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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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mercoledì 13 dicembre 2006
ore 13:02
(categoria: "Vita Quotidiana")



Taranto, il caso degli «illicenziabili»
Si aumentarono lo stipendio per anni, quasi tutti al loro posto
di Gian Antonio Stella

Come osano, sospenderlo dal servizio? Francesco Grassi, uno dei ventitré dirigenti e impiegati del comune di Taranto arrestati ai primi di luglio perché si erano auto-regalati sontuose buste paga per un totale di 5 milioni di euro in cinque anni, ha già fatto ricorso. Gli altri sei obbligati a non ripresentarsi in ufficio il ricorso lo stanno preparando. Gli altri ancora, sono tornati alla loro scrivania da un pezzo. Per non dire di tutti gli altri dipendenti ancora che, per la commissione d’inchiesta interna, si sarebbero complessivamente fregati almeno da 21 a 30 milioni di euro. Un decimo del gigantesco buco nel quale è precipitata l’ex capitale industriale della Puglia, dichiarata in bancarotta. Stando alle accuse, mosse dalle denunce di un ex consigliere comunale, Nello De Gregorio, Grassi si sarebbe fatto dei regalini nello stipendio, dal 2001 al 2006, con compensi extra per misteriosi lavori «a progetto», per 389 mila euro. Dice però che non è stato ancora rinviato a giudizio e la legge è legge, signori e signore: come si è permesso, il commissario Tommaso Blonda, di sospendere lui e i protagonisti degli altri casi più gravi? Si dirà che, come ha accertato il comandante della Finanza Emanuele Fisicaro, c’è chi in un mese si era fatto omaggio di 19.439 euro e chi di 39.160: ma che c’entra? Certo, c’è chi è accusato come Nicola Blasi, di essersi preso coi ritocchi in busta paga 434 mila euro, chi come Giuseppe Cuccaro 429 mila, chi come Orazio Massafra 422 mila e chi come Cataldo Ricchiuti (al quale sono stati sequestrati 12 fabbricati e un terreno e 124 mila euro in banca: mica male per un funzionario comunale...) addirittura 567 mila.

Ma perché non dovrebbero tornare al loro posto, in attesa del rinvio a giudizio e poi della decisione del Gip e poi del processo in Assise e poi di quello in Appello e poi di quello in Cassazione e magari ancora di qualche ricorso alla corte costituzionale? E il bello è che la magistratura potrebbe dare loro ragione. Perché qui è lo scandalo: Francesco Boccia, mandato da Amato a Taranto come liquidatore (primo caso in Italia per una grande città) ha le mani legate da leggi e leggine così pelosamente garantiste da impedirgli di fatto di usare la mano pesante. Una impotenza che, oltre ad alleggerire la posizione di quella massa di persone coinvolte nella maxi- truffa sugli stipendi (tutte assolutamente convinte che un giorno o l’altro il can-can finirà e magari con l’aiuto dell’indulto anche questa seccatura dell’inchiesta evaporerà in una nuvoletta) rischia di lanciare un pessimo segnale a una città allo sbando. Mario Pazzaglia, il veneto-marchigiano incaricato con Giuseppe Caricati di mettere il naso nei conti, fa professione di ottimismo e cerca di incoraggiare Taranto a reagire spiegando che «con uno scatto di orgoglio la città può recuperare e rinascere». Ma certo il baratro nei conti lasciato dalla giunta guidata dalla forzista Rossana Di Bello (dimessasi pochi mesi dopo una trionfale rielezione in seguito a una condanna per gli appalti dell’inceneritore) gela il sangue: finora siamo già a un buco accertato di 382 milioni di euro. Pari a oltre sei mila euro di «rosso» per ogni famiglia. Un disastro. Sul quale non è avviata solo un’opera di rilettura dei bilanci (che potrebbe rivelare un abisso finanziario che qualcuno paventa addirittura intorno al miliardo di euro) ma si sono aperte un mucchio di inchieste penali. Per falsità in bilancio. Per un appalto da 28 milioni per la pubblica illuminazione. Per il Parco Cimino dato in gestione per 1.000 euro l’anno (neppure pagati) a un ristoratore che faceva lavori edilizi (anche abusivi) e poi mandava il conto al Comune. Per una specie di fontana da due milioni di euro piazzata in mezzo al mare e mai usata. E altro ancora. Una gestione sciagurata.

E meno male che non è andato in porto il progetto un po’ megalomane di costruire il Colosso di Zeus, un bestione che avrebbe dovuto ricordare un’antica opera di Lisippo. E magari avrebbe ricordato anche il monumentale sindaco Giancarlo Cito, che prima di finire in galera fu il Re di Taranto e prometteva di far di Taranto «la Svizzera del Sud» e minacciava Di Pietro di «riempirgli la bocca di cemento a presa rapida» e quando si prese pure la squadra di calcio ordinò ai giocatori di darsi da morire sul campo sennò avrebbe «messo le gambe dei più brocchi a mollo in una vasca di piranha». Ma torniamo ai nostri «eroi». La difficoltà di licenziare o perfino di sospendere i dipendenti infedeli del Comune di Taranto, coincidenza, nei giorni in cui un pezzo della sinistra vorrebbe arruolare d’un colpo, senza filtri, 300 mila precari, dei quali moltissimi saranno bravissimi ma una parte certo una palla al piede. E dà ragione a chi, come scriveva Pietro Ichino ieri sul Corriere, sostiene che «la precarietà degli uni è l’altra faccia dell’iperprotezione e inamovibilità degli altri». Cioè di chi, avuto un posto pubblico, non può più essere rimosso da qui all’eternità. Sapete quante notizie Ansa escono, su milioni e milioni di takes dal 1981 ad oggi, incrociando le parole «dipendenti comunali» + «licenziati», declinate al plurale o al singolare? Dodici. Ma nella stragrande maggioranza non raccontano di licenziamenti (come quello di 9 becchini triestini, sbattuti fuori perché davvero nessuno se la sentì di difenderli dopo che avevano aperto un sacco di tombe per rubare ori e orologi ai morti) ma di rimozioni tenacemente intralciate dal sindacato o da un giudice. Come nel caso di Fabrizio Filippi, accusato dal comune di Livorno di essere un lavativo e finalmente messo fuori, dopo una accanita guerriglia processuale, solo dopo 13 anni di sentenze e di ricorsi. O di quello spazzino licenziato dal comune di Latisana dopo un’assenza non giustificata di 15 giorni e fatto riassumere dalla magistratura perché, essendo l’uomo sempre ubriaco, «non era provata la volontà dell’inottemperanza al dovere di prestare servizio». Per non dire di un caso simile a quello di Taranto. Ricordate cosa successe a Napoli? Finirono sotto inchiesta in 321, quattro anni fa, per essersi gonfiati lo stipendio. Molti dichiarando con l’autocertificazione di avere a casa a proprio carico una tale quantità di nonni, suoceri, cugini, zie, cognate e consuocere da ottenere fino a 15 o 20 mila euro di arretrati. Altri perché si erano ritoccati le buste paga attribuendosi fino a 32 milioni al mese. E «voci accessorie» fino a 105 l’anno. Bene: solo uno, il dirigente dell’ufficio Aldo Buono, è stato rimosso. Gli altri, se non se ne sono andati per godersi la «meritata pensione», stanno ancora lì. E con l’indulto di quest’anno si sono tolti pure il pensiero del processo: marameo!


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mercoledì 13 dicembre 2006
ore 11:17
(categoria: "Vita Quotidiana")





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mercoledì 13 dicembre 2006
ore 10:15
(categoria: "Vita Quotidiana")



Pozzi e tubi per catturare i gas-serra
"Nel sottosuolo la nuova frontiera"
di GIOVANNI VALENTINI

ROMA - Acchiappare i gas-serra, come le nuvole o i fantasmi, per seppellirli nelle viscere della terra. E così abbattere le emissioni mefitiche della CO2 con cui avveleniamo l’aria e i nostri polmoni quando bruciamo i combustibili fossili - petrolio, metano e carbone - per ricavarne energia sporca. Non è un sogno o un’utopia, ma un metodo già sperimentato in altri Paesi, dall’America al Canada, dalla Gran Bretagna all’Olanda, dalla Danimarca alla Norvegia. La sigla, in inglese, è Ccs, "carbon capture and storage": cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica.

Si può fare anche in Italia? È utile, opportuno, conveniente? Ne parla perfino il programma elettorale dell’Unione. Nel capitolo dedicato all’innovazione e alla sicurezza in campo energetico, oltre all’impegno a raddoppiare nell’arco della legislatura le fonti rinnovabili e a promuovere le energie sostenibili, a pagina 143 si legge fra l’altro: "In particolare riteniamo che vadano intensificati gli sforzi di ricerca sul sequestro del carbonio".

Per quanto il ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, abbia manifestato una disponibilità a verificare in concreto il progetto, i Verdi e una parte degli ambientalisti temono che l’operazione sia un pretesto per continuare a consumare i combustibili fossili e riesumare il mito del "carbone pulito". Nel frattempo, i produttori di energia sono già al lavoro e l’Enel ha commissionato uno studio di fattibilità all’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia, presieduto dal professor Enzo Boschi.

Un dato di partenza è certo. Entro il 2012, secondo l’impegno sottoscritto nel Protocollo di Kyoto, bisogna ridurre del 5% le emissioni mondiali di gas a effetto serra rispetto ai valori che si registravano nel 1990. Ma, per evitare un aumento di temperatura superiore ai 2 gradi centigradi che altererebbe il clima in modo irreversibile, la stessa Comunità europea raccomanda una riduzione del 70% dai livelli attuali entro la fine del secolo.

In mancanza di una soluzione globale, immediata e definitiva, il primo obiettivo - come predicano da sempre gli ambientalisti - è il risparmio energetico: senza bloccare lo sviluppo economico e produttivo, si può e si deve ridurre il consumo di energia con l’adozione di comportamenti collettivi più virtuosi e soprattutto di tecnologie più moderne. Poi c’è l’incremento delle fonti rinnovabili: il solare, l’eolico, il geotermico, le biomasse e quant’altro. Ed è una prospettiva tanto più obbligata per il fatto che i combustibili fossili sono in via di esaurimento (50-70 anni per il petrolio, 60 per il gas metano, 200-220 per il carbone).

Da qui ad allora, in questa fase più o meno lunga di transizione, la cattura e lo stoccaggio geologico della CO2 possono rappresentare perciò una soluzione-ponte, complementare al risparmio e allo sviluppo delle fonti rinnovabili per produrre energia pulita, a cominciare proprio dall’idrogeno. In linea teorica - come spiegano il professor Boschi e i suoi collaboratori, Fedora Quattrocchi e Roberto Bencini - sarebbe possibile eliminare tutta l’anidride carbonica prodotta dalle centrali elettriche, dalle raffinerie e dai cementifici, vale a dire il 60% del totale (il resto proviene dai trasporti, dalle abitazioni e dagli uffici), avvicinandosi più rapidamente agli obiettivi di Kyoto. E a differenza del petrolio o del metano che stanno finendo, le riserve di carbone possono durare un paio di secoli.

"Questo processo - precisa Giuseppe Vatinno, coordinatore del gruppo "Energia e cambiamenti climatici" dell’Unione - non ha niente in comune con il cosiddetto carbone pulito, ottenuto attraverso la separazione delle polveri e quindi pur sempre inquinante. La cattura e lo stoccaggio dei gas-serra alla fonte consentono di ricavare un carbone super-pulito, a zero emissioni. Solo un pregiudizio ideologico può indurre i Verdi e la sinistra più radicale a opporsi ancora al progetto".

Trattenuta da un apparato di filtri, la CO2 viene trasformata con le tecniche più evolute in materia liquida e quindi trasportata nei tubi di una pipe-line, simile a un metanodotto, fino a una piccola centrale costruita in superficie sul modello dell’impianto che dal Nord Dakota arriva a Weyburn, in Canada, per una lunghezza di 330 chilometri. Inizialmente i tecnici provarono a disperdere l’anidride carbonica in mare, al largo, ma poi s’è visto che questo provoca un’alterazione dell’acqua, vale a dire un’eccessiva mineralizzazione. E perciò ora viene compressa e iniettata sotto terra, anche oltre i mille metri di profondità, dove si autosigilla trasformandosi nel tempo in minerali: per lo più carbonati, cioè pietra, roccia.

Per lo stoccaggio nel territorio italiano, dopo uno studio e una selezione sul campo, si potrebbero utilizzare una parte dei circa 6.500 pozzi abbandonati che si trovano nel sottosuolo. Gli esperti dell’Istituto nazionale di Geologia assicurano comunque che non c’è alcun rischio sismico rilevante: non solo perché giacimenti di CO2 esistono già in natura, come per esempio a cavallo tra l’Irpinia e la Basilicata, ma anche per il fatto che proprio in quella zona all’epoca del terremoto non furono registrate né fughe di gas consistenti né esalazioni rischiose per la salute.

"In ogni caso - ribadisce il professor Boschi - un sito del genere non ha nulla a che fare con un deposito di scorie radioattive: l’anidride carbonica, una volta imprigionata sotto terra, diviene una materia assolutamente inerte, non inquina e non contamina". E aggiunge: "Del resto, in questi giorni anche l’Etna, come qualsiasi altro vulcano in eruzione, butta fuori anidride carbonica. Il problema è quello di evitare la concentrazione di gas a effetto serra nell’atmosfera o quantomeno di abbattere le emissioni nocive".

Se è vero dunque che da qui al 2020 l’Italia s’è impegnata con gli accordi post-Kyoto a ridurle di 98 milioni di tonnellate all’anno, a conti fatti basterebbero cinque siti di stoccaggio per seppellire nel sottosuolo 20 milioni di tonnellate ciascuno e risolvere così il problema. Ogni sito costa all’incirca 500 milioni di euro e occorre grosso modo un anno per costruirlo. Per tamponare la minaccia dei gas-serra, e contenere il rischio delle alterazioni climatiche, forse vale la pena almeno prendere in considerazione il progetto aprendo un confronto sul piano tecnico e politico.


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martedì 12 dicembre 2006
ore 22:40
(categoria: "Vita Quotidiana")





Total look nero: ecco le foto (trasmesse in esclusiva dal Tg3) dell’ingresso in scena di Antonello Palombi, il tenore umbro che è passato alla storia come il Radames in jeans della lirica. Un debutto choc, durante il primo atto dell’Aida alla Scala, dovuto all’abbandono del collega Alagna che ha lasciato il palco dopo i fischi ricevuti dal Loggione.


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martedì 12 dicembre 2006
ore 16:15
(categoria: "Vita Quotidiana")


ordine su Pinochet
Autore: ordine
( martedì 12 dicembre 2006, ore 16.11 )

con lui (leggi: Pinochet) il cile era cresciuto.a differenza del vostro mito castro che da 40 anni affama la popolazione,che ha ucciso di più di pinochet.ma voi gli rendete omaggio.siete scandalosi

Autore: ordine
( martedì 12 dicembre 2006, ore 16.14 )

la democrazia non l’ha mai voluto incarcerare perchè con lui in cile si stava bene.a differenza di quei paesi in cui esiste ancora il comunismo(paesi che molti italiani lodano)


Se qualcuno ha voglia di rispondere faccia pure. Io non ho tempo da perdere.


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martedì 12 dicembre 2006
ore 12:00
(categoria: "Vita Quotidiana")



Cent’anni d’Italia per immagini attraverso la storia del Pci
di GAIA GIULIANI

ROMA - Torna in libreria la storia fotografica del Pci, rivista e corretta al 1991, l’anno del suo scioglimento. Una storia ricostruita per immagini senza colori, tutte in bianco e nero. La prima uscita del volume risale al 1981, anno in cui ricorreva il sessantesimo anniversario della fondazione del Partito Comunista Italiano.

Anche se la raccolta di scatti della "Storia fotografica del Partito Comunista Italiano" (Editori Riuniti, 510 pagg.) curata da Eva Paola Amendola con un saggio di Paolo Spriano, inizia prima, con immagini del Novecento che ritraggono lo sciopero dei siderurgici di Piombino del 1911 o le manifestazioni del ’14 che chiedevano giustizia per i morti del 7 giugno: gente scesa in piazza con propositi anitmilitaristi e uccisa dal fuoco dei carabinieri.

Le agitazioni faranno vincere trecento seggi ai socialisti, qualche mese prima dello scoppio della Prima Guerra mondiale, qualche mese dopo le dimissioni di Giolitti. Foto che raccontano l’Italia, e non solo. Perché per illustrare la storia, anche se di un solo partito, non si può prescindere dai suoi prodromi, dagli avvenimenti contemporanei al suo formarsi, dentro e fuori il nostro paese. Così c’è Lenin intento a prendere appunti durante il congresso di Mosca del 1921. C’è Stalin con Nadezda Alliluyeva, la moglie suicida, o suicidata, con un colpo di revolver. Hitler e lo stato maggiore nazista che marciano impettiti nel ’40 sotto la torre Eiffel. Albert Einstein a Bologna, le città italiane in macerie dopo i bombadamenti della guerra, le pellegrine velate che visitano Roma durante l’anno santo del 1950, il Polesine alluvionato.

Amici e nemici, protagonisti e comprimari, vecchi e giovani, uomini e donne, vivi e morti. Migliaia di immagini scovate negli archivi pubblici e lì rimaste sepolte, trovate nelle sedi del partito comunista, tra gli scaffali delle sezioni, federazioni, case del popolo, camere del lavoro e cooperative. Prestate anche dalla "memoria collettiva" dei militanti, che hanno sfogliato gli abum rintracciando le testimonianze dell’anima rossa che ha tinteggiato i ricordi di famiglia. Quando sfilava in lacrime dietro al feretro di Togliatti prima, poi di Berlinguer, sciamando dai casermoni popolari, o sedeva easusta sulla banchina di Civitavecchia, vecchi emigranti tornati dall’America per esercitare il loro diritto di voto. E poi scatti "privati" della lotta partigiana", l’abbattimento degi simboli del fascismo ma anche i visi stravolti degli scontri di piazza degli anni 60, fino alle feste per la "grande avanzata" elettorale della seconda metà degli anni settanta.

Scatti talvolta incerti, istantanee di vita strappate alla storia popolare, istituzionale, culminati con le lacrime riminesi di Occhetto versate quindici anni fa nel momento in cui tramontava definitivamente il nome Pci. Giorgio Napolitano era lì, in piedi accanto al leader del nuovo partito, sotto al grande cerchio dove campeggiava una quercia con le radici ben piantate nella falce e martello.
Ma, come dice l’autrice nell’ultima didascalia del libro, "questa è un’altra storia".


Val D’Aosta 1944. Una vedetta partigiana


Roma, 1968. Manifestazioni studentesche


Roma, 1984. La prima pagina dell’Unità come ultimo saluto a Enrico Berlinguer: quasi due milioni di persone arrivarono a Roma per i funerali


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martedì 12 dicembre 2006
ore 09:27
(categoria: "Vita Quotidiana")





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lunedì 11 dicembre 2006
ore 21:48
(categoria: "Vita Quotidiana")



Qui la gente va veloce ed il tempo corre piano
come un treno dentro a una galleria
tra due giorni è Natale e non va bene e non va male
buonanotte torna presto e così sia.
E tu scrivimi, scrivimi
se ti viene la voglia
e raccontami quello che fai
se cammini nel mattino e ti addormenti di sera
e se dormi, che dormi e che sogni che fai.



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lunedì 11 dicembre 2006
ore 17:55
(categoria: "Vita Quotidiana")



Pinochet, il "padre della patria": 3200 uccisi, 28mila torturati in meno di 20 anni

Nell’ultimo scorcio del secolo scorso Augusto Pinochet ha rappresentato un modello di dittatura alla quali si sono ispirati diversi tiranni. Chi voleva sapere come si pianifica e si attua l’eliminazione dell’opposizione democratica non doveva far altro che aprire i rapporti di Amnesty International e guardare a quanto accaduto in Cile dal 1973 al 1990, anno in cui il generale lasciò il potere in seguito a un plebiscito.

Pinochet si autonominò, però, capo dell’esercito e dal 1990 al 1997 quella del Cile fu una "democrazia sotto tutela". L’anno successivo si fece nominare senatore a vita, carica che abbandonò nel 2001 spinto dalle rivelazioni di atrocità che emergevano dalla scoperta di fosse comuni, carceri, prigioni in cui gli oppositori erano stati torturati o fatti morire. Fino a quel momento il generale aveva potuto sbandierare un’immagine di patriota, immerso nella causa per il suo Paese.

Durò poco. Il giudice spagnolo Baltasar Garzon ne chiese l’arresto nel 1998 mentre si trovava a Londra, dove rimase per agli arresti domiciliari per oltre 500 giorni. Le accuse riguardavano anche 94 casi di tortura. Tornato in patria nel 2000, a Pinochet fu tolta dalla Corte d’Appello di Santiago l’immunità parlamentare. L’estradizione in Spagna fu negata.

Da allora il "patriota" non riuscì a far coincidere l’immagine che di sé aveva voluto dare in pubblico con la realtà, fatta di morte, sparizioni e abusi. Sono 3.197 le persone uccise durante la dittatura (1.192 gli scomparsi), 28.000 quelle torturate. Un’inchiesta coinvolse Pinochet per la "Operazione Condor", il sistema ideato dal capo della servizi segreti cileni Manuel Contreras che vedeva i governi di Cile, Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay e Uruguay, coordinarsi per organizzare meglio l’eliminazione fisica degli oppositori. Tra l´altro, il generale fu accusato dell’omicidio del generale Carlos Prats, che si era mostrato fedele a Salvador Allende, a Buenos Aires. Di recente sono arrivati gli arresti per le torture a Villa Grimaldi e quello per la "Carovana della morte", operazione che portò all’uccisione di 75 persone.

Qualche giorno fa, in occasione novantunesimo compleanno Pinochet si è assunto «la responsabilità politica» di tutto ciò. Il suo desiderio, disse, è stato sempre di fare la grandezza del Cile e «impedire la sua disintegrazione». In un messaggio letto dalla moglie Lucia Hiriart dal portico di casa, ha dichiarato: «Negli ultimi giorni della mia vita voglio far sapere che non porto rancore a nessuno, che amo la mia patria al di sopra di tutto». È stato l’ultimo tentativo di rispolverare la vecchia icona del "padre della patria". A distruggerla anche negli ambienti che avevano sostenuto il tiranno ci aveva pensato lo stesso Paese che ha permesso la tirannia in Cile. Nel 2004 infatti il comitato investigativo del Senato degli Stati Uniti rilasciò un rapporto sulla Riggs Bank, che controllava tra i quattro e gli otto milioni del patrimonio di Pinochet. L’ex dittatore, secondo il rapporto, si era servito della banca per creare società di comodo off-shore attraverso cui riciclare denaro. Pinochet si ritrovò accusato, tra l’altro, di frode ed evasione fiscale. All’inizio del 2006 l’inchiesta sui conti segreti ha portato all’arresto di tutta la famiglia dell’ex dittatore.


1990: scoperte fosse comuni nella zona meridionale di Santiago del Cile


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lunedì 11 dicembre 2006
ore 16:08
(categoria: "Vita Quotidiana")





nessuna pietà


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