabile contro il 48 per cento dei loro colleghi uomini.
Stesso discorso per le disparità territoriali. Nel 2006 sei laureati del Nord su dieci trova lavoro dopo un anno mentre per le regioni del Sud le cifre si fermano al 40 per cento. Ovvero le stesse quote nel lontano 1999. Senza dire che a cinque anni dalla laurea, i giovani del Mezzogiorno prendono 1.167 euro al mese mentre i ragazzi del Nord arrivano a 1.355 euro al mese.
Non c’è da stupirsi se allora molti di loro non si sentono valorizzati per quello che valgono e, seppure a malincuore, decidono di muoversi oltre confine per trovare migliori occasioni. All’estero, lì dove sembrano trovare rifugio e compenso. I laureati italiani che lavorano fuori dai confini nazionali, a cinque anni dalla laurea, arrivano a guadagnare quasi 2 mila euro, ovvero il 50 per cento in più di quanto non accada alla media complessiva dei laureati. Se non si mette mano a questo problema, se non si trova un articolato piano per valorizzare i talenti che escono dalle nostre facoltà, poco si potrà fare per dare slancio al nostro paese.
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