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ORA VORREI TANTO...




PARANOIE
Nessuna scelta effettuata

 


MERAVIGLIE

Nessuna scelta effettuata








Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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mercoledì 17 gennaio 2007
ore 09:17
(categoria: "Vita Quotidiana")



Fonzie all’attacco di Nanni Moretti
"Happy Days non era qualunquista"
di MICHELE SERRA

E tu, stai con Fonzie o con Nanni Moretti? Prima che qualche malintenzionato si impossessi di un quesito così nevralgico per le sorti della sinistra italiana, facciamolo nostro. Dichiarando subito (nello spirito di Caserta) che noi stiamo con entrambi. Fortemente con entrambi. La cronaca. In Italia per lavoro, l’indimenticabile Fonzarelli (al secolo Henry Winkler, oggi uno splendido sessantenne) è stato intervistato dal settimanale Chi. Che gli ha sottoposto una frase caustica di Nanni Moretti sui dirigenti della sinistra italiana.

Che ti puoi aspettare da chi è cresciuto guardando Happy Days? Fonzie ha risposto da par suo, anzi meglio. In tipica azione di contropiede, ha collocato Happy Days e i suoi fan nel bel mezzo del Movimento: "Alle convention di Happy Days si manifestava contro la segregazione degli afroamericani e a favore dei portatori di handicap. Ho sempre appoggiato Bill Clinton e ora sostengo Hillary. Sono un uomo di pace, amo il mio paese ma non la politica di George Bush".

Se non è egemonia culturale della sinistra questa... Non solo nei cineforum, ma perfino nelle fasce più pop dei palinsesti si praticava, già in pieni anni Settanta e Ottanta, il più sfrenato politically correct. Di Robin Williams, quando giovanissimo faceva Mork di Ork ("Io sono Mork, sull’uovo vengo da Ork") già si sapeva che, in quanto alieno e dunque immigratissimo, era portatore di istanze democratiche. Ma di Fonzie, che ci pareva soprattutto un divertentissimo cazzaro, veniamo a sapere solamente in extremis che era ed è impegnato politicamente. Pazienza: quello che conta è chiarire una volta per tutte che la cultura di massa è un mare magnum che contiene, al suo interno, veramente di tutto, dall’eccellente artigianato di parecchi serial americani a piccoli capolavori come i Simpson. E un’infinità di porcherie, naturalmente. Uno tsunami di robaccia.

E dunque formarsi davanti a un televisore, a patto che consenta di guardare almeno ogni tanto fuori dalla finestra, leggere qualche libro e qualche giornale, non è in sé una garanzia di perdizione. Se alcuni dirigenti della sinistra danno la netta impressione di avere qualche neurone scarburato la colpa probabilmente non è di Fonzie, quanto piuttosto dell’accumulo nocivo, decennio dopo decennio, di riunioni non sempre utili, in stanze non sempre aperte ai refoli della primavera e alle voci della strada. Ne ha ammazzati di più la stesura di una mozione, e peggio ancora degli emendamenti a una mozione, piuttosto che l’intera serie di Nonno Libero.

Certo la questione del rapporto tra cultura alta e bassa si è complicata, negli ultimi anni. O per cinismo o per stupidità (spesso è impossibile distinguere i due moventi...), è diventato molto di moda lodare in blocco la melma e la fuffa televisiva, i tormentoni e i ritornelli, e di conseguenza schifare e deridere tutto quanto puzza di kultura. Ed è considerato molto spiritoso, per dire, dichiarare che l’incredibile Hulk ha meglio operato, per l’emancipazione dell’umanità, di Kant o di Benedetti Michelangeli. Di qui, per dignità, la nostra intatta difesa dei cineforum, e addirittura (lo dico! lo dico!) la rivendicazione della grandezza assoluta della "Corazzata Potemkin": no, non era una boiata pazzesca. Era un capolavoro, compagno Fantozzi.

In conclusione, stare sia con Fonzie sia con Moretti non significa dare il classico colpo al cerchio e alla botte. Significa, credo, saper distinguere, o comunque provare cocciutamente a farlo. Lo stesso Nanni Moretti, per altro, ha dato molteplici prove di conoscere e amare diversi aspetti della cultura di massa, comprese alcune delle canzonette sgangherate (alcune belle, alcune sgangherate) che accompagnano i suoi film. Perché poche cose commuovono (lo diceva anche Proust) come le cattive canzoni. E il cast di "Ecce bombo" quasi al completo, se l’Italia fosse l’America, sarebbe stato l’eccellente protagonista di una serie di telefilm indimenticabile, compreso il famoso e invisibile amico etiope.

Tenendo ben presenti le differenze di calibro, le diverse (come dire?) temperature intellettuali di Happy Days e di Ecce Bombo, decidiamo dunque di annetterceli entrambi. Perché non è vero che bisogna amare sia il "basso" che l’"alto". Bisogna, potendo, amare il meglio dell’alto e il meglio del basso.



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martedì 16 gennaio 2007
ore 18:34
(categoria: "Vita Quotidiana")



Firenze, l’università è senza soldi: salta la cerimonia dell’anno accademico

FIRENZE - Per sottolineare il "particolare momento di difficoltà dell’ ateneo fiorentino e la preoccupante situazione dell’ intero sistema universitario italiano", l’ università di Firenze non terrà la tradizionale cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2006-2007. La decisione è del rettore Augusto Marinelli, che l’ha annunciata con una lettera inviata a tutto il personale dell’ ateneo, spiegando i motivi di questa scelta.

"Anche quest’ anno il pareggio del bilancio è stato raggiunto con la previsione della vendita di beni del patrimonio - scrive Marinelli -. In particolare, è stata prevista la vendita della villa La Quiete delle Montalve alla Regione Toscana, sulla base di uno specifico protocollo d’ intesa, che contiene anche un progetto di utilizzo congiunto dell’ immobile. Ho avuto occasione più volte di sottolineare che queste misure eccezionali non possono costituire una soluzione per il bilancio dell’ Università".

Il rettore dell’ ateneo di Firenze evidenzia che si tratta di una "questione strutturale che pone un problema generale riguardo al finanziamento dell’ università, che deve essere affrontato e risolto a livello nazionale per l’ intero sistema". La rinuncia alla cerimonia d’ inaugurazione dell’ anno accademico, spiega il rettore, "è un gesto simbolico, con il quale intendo segnalare la situazione di difficoltà e la preoccupazione per il futuro dell’Università, per mantenere alta l’ attenzione e lanciare un pressante invito al Governo, perchè metta in agenda al più presto i problemi dell’Università e della ricerca".


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martedì 16 gennaio 2007
ore 12:39
(categoria: "Vita Quotidiana")



Reggio Calabria, sacerdote arrestato
Molestava ragazzina tredicenne

REGGIO CALABRIA - Accusato di aver molestato una tredicenne un sacerdote di 70 anni di Reggio Calabria è agli arresti domiciliari. Le indagini sono cominciate quando personale della polizia postale ha avuto notizia di un rapporto particolarmente intimo tra il prete, P.C., ed una sua giovanissima parrocchiana ed ha informato la Procura della Repubblica. Dai primi accertamenti sui tabulati telefonici è emerso che tra i due vi erano decine di telefonate giornaliere. Per sei mesi gli investigatori hanno intercettato le telefonate dei due anche se nei colloqui, il sacerdote non faceva trasparire le sue reali intenzioni. Chiara, invece, la totale dipendenza emotiva della ragazzina.

Ma i due non si parlavano solo al telefono. Spesso si incontravano in parrocchia e sull’automobile del sacerdote. La svolta è arrivata quando il prete è stato trasferito in una parrocchia fuori dalla provincia reggina. A quel punto l’uomo ha iniziato ad essere più esplicito nelle sue conversazioni. La svolta durante le feste natalizie. Il sacerdote ha incontrato la ragazzina sulla sua auto e dalle intercettazioni è emerso che l’ha palpeggiata e baciata. A quel punto la polizia postale ha deciso di intervenire anche per evitare che si potesse consumare un rapporto sessuale.


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martedì 16 gennaio 2007
ore 10:24
(categoria: "Vita Quotidiana")





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martedì 16 gennaio 2007
ore 09:51
(categoria: "Vita Quotidiana")



Melandri: per sfilare non basta l’Imc over 18

ROMA - Sui contenuti del Manifesto di autoregolamentazione contro l’anoressia, firmato dagli stilisti il 19 dicembre a Palazzo Chigi, c’è disinformazione: lo afferma il ministro delle politiche giovanili, Giovanna Melandri, che critica «alcuni operatori del settore che, a mezzo stampa, ne commentano i contenuti dando dimostrazione di non conoscerli a fondo». In particolare, il ministro ribadisce che«non c’è alcun punto, nel Manifesto, secondo cui le modelle con Indice di massa corporea (peso in chili diviso il quadrato della statura, ndr) inferiore a 18 non possano sfilare» e che quello che conta è lo stato di salute delle ragazze che sfilano.

IMC NON UNICO PARAMETRO - «A pochi giorni dalle prime sfilate della Moda donna - afferma il ministro - ribadisco l’auspicio che dalle passerelle romane e milanesi arrivino già i primi segnali di adesione degli stilisti al Manifesto nazionale di autoregolamentazione della Moda italiana contro l’anoressia, firmato dal ministero per le Politiche giovanili, Alta Roma e Camera Nazionale della Moda italiana». In Italia, spiega il ministro, abbiamo scelto «una via diversa da quella spagnola, che superasse l’impostazione secondo cui l’Imc sia l’unico ed esclusivo valore con cui si determina la presenza o l’assenza di un disturbo alimentare.

CERTIFICATO MEDICO - Nel confronto con molti esperti, infatti, abbiamo valutato che non tutte le donne con Imc inferiore a 18 sono malate e, allo stesso tempo, che vi sono molte donne con Imc anche superiore a 18 che soffrono di bulimia nervosa (un disturbo meno visibile dell’anoressia, che consente alle ragazze di restare spesso normopeso)». Il solo Imc quindi, ribadisce il ministro, non basta. «Per questo - spiega - abbiamo valutato più ragionevolmente la necessità di chiedere alle modelle un certificato medico che, basandosi non solo sulla valutazione dell’Imc, ma anche su tutta un’altra serie di parametri, sia in grado di escludere disturbi alimentari conclamati nelle ragazze chiamate a sfilare o posare».

SFILATE VIETATE ALLE UNDER 16 - «Il Manifesto inoltre - sottolinea ancora il ministro - impedisce di sfilare alle modelle under 16 e impegna i firmatari a promuovere la diffusione nei negozi anche di taglie come la 46 e la 48». «In generale - conclude Melandri - il tentativo che abbiamo avanzato con Alta Roma e Camera Nazionale della Moda è stato quello di tracciare un confine tra magrezza e malattia e dire basta a esempi sbagliati per le più giovani, promuovendo modelli estetici quantomeno diversificati e comunque positivi e solari per le tante ragazze che vedono nelle mannequin un modello da imitare».


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lunedì 15 gennaio 2007
ore 16:08
(categoria: "Vita Quotidiana")





Militanti dell’organizzazione animalista Peta protestano a Parigi contro l’uso delle pellicce da parte della casa di moda inglese Burberry. Davanti all’atelier, sdraiati in finte bare reggono un manifesto sul quale hanno scritto: "Anche morti non indosseremo Burberry"


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lunedì 15 gennaio 2007
ore 13:45
(categoria: "Vita Quotidiana")



Dvd alta definizione: l’hard sceglie l’HD-DVD

LAS VEGAS (USA) - Potrebbe essere il colpo del ko. Come negli anni ’80. L’industria dell’hard riunita a Las Vegas per l’AVN, la più importante fiera mondiale dell’intrattenimento per adulti avrebbe scelto quale dei due nuovi formati ad alta definizione supportare con i propri contenuti. Sarebbe l’HD-DVD supportato dalla giapponese Toshiba, a cui si contrappone il Blu-Ray della Sony.

MOSSA DECISIVA - La mossa potrebbe essere decisiva per il successo dell’HD-DVD, rispetto al rivale, come negli anni ’80, quando il supporto era costituito dalle videocassette, la scelta di supportare il formato VHS della Jvc rispetto al più avanzato sistema Betamax della Sony, fu quello che alla lunga causò la vittoria del primo sul secondo.

Due sono principalmente le motivazioni che spingerebbero i produttori del mondo del porno ad optare per l’Hd-DVD. La prima è il minor costo industriale del formato di Toshiba rispetto a quello promosso da Sony. Il secondo invece è di natura strettamente etica. Secondo quanto avrebbe sostenuto a Las Vegas il produttore dell’etichetta pornografica «Digital Playground» la scelta sarebbe obbligata per il fatto che Sony non vorrebbe che il Blu-ray venga utilizzato per veicolare contenuti per adulti. Una scelta analoga fu fatta negli ’80 e provocò la sconfitta del Betamax. Adesso a Sony non resta che sperare nel fatto che ai giorni nostri rispetto agli anni ’80 la pornografia si diffonde soprattutto on line. E che quindi il peso del mondo dell’hard non sia più quello di un tempo.


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lunedì 15 gennaio 2007
ore 11:39
(categoria: "Vita Quotidiana")



Ricerca, quei 340 milioni pronti e mai usati
di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella

ROMA - Chi la strangola, la Ricerca? Ecco il nodo, scusate il bisticcio, di quello che è diventato uno dei tormentoni italiani. E c’è chi dice che è tutta colpa della sinistra e chi della destra, chi di Letizia Moratti e chi di Fabio Mussi, chi della penuria di soldi, chi dello spreco di quelli che ci sono. Fatto sta che manca l’impronta digitale del colpevole anche sui due episodi più controversi: il taglio del 37% dei fondi per i cosiddetti Prin e l’evaporazione, diciamo così, di 340 milioni di euro. Una somma enorme, con questi chiari di luna. «Sprecata» per l’indecisione, i contrasti, i tempi eterni della macchina burocratica e politica. Prendete il taglio. Sono anni che si riempiono la bocca con «la ricerca, la ricerca, la ricerca!» e cosa esce dalle tabelle? Che in settori come la matematica o l’ingegneria industriale i finanziamenti sono stati segati del 45%. Che in altri come la fisica, la biologia o la medicina, del 33%. Che il taglio medio è, appunto, del 37%. Con un crollo dei fondi a disposizione: da 130.700.000 a 82.113.000 euro.

Dirà la destra: ecco, la solita sinistra che prima sbandiera la sua dedizione alla cultura e poi va a segare sempre lì, dove accusava di segare noi. Dirà la sinistra: no, la procedura dei Prin (i Programmi di ricerca di interesse nazionale) è tale che di fatto, emesso il bando e avviato l’Iter, tutto finisce per slittare di un anno col risultato che di fatto il taglio del 37% non l’ha deciso Prodi con la finanziaria 2007 ma Berlusconi con quella del 2006. Controreplica: fatto sta che il successore poteva dare un segnale e non l’ha dato, confermando i tagli morattiani. Rissa. Non meno confusa, stando alle due contrapposte fazioni, è l’impronta digitale di chi ha «sprecato», almeno per ora, la bellezza di 340 milioni di euro. Soldi assegnati in due riprese al Miur, il ministero dell’università e della ricerca, dalle Attività Produttive, usando provviste del Fondo aree sottoutilizzate. Il primo pacco di soldi, 260 milioni di euro per «progetti finalizzati al potenziamento dei centri di ricerca e alla promozione dell’alta formazione», era stato stanziato con una delibera del Cipe nel 2003.

Il secondo, 140 milioni per i «distretti tecnologici», era stato deliberato nel 2004. Era però stata data al Miur una scadenza: il denaro andava impiegato entro il 2006. Macché: agli sgoccioli dell’anno appena concluso, risultavano spesi della prima tranche solo 20 milioni e della seconda solo 40. Fatte le somme, erano inutilizzati 240 più 100 milioni di euro. Che il Cipe, con un atto varato il 22 dicembre e passato inosservato agli occhi degli italiani distratti dal Natale, ha «disimpegnato». Cioè ha riposto nelle casse del Tesoro.
In attesa di nuovi progetti, nuove scelte politiche, nuovi stanziamenti. E nuove polemiche. La destra, per dire, accusa Mussi e la sinistra d’aver affossato (per ora) l’ambizioso progetto del Ri.Med, l’istituto per le Biotecnologie e la medicina che doveva nascere con 300 milioni, di cui 30 già stanziati nel maggio 2005 dal Cipe, a Carini, vicino a Palermo. A gestirlo sarebbe stata una Fondazione costituita dal governo italiano, dalla Regione siciliana, dal Cnr e dall’Università di Pittsburg. Ateneo americano già attivo nella sanità siciliana attraverso una quota del 45% nell’Ismett, l’Istituto Mediterraneo per i Trapianti e Terapie di cui sono soci anche l’Azienda di Rilievo Nazionale di Alta specializzazione Ospedaliera (in pratica: Regione Sicilia, col 35 per cento) e l’ospedale Cervello di Palermo (20 per cento). La sinistra (con le voci dissonanti di Umberto Veronesi, Dario Fo o Franca Rame, favorevoli al Ri.Med) risponde chiedendo tempo per un riesame, accusando la destra di aver fatto un’operazione elettorale dato che il progetto fu presentato da Gianfranco Micciché il 4 aprile, all’immediata vigilia delle politiche e ricordando come nella storia ci fossero dettagli che non quadravano. Ma ancora più controverso, forse, è il braccio di ferro sul Cnr. Dove Fabio Pistella, il presidente insediato dalla Moratti nel 2004, è alle prese da mesi con una rivolta dei direttori (o dei facenti funzione) dei 107 istituti. Direttori che Pistella avrebbe voluto almeno in parte (cioè in 89 casi) sostituire dando vita a bandi internazionali. Dicono i «ribelli» che è ora di smetterla coi « manager» digiuni di scienza piazzati alla direzione di organismi delicati quali il Consiglio nazionale delle ricerche e che, per usare le parole del fisico Luciano Pietronero, occorre «trovare una soluzione bipartisan nella scelta dei responsabili degli istituti di ricerca, sennò a ogni cambio di governo c’è un sovvertimento». Rispondono dall’altra parte che quella dei direttori è una trincea corporativa scavata per difendere spesso vecchi baroni legati da una eternità alle loro poltrone. Qualche numero? Su 107 direttori, 32 hanno più di 67 anni (uno ne ha 79), l’età più frequente è 68 anni e solo 14 ne hanno meno di 55. Non bastasse, una trentina sono contemporaneamente (miracolo dell’ubiquità) docenti a tempo pieno in qualche ateneo e direttori a tempo pieno al Cnr. Non bastasse ancora, 59 occupano la loro posizione da più di dieci anni e di questi 29 sono imbullonati da oltre 17 anni, tra cui 16 addirittura da più di 20.

Col risultato di portare forse esperienza, ma certo non quella freschezza che hanno organismi simili all’estero. Tema: chi ha ragione? I vertici che invocano un radicale ricambio generazionale o i direttori che definiscono inaccettabili certi metodi vissuti come un repulisti ordito da burocrati estranei ai problemi della ricerca? Nell’attesa, Fabio Mussi ha deciso di congelare tutto per sei mesi. Prorogando automaticamente gli incarichi (tra cui quello di Franco Prodi, cosa che ha sollevato a destra strilli di indignazione nonostante il fratello del Premier goda di buona fama internazionale) e rinviando i concorsi a data da destinarsi. Tanto più che i «ribelli» avevano presentato una serie di ricorsi al Tar contestando tra l’altro non solo il criterio dell’individuazione d’una terna per ogni posto ma anche il limite massimo per concorrere, fissato a 67 anni. Troppo basso, dicono. E dal loro punto di vista vanno capiti: perché mandare in pensione dei giovanotti solo un po’ raggrinziti? Un ricercatore, Paolo Rossi, ha studiato le carriere di tutti i docenti pisani dal 1965 in qua. Bene: dei 744 ordinari, quelli entrati di ruolo nel 1966 avevano mediamente meno di 34 anni, quelli entrati nel 2003 ne avevano oltre 54. E non troppo diversi sono i dati per gli associati e i ricercatori. In pratica, gli ordinari si sono insediati con un’età media più alta di 5 mesi per ogni anno che passava. Avanti così, fra un paio di decenni andranno in cattedra i nonnetti. Dopo di che, si chiede Rossi, come faranno ad accumulare i 20 anni di ruolo per diventare «professori emeriti», se saranno avviati alla pensione subito dopo l’agognata promozione?


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lunedì 15 gennaio 2007
ore 10:42
(categoria: "Vita Quotidiana")



Chi è più di sinistra?
di Francesco Giavazzi

Da qualche mese in alcuni supermercati giovani farmacisti vendono medicinali a un prezzo inferiore del 20-30% ai prezzi delle vecchie farmacie di città. Chi è più di sinistra? Chi liberalizza commercio e professioni, o chi consente che le farmacie, così come gli studi notarili, si tramandino di padre in figlio?

All’università di Lecce il numero dei dipendenti addetti a mansioni tecniche e amministrative supera il numero degli insegnanti (non è sorprendente dato che lo statuto dell’università prevede che il personale amministrativo abbia il 20% dei voti nell’elezione del rettore). Avendo bruciato tutte le risorse in una dissennata politica di assunzioni, il rettore è stato costretto a sospendere il riscaldamento (nelle aule, non certo negli uffici amministrativi, dove il riscaldamento funziona anche il pomeriggio, quando le stanze sono deserte). Pochi in città sembrano preoccupati dello stato della loro università: i figli della buona borghesia salentina studiano a Bologna, a Torino, a Milano. All’università di Lecce sono rimasti i figli di chi non può permettersi di mandarli al Nord. Chi è più di sinistra? Chi vuole riformare l’università, oppure chi nella Finanziaria ha imposto di stanziare più fondi per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici? In Danimarca prima dell’intervento di varie forme di assistenza pubblica, le famiglie a rischio di povertà sono 32 su 100: l’intervento dello Stato le riduce a 12. Cioè il welfare danese riesce a spostare 20 di quelle 32 famiglie fuori dall’area a rischio. In Italia le famiglie vicine alla soglia di povertà sono 22, ma lo Stato riesce ad aiutarne solo 3. Chi è più di sinistra? Chi vuole riformare alle radici il nostro sistema di welfare, nell’interesse dei poveri e dei giovani, oppure chi pensa che la riforma delle pensioni non sia urgente e difende i fortunati che hanno un lavoro a tempo indeterminato e vanno in pensione prima dei sessant’anni?

Concorrenza, riforme, merito dovrebbero essere le bandiere della sinistra radicale; questa invece, opponendosi alle riforme, finisce per difendere i privilegi. Non mi stupisce che il governo di centrodestra non abbia varato una sola liberalizzazione, né inciso su alcun privilegio: era stato eletto per conservare lo status quo e lo ha fatto. Ma non comprendo come lo stesso possa avvenire con un esecutivo di centrosinistra. Una società in cui c’è scarsa concorrenza, in cui nell’impiego pubblico (oltre il 10% di tutti i posti di lavoro) si fa carriera per anzianità e non per merito, è una società in cui il futuro finisce per essere determinato dal censo: proprio ciò contro cui si batte la sinistra. Alcuni (ad esempio Barbara Spinelli su La Stampa) pensano che a Caserta riformatori e liberalizzatori abbiano fallito perché chiedevano all’ala sinistra del governo di rinnegare la propria storia. E’ esattamente il contrario: hanno fallito perché non sono stati capaci di spiegare che le riforme sono «di sinistra» e la conservazione dei privilegi «di destra».

Nei prossimi giorni i presidenti di Camera e Senato dovranno nominare due nuovi membri dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato. La storia politica di Franco Marini e Fausto Bertinotti non lascia dubbi sul loro impegno contro i privilegi, a favore dei più deboli, dei meno fortunati. Mi attendo quindi che nominino persone il cui curriculum e i cui scritti non lascino dubbi sul fatto che esse siano pronte a sostenere la battaglia coraggiosa che il presidente Catricalà sta combattendo contro i molti potenti che ostacolano la concorrenza: banche, assicurazioni, imprese elettriche e del gas, professionisti ed enti locali.


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sabato 13 gennaio 2007
ore 09:46
(categoria: "Vita Quotidiana")



Università, il ’genio’ è sospetto: lauree brevi, ma in pochi mesi
di MASSIMILIANO PAPASSO

I maligni li chiamano esamifici. Quelli più indulgenti amano definirle come università dal target ben preciso. In comune hanno la capacità di attirare ogni anno migliaia di nuovi studenti e di farli arrivare alla laurea in tempi incredibilmente brevi: due anni, uno, in alcuni casi anche soltanto pochi mesi. Atenei dove i laureti "precoci" - così come si definiscono tutti gli studenti che hanno conseguito un titolo di studio in un tempo inferiore alla durata del corso - sono la stragrande maggioranza degli altri dottori, e su cui il Ministero dell’Università ha intenzione di vederci chiaro. Perché se è plausibile che qualche studente particolarmente dotato arrivi alla laurea con un anno o poco più di anticipo, quando in un solo ateneo il 90% dei laureati è arrivato alla meta in anticipo, allora forse sarebbe meglio interrogarsi sulle cause. Per dirla con le parole del ministro Mussi: "O siamo di fronte ad università di soli geni, oppure c’è qualcosa che non va".

I dati. Secondo l’ultimo rapporto del Comitato di valutazione del sistema universitario presentato nello scorso mese di novembre, nel 2005 la percentuale di studenti dei nostri atenei che avevano conquistato una laurea triennale prima dei tre anni era pari al 5,1%. In sostanza su un totale di 130 mila laureati, 6.500 avevano in un sol colpo bruciato esami e le tappe più importanti della loro carriera universitaria.

Un fenomeno in crescita negli ultimi anni, e che lo stesso Cnvsu ha definito come "abnorme" per quel che riguarda i dati dei singoli atenei. Se infatti sono molte le università dove i laureati precoci o non ci sono o rappresentano una parte irrisoria del totale, ce ne sono altre dove la loro concentrazione è molto più consistente. "Degli oltre 6.500 laureati precoci del 2005 - ha osservato il Comitato nella sua relazione - più del 57% di questi studenti risultano essere iscritti in due soli atenei, mentre il 78% in soli cinque".

Gli atenei precoci. Se infatti università come la Bocconi, la Statale di Milano, il Politecnico di Torino, l’Università di Modena e quella di Ferrara hanno permesso a uno, al massimo due studenti di laurearsi prima dei tre anni accademici, altri atenei, hanno preferito non ostacolare la corsa sfrenata verso la conquista del titolo accademico. Anzi, in alcuni casi l’hanno addirittura agevolata grazie all’ormai inflazionato sistema del riconoscimento dei crediti.

E’ il caso dell’Università telematica "Guglielmo Marconi", l’unico web ateneo a sfornare laureati nel 2005. Ebbene, secondo i dati forniti dall’ufficio statistico del Miur, su 100 neo dottori, ben 99 non si erano iscritti nemmeno tre anni prima: praticamente il 90% del totale. Altro ateneo a chiara maggioranza di laureati precoci è la Lum "J. Monnet" di Casamassima in Puglia: qui su 271 laureati nel 2005, il 69,3% è arrivato alla laurea in meno di un triennio. Stesso discorso per l’ateneo di Chieti e Pescara dove 2354 studenti su 4290 si sono laureati prima del previsto.

Un caso, un anno particolarmente favorevole per chi aveva deciso di completare gli studi, oppure una eccezionale concentrazione di "geni" nello stesso ateneo? Niente di tutto questo. Per molte università quello dei laureati precoci è un fenomeno se non abituale almeno ricorrente. Se infatti per l’Università di Chieti e Pescara nello scorso anno i precoci sono stati il 54,87% del totale, nel 2004 questa percentuale era addirittura superiore: il 56% (1950 su 3476). Situazione simile per la Lum (30 precoci su 73 laureati), l’Università della Tuscia con il 29% e quella della Valle d’Aosta, dove su un totale di 21 neo dottori, 8 sono stati campioni di velocità.

Questione di target. Ma come spiegano i vertici di questi atenei così tanti laureati precoci? Loro, le parole "esamifici" e "lauree facili" non voglio nemmeno sentirle nominare. Piuttosto parlano di strategie di marketing e un bacino d’utenza ben identificato. "Il 90% dei nostri iscritti non sono studenti che hanno avuto un percorso di studio regolare - spiega Gabriella Paglia, responsabile dei rapporti esterni dell’Università telematica "Guglielmo Marconi" - ma gente che magari ha già alle spalle una carriera universitaria.

Oltre a loro, tra i nostri iscritti ci sono anche esponenti del mondo delle professioni, geometri, forze di polizia, giornalisti, consulenti del lavoro. Loro rappresentano a pieno il nostro target. E il sistema del riconoscimento dei crediti, a loro come a chiunque altro dà la possibilità di non perdere gli esami pregressi o l’esperienza conquistata, ovviamente nei limiti fissati dalla legge". Un limite che, dopo la norma voluta in Finanziaria del ministro Mussi, è sceso a 60 crediti su 180 per le lauree triennali e 40 su 120 per quelle magistrali.

"Grazie a Dio il ministro ha messo un freno a questa tendenza. D’altra parte il suo intervento è la dimostrazione che non si trattava di un fenomeno circoscritto a poche università ma che quello del riconoscimento dei crediti senza freni era un sistema ormai diffuso in tutti gli atenei. Paura di controlli sui laureati precoci? Per carità - conclude Gabriella Paglia - il Ministero ha tutte le carte in mano e il Cnvsu effettua periodicamente dei controlli. Noi siamo aperti a tutti e non abbiamo niente da nascondere".

Esperti in riconversione. Ma se il fenomeno è davvero così diffuso, come mai ci sono atenei dove i laureati precoci sono migliaia e altri invece dove non ce n’è nemmeno uno? "Di sicuro questi dati non sono sintomo di lauree facili - assicura Michele Cascavilla, preside vicario della Facoltà di Scienze Sociali dell’Università di Chieti e Pescara - All’interno della nostra facoltà abbiamo puntato molto sul sistema della riconversione dei crediti che agevola il conseguimento della laurea a determinati studenti. Mi riferisco a chi è già in possesso di un diploma di laurea in assistenza sociale e che con un solo anno di frequenza può conquistare una laurea triennale. In questo caso mi sembra davvero ingiusto parlare di laureati precoci".

Resta il fatto però che il sistema della riconversione dei crediti rappresenta uno dei fiori all’occhiello dell’ateneo abruzzese, visto che insieme alla Lum di Casamassima, quella di Chieti è tra le università che nel 2004/2005 ha abbonato più crediti ai suoi nuovi studenti: su 8.142 matricole ben 2862 si sono viste abbonare dai 121 ai 180 cfu. "Se i dati dicono questo - continua il preside Cascavilla - vuol dire la nostra università su questo tema è organizzata meglio di altre, offrendo dei servizi che attraggono matricole da tutta Italia. Quello che posso escludere con sicurezza e che nel nostro ateneo ci siano stati degli studenti ’normalì che iscritti all’università per la prima volta siano arrivati alla laurea prima dei tre anni, sostenendo esami dopo esami. Se così fosse - conclude il preside - sarebbe davvero poco serio".


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