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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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giovedì 9 novembre 2006
ore 16:12
(categoria: "Vita Quotidiana")



Rettori, l’allarme di Trombetti: "Si rischia il blocco degli atenei"
di CLOTILDE VELTRI

"Si è varcata la linea d’ombra. Ma dopo non c’è il mare calmo di Conrad, c’è il baratro". Hanno deciso di di rompere definitivamente gli indugi i rettori delle università italiane, che per bocca del loro presidente - Guido Trombetti - bocciano le scelte in materia finanziaria del governo e l’anciano l’allarme: così le università finiranno per chiudere.
Trombetti non usa mezzi termini: "La parte normativa che il governo sta costruendo per universtà e ricerca ci piace, e siamo pronti a fare la nostra parte e accettare la sfida. Quella che non ci piace è la parte finanziaria: quest’anno gli atenei rischiano di non poter pagare fitti, le aule, gli strumenti didattici, persino l’acqua. Manca il denaro per il quotidiano. Altroi che stringere la cinghia fino al 2008 - continua Trombetti -. E’ ovvio che a tutti viene chiesto di fare la propria parte nel risanamento fino al 2008. Ma non so se ci arriviamo, al 2008".
In sostanza le università accusano i provvedimenti previsti in Finanziaria di non riuscire nemmeno a coprire l’intero stanziamento già atteso e, soprattutto, la legge Bersani di essere "una taglia" che riporta al Tesoro i fondi degli atenei, impedendogli in alcuni casi di chiudere i bilanci.

Lo stato degli atenei. Uno scenario a tinte fosche Guido Trombetti articola nella relazione annuale sullo stato degli atenei. Trombetti torna prepotentemente a ricordare alla politica che così si rischia di affossare un sistema - quello della ricerca - già debole rispetto agli standard europei.

Il rettore snocciola cifre dolorose: l’Italia spende per ogni studente 7.241 euro contro i 9.135 della Francia e i 9.895 della Germania. Tradotto: impossibile assicurare agli studenti servizi di alta qualità in grado di competere con gli atenei degli altri paesi. Se questo è il punto di partenza, domani potrebbe andare peggio visto che il governo non offre segnali rincuoranti.

"Il Fondo di finanziamento ordinario - ricorda Trombetti - che dovrebbe assicurare all’Università la possibilità di svolgere nel quotidiano la funzione di istituzione pubblica (sottolineo pubblica) per l’alta formazione è quasi interamente assorbito dagli stipendi del personale".

In sostanza, se si volesse tornare ai livelli del 2001 bisognerebbe reperire un miliardo. E se è vero che la finanziaria 2007 aumenta gli stanziamenti per la ricerca scientifica, è anche vero che lo sforzo resta esiguo perché solo l’1,1% del Pil viene destinato a questo settore contro l’obiettivo del 3% indicato dall’Agenda di Lisbona.

La condanna dei tagli. Trombetti, è assolutamente consapevole, del momento difficile attraversato dall’Italia: "Nessuno può tirarsi fuori dai sacrifici". Però, quello che chiede il rettore, è un cambio di cultura e mentalità. E’ una maggiore consapevolezza che, disinvestire in ambito universitario, vuol dire fare un danno all’intero sistema paese. Parole dure Trombetti rivolge alla politica economica del governo Prodi. Definisce "misure di assoluta cecità" il tagliaspese conseguente al decreto Bersani, l’ammontare del Ffo, la penuria di investimenti in edilizia. Per non parlare del taglio degli stipendi dei ricercatori "provvedimento ingiustificato e punitivo".

Luci e ombre della riforma. Il rettore fa poi il punto sugli effetti della riforma introdotta nel 2001-2002. Non tutto da buttare, dice Trombetti. Anche se spesso i risultati sono stati inferiori alle aspettative. Se, per esempio, è aumentato il numero delle matricole - segno questo assolutamente incoraggiante - è anche vero che il 95% di chi consegue una laurea triennale prosegue gli studi. Dato questo che va imputato, secondo Trombetti, al difficile accesso al mondo del lavoro. Colpa dei ritardi del legislatore nell’adeguare "le regole di ingresso in funzione dei nuovi titoli di studio".

Resta poi alto il tasso di abbandono degli studenti tra il primo e il secondo anno. E se è vero che il numero dei laureati è aumentato - passando da 161 mila nel 2000 a 301.300 mila nel 2005 -, è anche vero che è aumentata pure la offerta formativa. Troppo. Prima della riforma i corsi offerti dagli atenei erano 2.444. Dopo sono diventati 5.434 (122,3% in più). Una proliferazione spesso dannosa e inutile che ha, tra gli effetti negativi, la frammanetazione degli nsegnamenti e il conseguente ricorso - per la didattica - a esperti esterni che spesso sono svincolati dalla ricerca. Il rischio è che l’Università si "liceizzi".

La ricerca: eccellenza a rischio. Il capitolo della relazione dedicato alla ricerca tratteggia un comparto che, nonostante le scarse risorse, nonostante gli annosi problemi descritti da Trombetti, resta d’accellenza. Lo dicono le indagini che valutano in modo molto positivo l’istituzione italiana e il suo personale. "Negli ultimi anni, spiega Trombetti, il 47% delle aree scientifiche italiane ha raggiunto un impatto superiore alla media mondiale".

Inoltre, aggiunge, la valutazione del Civr (comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca, ndr) ha evidenziato che praticamente in ogni ateneo vi sono aree di accellenza. Tutto questo, però, rischia di essere vanificato se la politica non investe sui giovani. Si legge: "Troppo lento l’inserimento nel mondo della ricerca. Troppo basse - verrebbe da dire ridicole - le retribuzioni. I giovani non hanno incentivi a rimanere nel mondo della ricerca. E se i giovani si scoraggiano, il danno per il mondo scientifico è irreversibile. Direi premonitore del declino dell’intero Paese. Bene ha fatto, pertanto, il Governo a produrre uno sforzo di investimento lanciando un piano di reclutamento straordinario di ricercatori. Un simile progetto, andrebbe certamente sostenuto con risorse più cospicue di quelle oggi iscritte in Finanziaria. Il rischio reale è che la situazione finanziaria degli Atenei, sempre più rovinosa, costringa gli Atenei stessi a ridurre gli investimenti in posti di ricercatore. Trasformando così il lodevole sforzo del Governo da aggiuntivo in sostitutivo".

Internazionalizzazione e governance. Poi c’è la questione culturale, che va di pari passo con le risorse destinate agli atenei. L’Università ha bisogno di coltivare la propria vocazione internazionale, il proprio essere parte di un sistema globale. "Nel campo della ricerca, sul piano internazionale, scontiamo almeno un decennio di sottofinanziamento", avverte Trombetti.

Infine la governance: il rettore chiede un cambio di mentalità che deve essere accompagnato da nuove regole, da un nuovo patto tra atenei e Stato. Ai primi deve essere lasciato campo libero nelle decisioni gestionali e progettuali. Una volta destinate, le risorse devono essere amministrate con libertà. Al secondo va demandata invece la fase importantissima dei controlli sui risultati ottenuti. Controlli rigidi e puntuali. Oggi avviene il contrario, con conseguenti imbavagliamenti burocratici che non sono più accettabili, che rendono vecchio un settore che, al contrario, deve essere all’avanguardia.


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giovedì 9 novembre 2006
ore 13:44
(categoria: "Vita Quotidiana")







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giovedì 9 novembre 2006
ore 13:19
(categoria: "Vita Quotidiana")





Militanti di Greenpeace hanno manifestato oggi a Torino davanti la sede italiana della Kimberly Clark, società che detiene marchi come Scottex e Kleenex. Gli ambientalisti denunciano che l’azienda, malgrado le assicurazioni contrarie, utilizza legname proveniente dalle preziose foreste primarie del Canada per realizzare carta igienica e fazzolettini.



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giovedì 9 novembre 2006
ore 12:22
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il rodeo di George W. Bush: la frustrazione dello sconfitto
di VITTORIO ZUCCONI

Se c’erano un uomo, un volto, un atteggiamento che incarnavano più di ogni altro l’era Bush, la sua presunzione e i suoi fallimenti, quest’uomo era Donald Rumsfeld, quel Rummy beatificato inizialmente, e poi scaricato come zavorra, dagli ultrà dell’unilateralismo, delle guerre preventive e dei "cambi di regime".

Non ci potrebbe essere dunque un punto esclamativo più sonoro al "pestaggio elettorale", al thumping, come lo ha chiamato onestamente lo stesso Bush che ne è la prima vittima, di questa brutale defenestrazione dell’uomo simbolo di un’epoca, addirittura mentre ancora in alcuni collegi si contano i voti per misurare le dimensioni finali della lezione.

Rumsfeld non è soltanto il solito agnello sacrificato dai pontefici del potere per placare una democrazia che sei anni di deriva ideologica avevano tentato di snaturare. È il segnale che l’America ha ripreso i sensi e li ha ripresi anche Bush che per sostituire Rumsfeld ha scelto un vecchio "commis de etat", Robert Gates, ripescato dal circolo degli amici e fedeli di suo padre. Il rinsavimento di King George dalla sua follia comincia con il ritorno alla casa padre. Quello che aveva evitato di invadere l’Iraq prevedendo esattamente quello che sta accadendo ora.

È stato comunque ammirevole, il presidente Bush, a offrirsi ai giornalisti in diretta tv la mattina dopo la Little Big Horn repubblicana. Ha avuto coraggio e senso sportivo di fronte alla disfatta, perché Bush è americano, cresciuto nel culto della volontà popolare, non importa quanto risicato sia il margine, e ha vissuto in prima persona gli alti e bassi delle fortuna paterne, esaltato e poi sconfitto, nel 1991. "Sono stato varie volte in questo rodeo", ha sorriso con tono riflessivo e ironico, e se il toro della volontà popolare questa volta lo ha sbalzato brutalmente, il politico Bush sa sempre reagire meglio del Bush statista.

Le parole che ha detto, le offerte di collaborare con un Congresso perduto ormai anche al Senato oltre che alla Camera, le promesse di "finire il lavoro in Iraq", naturalmente senza mai specificare che cosa significhi finire il lavoro né quando, sono le formule di rito che un Capo dello Stato e del governo deve dire quando sente mancargli la terra sotto i piedi.

Altri grandi presidenti, come Reagan negli anni 80 e Clinton negli anni 90 dovettero imparare a governare senza poter contare su un Parlamento addomesticato e Wall Street ha applaudito facendo salire i corsi, perché la condizione del potere diviso, tra esecutivo e legislativo di colore opposto, è la normalità, non l’eccezione nella storia americana. È esattamente ciò che i prudenti, malfidenti padri della patria avevano voluto, costruendo quel marchingegno di elezioni in tempi e anni scalati e di competenze distinte che ha sorretto la più grande democrazia del mondo attraverso due secoli di guerre e un discreto numero di pessimi presidenti.

Nel suo tono pensoso e a tratti spiritoso, che ora finalmente può affiorare dietro l’armatura della retorica bellicista e vanagloriosa che proprio Rumsfeld rappresentava, Bush ha lasciato intravedere i segnali di quel pragmatismo e di quella rinuncia ideologica che gli elettori, votando contro di lui in maniera incontestabile, gli hanno finalmente imposto. Quando un reporter gli ha chiesto se finalmente avesse letto tanti libri quanto il suo "cervello", il suo Machiavelli elettorale, Karl Rove, Bush ha risposto scoccando un’occhiata assassina a Rove, seduto in prima fila: "No, perché io, a differenza di altri, ero troppo impegnato nella campagna elettorale".

La stoccatina a colui che ancora due anni or sono aveva incoronato come "l’architetto" della vittoria, e l’esecuzione sommaria di Rumsfeld al quale aveva garantito, mentendo, il contratto sicuro fino al 2009 appena tre giorni prima del voto, possono indicare che anche Bush, come gli elettori, è uscito da quella ubriacatura di sciovinismo e di panico che aveva comprensibilmente afferrato tutto il paese, dopo l’11 settembre.

Ascoltando il presidente che ieri ammetteva la propria "frustrazione" di fronte al sanguinoso pantano iracheno, che confessava di "non avere previsto" il massacro dei repubblicani fedeli a lui, si aveva la sensazione di rivedere il "vero Bush", quello che avevamo ascoltato nella prima campagna elettorale parlare come un realista moderato, come un repubblicano classico, allergico alle avventure internazionali e cauto nell’impiego della forza militare.

Le circostanze, la presenza di un interlocutore in Parlamento che dal 3 gennaio prossimo lo minaccia con commissioni d’inchiesta, con il controllo di tutti i fondi pubblici e con ipotesi di impeachment, ha demolito il "falso Bush", nato dallo shock dell’11 settembre e cementato sulle rovine del Word Trade Center con il megafono in mano e le lacrime agli occhi pochi giorni dopo, in piedi su cataste di resti umani. Il Bush falso neo-con, giustiziere di regimi sgraditi e di tiranni non utili, era appunto un’invenzione neo-con, la creatura di circostanze e di personaggi che gli avevano offerto un kit ideologico preconfezionato e pret a porter, per rispondere al suo bisogno di agire e reagire. O sarà così o il "falso Bush" si condannerà a due anni di irrilevanza, condannando il partito anche a perdere la Casa Bianca nel novembre del 2008.

Martedì non ha vinto la sinistra, né perduto la destra. Ha vinto l’America moderata e pragmatica, quella che accetta, si emoziona, si mobilita, ma poi misura, pesa e licenzia in tronco. La disfatta elettorale, il thumping, che è il calpestare della terra sotto lo stivale, costringerà il "vero Bush" a farsi avanti e il "falso Bush" a ritirarsi, come ha ritirato colui che gli aveva offerto lo strumento sbagliato per realizzarsi, Rumsfeld, La scelta di Robert Gates, bushiano ma non bushista, amico dell’altro George, ex direttore della Cia scelto dal padre, abile mediatore, è ciò che i veri sconfitti di questa elezione storica, che dopo sei anni di "monocolore repubblicano" riporta equilibro fra le istituzioni, gli ideologhi, più aborrono: è un realista.

Uno che sa, come lo sa la nuova maggioranza democratica, che ha ragione Bush quando dice che l’America resta obbiettivo di fanatici e assassini, che una guerra, invisibile quanto letale, è in corso e scappare non è mai una vittoria. Ma ora il problema per l’America e per i democratici che hanno ereditato il tragico bambino iracheno, non è vincere, è trovare una soluzione che possa sembrare una vittoria. Una soluzione, appunto, realistica, come realistica è tornata a essere la democrazia americana.


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mercoledì 8 novembre 2006
ore 19:33
(categoria: "Vita Quotidiana")



Donald Rumsfeld s’è dimesso
Il segretario alla difesa degli Stati Uniti ha rassegnato le proprie dimissioni. Al suo posto Robert Gates, ex direttore della

WASHINGTON - Il segretario alla difesa Usa Donald Rumsfeld s’è dimesso. Il suo posto sarà preso dall’ex direttore della CIA Robert Gates.

Il capo del Pentagono - uno dei bersagli privilegiati sia dei democratici che dei repubblicani nella campagna elettorale appena conclusa - è considerato da molti analisti politici il simbolo della politica fallimentare dell’amministrazione repubblicana nella guerra in Iraq e una delle ragioni della sconfitta elettorale



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mercoledì 8 novembre 2006
ore 13:15
(categoria: "Vita Quotidiana")



Luca e Francesco, doppie nozze gay
Don Franco: "Li sposai in clandestinità"
di ALBERTO CUSTODERO

LUCA e Francesco sono gli unici gay al mondo ad essersi sposati due volte. Il loro primo matrimonio è stato religioso, celebrato in totale segretezza, il 4 febbraio del 1978, a Pinerolo (nel Torinese), da un sacerdote, don Franco Barbero. Il secondo - in piena ufficialità - che li ha resi legalmente "coniugi" (formula che sostituisce un improbabile marito e moglie), si è svolto in Spagna grazie alla recente legge che autorizza i matrimoni gay.

Luca e Francesco, quando sono stati dichiarati "sposi" da don Franco, avevano rispettivamente 27 e 31 anni, il primo era commesso in un negozio di alimentari, il secondo professore di lettere al liceo. Un paio di anni fa, sapendo che il governo laico di Zapatero, in una cattolicissima Spagna (dopo Belgio e Olanda), di lì a poco avrebbe reso legali i matrimoni omosessuali, si sono trasferiti nei pressi di Malaga, sulla Costa del Sol, per diventare cittadini spagnoli.

E così, a maggio di quest’anno, 10 mesi dopo l’approvazione della legge Zapatero, nel municipio di una cittadina dell’Andalusia si sono giurati fedeltà per la seconda volta. Oggi (uno 59enne, l’altro 55enne, entrambi in pensione), sono forse i primi omosessuali italiani a essere stati dichiarati "coniugi" in Spagna. A raccontare la loro lunga storia d’amore durata 28 anni e "consacrata" da due matrimoni, uno cattolico e l’altro laico, il primo clandestino, il secondo alla luce del sole, è il sacerdote pinerolese.

Don Franco, tre anni fa, per la sua teologia che considera "non trasgressione, ma oltrepassamento" della dottrina cattolica (è per una rilettura dei dogmi alla luce del vangelo e dei priblemi della società contemporanea), fu sospeso a divinis da Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, oggi papa.

Nonostante quel provvedimento che suscitò molto clamore negli ambienti del cattolicesimo progressista italiano, il prete "ribelle" ("ma non gay", precisa), fondatore della comunità di base "Viottoli", continua a celebrare messa come se nulla gli fosse successo rifacendosi al dogma cattolico (semel sacerdos, semper sacerdos), secondo il quale chi un giorno è stato ordinato sacerdote, lo rimane per sempre.

"Ricordo quel 4 febbraio di 28 anni fa come fosse ieri - racconta don Franco - la cerimonia, segreta, è stata semplice, colorata da qualche mazzo di fiori, ma senza
festa, né canti, né musica. Solo tanta gioia intorno al tavolo nella sede della comunità. Eravamo in 5, Luca e Francesco, i due testimoni (uno dei due era un omosessuale che aveva sofferto le pene dell’inferno per essere stato relegato fra gli ’impuri’ ), e io, in camice e stola. Fu una celebrazione normale, con la comunione sotto le due specie, e il solito calice".

Non fu certo facile, per un don Barbero allora trentanovenne (oggi ne ha 68), due anni prima della Fondazione Sandro Penna, il primo movimento omosessuale italiano voluto da Angelo Pezzana, compiere un gesto così azzardato e così contrario alla dottrina della Chiesa. "Quel matrimonio - ricorda il sacerdote - rappresentava per gli ’sposi’ e per me una scelta convinta e felice che vivemmo come fosse una cosa naturale. Nel febbraio del 1978, però, era un
fatto che non potevo comunicare a nessuno. Segretissimo".

I tempi, allora (a Torino s’inziavano i processi alle Bierre di Curcio, il 16 marzo ci sarebbe stato il sequestro Moro), non erano ancora maturi per parlare di "matrimoni omosessuali". "Per questo - ha aggiunto il sacerdote - era un episodio da chiudere. Noi della comunità di base eravamo impegnati nella lotta contro il concordato e la Dc in quella contro il terrorismo. Il vaticano (dopo la dichiarazione ’Persona Humana’ di Paolo VI), era ostile agli omosessuali e a nulla era valso lo ’strappo’ dell’Associazione dei teologi americani che pubblicò ’La sessualità umana’. Anche avessi voluto, non avevo interlocutori".

Don Franco non si fermò con Luca e Francesco. "Dopo il primo episodio - racconta - continuai a essere sollecitato a celebrare segretamente matrimoni. Fra l’83 e l’84 ne feci in tutto una sessantina in regime di totale clandestinità non solo fra maschi, ma anche fra donne. Qualcuno aveva portato il papà, pochissimi la mamma".

Il prete pinerolese ha sempre avuto la consapevolezza che difronte alla legge della Chiesa quei matrimoni non fossero riconosciuti. "Ero cosciente - ha confessato - di compiere un rito gravemente peccaminoso. E le coppie gay lo erano di fare un atto non valido". Perché, allora, li celebravano? Ecco la "teologia" sui matrimoni gay del prete "ribelle". "Per noi, la fede è superiore alla legge ecclesiastica che va presa per quello che vale visto che non è mai uguale nel tempo. Noi, con tranquillità, diciamo: una cosa è la dottrina della Chiesa, un’altra il dono di Dio della fede che libera dall’obbedienza - e in questo caso schiavitù - della norma. Ebbene, quando due uomini o due donne hanno capito che quel loro amore è un dono di Dio, davanti a lui ritengono di essersi sposati. È questo il significato che i gay danno alla cerimonia nuziale che non ha valore di fronte alla legge civile, ma costituisce un cammino di fede".



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mercoledì 8 novembre 2006
ore 12:40
(categoria: "Vita Quotidiana")



ELEZIONI USA: LA PRIMA VOLTA DI UN MUSULMANO AL CONGRESSO

Keith Ellison, 43 anni, e’ il primo musulmano a essere eletto al Congresso degli Stati Uniti. Ellison, un magistrato nero di 43 anni e con alle spalle due mandati da democratico nel Parlamento del Minnesota, ha vinto il seggio alla Camera dei Rappresentanti, nonostante l’aspra campagna elettorale condotta dall’avversario repubblicano, Alan Fine, anche con attacchi personali. "Questa sera abbiamo fatto la storia", ha detto Ellison in un discorso ai suoi sostenitori, "Abbiamo vinto un’elezione cruciale, ma abbiamo fatto molto di piu’. Abbiamo dimostrato che un candidato puo’ fare una campagna positiva al cento per cento e vincere, anche contro una dura opposizione". Ellison, strenue oppositore della guerra in Iraq, ha ottenuto una robusta maggioranza di voti, ma sono stati certo un deterrente per molti elettori democratici i suoi passati legami con il gruppo radicale Nazione dell’Islam e le preferenze raccolte sono state ben inferiori a quel 70 per cento che vanto’ il suo precedessore democratico ritiratosi dalla Camera dei Rappresentanti. L’avversario ha insistito su questo aspetto con l’obiettivo di farlo passare per un anti-semita. Ma Ellison, che ha raccontato di essersi convertito all’Islam da cattolico durante gli anni di college, e’ riuscito a spiegarsi, a chiarire e ad avere l’appoggio del Consiglio nazionale dei democratici ebrei, cosi’ come di un autorevole giornale ebreo di Minneapolis, che lo hanno preferito all’ebreo Fine. "Sento un senso enorme di responsabilita’", ha detto Ellis, "Ho l’impressione che mi aspetti un sacco di lavoro. Mi sento come se devo tirare la gente e tenerla insieme. Questa sera ci divertiamo, ma domani sara’ tutto finito".


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mercoledì 8 novembre 2006
ore 11:09
(categoria: "Vita Quotidiana")



Matrimoni in crisi profonda: ci si sposa meno e si divorzia di più

Sempre meno matrimoni e un divorzio ogni quattro minuti. E’ quanto risulta dal rapporto Eures "Finché vita non ci separi...Caratteristiche ed evoluzione dei matrimoni in Italia". In Italia, stabilisce la ricerca, negli ultimi trent’anni i matrimoni sono diminuiti del 32,4 per cento, passando dai 373.784 del 1975 (con un indice pari al 6,7 per mille abitanti) ai 250.974 del 2005 (con un indice del 4,3).

Più matrimoni al Sud. La Campania presenta l’indice di nuzialità più alto (5,3 ogni mille abitanti); ma è il Lazio l’unica regione d’Italia in cui il numero dei matrimoni abbia fatto segnare un incremento rispetto al 1995 (da 4,7 a 5,1), anche per effetto del "turismo matrimoniale": le coppie arrivano da mezzo mondo nella città eterna per convolare a nozze. Al Nord ci si sposa meno della media nazionale, con un picco negativo in Emilia-Romagna (3,5 matrimoni ogni mille abitanti). Napoli è la città in cui ci si sposa di più (17.881 matrimoni nel 2005, pari a 5,8 ogni mille abitanti). L’età media del matrimonio, negli ultimi tre decenni, è salita di 7 anni tra gli uomini e di oltre 5 per le donne. Nel 2006 lo sposo aveva in media 33,7 anni, la sposa 30,6.

Rito religioso in declino. In calo il matrimonio in chiesa, che nel 1975 veniva scelto dal 91,6 delle coppie, contro il 67,6 del 2005. Fa eccezione il Sud, dove otto coppie su dieci ancora vogliono andare all’altare. L’incidenza più bassa delle nozze religiose si registra in Friuli (48,5 per cento). Prudentemente, si preferisce in ogni caso optare per la separazione dei beni, scelta dal 54,3 per cento delle coppie italiane; e la percentuale sale ancora al nord (61,7 per cento). C’è poi anche chi ci riprova: il 7,7 degli sposi e il 6,6 delle spose sono alla seconda esperienza matrimoniale, con un’età media di 45 anni. Ed è pari al 10,5 per cento l’incidenza dei matrimoni con almeno un coniuge non italiano: nella maggior parte dei casi (58,1 per cento) l’italiano è lo sposo, mentre lei è straniera.

Divorzi a ritmo frenetico. Ma quello che salta agli occhi è il dato delle separazioni e dei divorzi, saliti rispettivamente a +59% e +66% per cento negli ultimi dieci anni. E’ il Sud a registrare l’incremento più consistente, sia delle separazioni (+84,7 per cento, contro il 46,3 del Nord) sia dei divorzi (+74,7 per cento, contro il +61,3 del Nord). Complessivamente, nel 2004 si contano oltre 128 mila separazioni e divorzi (rispettivamente 83.179 e 45.097), pari a 352 sentenze al giorno: come dire che ogni quattro minuti, in Italia, si spegne un sogno d’amore sancito con le nozze.

Il record in Liguria. A livello regionale, i valori più elevati si registrano in Liguria, con 91,2 separazioni e divorzi ogni cento matrimoni); i legami più solidi sono in Calabria, dove per cento matrimoni si registrano "solo" 24 tra divorzi e separazioni. Più "resistenti" si rivelano i matrimoni religiosi (5,6 divorzi ogni cento matrimoni in chiesa, nel 1975, contro 13,1 divorzi tra chi si era sposato civilmente).

In crisi già dopo tre anni. Il picco delle separazioni si registra fra il terzo e il quinto anno di matrimonio (come dire che alla classica crisi del settimo anno non si fa nemmeno in tempo ad arrivare). E non ci si lascia più per colpa, ma per intolleranza reciproca, e consensualmente: la stragrande maggioranza dei divorzi è concessa a seguito di domanda congiunta dei coniugi, con valori che passano dal 69,4 per cento del 1995 al 78,2 del 2005.

Cambia la famiglia. Dall’aumento delle separazioni scaturisce l’incremento delle famiglie monogenitoriali e dei figli affidati: secondo i dati Istat, il numero dei minori affidati dopo una separazione è pari nel 2004 a 64.292. In oltre la metà delle separazioni (52,9 per cento) è presente almeno un figlio minore; nell’80 per cento dei casi, è la madre che ottiene l’affidamento, mentre si rileva una crescita costante degli affidamenti congiunti, che arrivano nel 2004 al 12,7 dei casi di separazione e al 10% dei divorzi.


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mercoledì 8 novembre 2006
ore 10:33
(categoria: "Vita Quotidiana")



"Bimbi meno intelligenti con l’inquinamento"
Risultati shock da uno studio medico Usa

Sono quanto mai allarmanti i risultati del più vasto studio mai condotto sugli effetti dell’inquinamento nello sviluppo cerebrale dei minori. La ricerca, effettuata da un gruppo di ricercatori americani della Harvard School of Public Health di Boston e pubblicata sulla rivista medica britannica The Lancet, giunge a conclusioni drammatiche.

Si stima ad esempio che tutti i bambini nati nei paesi industrializzati tra il 1960 e il 1980 siano stati esposti al piombo dei carburanti e che quest’esposizione abbia più che dimezzato il numero di persone con quoziente intellettivo (QI) oltre 130 (considerato tipico di un’intelligenza notevole) e aumentato invece il numero di persone che totalizzano meno di 70, ha spiegato Philippe Grandjean, il coordinatore di questo enorme lavoro in cui è stata passata in rassegna tutta la letteratura scientifica mondiale sull’argomento.

I composti chimici inquinanti, sottolinea ancora lo studio, causano problemi di sviluppo del cervello in milioni di bambini portando a disturbi comportamentali quali l’autismo o l’iperattività sino anche al ritardo mentale. I medici della Harvard School hanno individuato ben 202 voci, ma purtroppo non si tratta di una lista definitiva. I contaminanti ambientali soprattutto di derivazione industriale sono moltissimi ma finora solo per pochi si hanno dati certi sui loro effetti nocivi per la salute e comunque è stata sempre trascurata la questione dell’esposizione a basse dosi che agisce indisturbata e può causare seri problemi di salute soprattutto per i più piccoli.

Si calcola infatti che circa un bambino su sei abbia un disturbo dello sviluppo, quasi tutti riguardanti il sistema nervoso. La preponderanza di disturbi del sistema nervoso non è casuale, si deve al fatto che, sin dallo sviluppo fetale fino a tutta l’adolescenza, il cervello è particolarmente vulnerabile e basta poco per corrompere il suo naturale percorso di sviluppo. Ciò può favorire la comparsa di disturbi del comportamento come la sindrome da iperattività e deficit d’attenzione (ADHD) o di malattie neurologiche come l’autismo, oppure può determinare dei cambiamenti nell’intelligenza del bambino.

Milioni di bambini nel mondo, avvertono gli studiosi nella loro ricerca, sono oggi vittime ignare di "un’epidemia silenziosa". "Silenziosa" perché si tratta di problemi subclinici, ma il cui impatto è enorme: deficit di sviluppo cerebrale significano ridotte capacità (e quindi produttività) per gli adulti di domani.

Un flagello che potrebbe essere combattuto, suggeriscono ancora gli autori dello studio, innanzitutto adottando il principio di precauzione per cui ogni sostanza chimica va rigidamente regolamentata e, solo se in seguito si dimostra che è innocua, la regolamentazione può farsi meno stringente. Quest’approccio si comincia ad usare in Europa, che è sul punto di approvare la normativa REACH, ma è ancora sottovalutato negli Stati Uniti.

A rendere la situazione ancora più grave c’è poi il fatto che si fa troppo poco anche per limitare la diffusione di quelle sostanze unanimemente riconosciute come nocive, a cominciare da metil-mercurio, PBC, piombo e arsenico. Solo su piombo e mercurio ci sono delle regole volte a proteggere i più piccoli, denuncia Grandjean, per gli altri 200 nella lista, noti agenti tossici per il cervello, non esiste alcun regolamento a misura di bambino.

I contaminanti industriali quindi sono causa di un’epidemia silenziosa, concludono gli esperti, già responsabile di problemi di sviluppo del cervello in milioni di bambini nel mondo. "Il cervello dei nostri bimbi è la risorsa economica più preziosa che abbiamo - conclude Grandjean - dobbiamo adottare iniziative di salute pubblica che lo proteggano".


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martedì 7 novembre 2006
ore 10:58
(categoria: "Vita Quotidiana")



L’Onu: congelare l’uso delle «cluster bomb»

GINERVRA (Svizzera) - Il coordinatore delle questioni umanitarie delle Nazioni Unite, Jan Egeland, ha chiesto alla comunità internazionale di bandire immediatamente l’utilizzo delle cluster bomb, i micidiali ordigni «a grappolo» che con l’esplosione diramano in un raggio di diverse centinaia di metri un gran numero di proiettili di dimensioni minori. Si tratta di bombe i cui effetti sono particolarmente letali, sia perché non è possibile stabilire con precisione dove andranno a colpire i proiettili sparati in ogni direzione, sia perché molti di questi proiettili restano inesplosi rischiando di causare in un secondo tempo vittime e feriti soprattutto tra la popolazione civile, in particolare i bambini. Un recente studio dell’associazione umanitaria Handicap International ha messo in evidenza come questo tipo di ordigni provoci vittime civili nel 98% dei casi.

La richiesta di messa al bando arriva durante una conferenza internazionale in corso a Ginevra, proprio sul tema delle cluster bomb. «Chiedo urgentemente a tuttei gli Stati - ha dichiarato il rappresentante dell’Onu - di congelare immediatamente il ricorso alle bombe a grappolo. Si tratta di una misura essenziale nell’attesa che la comunità internazionale metta in atto strumenti giuridici per rispondere alle preoccupazioni umanitarie legate all’utilizzo di questi ordigni».


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