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![]() Madda, 20 anni spritzino di Vigonza (PD) CHE FACCIO? lavoro Sono single [ SONO OFFLINE ] [ PROFILONE ] [ SCRIVIMI ] STO LEGGENDO TAZ ![]() HO VISTO Dogma, l’erba proibita, warriors ![]() STO ASCOLTANDO Ska-P, Peterepunk, Moravagine, Assalti frontali, 99 posse, MCR, ffd, punkreas, CCCP, los fastidios, banda bassotti, paolino paperino band,Vasco, doors, system, metallica, etc... ABBIGLIAMENTO del GIORNO ![]() ![]() ![]() ORA VORREI TANTO... Essere a letto invece ke a lavoro...oppure a far festa!!! KE FINISSERO LE GUERRE...TUTTE... Che ognuno di noi trovasse il suo posto in questo mondo... STO STUDIANDO... Si dovrebbe imparare qualcosa ogni minuto della nostra vita...da ogni persona che incontriamo...da ogni situazione...da ogni lettura...purtroppo tanti non l’hanno ancora capito... OGGI IL MIO UMORE E'... ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO... PARANOIE 1) scoprire di appartenere,seppur alla lontana,alla famiglia berlusconi....oh my god....sudo freddo al solo pensiero. MERAVIGLIE 1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase... 2) fare in ogni momento ciò ke veramente ci si sente di fare senza pentirsene mai.. |
As much as I can, I do!!!! Stop war - yankee go home!!!! Fuck the system!!!! Don’t want to be controlled!!!! Born to be FREE!!!! Questo l’unico divieto ke vige in questo blog... ![]() Vorrei gridare al mondo il mio disprezzo ma so già ke il mondo non sentirebbe...allora lo tengo dentro di me...fa parte di me...e mi ricorda ogni giorno ke il mondo è diviso in due...
giovedì 1 luglio 2004 - ore 17:19 ...lettere... Hanno pubblicato la lettera ke ho spedito al Mattino...ke bello... LEGGI I COMMENTI (4) - PERMALINK giovedì 1 luglio 2004 - ore 10:35 Stronzate... LEGGI I COMMENTI (1) - PERMALINK giovedì 1 luglio 2004 - ore 10:22 Quanto ci resta da vivere... LINK COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK mercoledì 30 giugno 2004 - ore 17:47 Fuck the war LEGGI I COMMENTI (1) - PERMALINK mercoledì 30 giugno 2004 - ore 16:35 guerre dimenticate (parte ottava) Costa d’Avorio La guerra nel paese del cacao La Costa d'Avorio, ex colonia francese, conquistò l'indipendenza il 7 agosto 1960 e il 27 novembre dello stesso anno venne eletto presidente Felix Houphouet-Boigny, ex parlamentare ed ex Ministro del governo francese . Houphouet-Boigny governò lo stato africano per sette mandati consecutivi rimanendo in carica sino alla sua morte avvenuta nel dicembre 1993. Durante questo lungo periodo resse in maniera efficace le sorti del suo paese, portandolo ad un invidiabile sviluppo economico. Boigny ottenne buoni risultati economici soprattutto grazie al gran numero di francesi rimasti nella ex colonia,anche se alcune sue iniziative procurano danni all'economia e all'immagine del paese come, ad esempio, la deforestazione sistematica per vendere il legname e la costruzione di un enorme basilica nel suo paese natale Yamoussoukro (seconda per dimensioni solo a San Pietro) che provocò l'indignazione del Papa. Ma l'errore più grande commesso da Huophouet-Boigny fu quello di non riuscire a scegliersi un successore. Resosi conto della stagnazione politica a cui si avviava il paese, nel 1990 tentò di aprire la scena politica ivoriana al multipartitismo.Purtroppo tale apertura rappresentò uno degli elementi dirompenti della situazione interna poichè, invece di portare il paese verso la democrazia, fu all'origine di frequenti lotte di potere. Il 24 dicembre 1999 un ammutinamento dei militari si trasformò in colpo di stato e minacciò di far precipitare il paese in una guerra a sfondo etnico. In quell'occasione il generale Robrt Guei depose il presidente Konan Bedie. Alla fine di ottobre del 2000 Laurent Gbagbo viene eletto presidente con elezioni regolari e promette di portare la pace nel paese; ma l'insurrezione del settembre 2002 ha gelato le speranze. La Costa d'Avorio è tornata nel caos, sono iniziati gli scontri in quello che fino a pochi anni fa era considerato uno dei pochi paesi africani politicamente stabili e con condizioni economiche relativamente buone. La ribellione è iniziata il 19 settembre 2002 con lo scoppio di violenti combattimenti nella capitale commerciale Abidjan, a cui hanno fatto seguito le uccisioni di alcuni responsabili della sicurezza, del Ministro dell'interno, della famiglia,di quello della difesa e del comandante militare della città di Bouaké, anch'essa teatro di scontri tra l'esercito governativo ed i rivoltosi che hanno tentato di rovesciare il governo di Laurent Gbagbo. All'origine di questi drammatici eventi ci sarebbero lo scontento di una parte delle Forze armate nazionali e le ambizioni di rivalsa dei protagonisti del precedente tentativo di golpe, oggi esiliati. In seguito ad un'ordinanza emessa dal governo due guarnigioni stavano per essere smobilitate e i militari si sono rivolti ai loro predecessori in esilio perché li aiutassero a organizzare la loro protesta. La protesta è immediatamente degenerata in un tentativo di golpe, i ribelli, che hanno iniziato a farsi chiamare "Movimento patriottico della Costa d'Avorio", hanno attaccato simultaneamente caserme e armerie in tre città e si sono dimostrati ben attrezzati, disciplinati ed organizzati; inoltre dispongono di armamenti pesanti, prelevati dai magazzini dell'esercito ivoriano.Secondo alcuni osservatori i rivoltosi dispongono anche di armamenti molto moderni che non sono normalmente in dotazione alle truppe governative. Dopo tre settimane di scontri e di tentativi di mediazione falliti, i ribelli mantenevano il controllo di buona parte del nord del Paese, compresa l'importante città di Bouakè. Secondo gli osservatori presenti i rivoltosi possono contare su un certo appoggio da parte della popolazione locale del nord, in maggioranza musulmana (al sud invece la religione più diffusa è il cristianesimo). Il presidente Laurent Gbagbo ha accusato il vicino Burkina Faso di essere coinvolto nell'organizzazione del tentativo di golpe ma finora nulla conferma la fondatezza di queste accuse. Dal canto suo il Burkina Faso , come anche il Mali, rimprovera alla Costa d' Avorio di avere espulso e perseguitato migliaia di suoi cittadini immigrati, presi come capri ispiratori della crisi economica. Da una prima analisi dei fatti, oltre che dalla debolezza istituzionale del presidente Laurent Gbagbo, la rivolta potrebbe essere giustificata con la crisi politica, economica e di identità che da quattro anni interessa la Costa d'Avorio. Il paese è il primo produttore mondiale di cacao, ma la caduta dei prezzi di questo prodotto lo ha fortemente colpito. Non ha grossi giacimenti di petrolio ma occupa una posizione strategica di fronte al golfo di Guinea, i cui giacimenti offshore rappresentano una fonte prioritaria di approvvigionamento per gli Stati Uniti.L'industria petrolifera non ha però finora inciso significativamente sulla bilancia commerciale dela Costa d'Avorio, così dal 1999 l'economia del "Paese del cacao" è in recessione.Le ricette economiche consigliate dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale non hanno fatto altro che aggravare l'indebitamento estero del Paese. In questo momento (14 ottobre 2002) il Presidente Gbagbo sta conducendo una durissima repressione della rivolta, peraltro con esiti incerti. Tutti i tentativi di mediazione operati dai diplomatici della comunità africana dell' ECOWAS sono falliti dimostrando che il governo non ha alcuna intenzione di scendere a patti coi ribelli. Già dai giorni immediatamente seguenti la rivolta un contingente di circa 900 uomini dell'esercito francese è presente sul territorio ivoriano; ufficialmente i soldati francesi non partecipano alle ostilità ma offrono supporto logistico ed organizzativo alle truppe governative. La Francia, ex "padrone coloniale", è da sempre partner privilegiato per la Costa d'Avorio. A tutt'oggi il governo ivoriano non ha sovranità sulla moneta nazionale le cui fluttuazioni sono decise da Parigi. Se gli amici francesi riusciranno nell'impresa di riappacificare la Costa d'Avorio dovranno poi supportare il Paese nella conduzione di un'altra battaglia: quella sul mercato mondiale contro la diminuzione del prezzo del caffè e del cacao, le due principali fonti di reddito del Paese. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK mercoledì 30 giugno 2004 - ore 11:04 This week... Stupendo il concerto dei Metallica...(Punkettina punkettina...ti offro la possibilità di venirci a gratis e non la sfrutti)...cmq loro sono stati veramente grandi...ora domani inizierà lo sherwood...e sabato ci sarà la street rave parade antipro...una gran settimana... ... I'm happy... LEGGI I COMMENTI (6) - PERMALINK martedì 29 giugno 2004 - ore 14:23 guerre dimenticate (parte settima) Haiti: Arriva l’ONU, i ribelli scalpitano Haiti mercoledì, 21 aprile 2004 17:57 “Noi siamo l’esercito di Haiti, una forza costituzionale”. Lo ha affermato alla Reuters l’ex colonnello Remissainthe Ravix, ora tra i capi ribelli, respingendo sdegnosamente la proposta del neo-premier Latortue per un reinserimento dei rivoltosi nelle forze di polizia. Una “sistemazione” non gradita che invece rappresentata l’eldorado per gran parte della poverissima popolazione haitiana in cerca di occupazione e sicurezza. Ieri è morto un giovane di 23 anni e venti sono rimasti feriti nei tafferugli che hanno coinvolto migliaia di persone per l’iscrizione al collocamento della PNH (polizia haitiana). Sullo sfondo di una pacificazione ancora lontana, Kofi Annan ha chiesto al Consiglio di Sicurezza l’invio di 8300 caschi blu entro la fine di maggio. Ora ci sono 3600 soldati a cercare di tenere a bada l’anarchia haitiana. Il primo giugno lasceranno il Paese o entreranno nei ranghi della missione Onu. Sono canadesi, americani, francesi, cileni e presto anche brasiliani, sempre sotto il comando di Washington, ed esercitano più che altro una forza deterrente contro eventuali colpi di testa dei ribelli di Guy Philippe. Più di mille tra i suoi uomini, ex paramilitari, banditi comuni ed ex membri dell’esercito disciolto nel 1996, dettano il bello e il cattivo tempo nel nord del Paese. E il disarmo procede a singhiozzo. La moglie dell’ambasciatore delle Bahamas ne ha fatto ieri le spese sulla propria pelle venendo ferita da un colpo di pistola durante uno scippo armato nel centro della capitale Porte au Prince. Dall’esilio giamaicano, l’ombra dell’ex presidente Aristide getta ancora scompiglio nella Repubblica di Haiti le cui parti politiche hanno raggiunto un accordo sulla data delle prossime elezioni. Si voterà nel 2005 per le legislative, nel febbraio del 2006 per le presidenziali: un patto di ferro tra coalizione governitiva malgrado la costituzione indichi 90 giorni di tempo per indire nuove consultazioni dopo le dimissioni di un presidente. Per questa ragione il partito Fanmi Lavalas (dei fedelissimi di Aristide) si è opposto, unica voce contraria, alla stretta di mano che lascerà l’interim al presidente Alexandre Boniface e al premier Gerard Latortue. Marines americani cercano depositi di armi illegali a Belen, quartiere di Port au Prince (AP Photo/Ariana Cubillos) Mentre Colin Powell promette un futuro diverso all’isola, caduta ancora in disgrazia proprio nel bicentenario della sua indipendenza, il segretario generale Onu Kofi Annan fa autocritica e auspica una lunga presenza internazionale nel più povero paese dell’emisfero occidentale. “Gli aiuti finanziari- ha detto Annan in un comunicato stilato dall’UN News Centre – non ha mai ottenuto i frutti sperati. Ora la comunità internazionale dovrebbe assicurare ai leader di Haiti di potersi fare carico delle proprie responsabilità e di poter cogliere l'assistenza dall'estero”. L’alto funzionario ha poi ricordato la necessità di mettere fine all’impunità diffusa e di intervenire contro la piaga dell'HIV. Mancano però fondi sufficienti per l'aiuto umanitario, secondo Elisabeth Byrs, portavoce dell'ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari. Dei 35 milioni di dollari promessi (per lo più dagli Stati Uniti) ne sono arrivati solo 7. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK lunedì 28 giugno 2004 - ore 13:19 Riprendiamoci quelle parole - di Beppe Grillo Caro direttore, vorrei aderire alla Casa delle Libertà, ma a quella vera, vorrei intitolare "forza Italia" il mio prossimo spettacolo, ma forza Italia davvero. L´Italia ha bisogno di più libertà e d´una riscossa! Altro che pulirsi il sedere con il tricolore, come gridò uno dei leader di questo governo. Altro che "chi non salta, italiano è!", come strillò per strada un suo ministro, dopo aver mandato tremila italiani a rischiare la pelle a Nassiriya. Cosa penseranno di questi ministri della vergogna quei soldati che con il tricolore rischiano sì di saltare, ma sulle bombe irachene? Nel mio spettacolo chiedo:"Casa delle Libertà"? Ma vogliamo scherzare? Siamo all´appropriazione indebita, all´"economia della truffa", come scrive l´economista statunitense J.K. Galbraith. Secondo un altro economista statunitense, J. Stiglitz, domina l´ "asimmetria dell´informazione" (la teoria per cui prese il Nobel): è l´approfittamento - non il profitto - di chi sa a danno di chi non sa: per esempio quello dei top manager che sempre più spesso saccheggiano azionisti, consumatori e Stato. Secondo Stiglitz dai "ruggenti `90" rubano di più molti top manager - per esempio con le famigerate stock option - di quanto mai possano sognar di rubare i peggiori politici. E in Italia come reagiamo? Fuori i politici delle "convergenze parallele", dentro i pubblicitari, i top manager e gli avvocati della "Milano da bere"! Dentro - purtroppo - non in adatti edifici sorvegliati; dentro nel parlamento, nel governo, nella Rai. Attenzione, non parlo solo del furto dei soldi, ma di uno peggiore, il furto delle parole. Mettiamo, per ipotesi, che costoro non abbiano mai rubato, evaso le tasse, corrotto un finanziere o un giudice, maneggiato fondi neri, società offshore, P2, tangenti, condoni. Ma le parole? Come la mettiamo con il furto con destrezza delle parole? La lingua è il principale bene d´un popolo. Rubargliela è un delitto. Condoniamogli i delitti finanziari, ma non perdoniamogli l´appropriazione indebita delle parole! La vera "Casa delle Libertà" (Freedom House) esiste da sessant´anni, non da tre. Fu fondata da Eleanor Roosvelt e da altre personalità statunitensi per promuovere la democrazia nel mondo. Il suo rapporto annuale sulla libertà di stampa classifica le nazioni in libere, semilibere, non libere. Nel 2004 l´Italia è passata da paese libero a semilibero, scendendo al 74° posto, dietro a Benin e Botswana. In Europa, Turchia e Italia sono le uniche pecore nere, i due Paesi semiliberi. Come può un Paese semilibero pretendere d´insegnare la libertà agli altri come vuol fare l´Italia in Iraq? Come casi di "Deterioramento globale della libertà di stampa", la "Casa delle Libertà" cita Bulgaria, Italia e Russia, degradate quest´anno di una categoria. Per illustrare il degrado della libertà, la direttrice del rapporto statunitense, signora K.D. Karlekar, cita per nome e cognome il premier italiano e il suo "enorme impero mediatico". Chi sono allora i cialtroni della libertà, quelli della Casa statunitense o quelli della Casa italiana? Del resto la Casa italiana è nata sulle tradizioni e con gli uomini di due aberrazioni della libertà: il fascismo - insieme al comunismo REALE tra le maggiori negazioni della libertà in questo secolo - e la propaganda commerciale invasiva e obbligatoria. Per mascherare con la "Libertà" una compagnia di squali della pubblicità, piduisti, mussoline e mussoliniani, fascisti di tutti i tipi (post, ex, neo, ultra), xenofobi mangia bingo bongo e pochi clericali, non basta la faccia di bronzo, ci vuole un lifting al titanio. Denunciando le truffe della pubblicità dicevo nel 1993: "Attenti! Mastrolindo è più pericoloso di Craxi". Oggi Mastrolindo e i suoi creativi si son presi il governo, il parlamento, la Rai. I governanti di prima arraffavano soldi per fare il partito. I governanti di adesso fanno il partito per difendere i soldi arraffati. Cosa dirà Mastrolindo del rapporto 2004 della vera "Casa delle Libertà"? "Spazzatura!" dirà? Come disse dell´Economist che gli dedicò in due anni tre copertine – un record in 160 anni di pubblicazioni. Minaccerà querele anche agli eredi della signora Roosvelt come fece vanamente con l´Economist? Se la sua fede a stelle e strisce fosse vera, il portatore sano di democrazia ribattezzerebbe la sua compagnia "Casa delle semilibertà" e cercherebbe di riportare l´Italia al rating statunitense di paese libero. Sapete che Cina, Russia, Italia, Cuba, Vietnam e Nord Corea sono tra i pochi paesi dove il governo o il suo capo pagano ogni mese lo stipendio a più di un migliaio di giornalisti? Ovviamente per garantire la loro libertà. E poi, perché "Casa delle Libertà"? Perché la libertà da garantire non è una sola, quella di Mastrolindo. Sono molte! Quella di Previti, di Dell´Utri, di Borghezio e della cinquantina di inquisiti o processati o patteggiati o prescritti o condannati che la Cdl ha messo al sicuro in parlamento. C´è un´altra "truffa innocente": Forza Italia. Da più di un secolo era l´incitamento degli italiani per i nostri atleti nel mondo. Prima era di tutti, ora è stato sequestrato. Non possiamo più usarlo, a meno di fare propaganda gratuita al partito di Dell´Utri, Previti e Mastrolindo. "Forza Italia" non lo hanno semplicemente privatizzato, ce lo hanno proprio rubato. Nelle privatizzazioni di un bene pubblico, si paga un indennizzo. Dorian Gray invece s´è preso il malloppo e non ci ha pagato niente. Anzi, già che c´era, si è preso anche il nostro colore - l´azzurro - e visto che un colore non gli bastava, s´è acchiappato anche il tricolore. Lui sa bene che nomi, marchi e logo di successo - es. "Marlboro" o "Nike" - valgono decine di miliardi di euro. Lui invece "Forza Italia", il nostro azzurro e il nostro tricolore se li è acchiappati gratis. Calcolando poco, diciamo mille euro a testa, Dorian Gray deve agli italiani almeno 57 miliardi di euro, dieci volte più del suo patrimonio. Ha fatto un colpo grosso, eh? Dovremmo battezzare "Forza Italia" pizze, gelati, cocktail, barche, navi, spiagge, sentieri alpini, gatti, cani, cavalli, circoli culturali, romanzi, bande, feste. Riprendiamoci il nostro "forza italia"! Questo bisogno mi è venuto con il mio spettacolo Blackout, mentre spiegavo quanto l´Italia sia scesa in basso. Una ventina dei principali indicatori internazionali di sviluppo ci danno in media al 35° posto nel mondo. Altro che "nuovo miracolo italiano"! Siamo tra il 20° e il 25° posto per indice di sviluppo umano, reddito pro capite, indice di capacità tecnologica, aiuti allo sviluppo, libri venduti; tra il 30° e il 35° posto per mortalità infantile, indice di corruzione, computer e giornali pro capite; 40° per indice di uguaglianza, 51° per indice di competitività, 74° per indice di libertà di stampa, 83° per indice di sostenibilità ambientale. Sintomatico è il nostro indice di competitività: 32°, 33° e 34° posto nel 2000, 2001, 2002, 41° nel 2003, 51° nel 2004. Il lento smottamento ora è una frana. Altro che miracoli! Le cause di questo crepuscolo hanno radici nei decenni passati. Una delle cause importanti però è il degrado intellettuale e morale provocato dalla tv commerciale, sia privata sia statale. Vent´anni di questa intossicazione finiscono per convincere che benessere e felicità non dipendono dall´ingegno, dal lavoro e dall´onestà, ma dalla seduzione, dall´imbonimento e dalla furbizia. Economia allora non vuol dire più studiare, ricercare, inventare, produrre, ma ridere, ingannare e vendere. Conducendo gli affari di Stato come quelli pubblicitari e televisivi, i nostri mastrolindi sono riusciti in pochi anni a indebolire l´Italia più di quanto avessero fatto in decenni i loro protettori socialisti e democristiani. Adeguando diversi ministri e parlamentari alla volgarità e al turpiloquio delle loro televisioni, hanno ribaltato il significato della parola "volgare". Oggi sono le elite a involgarire il volgo. La volgarità non viene più dal basso, ma dall´alto, dagli uomini più ricchi e più potenti del paese, dalle tecnologie e dalle istituzioni che controllano. Non è grottesco che proprio chi per vent´anni ha corrotto la forza, l´intelligenza e la reputazione di questo Paese prenda ancora in giro gli italiani al grido di "Forza Italia"? Proprio loro, che da vent´anni sono i becchini dell´Italia, non possono ora far finta di volerla rianimare. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK lunedì 28 giugno 2004 - ore 09:07 Proibizionismo stop .... vi chiedo, quand'è l'ultima volta che è scoppiato una rissa perchè tutti avevano fumati troppo...? ...oppure un marito è tornato a casa e piccato la moglie perchè "ha fumato uno di troppo"...? .....quanti incidenti sono causati dalle persone che hanno bevuto troppo....? ...quante famigle distrutte per colpa del alcool? ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^ l'alcool è legale il fumo no - è logico? NO, NO e di nuovo NO!!! ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^ dicano che il fumo porta alle altre droghe più pesante, ma dove commicia la catenea, col bere, le sigarette, il cafè, il ciocolato, lo zucchero? - sono tutte droghe! ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^ Insomma, propongo la mia formula.... l'alcool = guerra il foglio = pace Non lo chiamavano la pipa di pace per niente!!!!! Mettiamo tutti i leader del mondo in una stanza e fargli fumare la pipa di pace.... L E G A L I S E T H E L E A F ! ! ! ! Io sono stuffo di dovere sentire un criminale perchè faccio una scelta di coscienza e preferisco usare droghe positive invece di quello sanzionato dello stato, che non fa altro di rimbambire la gente e deluderle. B A S T A ! ! ! ! namastè, -6... COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK venerdì 25 giugno 2004 - ore 10:52 guerre dimenticate (parte sesta) Burundi: scheda conflitto Il primo conflitto mondiale viene portato nella regione dei Grandi Laghi dalla belligerante Germania, che aveva il possesso delle colonie nel Ruanda-Urundi (gli attuali Ruanda e Burundi). I Tedeschi attaccano nel 1914 le città del Congo Belga sul Lago Tanganica scatenando la reazione del Belgio, alleato della Gran Bretagna che era attestata in Uganda. Tra il 1915 ed il 1916, sia il Ruanda che il futuro Burundi cadono nelle mani degli Anglo-Belgi, in netta superiorità numerica. Nel 1918 la Società delle Nazioni, con il trattato di Versailles, assegnerà il protettorato del Ruanda-Urundi al Belgio e quello del Lago Tanganica alla Gran Bretagna. I Batutsi e Bahutu, così si chiamano la maggioranza degli abitanti della regione, cambiano padrone. Fin dal 1925 grazie ad una legge del Parlamento belga, il Ruanda-Urundi gode di un trattamento particolare: viene annesso amministrativamente al Congo belga e viene smantellata l'organizzazione amministrativa precedente istituita dai tedeschi, che si affidavano ad una sorta di autogestione del potere da parte dei capi locali (in maggioranza Batutsi), da loro controllata. L'occupazione belga durerà fino all'inizio degli anni '60, dopo che nel 1946 al termine della seconda guerra mondiale, la neonata Organizzazione delle Nazioni Unite conferma l'assegnazione del protettorato sulla regione al Belgio, assegnando però alla potenza coloniale il compito di "favorire il progresso economico, politico e sociale delle popolazioni, lo sviluppo della loro istruzione ed inoltre favorire il progresso verso la loro capacità di amministrarsi da soli". In seguito alle pressioni dell'ONU, che organizza visite di controllo per accertare che la risoluzione del 1946 venga rispettata, il potere coloniale nel 1952 emana un serie di ordinanze che ristrutturano l'organizzazione amministrativa, riassegnando la gran parte della gestione territoriale agli autoctoni. Il Governatore belga si limitava a nominare un vice-Governatore che presiedeva il Consiglio Superiore del Paese formato dalla locale aristocrazia, formata in maggioranza sempre Batutsi (o Tutsi). L'occupazione coloniale porta nella regione la religione cattolica, soppiantando radicalmente la religione tradizionale, basata sul culto animista di Kiranga. Chi non si convertiva godeva di meno diritti sociali. Così, tra il 1919 ed il 1937, una grande campagna missionaria di evangelizzazione converte la quasi totalità degli abitanti della regione dei Grandi Laghi. In particolare la Chiesa privilegia l'evangelizzazione dei Tutsi, in accordo con il potere coloniale, allo scopo di formare una classe dirigente locale affidabile e fedele; le Missioni hanno anche il compito di fornire istruzione ed educazione politica. Gli Hutu sono quasi completamente esclusi dall'accesso all'istruzione ed oggetto di discriminazioni. Una statistica stilata nel 1963 indicava come il 60% della popolazione della regione fosse di religione cattolica, mentre i musulmani erano praticamente assenti. Decolonializzazione e nascita dello stato del Burundi Negli anni '60 esplodono in Africa le lotte dei movimenti indipendentisti che porteranno alla cacciata degli occupanti europei ed alla nascita delle Nazioni africane. In quello che diventerà il Burundi già dalla fine degli anni '50 la popolazione chiedeva di poter costituire partiti politici e nel 1960 se ne contavano 23. Reclamavano tutti l'indipendenza del Paese, anche se secondo modalità diverse che andavano dalla più radicale richiesta di immediata partenza dei Belgi a quella di una fase di transizione assistita che avrebbe, comunque, dovuto portare alla costituzione di uno Stato sovrano. I movimenti per l'indipendenza avevano come organizzatori soprattutto i Tutsi che detenevano molti ruoli chiave del potere amministrativo. A questo punto la Chiesa cattolica ed il Protettorato belga si rendono conto dell'errore commesso: di aver, cioè, privilegiato e formato una parte della società indigena che ora gli sta rivoltando contro e cercano di porre rimedio costituendo una lobby Hutu in funzione anti-Tutsi e quindi, si spera, anti-indipendentista; gli Hutu, da sempre tenuti lontano dalle leve del potere, hanno sviluppato astio e rancore verso i loro privilegiati conterranei. Il clima di odio nella regione porta nel 1959, in Ruanda, al primo massacro di Tutsi da parte di una fazione Hutu che aveva tentato di mettere in atto una rivoluzione, sostenuti ed organizzati anche dalla Chiesa cattolica. A fine 1959 il Governo belga cede alle pressioni internazionali ed annuncia un piano per dare l'autonomia alla regione; crea due sotto-governatorati, uno per il Ruanda e l'altro per l'Urundi, separandone l'amministrazione da quella del Congo. Il Burundi diventa, così, una monarchia costituzionale con un re Tutsi, ispirata a quella belga; il Belgio dovrà rispettare una risoluzione ONU che lo invita a lasciare completamente il Paese entro il 1 agosto del 1962. Ma nel 1961 avviene un colpo di stato, sostenuto dal Belgio, che instaura nel Paese un governo repubblicano Hutu. Ma poco dopo il primo ministro Hutu viene assassinato ed il suo posto è preso da un Tutsi, che si ritrova però a capo di un Governo molto debole. Gli odi tra le due componenti, Tutsi ed Hutu, ricevono nuovo combustibile quando nel 1965 viene di nuovo assassinato il primo ministro Hutu, Pierre Ngendandumwe ad opera di un espremista Tutsi; una enorme provocazione che rinfocola la rabbia. Poco dopo un gruppo di Hutu tenta un colpo di stato ed in tutto il Paese avvengono delle rappresaglie contro i Tutsi, per il solo fatto che appartengono a questo gruppo sociale. Ma il colpo di stato fallisce, per la grande inferiorità di risorse militari ed economiche di cui gli Hutu dispongono e viene represso brutalmente dai Tutsi che riprendono il potere compiendo a loro volta massacri e dure repressioni: i morti sono migliaia. Anche i grandi eccidi avvenuti nel 1972, nel 1988 e nel 1991-1993 non saranno altro che riedizioni della stessa storia; solo nel 1972 gli scontri etnici lasciano sul terreno circa 150.000 Hutu morti (i Tutsi compongono il 15% della popolazione del Burundi, il restante 85% sono Hutu). Gli anni '90 e l'attuale conflitto "Queste storie tra Hutu e Tutsi sono folcloristiche. La simbiosi tra le comunità è più forte delle dissonanze e nessuno può cancellare il loro retaggio comune". Questa è la dichiarazione del Presidente Tutsi del Burundi, Bagaza, in una intervista del 1987 all'agenzia ANSA. Ma i fatti gli hanno dato tragicamente torto: dopo 15 anni di instabilità politica, con l'alternarsi di colpi di stato e Governi di breve durata, nello stesso anno il suo Governo viene rovesciato dall'ennesimo colpo di stato militare, sempre Tutsi, ed alla guida del Paese sale il maggiore Pierre Buyoya. E, seguendo un triste copione, nel 1988 l'esercito Tutsti impone una violenta repressione massacrando migliaia di Hutu, almeno 50.000, sempre con la scusa di voler reprimere preventivamente eventuali ribellioni. Ma, grazie a Buyoya, la situazione sembra prendere una svolta nuova e diversa: agli inizi degli anni '90, resosi conto che la guerra etnica non sarebbe potuta andare avanti per sempre, il maggiore golpista tenta di avviare un processo di democratizzazione del Paese che culmina con la stesura di una Carta costituzionale, la costituzione di più partiti e lo svolgimento di libere elezioni nell'aprile del 1993. Le elezioni, caso incredibile per un Paese africano, si svolgono senza brogli e determinano la vittoria del FRODEBU (Fronte Democratico del Burundi, il principale partito Hutu), per cui gli Hutu guidati da Melchior Ndadaye divenuto Presidente si ritrovano al potere. Ed anche la composizione del Governo rispecchia il clima di distensione che sembra regnare in Burundi: i vincitori vogliono come Capo dell'esecutivo una donna Tutsi, l'economista Sylvie Kinigi. Il sogno di democrazia dura, purtroppo, pochi mesi: nell'autunno del 1993 i militari dell'esercito rimasto a maggioranza Tutsi compiono un colpo di stato ed il Presidente Ndadaye viene ucciso. Anche se il colpo di stato, di fatto, non cambia la composizione del Governo (Sylvie Kinigi resta in carica) la reazione degli Hutu è tremenda: centinaia di Tutsi vengono massacrati nelle campagne burundesi per rappresaglia. E la reazione dell'esercito è ancora peggiore: solo nell'ultimo decennio si calcola che la violenza intra-etnica abbia provocato 300.000 di morti. Gli sfollati nei Paesi vicini, soprattutto la Tanzania, sono centinaia di migliaia. Il Burundi nel 1993 aveva richiesto l'intervento di una forza di interposizione di pace dell'ONU, ma questo viene rifiutato dall'allora segretario Boutros Ghali. Ad aggravare la situazione interviene un altro fatto: nell'ennesino tentativo di placare gli odi nel gennaio 1994 era stato eletto Presidente Cyprien Ntaryamira, un altro Hutu, che però viene ucciso tre mesi dopo sull'aereo presidenziale ruandese insieme al suo omologo Juvenal Habyarimana, Presidente del Ruanda ed Hutu anch'egli. I due stavano per atterrare all'aeroporto di Kigali, capitale del Ruanda. L'attentato, condotto sembra da una fazione di Hutu ruandesi che poi hanno tentato di gettare la colpa sui Tutsi del Fronte Patriottico ruandese, accresce l'instabilità nell'intera regione, aggravando lo scontro in Burundi e provocando quel gigantesco massacro di Tutsi ed Hutu moderati, compiuto dagli Hutu, che viene perpetrato in Ruanda: quasi un milione di morti. A fine 1994 viene eletto Presidente un altro Hutu, Ntibantunganya, ma la situazione nel Paese rimane altamente instabile a causa delle centinaia di migliaia di profughi provenienti dal Ruanda che alimentano ulteriormente disperazione, odi e contrasti tra le etnie che si fronteggiano. la guerra civile continua, quindi, fino al 1996 quando, con un colpo di stato, sale al potere nuovamente Pierre Buyoya che nell'agosto '96 costituisce un Governo di unità nazionale nel tentativo di porre fine alla guerra civile, come al solito invano. Un primo spiraglio di pace si apre nell'agosto del 2000 con gli accordi di Arusha (città della Tanzania sede, tra l'altro, di un Tribunale penale internazionale) quando viene siglato un accordo di cessate il fuoco tra Governo e forze ribelli grazie alla prestigiosa mediazione del Presidente del Sudafrica Nelson Mandela. Due forze ribelli Hutu si rifiutano di firmare, però: sono le CNDD-FDD (Consiglio Nazionale per la Difesa della Democrazia - Forze per la Difesa della Democrazia) di Pierre Nkurunziza e le FNL (Forze di liberazione nazionale) di Agathon Rwasa, che restano ancora i principali antagonisti del Governo di coalizione nazionale. Ad Arusha si decide, oltre al cessate il fuoco, anche che il Paese sarebbe stato governato per i primi diciotto mesi dal Tutsi Pierre Buyoya a capo di un Governo di transizione misto e come vice Presidente Domitien Ndayizeye, Hutu appartenente al partito moderato FRODEBU. Alla fine dei 18 mesi sarà previsto un avvicendamento al potere con la nomina a Presidente proprio di Ndayizeye. La volontà di deporre le armi viene ribadita a dicembre 2002 con un'altro accordo al quale questa volta partecipano le CNDD-FDD, sempre ad Arusha, ma anche questa volta gli odi hanno la meglio sulla volontà di pace: continuano le razzie e gli scontri. Gli sfollati per quasi dieci anni di combattimenti sono quasi un milione: la Tanzania ne ospita circa 350.000, rifugiati nei campi dell'UNHCR, ma si stima che ve ne siano almeno altri 300.000 dispersi per il Paese. Almeno 280.000 vagano, invece, per il Burundi alla ricerca di cibo ed un riparo. A Buyoya succede, come previsto, la scorsa primavera l'attuale Presidente Ndayizeye, anch'egli alla guida di un Governo di unità nazionale che dovrebbe traghettare il Paese verso la concordia etnica e le libere elezioni. Al processo di pace messo in atto con le CNDD-FDD non hanno mai partecipato le FNL. Questi ribelli hanno sempre rifiutato ogni ipotesi di dialogo con il Governo, accusato di essere succube delle forze armate, guidate per ora dai Tutsi, secondo loro i veri detentori del potere in Burundi. Hanno chiesto, quindi, di poter condurre delle trattative direttamente con i generali Tutsi, cosa che è sempre stata loro rifiutata. Il 20 luglio 2003, dopo una sanguinosa settimana di assalto alla capitale Bujumbura condotta dalle FNL che ha provocato più di trecento morti, CNDD-FDD e Governo siglano l'ennesimo impegno per una tregua. Questo accordo ha scatenato le ire degli uomini di Rwasa che accusano le CNDD_FDD di essersi alleate con il Governo per eliminarli. A settembre sono scoppiati violenti scontri tra le due forze ribelli nella provincia di Bujumbura ed in quella settentrionale di Bubanza, scontri che continuano sporadicamente anche ora. Le trattative sono andate avanti: dopo altri incontri dall'esito negativo, l'8 ottobre 2003 è stato firmato un accordo definito "storico" tra Governo e CNDD-FDD, grazie alla la mediazione del Presidente del Sudafrica Thabo Mbeki e del Presidente del Parlamento sudafricano Jacob Zuma, mediatore-capo per il processo di pace in Burundi. Nell'accordo è stato deciso il futuro assetto che dovranno avere Governo e Parlamento, ma soprattutto la ripartizione del controllo sulle forze armate. Le FDD occuperanno il 40% dei posti-chiave dell'esercito ed il 35% delle forze di polizia. Sul piano politico le FDD hanno ottenuto quattro Ministeri e la vicepresidenza, nonchè 15 seggi in Parlamento. Per ora sembra, quindi, che una parte degli Hutu abbia raggiunto la tanto agognata pacificazione dopo dieci anni di guerra e trecentomila morti, sperando, appunto, che non sia solo l'ennesima firma su di un pezzo di carta. Rimane da affrontare il difficilissimo compito di coinvolgere anche le FNL nel processo di pace e cominciare la ricostruzione. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK > > > MESSAGGI PRECEDENTI |
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