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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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i giorni linkati sono quelli che contengono interventi )


mercoledì 11 ottobre 2006
ore 10:55
(categoria: "Vita Quotidiana")



Torna nelle chiese la messa in latino
Il Papa avrebbe già firmato l’indulto

LONDRA - Il desiderio di Papa Benedetto XVI di tornare ad ascoltare nelle chiese l’antica messa in latino procederebbe spedito. Il Pontefice, secondo quanto rivela il quotidiano britannico Times, avrebbe infatti già firmato l’indulto universale necessario ad autorizzare i sacerdoti a ripristinare l’antica cerimonia tridentina.

Il documento papale riporterebbe il cattolicesimo alla situazione precedente il Concilio Vaticano II del 1962-’65, quando la Chiesa cercò di favorire la messa in lingua volgare nella speranza di riconquistare l’attenzione dei fedeli. Una decisione innovativa ma traumatica, che alla lunga fu uno dei motivi che portarono allo scisma dell’arcivescovo Lefebvre nel 1988.

L’antica messa tridentina, un rito introdotto dal concilio di Trento (1545-1563), viene celebrata dal sacerdote con le spalle rivolte ai fedeli ed è pronunciata interamente in latino, fatta eccezione per alcune parole in greco ed ebraico. Al momento non è vietata, ma richiede una speciale autorizzazione da parte delle autorità ecclesiastiche e la cosa avviene solo in poche diocesi. Con il nuovo indulto universale tutti i preti sarebbero invece liberi di reintrodurla, salvo specifico divieto da parte del loro vescovo.



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martedì 10 ottobre 2006
ore 12:57
(categoria: "Vita Quotidiana")



Arrestato l’estremista nero Ciavardini per una rapina a mano armata

ROMA - Arrestato per rapina a mano armata Luigi Ciavardini, estremista nero condannato a 30 anni per la strage di Bologna, accusa per la quale si è sempre dichiarato innocente. Ciavardini, ex membro dei Nar, aveva partecipato alla tre giorni di Forza Nuova sul lago di Bolsena, due settimane fa.

Il terrorista, 44 anni, era libero in attesa della pronuncia della Cassazione sull’attentato di 26 anni fa. A metterlo nei guai una rapina compiuta il 15 settembre del 2005 alla filiale dell’Unicredit di via Duccio Galimberti, alla Balduina. Dopo aver aggredito e disarmato la guardia giurata, si fece consegnare 15mila euro. Fu il successivo sopralluogo della scientifica ad individuare un’impronta digitale appartenente a Ciavardini, che ora è accusato anche di porto abusivo d’armi.



in culo a quella gente che pensa incoerentemente
per questo chi mi ascolta non mi darà ascolto
l’unico fascista buono è il fascista morto

C’ho un rigurgito antifascista
se vedo un punto nero ci sparo a vista
C’ho un rigurgito antifascista
se vedo un punto nero ci sparo a vista

(99 POSSE)


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martedì 10 ottobre 2006
ore 10:58
(categoria: "Vita Quotidiana")





- No veramente non mi va, ho anche un mezzo appuntamento al bar con gli altri. Senti, ma che tipo di festa è, non è che alle dieci state tutti a ballare in girotondo, io sto buttato in un angolo, no... ah no: se si balla non vengo. No, no... allora non vengo. Che dici vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto cosí, vicino a una finestra di profilo in controluce, voi mi fate: "Michele vieni di là con noi dai..." e io: "andate, andate, vi raggiungo dopo..." Vengo! Ci vediamo là. No, non mi va, non vengo, no. Ciao, arrivederci.


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martedì 10 ottobre 2006
ore 10:44
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il "Caimano" inedito di Nanni Moretti
Nel dvd scene mai viste e una telefonata
di PAOLO D’AGOSTINI

Il "più extra" - parola di Nanni Moretti - dei contenuti extra è la voce di Silvio Berlusconi che dialoga con quella di Marcello Dell’Utri. Si tratta della registrazione di una telefonata che i due si scambiano all’indomani della bomba scoppiata nell’ottobre 1986 davanti al cancello della sede di rappresentanza della Fininvest a Milano. Berlusconi dice che secondo lui è stato Vittorio Mangano, l’ex stalliere di Arcore finito dentro per mafia e appena scarcerato, e ironizza su quanto l’ordigno fosse rudimentale e l’attentato inoffensivo. Anzi, i due si sganasciano proprio dalle risate, a un certo punto. Berlusconi: "... Sì, ma fatto con molto rispetto perché mi ha incrinato solo la parte inferiore della cancellata, una cosa da poco, un danno da sole duecento mila lire...". Il testo, la sua trascrizione che fa parte degli atti processuali (processo a Dell’Utri), era noto e pubblicato. Non, però, la "viva voce".

La rivelazione incornicia l’inizio e la fine di un’ora di Diario del Caimano, il pezzo forte del secondo Dvd (quello contenente gli "extra", il primo contiene evidentemente il film) del cofanetto che entrerà in commercio il 17 ottobre. In realtà è solo uno dei due elementi che aprono e chiudono lo "speciale": che non è un comune "backstage" ma il vero e proprio diario, curato da Moretti personalmente, di tutte le fasi del film, dalle prime sedute di sceneggiatura nel 2004 fino all’uscita sotto elezioni, aprile di quest’anno, con lo speaker del Tg2 che annuncia: "Domani uscirà il nuovo film di Nanni Moretti Il caimano, ma il nostro giornale ha deciso di non recensire il film". Il secondo elemento, si diceva. All’inizio il vero Berlusconi che al processo rifiuta di rivolgersi al pubblico ministero Ilda Boccassini e, rivolto al presidente della Corte, esige un trattamento speciale in virtù della carica di presidente del Consiglio. Alla fine la scena del film dove Moretti-Berlusconi, in tribunale, usa le stesse parole della realtà.

Il resto - il resto del "Diario", cui si aggiunge una mezz’oretta di "Qualche ciak intero" (17 ciak così come sono stati girati) e infine una ventina di montaggio dei due incontri pubblici tenuti all’uscita del film a Milano e Napoli - è per il piacere dei cinefili, dei filologi e dei morettisti. Tra le curiosità alcune scene poi escluse dal film. Quattro per la precisione. Una scena del film-nel-film "Cataratte" con l’eroina Margherita Buy che spinge giù dalla finestra un uomo. Un lungo dialogo intorno al tavolo di cucina tra Silvio Orlando, Jasmine Trinca e Cecilia Dazzi dopo che Orlando ha scoperto che le due ragazze formano una coppia omosessuale, dove il "produttore" si sfoga per essere stato lasciato dalla moglie ed ex attrice dei suoi film Margherita Buy. Un dialogo tra Orlando e il "critico" Tatti Sanguineti che vuole convincere l’interlocutore a ripubblicare tutti i suoi film in Dvd. E una scena in cui Michele Placido, provando una scena nei panni di Berlusconi, chiede materiale su cui documentarsi e la "regista" Jasmine Trinca gli risponde che non ce n’è perché la Rai l’ha rifiutato.

Ma c’è anche l’autoironica diffidenza di Moretti per l’elettronica e gli effetti speciali. Ci sono un paio di occasioni in cui il regista è talmente nervoso e "incazzato" da abbandonare il set. C’è il comizio tenuto da Moretti davanti alla Camera la sera del 15 dicembre 2005 in cui si dichiara favorevole a "una sinistra moderata e intransigente". C’è il prendere atto, strada facendo, del venir meno di finanziatori impauriti dal soggetto del film. C’è la decisione di non essere lui, per la prima volta, protagonista di un suo film. C’è il primo approccio con Placido, con qualche timore e disagio poi sfumati. C’è il primo giorno di riprese di Moretti-Caimano, quando si respira "una tensione bella sul set", e l’ultima notte di riprese tra il 19 e il 20 dicembre 2005 corrispondente proprio alla scene finali del Caimano che monologa in auto (con parole sprezzanti verso gli alleati politici) alla vigilia della sentenza. Ci sono le domande che non tanto Moretti pone a se stesso ma che gli vengono poste da esponenti del centrosinistra sull’opportunità di uscire a ridosso delle elezioni. Infine un annuncio, questo dato da Moretti in carne e ossa: a dicembre tornerà nei cinema Ecce Bombo, il suo secondo film uscito nel ’78 nei giorni di marzo del sequestro Moro.


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lunedì 9 ottobre 2006
ore 15:30
(categoria: "Vita Quotidiana")



"Un onorevole su tre fa uso di droghe"
Test delle Iene su 50 parlamentari

ROMA - Un onorevole su tre fa uso di stupefacenti, prevalentemente cannabis ma anche cocaina: è il risultato di un test eseguito, a loro insaputa, su 50 deputati dalle Iene, che ne proporranno i risultati nella prima puntata della nuova serie del programma, domani alle 21 su Italia 1.

Il test eseguito con uno stratagemma è il drug wipe, un tampone frontale che, spiega Davide Parenti, capo autore delle Iene, "ha una percentuale di infallibilità del 100%".

Il 32% degli ’intervistati’ è risultato positivo: di questo il 24% (12 persone) alla cannabis, e l’8% (4 persone) alla cocaina.

Naturalmente nel servizio-inchiesta proposto domani non si riconosceranno i deputati sottoposti al test.

Capezzone: "Leggo dello stratagemma usato da ’Le Iene’, cui vanno i miei complimenti. Dal canto mio, ho sempre detto che, se un cane poliziotto entrasse in alcuni luoghi della ’politica ufficiale’, prima gli andrebbe in tilt il naso e poi si arrenderebbe...".

10 ottobre 2006:
Inchiesta sull’uso di droga tra i parlamentari
Il garante blocca il servizio delle Iene

ROMA - Il garante per la Privacy blocca le Iene. L’Authority ha deciso che il contestato servizio del noto programma di Italia 1 sul test antidroga a 50 deputati, che sarebbe dovuto andare in onda questa sera, non potrà essere trasmesso.


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lunedì 9 ottobre 2006
ore 13:32
(categoria: "Vita Quotidiana")





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lunedì 9 ottobre 2006
ore 10:28
(categoria: "Vita Quotidiana")



Una svolta storica
di CURZIO MALTESE

IL CONTO alla rovescia per il Partito Democratico è iniziato a Orvieto. Fra un anno sapremo se era un’altra araba fenice. L’impressione è che stavolta facciano sul serio perché non hanno alternative. Ds e Margherita sono stati gli sconfitti della vittoria di primavera, conquistata soltanto grazie a una lista unitaria alla Camera gravida di cento rinvii e mille dubbi. Il Partito Democratico è dunque per gli eletti un obbligo elettorale. Per gli elettori è invece una necessità storica. Fra l’una e l’altra concezione corre una bella differenza di sentimenti, idee e progetti. In parallelo, esistono due modi di arrivare al Partito Democratico.

Come sembrano volere i vertici di partito e come chiede la maggioranza del popolo di centrosinistra.
Il primo sistema procede per somma e aggregazione di ceto politico. Si tratta di assemblare la macchina Ds con quella della Margherita, più un pugno di prodiani, una spolverata di intellettuali organici, il programma di almeno trecento pagine, una serie di congressi con le ritualità del caso, infine un’orgia di distinguo per arrivare all’esatta riproduzione dei vecchi partiti in nuove correnti. È il modo in cui la politica italiana ha sempre organizzato le fusioni fra partiti, genere "a freddo", dai tempi del Psu ai recenti casi di liste personalizzate Fini-Segni, Di Pietro-Occhetto, Pannella-Boselli. Ed è la ragione per cui non hanno mai funzionato.

L’altro sistema è di creare un partito davvero nuovo, aperto, capace di cambiare il modo di comunicare e di coinvolgere i cittadini, gli stessi criteri di accesso alla politica e di selezione della classe dirigente. Un soggetto in grado di chiudere la lunga stagione della lotta fra politica e antipolitica. In definitiva, sarebbe il primo partito non solo d’Italia ma forse d’Europa a prendere atto che il Novecento è finito. Inutile dire che la prima operazione è piuttosto semplice, quasi scontata. Per la seconda viceversa occorre farsi venire qualche idea, anzi molte. Perché allora i leader del centrosinistra dovrebbe compiere questo sforzo creativo? Probabilmente perché non hanno alternative. Certo, i tempi sono strettissimi. Il conto alla rovescia per il Partito Democratico parte in ritardo di dieci anni. Avrebbe dovuto cominciare non a Orvieto nel 2006 ma a Gargonza nel 1996, quando l’Ulivo venne sepolto dal "ritorno ai partiti".

D’altra parte forse D’Alema aveva qualche ragione a sostenere che i tempi non erano maturi. Le ricerche dicono che i valori e i linguaggi, in politica e non solo, cambiano ogni trent’anni. Il sistema di partiti uscito dal dopoguerra in Italia ha retto, senza modifiche sostanziali, fino alla fine degli anni Settanta. Condiviso da tutti, cattolici e laici, liberali e comunisti, perfino dagli extraparlamentari di destra e sinistra che in fondo di richiamavano al fascismo e alla Resistenza. Il compromesso storico è stato l’apoteosi ma anche la fine di quell’era cominciata con il Cln e la Costituente.

Dalla fine dei Settanta la partitocrazia comincia ad andare in crisi. Il primo a intuirlo è Berlinguer con la "questione morale". Il primo a trarne le conseguenze è Bettino Craxi che imprime al vecchio partito socialista una modificazione genetica, in senso "modernista" e dunque personalista. La Dc comincia a sciogliersi in una destra e una sinistra, i comunisti si mettono in marcia verso il modello socialdemocratico, la destra mira già allo sdoganamento, spunta la "questione settentrionale". Tangentopoli, l’avanzata prima leghista e poi berlusconiana rappresentano più accelerazioni che vere e proprie rotture rispetto ai processi avviati. La politica degli anni Ottanta è finita l’altro ieri con il fallimento del "miracolo" e del "decisionismo" berlusconiani, il ritorno al proporzionale.

Ora è il tempo di cominciare un’altra storia. Con un Partito Democratico che non sia soltanto un’ovvia alleanza elettorale, resa obbligatoria dalla consultazione anche frettolosa di un qualsiasi sondaggio. Oltre che dalla lezione delle ultime politiche, dove la lista unitaria ha fatto la differenza fra vittoria e sconfitta, ben oltre la distanza finale dei venticinquemila voti. Il nuovo partito dovrebbe essere un’occasione per cambiare il linguaggio e il modo di far politica, per aggiornarli all’era di Internet e proiettarli verso i prossimi dieci, venti o trent’anni e non soltanto in vista del 2011.

Per far questo non bisogna assemblare le macchine dei partiti ma semmai rottamarle, con dolore, e con i pezzi costruirne una nuova. Si capisce che questo progetto trovi l’opposizione dei peggiori eredi del vecchio sistema dei partiti ma anche dei migliori e giustamente orgogliosi, da De Mita a D’Alema.

Molte obiezioni sono intelligenti e rispettabili. Ma non sembrano considerare l’evidenza che i gloriosi partiti di massa radicati nel territorio non torneranno mai più. Prima o dopo, tocca rassegnarsi. L’accanimento terapeutico per mantenerli in vita, magari cambiando nome e simbolo di tanto in tanto, serve soltanto a perdere qualche milione di voti ogni cinque anni. Non soltanto in Italia ma ovunque. Con la differenza che negli altri paesi la gente smette di andare a votare mentre qui l’insoddisfazione alimenta un lussurregiare di nuovi partitini modellati per intercettare la voglia di cambiamento. Con il risultato di trasformare il Parlamento e gli esecutivi in ammucchiate ingovernabili.


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domenica 8 ottobre 2006
ore 16:03
(categoria: "Vita Quotidiana")



Speriamo che vincano gli ultimi moicani
di EUGENIO SCALFARI

I piccoli commercianti. I piccoli imprenditori. Gli artigiani. I professionisti. Le associazioni professionali che li rappresentano. Insomma il ceto medio, cioè il ventre della trottola dei redditi, l’80 per cento dei contribuenti italiani. Da quella moltitudine di persone così variegate nelle sue figure sociali e professionali, perfino antropologiche, si alza da due settimane un rumore di fondo che culmina in una protesta gridata sulla quale cavalca l’opposizione e perfino alcuni settori della maggioranza guidati dai sindaci delle grandi città, Torino, Milano, Bologna, Roma, Napoli, quasi tutti di centrosinistra ma uniti nel respingere in blocco le restrizioni che li riguardano previste dalla Finanziaria.

Il governo è solo e neppure compatto. Ogni giorno che passa il coro delle proteste acquista intensità e sonorità. I media amplificano. La "querelle" sulla Finanziaria s’intreccia con quella sul costruendo partito democratico.

Altre contraddizioni, altre rotture in vista. Ieri questi due psicodrammi sono andati in scena simultaneamente, a Capri quella economico-finanziaria, ad Orvieto quella politica. Entrambi hanno come protagonista il governo e lo stato maggiore del centrosinistra, eroi negativi dello psicodramma. Con due parafulmini che attirano i fulmini nelle persone di Romano Prodi e Tommaso Padoa-Schioppa.

Stando alle invettive a ruota libera lanciate contro di loro da Fini tre giorni fa nel salotto di Vespa e da Tremonti ieri a Capri, Prodi e Padoa-Schioppa sono gli ultimi due moicani rimasti a difendere una Finanziaria indifendibile.

Fini e Tremonti: due personaggi che hanno ricoperto i più impegnativi ruoli politici nel governo Berlusconi, tutti e due vicepresidenti del Consiglio, uno ministro degli Esteri, l’altro dell’Economia, in lotta feroce tra loro per quattro anni sui cinque quanto è durata la legislatura, ma entrambi corresponsabili dello sfascio finanziario e politico che hanno lasciato e che è venuto dopo, sia nella politica estera che in quella economica. Capaci tuttavia di proporsi a getto continuo e in ogni sede utilizzabile come i giustizieri e i vendicatori di un popolo tradito da una sinistra eternamente pasticciona, bugiarda, affaristica e sadica che realizza la sua libido togliendo il sangue agli italiani per il solo gusto di vederli soffrire.

Io non so se i "moicani" siano Prodi e Padoa-Schioppa. Ma fossero pure soltanto loro - e per il poco che valga - mi metto volentieri in loro compagnia.
Non mi sfuggono affatto i difetti di questa Finanziaria, ma m’indigna il tono e la natura delle critiche che le vengono rivolte, la consapevole rimozione degli obiettivi che essa realizza se si riuscirà a portarla all’approvazione del Parlamento nelle sue linee maestre. Infine mi indignano i pulpiti dai quali quelle critiche vengono lanciate ed anche l’insipienza di quelli che dovrebbero ribatterle col vigore della logica e la forza degli argomenti dei quali dispongono e che appaiono invece più intimiditi e balbettanti che armati di solide ragioni.


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domenica 8 ottobre 2006
ore 10:08
(categoria: "Vita Quotidiana")



Tra i primati più inutili del mondo Thomas Vogel ha conquistato la corona di slacciatore di reggiseni: in diretta, davanti alle telecamere del canale tedesco Rtl è riuscito a slacciare usando una sola mano, 56 reggiseni in 60 secondi netti. E’ stato più veloce anche delle donne concorrenti che con gli indumenti intimi femminili hanno indiscutibilmente maggiore familiarità. Il record stabilito da Vogel nella recente edizione ha stracciato il precedente limite conquistato circa un anno fa da un australiano che di reggiseni, in un minuto, ne slacciò solo 42





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venerdì 6 ottobre 2006
ore 22:41
(categoria: "Vita Quotidiana")





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