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Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto son dileguati. Ma il furto non m’accora, poiché vi ha preso stanza la dolce speranza!
Or che mi conoscete, parlate voi. Chi siete? Via piaccia dir?

Scrivo un diario inutile. senza note, senza parole, senza frasi. Solo pagine vuote, bianche. Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano. (Alessandro Sebastiano Morandi)
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lunedì 11 dicembre 2006
ore 13:29 (categoria:
"Vita Quotidiana")
La fine solitaria del tiranno che è morto due volte di ANTONIO SKÁRMETA
QUANDERA al culmine del suo potere, Pinochet immaginava centinaia di cospirazioni ai suoi danni, organizzate dai "siñores politicos". Per qualche strana ragione, non si sa se dentale o stilistica, non riusciva a pronunciare correttamente la parola "señores". E per dimostrare la volontà dei "siñores politicos" di distruggere la libertà e lordine che sosteneva di rappresentare, in un celebre discorso pronunciato al Club conservatore de la Unión, si fece promotore di letture rivoluzionarie: "Bisogna leggere Lenin, "siñores"".
Leggere "Linin" per individuare con chiarezza le tattiche terroristiche dei suoi avversari. Non si sbagliava. Sono stati i "siñores politicos" cileni dogni tendenza - chi prima, chi con molto ritardo - a ridurre luomo forte a feticcio di una dozzina di anziane signore. Immagino che questo discorso dominerà la stampa di oggi: il dittatore Pinochet è morto politicamente assai prima della sua morte fisica. Per usare unimmagine cara al folclore cileno, la pannocchia si è sgranata un po alla volta. Alla fine i suoi alleati sono rimasti in pochi come i denti nella sua bocca. È stata questa la sua sconfitta. Quando, nel 1989, la democrazia fu restituita al Cile, chi prima lo aveva appoggiato prese le distanze da lui per rendersi compatibile con le nuove regole del gioco.
Fin dal plebiscito che nel 1988 lo aveva estromesso dal governo, gli votò contro lo stesso Sebastián Piñera, noto imprenditore di destra. Ma la novità di questanno è che oramai, sia pure tardivamente, persino Joaquín Lavín, il leader più conservatore della destra, ha preso le distanze dal generale. Avendo perso le elezioni presidenziali del 2000 contro il socialista Ricardo Lagos col 48% dei voti, Lavín spera ancora di riuscire a convogliare forze sufficienti per farsi eleggere alla presidenza; e quindi ha ritenuto di prescriversi una forte dose di despinochetización.
Non a torto, una compunta signora, fedele al generale, si è presentata davanti allospedale dove il suo idolo stava agonizzando con in mano un piccolo cartello confezionato alla buona, con la seguente accusa: Derecha dormida, Pinochet te salvó la vida (destra addormentata, Pinochet ti ha salvato la vita).
Oltre ai suoi familiari, e a questa stoica signora che col suo cartellino in mano ha sopportato i 32 gradi della primavera cilena, non cè nessuno a piangere per Pinochet. È giusto allora dire che il generale è morto molto prima di morire? Un fatto però è certo: quel cartellino non è la sola cosa che resta di lui in Cile. Con lo stile della sua ritirata, Pinochet è stato determinante per il carattere attuale, praticamente di "unità nazionale", del governo cileno. A parte alcune questioni legate ai "valori", quali laborto, leutanasia o la pillola contraccettiva, su tutti gli altri temi regna tra governo e opposizione un consenso di base, soprattutto in campo economico. Sia i presidenti socialisti sia i democratici che li hanno preceduti hanno incassato le ovazioni degli imprenditori.
Luomo si è ritirato a piccoli passi. Quando il popolo lo ha respinto col plebiscito del 1988, si è riservato il titolo di Comandante in capo delle forze armate. Quando ha concluso il suo mandato militare, conferitogli da una Costituzione da lui stesso confezionata su misura, si è fatto nominare senatore a vita della Repubblica. Quel seggio, lo occuperebbe ancora oggi se non avesse avuto lidea peregrina di recarsi a Londra, dove una disposizione tempestiva del giudice spagnolo Garzón lo trattenne per le sue reiterate violazioni dei diritti umani.
Il mondo applaudì con giubilo. Alla fine un dittatore del calibro di Pinochet, il cui regime si era reso responsabile di innumerevoli sparizioni, torture, fucilazioni indiscriminate e arbitrarie e decine di migliaia di licenziamenti, costringendo allesilio centinaia di migliaia di cileni, sarebbe stato giudicato lontano dalla protezione dei suoi camerati. Ma la gioia fu di breve durata. Lo stesso governo democratico cileno intraprese passi ufficiosi nei confronti delle autorità britanniche per ottenere che quellanziano "malato, moribondo", fosse rimpatriato per essere giudicato in Cile.
Quando mise piede sul territorio nazionale, allaeroporto di Santiago, accolto con squilli marziali dai suoi compagni darme, si sollevò come Lazzaro dalla sua carrozzella per andare ad abbracciare il suo successore, il Comandante in Capo di Santiago. Un giornale ironizzò sullevento con un titolo geniale, richiamandosi a un celebre film con Sean Penn, Dead man walking (Il morto che cammina).
Fu poi effettivamente chiamato a rispondere di vari reati, per alcuni dei quali i processi sono tuttora in corso. Ma alle condanne seguivano le assoluzioni. Frattanto i cileni ancora restii a riconoscere le sue malefatte dovettero convincersi che Pinochet era stato un baluardo contro i comunisti, ma non contro la corruzione. Oltre alle atroci violazioni commesse contro i diritti umani, fu portata a conoscenza dellopinione pubblica anche una serie di conti segreti che dimostravano il suo coinvolgimento in episodi di corruzione.
Il dittatore ebbe allora la buona idea di assentarsi dalle sessioni del Senato. Ma se alla lunga alcuni dei suoi seguaci sono finiti in carcere, Pinochet in persona non è mai stato dietro le sbarre.
Diciamolo chiaramente: la democrazia non ha mai avuto la forza di mettere Pinochet sotto chiave. Anzi, diciamolo anche più chiaramente: la democrazia cilena non ha mai voluto incarcerarlo. Questambiguità è forse la più sublime strategia di consolidamento di ununità nazionale che spiega la tanto celebrata stabilità e il benessere del Cile di oggi.
Oggi è morto Pinochet: un uomo che ha distrutto la vita di molte famiglie cilene: il suo brutale golpe fu una risposta sproporzionata ai problemi, pure reali, della società del 1973. La sua eredità è dunque più poderosa, e più sottile di quanto recita il piccolo cartello dellanziana solitaria davanti allospedale. Una cosa è certa: Pinochet è finito solo, perdendo la sua battaglia. In questo senso i "siñores politicos" hanno fatto un ottimo lavoro - che abbiano o meno letto "Linin". E tuttavia, la sua fuga finale da una giustizia che non abbiamo potuto o voluto fare ci coinvolge nella sconfitta, e nella tristezza.
Nel Giulio Cesare, davanti al cadavere dellimperatore, Marco Antonio sentenzia nel suo discorso funebre: "Il male fatto dagli uomini sopravvive alla loro morte, il bene che hanno fatto viene sepolto con le loro ossa". Seppelliamo Cesare.
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lunedì 11 dicembre 2006
ore 11:14 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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lunedì 11 dicembre 2006
ore 11:10 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Quelle lunga scia di sangue che indignò il mondo di ANGELO MELONE
Quella fotografia in bianco e nero - con il presidente socialista del Cile Salvator Allende, in testa lelmetto, un mitra decisamente inusuale nelle sue mani, che annunciava di voler morire nel Palazzo presidenziale già bombardato dai golpisti - divenne un simbolo fino a condizionare i sentimenti politici di intere generazioni in tutto lOccidente.
Era l11 settembre del 1973. Dopo mesi di forti tensioni sociali lattacco al palazzo della Moneda segnava lepilogo del colpo di stato contro il governo Allende, guidato dal capo dellesercito che lo stesso Allende aveva nominato. Ed era linizio di anni di feroce dittatura, di repressione, di un cruento bagno di sangue nelle fila degli oppositori (o dei sostenitori dellesperienza Allende) contro cui insorsero le coscienze in tutti i paesi democratici.
Nei primi tre anni di dittatura furono imprigionati almeno 130 mila oppositori. Nelle prime settimane dopo il golpe il mondo intero fu sconvolto dai racconti (e poi dalle rare testimonianze fotografiche) delle migliaia di cileni imprigionati nello stadio di Santiago. Molti passati per le armi, molti torturati (una enorme impressione destò la fine di Victor Jara, uno dei cantanti simbolo del "nuovo Cile" cui furono spezzate le mani prima di essere ucciso).
E nel linguaggio comune entrò per la prima volta il terribile termine di "desaparecido". Gli scomparsi, le migliaia di oppositori catturati e uccisi che costituiscono la lunga scia di sangue di diciassette anni di dittaura e per i quali in vita - insistono le vittime - non ha pagato. Non si è mai riuscito a stabilire con esattezza nemmeno quante siano state le vittime fatte sparire dal regime cileno. Cifre ufficiali parlarono di circa duemila persone, ma i dissidenti hanno stimato in ottantamila gli oppositori politici morti dopo essere passati per le carceri speciali del regime. Ancora oggi, in Cile e in tanti Paesi del mondo, ci sono famiglie che non sono mai riuscite a ritrovare le tracce dei loro parenti.
La repressione, e la costante paura di un ritrono dellopposizione nei primi anni di regime, portò a una oppressione e alla caccia senza esclusione di colpi agli oppositori, fino agli assassinii in altri paesi. Migliaia di cileni scelgono la via dellesilio. Lesperienza e la cultura che aveva accompagnato lesperienza di Unidad Popular e del governo Allende diviene famosa nel mondo, dalle canzoni degli Inti Illimani ai libri di Skàrmeta, Sepulveda o alle opere del Nobel Pablo Neruda, morto dieci giorni dopo il golpe.
La destituzione di Pinochet, sedici anni fa, aprì per il Cile la difficile stagione dei conti con il dittatore ed il suo regime. E iniziarono anche ad arrivare le conferme delle atrocità e anche delle sue connivenze politiche. Si sono avute le conferme - non facili e con molte reticenze - dagli Stati Uniti della compromissione della Cia con molti degli ufficiali di Pinochet, si sono avute le conferme degli enormi spostamenti di capitali che i governi Usa hanno operato negli anni del golpe. Ed anche dei milioni di dollari dei conti intestati a Pinochet scoperti nelle banche estere.
Sono i crimini per i quali il dittatore simbolo dellAmerica Latina è stato arrestato, inciriminato, in parte condannato, ma con cui doveva ancora chiudere i conti la giustizia cilena. Come ha commentato un esule cileno in Italia alla notizia della sua morte, "doveva pagare da vivo".
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lunedì 11 dicembre 2006
ore 10:25 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Radames, fischiato, lascia il palco: lAida va avanti col sostituto
MILANO - Doveva essere una serata tranquilla, la prima vera rappresentazione dellAida dopo la prima del 7 dicembre, con meno mondanità e meno fotografi. E invece, ieri sera cè stato il vero colpo di teatro che farà entrare nella leggenda dei melomani non linaugurazione di SantAmbrogio ma questa serata. Il tenore Roberto Alagna, Radames, ha lasciato il palcoscenico subito dopo laria Celeste Aida fischiata da una parte del loggione che non ha gradito i suoi commenti sui giornali sulla competenza del pubblico. E così il mezzosoprano Ildiko Komlosi si è trovata in scena a fare "un duetto da sola" come ha detto lei stessa.
La musica non si è mai interrotta, e quando ormai "eravamo ben oltre il segnale rosso dellemergenza" (come ha ammesso il direttore dorchestra Riccardo Chailly) la direzione di palcoscenico ha gettato in scena Antonello Palombi, che fa parte del secondo cast dellopera.
Con addosso un paio di jeans e una camicia neri ("Radames veste Prada" ha commentato qualcuno), il tenore umbro è entrato in scena fra i "vergogna" rivolti dal loggione ad Alagna che non si è ripresentato.
Lo spettacolo è così andato avanti con il primo tempo (che include il primo e il secondo atto) con applausi, altri fischi e un pubblico perplesso per quanto stava succedendo.
Dopo lintervallo è stato il sovrintendente Stephane Lissner a salire sul palco e a "manifestare il rincrescimento" del teatro per quanto era successo e a ringraziare Palombi, arrivato in scena senza riscaldamento e senza aspettarselo.
Intanto Alagna, dopo aver parlato con il sovrintendente Lissner (sono possibili penali per quanto è successo) ha lasciato il teatro. "Ho cantato in tutto il mondo e ho avuto successo - ha commentato Alagna - ma di fronte al pubblico di questa sera mi sembrava di essere fuori dal mondo. Il pubblico vero, quello con il fuoco, con il sangue, quello non cera".
Il pubblico che cera però è rimasto fino alla fine dellAida e ha ripagato tutti (in modo particolare Riccardo Chailly e Palombi) con nove minuti di applausi.
Un po stranito, ma, in fondo, soddisfatto della sua performance, Palombi ha raccontato così laccaduto: "Mi hanno preso e buttato sul palco. Ma questo è il mio lavoro e bisogna essere professionisti".
Palombi stava seguendo la rappresentazione, cominciata da poco, dalla direzione artistica. Di corsa, quando Alagna ha lasciato il palco, lo sono andati a prendere e lui si è trovato in scena con jeans e camicia "perchè - ha scherzato - normalmente non mi vesto come Radames".
"Mi sono detto: ok, adesso si canta" anche se dal Loggione partivano frasi come "vergogna" rivolte ad Alagna. "E stata una bella prova - ha concluso - lho superata!".
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giovedì 7 dicembre 2006
ore 12:26 (categoria:
"Vita Quotidiana")
A sinistra torna la paura dell’autogol di Aldo Cazzullo
Certo non è stato tutto finto, però a sinistra la paura dell’autogol comincia a serpeggiare. Le reazioni ufficiali sono sorridenti: il riconteggio servirà a pacificare. Ma dalla Campania, dove l’Unione ha vinto all’ultima scheda, potrebbe pur sempre venire una sorpresa. «I brogli!». «Enrico, lascia perdere... ». «La destra voleva uccidere la democrazia!». «Enrico, è possibile, però adesso è meglio far finta di niente...». «Berlusconi ha truccato le elezioni!». «E’ probabile, Enrico, però le elezioni le abbiamo vinte noi e adesso non ci conviene ridiscutere tutto...». Non si può dire che la sinistra non avesse tentato di sedare sul nascere le curiosità di Enrico Deaglio. Adesso ha buon gioco il senatore di An Fragalà a ridacchiare: «È un clamoroso autogol di Deaglio e della maggioranza! Comunardo Niccolai non avrebbe fatto meglio! ».
E se fosse stato tutto finto? I centouno ministri e sottosegretari, le notti al Senato passate a distinguere tra Marini Francesco e Marini sen. Franco, Bertinotti che dedica la sua elezione agli operai, Napolitano primo ex comunista sul Colle, le tasse di Visco e TPS, le liberalizzazioni di Bersani, i detenuti liberati dall’indulto? Certo non finirà così. Lo prevede lo stesso Pisanu: «Sarà fugato ogni dubbio su queste strane congetture». E ha buon gioco anche «Comunardo» Deaglio a rivendicare: «Se io sono indagato per aver diffuso notizie false e tendenziose, allora i magistrati devono indagare anche sulla giunta per le elezioni».
A sinistra però la paura dell’autogol comincia a serpeggiare. Le reazioni ufficiali sono sorridenti: il riconteggio sarà uno strumento di pacificazione, nessuno potrà più strumentalizzare, Berlusconi non delegittimerà più il governo. Ma dalla Campania, dove l’Unione ha vinto all’ultima scheda, potrebbe pur sempre venire qualche sorpresa. Anche la Camera, dove la partita si è decisa per 25 mila voti, è tentata dal verificare bianche e nulle.
Quanto a Berlusconi, ieri sera già chiedeva di ricontare tutto. Antonio Polito, senatore della Margherita, l’aveva detto. «Sono sempre più convinto che si confrontino due bufale, quella di Deaglio e quella di Berlusconi — aggiunge ora —. Se davvero fosse un autogol, non sarebbe il primo. Non sarebbe la prima volta che la sinistra un tempo rivoluzionaria e ora girotondina infila la palla nella nostra porta. Ma secondo me questa partita finisce zero a zero. E’ un tic da flagellanti, pensare che in Italia si voti come in un Paese africano, quasi fossimo tutti baluba. Ha ragione Luca Ricolfi: piccoli brogli sono possibili, non operazioni gigantesche in grado di falsare le elezioni».
Il suo ex editore Velardi sostiene però che i brogli il Pci li faceva, che lui stesso nei seggi taroccava le schede con i mozziconi di matita... «Anch’io ho fatto lo scrutatore, ma senza mozziconi. Al massimo portavo a votare a braccia i militanti malati, ma in questo eravamo surclassati dalle suore della Dc. E poi vogliamo credere che i democristiani di Napoli fossero tutti fessi? Che gavianei e demitiani si facessero fregare da Velardi? Non a caso vincevano sempre loro». Il riconteggio dirà chi è ora il più lesto di mano in Campania. Certo l’elenco di chi aveva paventato l’autogol è lungo. Il diessino Passigli: «Per smontare la tesi di Deaglio basta fare un’addizione da quinta elementare. Così Enrico alza la palla a Berlusconi. E’ puro autolesionismo ». Lusetti della Margherita: «Se mai dovessimo tornare a votare, andremmo sotto». Il sottosegretario Paolo Cento detto Er Piotta: «Eviterei di cominciare pure a sinistra a delegittimare il risultato delle elezioni». Russo Spena di Rifondazione, preoccupatissimo: «Attenzione, già sento la Lega dire che non possiamo mettere le tasse...». El’on. Donata Lenzi dell’Ulivo: «Sono andata alla presentazione del dvd di Deaglio con i libroni dei dati ufficiali, ma lui non li ha neppure presi».
Deaglio nega. «Già il fatto che i risultati siano tenuti segreti per mesi, manco fossimo in Zimbabwe, è strano. Comunque, non solo ho visto i libroni, ma ho scoperto un’altra anomalia che denunceremo sul prossimo numero di Diario: i votanti sono 150 mila in meno di quanti annunciati dal Viminale l’11 aprile». D’accordo, ma lei non ha paura dell’autogol? «It’s not my problem, non è il mio problema. Io non sono un militante politico, un uomo di partito. E proverei ribrezzo a far parte di una conventicola che avesse vinto le elezioni con i brogli. E’ un discorso assolutamente ipotetico; sono convinto che i brogli stiano a destra. Vedrete che il riconteggio lo confermerà; anzi, le cose si riveleranno ancora più grosse». Guardi Deaglio che Pisanu querela. Lei ha le prove? «In questi anni si è fatto politica in ogni modo, con i servizi, con lo spionaggio: mi pare davvero impossibile che non ci abbiano provato anche con i brogli. L’elenco delle sezioni e dei Comuni senza una sola scheda bianca è sterminato». Le prove? «Difficilmente si troveranno. La pistola fumante non c’è. L’hanno nascosta. Molte prove sono state cancellate, ma a cercare bene qualcuna si potrebbe ancora trovare. Il problema è che chiuderanno la questione con un accordo politico».
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giovedì 7 dicembre 2006
ore 09:56 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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mercoledì 6 dicembre 2006
ore 17:44 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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mercoledì 6 dicembre 2006
ore 12:44 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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mercoledì 6 dicembre 2006
ore 11:11 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Moretti: "Ecce Bombo non doveva far ridere" di PAOLO DAGOSTINI
"Mi avevano raccontato di uno straccivendolo che andava in giro urlando così. Avevo un orribile titolo alternativo: Sono stanco delle uova al tegamino". Ecco perché Ecce Bombo: "Solamente un suono. Ma posso ripartire da prima?".
Prego, Moretti. "Dopo i primi tre corti avevo scritto la mia prima sceneggiatura, Militanza militanza.... Mi accorsi però che non solo era difficile farmela produrre ma anche solamente farla leggere. Dopo un po di sale dattesa capii che, anziché lamentarmi, avrei dovuto continuare a fare da solo. Ancora in superotto. Lasciai perdere questa storia di un gruppo della sinistra extraparlamentare che si avviava a diventare partitino. E scrissi un canovaccio, più semplice da realizzare in superotto, che era Io sono un autarchico. Alla fine del 76 esce al Filmstudio a Roma, diventa un caso e cominciano ad arrivarmi delle proposte. Avevo, già pronto, il solito Militanza militanza... A febbraio nasce il "movimento del 77" e io mi rendo conto che la mia sceneggiatura ha perso di attualità, perché il nuovo movimento è completamente diverso dalle vecchie organizzazioni di estrema sinistra. Scrivo allora tre soggettini: uno si chiamava Piccolo gruppo, sullautocoscienza maschile, un altro Delirio dagosto, sul mio personaggio e i suoi rapporti con la famiglia, le ragazze. Il terzo era una storia damore ambientata nelluniversità. Ecce Bombo nacque dalla fusione dei primi due. Ho girato il film a settembre-ottobre 77, non immaginando il successo che avrebbe avuto, né che stavo costruendo un personaggio che sarebbe poi tornato tante volte: Michele Apicella. Ero convinto di aver fatto un film doloroso, che raccontava una porzione di realtà molto circoscritta e poco rappresentativa della condizione giovanile italiana. Tutto mi aspettavo fuorché lidentificazione che poi cè stata, anche da parte di persone lontanissime".
Pensava di aver fatto un film drammatico e per pochissimi: fu subito percepito come un film comico e come specchio di una generazione intera, o quasi. "Questa è la fortuna del cinema. E poi sarebbe ridicolo se il regista pretendesse di fare il censore, il controllore o il vigilante delle reazioni del pubblico. Dal momento in cui un film è proiettato su uno schermo il pubblico lo vede come vuole. Rivedendolo mi è saltata addosso la consapevolezza che quei personaggi oggi potrebbero essere miei figli: il mio, quelli di Fabio Traversa o di Paolo Zaccagnini. La stessa compagnia di amici di Io sono un autarchico".
Come già in Io sono un autarchico e nei film successivi qui cè anche suo padre che era professore universitario di epigrafia greca. "Mio padre aveva molto talento come attore. Cera però un patto tra noi: non dovevo dare sue foto alla stampa, non dovevo metterlo nei titoli e neppure nei trailer. Ad ogni consiglio di facoltà i suoi colleghi lo prendevano in giro. Ma sono convinto che fosse invidia".
È vero o no che voleva sentirsi ed essere identificato come discendente di Fellini e fratello di Bellocchio? "Non mi aspettavo niente, e non mi proponevo di imitare o di essere erede di nessuno. (Tra laltro angosciandomi molto durante le riprese, e non ho mai saputo cosa rispondere a tutti quelli che mi dicevano: "Una cosa si vede chiaramente: che vi siete divertiti un mondo!". No, per niente, nessuna allegria, nessuna felicità)".
Insomma come si trova a rivedersi? Non arrossisce per la presunzione o lingenuità di quel Moretti? "Io ho verso il film le stesse reazioni che avevo un anno dopo averlo fatto. Quello che mi emozionava mi emoziona oggi. Casomai ci vedo qualcosa in più. Laver colto cose che mi apparivano ovvie, come lemergere delle radio e delle tv "libere" (si diceva così, non sapevamo che sarebbero diventate tuttaltra cosa). E mi viene in mente unaltra cosa, che non centra col film: 30 anni fa cera unopinione pubblica che reagiva e si scandalizzava, oggi non esiste più. Si digerisce tutto e le due frasi più ricorrenti sono: "La coerenza è la virtù degli imbecilli", stupida e prepotente. E laltra: "Io non voglio dare giudizi". E perché? Te lo ha vietato il dottore?".
Non è tipo da aver fatto unindagine di mercato: perché far riuscire Ecce Bombo a quasi trentanni di distanza? Che cosa le fa credere che oggi possa incontrare un pubblico. E quale? "Penso che possa raccontare quel periodo e anche qualcosa di come siamo ancora: i rapporti tra le persone, quelli familiari, il velleitarismo.... Tra parentesi: io i film sugli anni 70 li ho fatti negli anni 70, come sugli anni 80 negli anni 80, e non dopo, quando sarebbe stato più facile. E poi non è che voglio "occupare il mercato", ce ne stiamo tranquilli al Nuovo Sacher e in una ventina di altre sale".
Ogni iniziativa presa nella sua sala è sempre baciata dalla fortuna... "Forse non è solo fortuna. E approfitto per ricordare che la sera, dopo lultimo spettacolo al Nuovo Sacher, reciterò il monologo Caro diario, dai quaderni che scrivevo durante la lavorazione di quel film".
Ecce Bombo uscì a pochi giorni dal sequestro Moro. "L8 marzo 78. La settimana dopo i brigatisti uccisero cinque uomini della scorta e sequestrarono Moro. È un clima che ricordo ancora molto bene".
È più difficile oggi cominciare di quando ha cominciato lei? "No. Oggi come ieri bisogna essere determinati, non bisogna fare del vittimismo, bisogna crederci al punto di chiudersi ogni altra via duscita o soluzione di riserva. Almeno: io ho fatto così".
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martedì 5 dicembre 2006
ore 16:26 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Padova dice sì alle coppie di fatto Pollastrini: "Un atto di civiltà"
PADOVA - Padova è la prima città italiana nella quale le coppie di fatto, sia etero che omosessuali, potranno ottenere il riconoscimento anagrafico, come famiglia fondata su vincoli affettivi. Lo prevede una mozione approvata in nottata dal consiglio comunale con 26 voti a favore (tutto il centrosinistra, esclusi i Verdi, non in giunta), 7 contrari e un astenuto. Si tratta di un provvedimento ben diverso dal registro delle coppie di fatto (da creare al di fuori della sfera anagrafica), e che sfrutta una possibilità offerta dal regolamento attuativo (1989) della legge sullanagrafe datata 1954.
In sostanza, la mozione, proposta dal consigliere Ds Alessandro Zan, presidente dellArcigay veneto, impegna il sindaco e la giunta a istruire lUfficio comunale perchè rilasci, su richiesta degli interessati, lattestazione di famiglia anagrafica basata su legami affettivi. Un atto simbolico, ma che secondo Zan dimostra che quello dei diritti civili e della tutela delle coppie omosessuali "è un tema che sta entrando pian piano nelle corde della politica italiana".
Sulla mozione divisioni nettissime in ambito politico: se per il ministro per le Pari opportunità, Barbara Pollastrini, si tratta di "un atto di civiltà", per Riccardo Pedrizzi, responsabile di An per le politiche della famiglia, si tratta di una decisione "incostituzionale, poichè equipara dal punto la famiglia fondata sul matrimonio ad una fantomatica famiglia basata su vincoli affettivi". "Propaganda pura" per Alessandra Mussolini, eurodeputata e leader di Alternativa sociale, di parere diametralmente opposto Franco Grillini, deputato dellUlivo e già presidente dellArcigay, che invece la definisce "una pagina importante per il riconoscimento dei gay".
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