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Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto son dileguati. Ma il furto non m’accora, poiché vi ha preso stanza la dolce speranza!
Or che mi conoscete, parlate voi. Chi siete? Via piaccia dir?

Scrivo un diario inutile. senza note, senza parole, senza frasi. Solo pagine vuote, bianche. Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano. (Alessandro Sebastiano Morandi)
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martedì 7 novembre 2006
ore 10:06 (categoria:
"Vita Quotidiana")
«Queste elezioni sono un referendum su George W. Bush e sulla maggioranza repubblicana al Congresso che insiste a proteggerlo dalle conseguenze dei suoi misfatti. Bush ha perso il voto popolare nel 2000 e governato come se avesse un enorme mandato. Nel 2004 annunciò di avere un capitale politico e abbiamo visto i risultati. È spaventoso immaginare i nuovi eccessi che potrebbe architettare se mercoledì dovesse scoprire che il suo partito ha mantenuto il controllo di Camera e Senato».
New York Times, editoriale 5 novembre
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lunedì 6 novembre 2006
ore 21:38 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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I COMMENTI (4)
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lunedì 6 novembre 2006
ore 21:11 (categoria:
"Vita Quotidiana")
«Si rivolga ai palestinesi, signor Olmert. Per una volta tanto guardi i palestinesi non attraverso il mirino di un fucile o dietro le sbarre di un check point. Vedrà un popolo martoriato non meno di noi. Un popolo conquistato, oppresso e senza speranza. È ovvio che anche loro sono colpevoli del vicolo cieco in cui ci troviamo. Ma li guardi per un momento con occhi diversi. Guardi questo popolo il cui destino è legato al nostro, che lo si voglia o no».
David Grossman, discorso per l´undicesimo anniversario della morte di Rabin, 4 novembre
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lunedì 6 novembre 2006
ore 19:55 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Giovani, l’universo dei nuovi precari "La politica? Meglio il lavoro e la salute" di TULLIA FABIANI
Venti anni di analisi a confronto per capire come sono cambiati i giovani italiani. Dalla partecipazione politica, ai nuovi scenari del precariato; dalla perdita di fiducia nei confronti dei mass media, alle forme di passaggio verso la vita adulta. Sono molti gli elementi che il sesto rapporto dell’istituto "Iard" (Istituto sulla condizione giovanile in Italia ha cercato di analizzare, realizzando una comparazione con le altre indagini svolte in questi anni, a cominciare dal 1983.
E proprio questo obiettivo è stato apprezzato dal ministro per le Politiche Giovanili e le Attività sportive, Giovanna Melandri che ha parlato di "uno strumento di grande utilità per chi è impegnato nella messa a punto di strategie finalizzate a fare della giovinezza un’esperienza piena e felice e a sbloccare l’accesso dei giovani alla vita adulta".
Nodo dolente questo per la maggior parte dei giovani italiani, ben rappresentato dai tremila ragazzi (dai 15 ai 24 anni) intervistati su tutto il territorio nazionale. Se nel 1983 infatti era uscito di casa il 17 per cento dei 15-17enni, oggi soltanto il 3 per cento. Situazione simile anche per le altre fasce di età: ad esempio per i 18-20enni si è passati dal 39% al 25%. Solo dopo i 25 anni si registrano le prime consistenti uscite di casa, spesso in concomitanza con il matrimonio o la convivenza; tuttavia: quasi il 70% dei 25-29enni e oltre un terzo tra i 30-34enni (36 per cento) vive ancora con i genitori.
"Su questi processi esercitano un’importante influenza molti aspetti della società odierna - commenta Alessandro Cavalli, presidente del comitato scientifico dell’Istituto ’Iard’ - percorsi di studio più lunghi che in passato, con un ingresso più tardivo nel mondo del lavoro, si pensi che tra i 25-29enni c’è ancora un 35% di giovani che non lavora e tra i 30-34enni è il 23% e la precarizzazione del mercato del lavoro, che ha però segnato un’inversione di tendenza rispetto ai dati del 1996, con una maggior partecipazione giovanile al mondo del lavoro e il difficile accesso al mercato del credito e della casa".
Guardando al futuro. Naturalmente ciò influenza le aspettative. La visione del futuro è quella di un vasto campo di possibilità, sempre aperto. Impegnarsi in scelte troppo vincolanti non piace: se questo era vero nel 1987 per il 65% degli intervistati oggi lo è per l’80%. E sarà probabilmente a causa del confronto quotidiano con i termini e le dinamiche del precariato, ma nell’ultimo decennio si è diffusa inoltre l’idea che nella vita anche le scelte più importanti non sono "per sempre" (dal 49% del 1996 al 54% del 2004).
Le cose importanti della vita. Così seppure ogni scelta è considerata reversibile, ci sono valori però che rimangono ai primi posti e a cui di dà importanza praticamente assoluta: la salute, ad esempio, che raccoglie il consenso della quasi totalità del campione (92 per cento), seguita a pochi punti percentuali dalla famiglia (87 per cento) e dalla pace (80%, a pari merito con il valore della libertà. E ancora: l’amore (76) e l’amicizia (74).
Significativo in questo caso il fatto che accanto alla famiglia considerata stabilmente negli anni quale valore imprescindibile, i dati mostrano una crescita dell’amicizia (nel 1983 era considerata "molto importante" dal 58% dei giovani; nel 2004 dal 78 per cento). Si riduce, invece, nella scala delle priorità, l’importanza attribuita alla dimensione lavorativa, che passa, negli anni 1983-2004, dal 68% al 61% dei consensi; quella attribuita alla carriera (ben 12 punti in meno in 8 anni - dal 1996 al 2004).
Mentre sorprende l’importanza attribuita al valore della solidarietà: negli ultimi otto anni passa dal 59% dei consensi al 42%. "Le cose importanti per i giovani - spiega il presidente di ’Iard’ Antonio de Lillo - sono sempre più quelle legate alla sfera della socialità ristretta, a scapito dell’impegno collettivo".
L’atteggiamento verso la politica. A questo proposito viene considerato anche il rapporto con la politica. L’impegno vero e proprio coinvolge una piccola fetta di ragazzi (appena il 4 per cento). E anche la fiducia negli uomini politici si attesta su livelli molto bassi, nonostante una crescita dall’8% al 12% negli anni dal 2000 al 2004. Cresce d’altro canto, dopo un’inversione di tendenza registrata nel 1996, l’atteggiamento di delega (il 35% pensa che si debba "lasciare la politica a chi ha la competenza per occuparsene", contro il 26% del 1996) e si riduce, seppur lievemente, quello di disgusto (dal 26% al 23 per cento).
Va detto però che il fatto di sentirsi disgustati verso certi modi di fare politica è un dato che dagli anni ’80 è cresciuto a lungo in modo esponenziale dal 12% al 23%. Tuttavia, la partecipazione concreta ci mette di fronte ad uno scenario diverso: solo il 23% dichiara di non partecipare "mai". Un trentenne su due dichiara di aver assistito ad un dibattito politico, un 15-17enne su tre ha partecipato ad un corteo, quasi 1 maggiorenne su 4 ha firmato per un referendum e 1 su 10 ha aderito ad un boicottaggio.
E alla domanda "Quale obiettivo prioritario dovrebbe avere la politica?" si osservano forti cambiamenti nelle risposte: si assiste, infatti, a un calo costante dell’importanza attribuita a "mantenere l’ordine della nazione" (dal 36 % del ’92 al 26% del 2004) e a "dare maggior potere alla gente nelle decisioni politiche" (dal 32% al 14 per cento); mentre è in crescita l’idea che la politica debba "proteggere la libertà di parola" (dal 25 al 35 per cento).
In cosa credono? Per quel che riguarda poi la sfera del rapporto con enti, media e istituzioni. Dagli anni ’80 ad oggi, si registra il declino della fiducia nei confronti di molte istituzioni: gli insegnanti, la polizia, i militari di carriera, le banche e gli uomini politici. Tuttavia l’ultima rilevazione riserva qualche novità: una crescita della fiducia attribuita soprattutto agli organi di controllo. I giovani che dichiarano di aver fiducia nei militari passano dal 32% del 2000 al 52% del 2004, raggiungendo livelli di consenso mai sfiorati. Continua, al contrario, inarrestabile, il declino della fiducia nelle banche (meno 10% negli ultimi 4 anni, ma ben meno 23 punti percentuali nel ventennio) e nei mass media.
Si registra, infatti, un crollo della fiducia da parte dei giovani nei confronti della televisione: si passa dal 47% di coloro che si fidavano della televisione privata nel 1996, al 33% del 2004; e per quella pubblica dal 53% dei consensi si passa al 38%. La metà del campione, infine, si fidava dei giornali nel ’96: percentuale lievemente in discesa nel 2004 (meno 6 per cento). Una generale sfiducia nelle istituzioni e un bisogno di maggiore tutela, dunque che si registrano nella cronaca quotidiana e che in certi casi fanno guardare ai giovani soprattutto come a un problema: "Un problema di ordine pubblico, o, al più, un problema di politiche sociali - ha commentato il ministro Melandri - ma io vorrei cogliere l’occasione per ribadire che la nostra visione è un’altra e coglie nei giovani un risorsa essenziale per il futuro di questo Paese".
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lunedì 6 novembre 2006
ore 16:01 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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lunedì 6 novembre 2006
ore 15:42 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Presidenziali in Nicaragua: Ortega in testa con il 40,85%
Il candidato del Fronte sandinista di liberazione nazionale (Fsln), Daniel Ortega, è in testa con il 40,85% nelle elezioni presidenziali svoltesi ieri in Nicaragua davanti al liberale Eduardo Montealegre che ha il 32,8%, sulla base del 7,22% dello spoglio elettorale. I due candidati conservatori Montealegre e Jose Rizo hanno rispettivamente il 32 e il 21,3 per cento dei voti. Se questi risultati verranno confermati lex leader rivoluzionario marxista, che negli anni Ottanta guidò la guerra civile contro i ribelli finanziati dagli Stati Uniti, potrebbe farcela già al primo turno. La legge elettorale nicaraguense, infatti, dà la vittoria a chi ottiene il 35% dei consensi, con 5 punti di vantaggio sul secondo.
Le influenze esterne si sono fatte sentire durante la campagna elettorale e ieri sera, a seggi chiusi, il capo della Consiglio supremo elettorale, Roberto Rivas, ha attaccato gli Stati Uniti per avere adombrato il sospetto che le operazioni di voto non siano state trasparenti. "Vi è già stata una dichiarazione della delegazione degli Stati Uniti in cui si dice che le elezioni non sono state trasparenti", ha esordito Rivas, "Sappiamo che sono in corso riunioni in alcune istituzioni in questo Paese, che seguono la stessa linea. Noi ci siamo impegnati a fare svolgere elezioni trasparenti e questo è quanto sta avvenendo. Ritengono che vi siano sufficienti osservatori che possono testimoniarlo".
La delegazione nominata dal presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, ha scritto in una nota di avere ricevuto "informazioni di anomalie nel processo elettorale", come di alcuni seggi che hanno aperto in ritardo e chiuso in anticipo sullorario e di lentezze nelle operazioni di scrutinio. La stessa nota sottolinea, tuttavia, che gli osservatori, guidati dallambasciatore statunitense Paul Trivelli, non sono nella condizione di potere concludere che le elezioni sono state "imparziali e trasparenti".
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lunedì 6 novembre 2006
ore 14:33 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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lunedì 6 novembre 2006
ore 12:53 (categoria:
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lunedì 6 novembre 2006
ore 10:21 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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lunedì 6 novembre 2006
ore 10:05 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Il boomerang iracheno: la condanna di Saddam una vittoria fragile? di BERNARDO VALLI
Per George W. Bush il tiranno iracheno è il solo trofeo di una guerra sfortunata da esibire. Ed era scontata la condanna a morte del mandante ed esecutore di tanti massacri emessa ieri dal tribunale speciale di Bagdad, espressione della giustizia irachena ma certo non affrancato rispetto alla superpotenza che ha abbattuto e custodisce quel tiranno. E che, soprattutto, argina linsurrezione armata, della quale Saddam Hussein è il capo simbolico. Anche chi, per principio, è contrario alla pena capitale, ed è il nostro caso, avrebbe considerato singolare, o addirittura sorprendente, una sentenza meno drastica in un Paese in cui il sangue, spesso di innocenti, scorre quotidianamente più puntuale dellacqua potabile, e dove in carcere si è più al sicuro che per le strade.
Dopo queste constatazioni, sono di rigore alcuni non insignificanti rilievi. Il verdetto che manda Saddam Hussein al capestro, rispolvera il trofeo di George W. Bush, del quale ci si era quasi dimenticati. E lo esibisce proprio alla vigilia di un importante voto americano sul quale pesa il disastroso bilancio della guerra irachena. I crimini del regime spazzato via dalle truppe americane entrate a Bagdad nella primavera del 2003 non sono stati cancellati. Quel che è accaduto dopo e sta ancora accadendo non li ha mandati in prescrizione. I massacri di curdi e di sciiti, a volte anche con armi chimiche, sono stampati nelle memorie e sono ancora allorigine di molte vendette. Ma i seicentocinquanta mila morti civili iracheni (secondo la rispettabile rivista britannica "Lancet") dallinizio dellintervento americano, e la media di oltre cento vittime quotidiane, cosi come lesodo di più di un milione di iracheni verso i paesi vicini, spingono la popolazione delle province centrali, dove più infuria la violenza, a rimpiangere i tempi in cui Saddam imponeva lordine col terrore.
Il verdetto del tribunale speciale di Bagdad riguarda il massacro di 148 sciiti nel villaggio di Dujail, dopo un fallito attentato alla vita del rais, vale a dire una delle tante repressioni, non la più grave. In molte altre occasioni le vittime sono state migliaia. La pena di morte inflitta a Saddam "per crimini contro lumanità" in questo primo processo sembra voler ricordare al momento opportuno, agli elettori americani, che se Saddam non possedeva le armi di distruzione di massa e non era complice di Al Qaeda, e quindi degli attentatori delle Torri Gemelle di New York, come pretendeva a torto Bush per giustificare la guerra, egli resta comunque un dittatore sanguinario che lAmerica ha spodestato e consegnato alla giustizia del suo paese. È impossibile contestare questa verità, riproposta non solo agli americani.
È vero, dunque, lAmerica di Bush ha cacciato un criminale dal potere in un grande paese del Medio Oriente. Ma come un ingegnere che, dopo accurati calcoli, estirpa una trave marcia e fa crollare un edificio, cosi Bush ha eliminato Saddam con unimpeccabile e rapida operazione militare durata pochi giorni, ma ha provocato un conflitto che dura da anni e di cui non si vede la fine. Il processo al criminale Saddam appare come un episodio della guerra civile che Washington continua a definire "latente", e che in effetti dilagherebbe, con maggior violenza, se i centoquarantamila soldati americani se ne andassero. Se George W. Bush avesse voluto un processo regolare, se avesse voluto una giustizia imparziale, avrebbe consegnato Saddam Hussein al Tribunale Penale Internazionale dellAja.
Il processo, è vero, sarebbe durato anni e non si sarebbe concluso con una condanna a morte, perché il TPI esclude la pena capitale, ma ci sarebbe stato un dibattimento trasparente, lontano dalle passioni di una guerra civile. LAmministrazione americana non poteva tuttavia consegnare Saddam a una giurisdizione che essa non riconosce. Gli Stati Uniti, come altre potenze, tra queste la Cina e la Russia, non hanno infatti ratificato il trattato che ha istituito il TPI. Né Washington, né Mosca, né Pechino vogliono correre il rischio di vedere un giorno i propri responsabili sul banco degli imputati. E in tutti i modi non era gradito un processo durante il quale sarebbero emerse le innumerevoli complicità tra Saddam e gli americani, in particolare quando Saddam era il potente rais laico che si opponeva allislamismo iraniano. Durante la guerra Iran-Iraq, egli rappresentava la grande diga di fronte alla Repubblica islamica di Khomeini. E quando, dopo la prima guerra del Golfo (1991) annientò la guerriglia sciita nel Sud dellIraq, gli americani che lavevano favorita e illusa, lasciarono Saddam agire indisturbato.
Di questo non si è parlato nellaula bunker del tribunale speciale iracheno. Ero a Bagdad, lo scorso anno, durante le prime udienze. Saddam sorprese tutti. Non era più, come al momento della cattura, il barbone pidocchioso emerso da una tana scavata in una fattoria vicino al suo villaggio natale. Non aveva più lo sguardo smarrito e latteggiamento sottomesso di quando un militare americano, un medico, gli apri la bocca come si fa con gli animali per verificare il suo stato di salute. Allora era sembrato addomesticato. Rassegnato. Si disse poi che quella sua apparizione sui teleschermi era stata sceneggiata, al fine di mostrarlo ammansito, innocuo, ai sunniti che lo credevano alla testa dellinsurrezione armata. Mesi dopo in tribunale aveva ripreso un po della vecchia grinta. Era curato nella persona: i capelli ben ravviati, la barba grigiastra tagliata con cura, la camicia bianca pulita. E lo sguardo attento, non tuttavia freddo, fulminante come un tempo. La perdita del potere laveva disinnescato. Era diventato ironico.
Il despota che aveva ucciso con le sue mani nemici o presunti nemici, che aveva ordinato stragi e ordito complotti, e del quale pochi osavano incrociare lo sguardo, si difendeva con qualche battuta più sarcastica che arrogante. Rivendicava soprattutto il suo ruolo di presidente della Repubblica e di militare. Rifiutava di apparire un volgare assassino, Seguendo questa linea di condotta disse poi che voleva essere fucilato, come un soldato, e non impiccato come un delinquente. La condanna a morte di ieri prevede la forca, limpiccagione.
Le immagini di Saddam davanti ai giudici riaccesero le passioni. I sunniti rividero il rais; gli sciiti il despota. I primi riconobbero il leader che aveva garantito lantica egemonia sunnita nel paese e si sentirono solidali con lui; i secondi luomo che li aveva repressi e umiliati, e invocarono la sua condanna a morte. I sentimenti erano in armonia con gli ammazzamenti sempre più frequenti tra sunniti e sciiti. I primi in generale solidali con linsurrezione armata, i secondi con la polizia e lesercito armati e pagati dagli americani. Chi aveva pensato che la cattura e il successivo processo di Saddam avrebbero via via smorzato la guerriglia saddamista, staccandola dalla componente cosmopolita, terroristica e islamista, dovette molto presto ricredersi. La violenza è aumentata e aumenta al punto da convincere un numero sempre più robusto di generali americani e inglesi che la partita irachena non può essere vinta dallesercito più potente del mondo, e forse della storia. La parola "caos" ricorre sempre più spesso ad indicare una situazione che sfugge ad ogni azione razionale, militare o politica. In queste condizioni la giustizia affidata a un tribunale governativo, finanziato dalla superpotenza protettrice, non poteva essere che di parte.
Ha agito nel quadro di una guerra civile. Non esistevano e non esistono dubbi sui crimini di Saddam. Ma chi lha giudicato lha fatto con lo spirito di chi partecipa, appunto, a una guerra civile. Gli americani non volevano assumersi quel compito, in quanto "vincitori", e lhanno lasciato agli iracheni. I quali non erano nelle condizioni di rispettare una procedura normale. Il primo ministro, Nuri Kamal al-Maliki, uno sciita, è stato chiaro quando, subito dopo la sentenza, ha dichiarato che essa servirà da esempio ai terroristi. Se il conflitto iracheno, come lasciano chiaramente intendere i generali americani, non sembra risolvibile sul piano militare, la condanna a morte (benché non esecutiva immediatamente), compromette qualsiasi, sia pur remota, possibilità di aprire uno spazio politico. Complica senzaltro la situazione.
Gli elementi sunniti del governo Maliki, che puntavano su un recupero della componente saddamista dellinsurrezione armata, contaminata ma non del tutto sopraffatta dai terroristi cosmopoliti ispirati da Al Qaeda, si scontrano inevitabilmente a un irrigidimento dei capi della guerriglia che vedono in quella sentenza un atto ostile nei loro confronti, e un prevalere dellintransigenza sciita. Lintransigenza sciita si esercita sempre di più anche nei confronti degli americani. Il primo ministro Maliki, consapevole di non poter fare a meno del loro sostegno, chiede agli americani di restare almeno un altro anno, ma al tempo stesso esige che gli sia dato più potere nella conduzione del conflitto. Nonostante la scarsa efficienza della polizia e dei reparti militari iracheni, chiede che essi agiscano sotto la sua autorità, e non soltanto sotto quella del comando americano. E non si limita a questo, pretende anche di partecipare alle decisioni riguardanti le operazioni dellesercito americano.
La debolezza di Maliki è compensata dal fatto che gli americani non possono fare a meno di lui. La comunità sciita è frantumata in un mosaico di milizie, spesso in aperta tenzone tra di loro, e sempre più intolleranti nei confronti della presenza americana, ma al tempo stesso esse costituiscono la base indispensabile per contenere linsurrezione armata sunnita. Gli americani vorrebbe che Maliki le disciplinasse, ma Maliki non ha la forza e forse neppure la volontà di agire in quella direzione. Questo è il "caos" di cui parlano i generali, quando ritornano in patria.
La trappola irachena funziona inesorabile. Se abbattuto il tiranno si è disgregato il paese, adesso la sua condanna alla forca, giustificata ma decisa in modo sommario, promuove il rais al ruolo di martire e simbolo della rivolta sunnita, e alimenta al tempo stesso lintransigenza sciita che punta su una rapida esecuzione della sentenza. Il trofeo di Bush continua a trasformarsi in un boomerang.
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