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L’identità
è
una brutta bestia

L’amore,
finito

Il sesso,
un’astrazione

Io
sono
una persona
semplice solare e sincera.


mercoledì 22 gennaio 2014 - ore 16:03


Materna
(categoria: " Vita Quotidiana ")


come la voce interiore di un risveglio

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martedì 21 gennaio 2014 - ore 17:04


Schema corporeo
(categoria: " Vita Quotidiana ")


when you forget your body nothing inside you is real

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martedì 21 gennaio 2014 - ore 01:41


special k
(categoria: " Vita Quotidiana ")


per dormire

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domenica 19 gennaio 2014 - ore 11:21


La gita delle superiori o il bicchiere di anima nera
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il pullman, la campagna: deve trattarsi della gita delle superiori.
A bordo si distribuiscono bicchierini di liquore nero alla liquirizia, che sembrano piccole ciminiere. Mi piace tanto tenere in mano il mio. Con l’indice infilato nel piccolo anello alla base. Sosta nel piazzale di un paese della riviera del Brenta. Aiuto la compagna che da sempre desidero a scaricare il suo bagaglio. E ho ancora il bicchiere in mano. Ci isoliamo tra portici in penombra e cortili di muschio, nessuno noterà la nostra assenza. Bella la sensazione di avere il tempo necessario. Si fa buio e ci baciamo. Lei è bionda coi capelli lisci, la faccia puttanesca di una rana ed una pelle ambrata che mi parla di innumerevoli acrobazie sessuali. Quelle compiute in cinquant’anni di vita. Al nostro ritorno l’autista mi chiede, lubrico, se mi sono divertito con la mia compagna di scuola cinquantenne. Capisco poi che è tutto un pretesto per avvicinarsi e chiedermi sottovoce di far sparire il bicchiere di liquore, che ancora ho in mano. Pare che fosse tutta una sua trovata, quella dei bicchierini-ciminiera, per far divertire i gitanti. Se ai piani alti della compagnia di viaggio si scopre, lui rischia il licenziamento.

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domenica 12 gennaio 2014 - ore 13:26


Sogno di Kebab e picchiatori. O della perdita degli utili contatti
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Mattina di sole vacanziero o in cerca di occupazione. E il quartiere è vuoto. I lavoratori sono fuori casa da ore, anzi forse già in pausa infraturno nelle zone industriali e negli uffici del centro. Gli atleti hanno finito le loro sessioni di corsa e gli amanti quelle di sesso extraconiugale. I pensionati hanno già scorso i quotidiani, fino ai necrologi. Eppure c’è un surplus di vuoto e attesa. Mi ricordo solo ora che deve passare un corteo immenso e pericoloso praticamente sotto casa mia. Mi vesto in fretta senza scrostarmi il sonno di dosso. Prendo la bici ed il telefono. Anche se ho imparato bene che le cose ingombranti o personali sarebbe meglio lasciarle a casa. Che non muoversi soli sarebbe meglio. E soprattutto che ad un corteo sarebbe meglio partecipare dall’ inizio o non partecipare affatto. Ma adoro lo spettacolo della guerriglia urbana e questa volta ci sono tutti i presupposti. Senza contare poi che potrebbe essere il mio ultimo corteo qui perchè in questi giorni sono stato preso coi preparativi della mia partenza. E’ prevista per la sera e mi allontanerà da casa per molto tempo. Se poi al corteo si mette troppo male, basta tenere una posizione defilata. E - mi dico - con la bici scappo più velocemente. Con la bici poi finisco più tranquillamente nel pomeriggio tutti i preparativi e le spese per il viaggio. Quindi esco. Ma sono in anticipo e devo ancora fare colazione. Mi fermo a rimediare - con gli interessi - prendendomi il kebab nella piazzetta vicino a casa. Da lì vedrò arrivare il corteo immenso e pericoloso e intanto potrò finire di aggiornare la rubrica del mio telefono. Ho in mente tutta una serie di contatti che mi saranno utili qui a casa e nel paese dove sono diretto. E così mentre pesco gli ultimi brandelli di carne dal cartoccio e inserisco gli ultimi numeri nella rubrica, ecco comparire il corteo. Prima i lampeggianti storditi dalla luminosità diurna, poi i blindati veri e propri. Di passare davanti a loro non se ne parla. Mi do un contegno apolitico e aspetto rimanendo seduto sulla panca di legno fuori dal negozio. Poi compare la massa di manifestanti, e promette piena soddisfazione alle mie aspettative di immensità e pericolo. Ma è in stile tedesco: forma un blocco compatto, denso, con servizio d’ordine e striscioni che lo chiudono anche ai lati. E’ difficile entrare con la bici senza dare nell’occhio. Infine passa il cordone dei pompieri e delle autoambulanze. Decido di muovermi da solo dietro di loro: pochi controlli e al momento giusto sarà facile scattare in avanti o scappare a casa, a seconda. Nel momento in cui dalla piazzetta mi metto in strada verso il centro della città, il corteo diventa velocissimo. Scompare. e Scompare anche il cordone posteriore. In compenso vedo due puntini neri che altrettanto velocemente si muovono sul fondo della strada davanti a me. In rapido avvicinamento, i puntini diventano figure umane. Corrono, sono due uomini bassi dal fisico atletico, con abbigliamento sportivo chiaro. La testa è coperta da caschi neri e in una mano hanno un bastone, nell’altra uno scudo rotondo. Corrono in maniera fluida e irreale tanto che i loro movimenti appaiono perfettamente coordinati tra loro. Pare che la corsa sia concepita per fare brillare gli scudi al sole nella maniera più visibile possibile. Si deve vedere bene che c’è una croce celtica bianca in campo nero dipinta in maniera stilizzata, come fosse una specie di mirino. Vogliono picchiare chi gli capita a tiro: a tiro ci sono io. So che non posso scappare: sarei di spalle e so che - veloci come sono - mi raggiungerebbero senza problemi. Anche rientrare nel mio negozio di kebab preferito non sarebbe una buona idea: zero vie di fuga e per loro sarebbe un invito a nozze. E allora punto sull’unico bizzarro contrattacco che il momento mi suggerisce. Monto in bici e corro verso di loro più forte che posso. Prima di me incontreranno la propulsione, la ruota ed il manubrio, mi dico. Meno di un secondo dopo lo scontro è avvenuto. Forse la mia mossa li ha disorientati, forse l’impatto è stato forte e siamo caduti tutti e tre a terra. Non ricordo. Fatto sta che mi ritrovo dall’altra parte rispetto a loro e col vantaggio necessario per togliermi di lì tutto sommato indenne: loro si stanno ancora rialzando mentre io sono già di nuovo in sella. Ma a terra brilla qualcosa. E’ il mio telefono cellulare, deve essermi caduto nello scontro. Non posso assolutamente permettermi di tornare a prenderlo. Mi allontano. Li semino, ma con la coda dell’occhio vedo uno dei due che con fare minaccioso e ironico allo stesso tempo agita il mio telefono in aria. Sottolinea il fatto che adesso è in mano loro. Durante la pedalata immagino meticolosamente tutte le possibili conseguenze e ritorsioni derivanti dai miei contatti nelle mani sbagliate. Sono angoscianti, aprono scenari di lunga e difficile uscita per me e per i miei utili contatti. Mentre invece a sera dovrei essere su un aereo, lontano: al sicuro ma impotente su quanto succede qui. Eppure metro dopo metro i pensieri cambiano. Sento sempre più chiaramente che l’importante è aver evitato le botte serie e che sono tutte esagerazioni le mie. Infatti la mia rubrica è un caos inintelligibile stratificato nel tempo, i contatti più importanti sono cifrati e l’elenco delle chiamate quotidianamente cancellato. Insomma, per i picchiatori il mio telefono è sostanzialmente inutile. Intanto però si è fatta sera e dovrò partire come al solito senza aver completato spese e preparativi. Dovrò partire col bagaglio incompleto, fatto in fretta. Senza telefono. E senza i miei utili contatti.

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