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ABBIGLIAMENTO del GIORNO







ORA VORREI TANTO...

Essere a letto invece ke a lavoro...oppure a far festa!!!


KE FINISSERO LE GUERRE...TUTTE...

Che ognuno di noi trovasse il suo posto in questo mondo...

STO STUDIANDO...

Si dovrebbe imparare qualcosa ogni minuto della nostra vita...da ogni persona che incontriamo...da ogni situazione...da ogni lettura...purtroppo tanti non l’hanno ancora capito...




OGGI IL MIO UMORE E'...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) scoprire di appartenere,seppur alla lontana,alla famiglia berlusconi....oh my god....sudo freddo al solo pensiero.

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
2) fare in ogni momento ciò ke veramente ci si sente di fare senza pentirsene mai..


As much as I can, I do!!!!

Stop war - yankee go home!!!!

Fuck the system!!!!
Don’t want to be controlled!!!!
Born to be FREE!!!!
Questo l’unico divieto ke vige in questo blog...
Vorrei gridare al mondo il mio disprezzo ma so già ke il mondo non sentirebbe...allora lo tengo dentro di me...fa parte di me...e mi ricorda ogni giorno ke il mondo è diviso in due...




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venerdì 25 giugno 2004 - ore 09:15


Piazza news...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ieri ho conosciuto sicapunk...eh eh eh...

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giovedì 24 giugno 2004 - ore 18:09


guerre dimenticate (parte quinta)
(categoria: " Riflessioni ")


ACEH - Scheda conflitto

Aceh è una provincia autonoma dell'Indonesia, situata nell'estremità settentrionale dell'isola di Sumatra.

Questa provincia è teatro, nell'indifferenza generale, di una lunga guerra tra i ribelli del Movimento Aceh Libero (GAM) e l'esercito indonesiano.
Eppure è una guerra che dovrebbe destare maggiore interesse e preoccupazione.

La guerra, infatti, va avanti dal 1976, quasi ininterrottamente, il che la rende uno dei conflitti più lunghi attualmente in corso.


I morti, secondo le fonti più accreditate, sono almeno 12mila, ma altre fonti, soprattutto quelle vicine al GAM, parlano di 50mila, o addirittura 90mila morti.

Tutto ciò può avvenire anche in virtù del totale disinteresse della comunità internazionale alle vicende di Aceh, considerate quasi unanimemente, come affari interni della repubblica di Indonesia.
Basti pensare che l'unica speranza legata ad una soluzione negoziale del conflitto, era arrivata dalle trattative portate avanti per ben 2 anni dal Centro Henry Dunant per il Dialogo Umanitario. Non un governo, ma un'organizzazione non governativa collegata alla Croce Rossa Internazionale.

Le trattative erano culminate, nel dicembre del 2002, con la firma di un accordo di cessate il fuoco tra il governo e i separatisti e l'impegno ad intavolare trattative per raggiungere un trattato di pace vero e proprio.
La tregua però, è collassata dopo circa 5 mesi, il 19 maggio 2003, quando l'esercito indonesiano ha riaperto le ostilità e lanciato una ampia offensiva contro i ribelli del GAM.

L'andamento del conflitto, poi, è un altro elemento preoccupante. Il governo indonesiano, infatti, dopo la ripresa delle ostilità, il 19 maggio 2003 , ha instaurato la legge marziale in tutta la provincia e proibito l'accesso ai giornalisti ed agli operatori umanitari stranieri. Ufficialmente per motivi di sicurezza, in realtà, dicono molti osservatori, per non avere a che fare con testimoni scomodi che possano riferire all'esterno l'operato dei militari.

Un giornalista free-lance americano, però, William Nessen, è riuscito comunque a raggiungere la zona e ad aggregarsi ai ribelli del GAM, per circa un mese, fino a quando non è stato catturato dalle truppe indonesiane ed espulso dal Paese.
Il racconto di Nessen, confermato almeno in parte da altre fonti indipendenti, dà un quadro poco rassicurante della situazione dei diritti umani nella provincia. Il cibo viene razionato, poichè le autorità governative hanno paura che i civili possano dare una parte del proprio riso ai ribelli. Inoltre, per muoversi da un villaggio all'altro, anche per soli 2 o 3 chilomentri, si deve ottenere un permesso dal capo villaggio, che a sua volta deve comunicare all'esercito i nomi di tutti coloro che si spostano da un villaggio ad un altro.

Ma non è questo il peggio. Nessen racconta di come migliaia di abitanti siano stati letteralmente deportati in campi di raccolta. Al fine di svuotare le piccole comunità rurali che possono supportare la guerriglia. Inoltre, dozzine di villaggi sono stati accorpati, con lo scopo di poter controllare in maniera più efficace le attività degli abitanti del luogo.

Tra le cose più desolanti di questa guerra, però, insieme ai lutti, le sofferenze, i rapimenti, gli sfollati e gli abusi contro la popolazione civile, c'è una peculiarità o, per meglio dire, un vero proprio primato, molto poco invidiabile: l'incendio sistematico e indistinto di centinaia di scuole.
In poche settimane, tra maggio e giugno 2003, sono state dati alle fiamme quasi 500 edifici scolastici, sedi di scuole di ogni ordine e grado, sia istituti statali che islamici.

Nessuno riesce a capire l'utilità di un'azione così sconsiderata e la logica che ha portato a considerare degli edifici scolastici come 'obbiettivi militari'. Buio fitto pure sui responsabili. Il governo di Jakarta accusa i ribelli che a loro volta respingono le accuse al mittente. A pagare le conseguenze, alla fine, sono solo i 50mila bambini e ragazzi costretti a seguire le lezioni all'aperto, con tutti i disagi che ciò comporta.

I responsabili, come si è detto, non sono noti, ma si sa per certo che gli ufficiali del TNI, la sigla che indica le forze armate indonesiane, che dirigono le operazioni in Aceh, sono in buona parte gli stessi che operarono anche a Timor Est, rendendosi responsabili della spaventosa orgia di sangue e di violenza che si abbattè sugli abitanti del piccolo territorio nel 1999.

L’unica possibilità di raggiungere una pace duratura, a detta di molti, è l’indizione di un referendum di autodeterminazione da svolgersi sotto il controllo di osservatori internazionali. Strada che oggi come oggi appare più come una speranza che come una possibilità concreta

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giovedì 24 giugno 2004 - ore 17:08


guerre dimenticate (parte quarta)
(categoria: " Riflessioni ")


CECENIA: Scheda conflitto

Con l'indipendenza della Cecenia nel 1991 la Russia aveva perso il controllo su un'area di enorme importanza strategica, in quanto ricca di giacimenti petroliferi e di gas naturale e soprattutto attraversata da importanitissimi oleodotti e gasodotti. La sua riconquista, anche per non perdere un importante avamposto nell'Asia centrale (sempre più in mano a leadership mususlmane filoccidentali), era un imperativo per Mosca. Le sue truppe invasero la Cecnia nel 1994, ma la resistenza delle milizie guidate da Basayef non venne piegata. Nel 1996 i russi presero atto della sconfitta, costata loro migliaia di vittime, e si ritirarono. 100mila i morti ceceni.
Il nuovo premier russo Putin, voglioso di rivincita, reinvade la Cecenia nell'ottobre del 1999. Il pretesto è che i ceceni appoggiano gli indipendentisti islamici in Dagestan, altra repubblica strategica ancora sotto il controllo di Mosca. Gli attacchi russi sono questa volta violentissimi. La capitale Grozny viene bombardata fino alla distruzione. L'aviazione russa utilizza anche armi chimiche e le truppe di terra commettono atroci violenze contro la popolazione civile. I ribelli ceceni resistono nella parte meridionale del Paese, dove ora si concentrano le operazioni belliche delle forze armate russe.

La politica del terrore

I russi in Cecenia conducono una comprovata politica dell'orrore e la situazione si fa ogni giorno più tragica.

Nella repubblica cecena, l'esercito russo prosegue le azioni di repressione nei confronti dei separatisti da due anni. I militari dichiarano di avere il controllo di quasi tutta la regione, ma le sacche di resistenza dei ribelli continuano quotidianamente a contrastare le forze federali e gli scontri sono volutamente sigillati per non alimentare l'opposizione dell'opinione pubblica. Tre anni dopo il ritiro dalla regione, il Cremlino ha lanciato la seconda campagna in Cecenia conseguente alla guerra con i separatisti del 1994-96.

Sono migliaia le persone scomparse in questo conflitto e la difficoltà degli operatori umanitari e delle ONG ad operare in Caucaso è notevole. Ci sono prove che fanno pensare all'utilizzo di armi chimiche e ci sono oltre settemila mutilati da mina in luoghi dove non esistono strutture ed infrastrutture per interventi di emergenza.

In questa situazione di anarchia vivono migliaia di feriti che aspettano solo di morire. Gli sfollati incontrano i mitra spianati dell'esercito quando tentano di valicare le frontiere per mettersi al riparo lontano dai campi di battaglia. In questa drammatica situazione è lodevole l'impegno profuso dall'organizzazione Human Rights Watch che a metà aprile riferiva gravi e documentate violazioni di diritti umani nella repubblica ribelle: la detenzione arbitraria di migliaia di uomini, la tortura di dozzine di persone, in alcuni casi poi giustiziate senza processo e la scomparsa di 87 persone, nella sola Grozny, dall'inizio dell'anno.

Le forze militari russe detengono, torturano e uccidono i civili ceceni, con lo scopo ultimo di terrorizzare e sottomettere questo popolo che ha già conosciuto un calvario: 150 mila vittime dall'ultima offensiva del 1999, quando nel paese abitavano ancora circa 400 mila ceceni, molti dei quali sono stati costretti all'esilio nelle repubbliche vicine. I militari russi, per rispondere alle ostilità dei ribelli ceceni, spesso invadono un villaggio e catturano i civili e, dal luglio 2001, hanno condotto dozzine di queste operazioni in tutta la Cecenia. Molti di questi detenuti, rilasciati dietro il pagamento di un riscatto da parte dei familiari, hanno dichiarato di essere stati ripetutamente torturati, altri invece scompaiono o vengono trovati morti e, secondo Human Rights Watch, la situazione si sta velocemente deteriorando.

Durante gli ultimi 10 mesi, le persone sono 'scomparse' al ritmo di una a settimana. Solo nel dicembre 2001 sono stati registrati più di 20 "desaparecidos". La mancanza di legge in Cecenia è il risultato del fallimento delle autorità russe nel punire i colpevoli. Le violazioni commesse durante alcune operazioni militari non sono neanche sotto investigazione.

È sconcertante che la Commissione dell'Onu per i diritti umani, perfettamente a conoscenza di questi fatti, continui a rifiutarsi di denunciare questa tragedia permanente, basando la propria condotta sul principio che la sovranità degli Stati non si tocca. Dopo l'11 Settembre, con l'adesione alla coalizione internazionale contro il terrorismo, la Russia ha ottenuto il silenzio dei governi occidentali in Cecenia. A causa di ciò i civili ceceni hanno perso ogni fiducia in Mosca, facendo fallire il processo di pace. Senza l'impegno e la pressione della comunità internazionale, la Russia potrà continuare a fare false promesse.

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giovedì 24 giugno 2004 - ore 13:00


Raver spirit
(categoria: " Riflessioni ")


Non dimenticare mai che il party è il tuo ‘dreamspace’ (spazio di sogno) – non è reale, la realtà è quel sorriso che dai ad uno sconosciuto soltanto perché per qualche strano inconscio motivo gli piace, oppure scendi da casa per lavoro e trovi che il tuo pullman è partito in anticipo o tutti quei eventi che sembrano insignificante ma invece fanno parte della ‘quotidianità. Quello è la realtà… ma a cosa serve il party allora. Uno sfogo, beh certo. Un luogo di incontro, indubbiamente. Ma per prima cosa è il tuo dreamspace… un spazio/tempo per visionare la tua vita, per progettarla e designarla come la vorresti tu. Prima che può diventare una realtà deve essere concepito… ed è così, tramite le nostre feste, che possiamo dare via a come vorremo che siano le nostre vite.

namastè

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giovedì 24 giugno 2004 - ore 12:06


guerre dimenticate (parte terza)
(categoria: " Riflessioni ")


UGANDA: Scheda conflitto

Dalla fine degli anni '80 la parte settentrionale del Paese è teatro di violenti conflitti armati tra forze governative e tre diversi gruppi di ribelli alleati fra loro: l'Esercito di Resistenza del Signore (LRA), che vuole instaurare un regime basato sui dieci comandamenti cristiani, il Fronte della Sponda Occidentale del Nilo (WNBF) e le Forze Democratiche Alleate (ADF).

Tutti e tre i movimenti sono appoggiati dal governo del Sudan in una sorta di guerra interstatuale per procura (vedi Sudan). I gruppi ribelli, soprattutto l'LRA, fanno combattere bambini da essi rapiti: almeno 10mila. La pratica della mutilazione dei nemici è usata da tutti e tre i movimenti.

Dall'inizio del conflitto si contano 10mila morti e 400mila profughi.

Chi è Joseph Kony?

La LRA è stata fondata dall'oggi quarantenne Joseph Kony di etnia Acholi, regione nel nord dell'Uganda ai confini con il Sudan, alla fine degli anni '80. Egli dichiara di essere il successore di una sua zia, Alice Lakwena pretessa vudù di grande carisma ("lakwena" significa messaggero in Acholi) che aveva condotto gli Acholi in guerra contro la giunta militare del Presidente Museveni (in carica ininterrottamente alla guida del Paese dal 1987) durante le rivolte tribali avvenute tra il 1987 ed il 1988.

L'"Armata del santo Spirito" così era chiamato l'esercito composto da guerrieri Acholi che arrivarono fino a Kampala, la capitale, armati di lance e pietre. Morirono a migliaia sotto il fuoco dell'artiglieria dei militari.
Joseph Kony radunò i resti della Armata e con essi fondò l'Armata di resistenza del Signore con l'obbiettivo di vendicare i torti e le atrocità subite dagli Acholi da parte dell'esercito. L'armata iniziò le proprie operazioni di guerriglia nel 1989.

Ma ben presto da oppressi gli Olum ("erba", così sono chiamati in lingua Acholi i guerriglieri della LRA) si trasformarono in oppressori iniziando ad uccidere e depredare la popolazione ed a rapirne i bambini per addestrarli come piccoli soldati. Consuetudine già praticata dall'Armata del santo spirito di zia Lakwena. L'UNICEF calcola che siano più di ventimila i bambini rapiti dalla fine degli anni '80 ad oggi.

Gli obbiettivi dichiarati della LRA sono quelli di instaurare in Uganda un regime basato sull'applicazione letterale dei dieci comandamenti biblici. Kony stesso afferma di essere un profeta e di essere posseduto da uno spirito-guida divino. I bambini rapiti vengono indottrinati alle visioni di Kony: egli crede nell'avvento di un giorno in cui tutte le armi da fuoco del mondo smetterano di funzionare (il giorno del "mondo silenzioso" ) e solo coloro in grado di usare le armi bianche potranno sconfiggere i nemici e prendere il potere.

La religione di Kony, un misto di concetti cristiani, animismo e magia africani, ha recentemente aggiunto un undicesimo comandamento ai dieci della Bibbia: "non dovrai mai guidare una bicicletta"; i soldati della LRA puniscono i contadini trovati a bordo di un biciclo mutilando loro le natiche con il machete. In un crescendo di follia, recentemente è stata lanciata una campagna contro i proprietari di polli bianchi e i maiali che vengono uccisi in tutto l'Acholi, quando scoperti. I motivi? Questi sono i comandamenti che Kony riceve dal suo spirito e dagli angeli, che consigliano anche i metodi di addestramento e guidano i ribelli in battaglia.

I metodi di addestramento sono brutali: i bambini, spesso drogati, sono costretti a mutilare ed uccidere con il machete, per non incorrere i punizioni gravissime o addirittura essere uccisi a loro volta. In battaglia portano una pietra in tasca che dovrebbe, in caso di pericolo, innalzare una montagna di fronte a loro come protezione dal nemico ed una bottiglia d'acqua con un bastoncino che, versata, dovrebbe creare un fiume che disperda le pallottole degli avversari. Mai ritirarsi di fronte alla battaglia dice la dottrina di Kony che, comunque, rimane ben al riparo nelle retrovie a compiere le sue divinazioni.

Le principali basi della LRA sono nel sud del Sudan che per anni ha fornito ai ribelli armi e supporto logistico, nonostante il differente credo religioso: il Sudan è governato dai musulmani. Le motivazioni risiedono nei contrasti tra Sudan e Uganda, che a sua volta ha sempre finanziato i ribelli dello SPLA (Sudan People's Liberation Army) che da vent'anni lotta per il potere nel sud del Sudan. Da gennaio 2002 la guerra per procura sembra essere finita, dopo la stipula di un accordo tra i due paesi e l'impegno reciproco a non finanziare più i gruppi ribelli.

E' una guerra che dopo quindici il Governo ugandese non è riuscito a vincere. E' una lotta contro la povertà, l'emarginazione e la superstizione che forse, più che con le armi, dovrebbe essere combattuta avviando seri programmi di sviluppo sociale e culturale in Acholi e nel nord dell'Uganda.

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giovedì 24 giugno 2004 - ore 09:32


guerre dimenticate (parte seconda)
(categoria: " Riflessioni ")


R.D. CONGO: Scheda conflitto

Nel 1997 l'Alleanza delle Forze Democratiche per la Liberazione (ADFL) guidata da Kabila ha conquistato Kinshasa e rovesciato la trentennale dittatura di Mobutu. Ma nel 1998, ribelli Tutsi, organizzati in gruppi armati come il Raggruppamento Congolese per la Democrazia (RCD), fiancheggiato dai soldati ruandesi, e il Movimento di Liberazione del Congo (MLC), appoggiato invece dalle forze armate ugandesi, hanno iniziato una dura lotta contro le fazioni fedeli al presidente Kabila, spalleggiato a sua volta dagli eserciti di Angola, Namibia e Zimbabwe.

Una "Guerra Mondiale Africana", come è stata definita, che vede combattersi sul territorio congolese gli eserciti regolari di ben sei Paesi per una ragione molto semplice: il controllo dei ricchi giacimenti di diamanti, oro e coltan del Congo orientale
Il Congo si è così ritrovato diviso in una parte orientale controllata dai ribelli e una occidentale ancora in mano alle truppe di Kabila.
Almeno 350mila le vittime dirette di questo conflitto, 2 milioni e mezzo contando anche i morti per carestie e malattie causate dal conflitto.

Il processo di pace è stato avviato nel luglio del 1999 con la firma dell'accordo internazionale di Lusaka, ma sul campo i combattimenti non sono mai cessati. nemmeno dopo che le nazioni coinvolte nel conflitto hanno iniziato a ritirare i propri eserciti regolari nel febbraio 2001 e i caschi blu del contingente MONUC (Missione ONU in Congo) sono arrivati per sorvegliare la tregua.

A combattersi ora sono, da una parte, una mutevole schiera di gruppi ribelli tutsi appoggiati dagli eserciti di Ruanda e Uganda (MLC e RCD), e dall'altra le milizie tribali che prima combattevano in appoggio alle truppe governative congolesi, guerrieri come i Mai Mai, i Donos e i Kamajors (federati nelle FDD: Forze per la Difesa della Democrazia) e i miliziani hutu Interahamwe ruandesi, rifugiatisi nelle foreste del Congo orientale nel 1994 dopo aver compiuto il tremendo genocidio di oltre mezzo milione (forse 800mila) di tutsi ruandesi..

Cambiamenti di fronte e di alleanze sono la costante: star dietro al continuo nascere e morire di nuove sigle di gruppi combattenti è davvero un'impresa.
Soprattutto dalla parte dei ribelli tutsi filo-ruandesi/ugandesi, che ultimamente si combattono anche tra di loro. La contrapposizione più forte è ora tra l'MLC (Movimento di Liberazione del Congo) di Jean Pierre Bemba e l'RCD-K (Raggruppamento Congolese per la Democrazia-Kisangani) di Mbusa Nyamwisi, precedentemente alleati nell'FLC (Fronte di Liberazione del Congo). Alleato di Jean Pierre Bemba è attualmente Roger Lumbala e il suo RCD-N (Raggruppamento Congolese per la Democrazia-Nazionale).

Sterttamente collegato alla ribellione congolese è il conflitto etnico tra gli Hema e i Lendu, che si combattono (con migliaia i vittime) dal giugno del 1999 nella regione dell'Ituri, nel nord-est del Paese, territorio affidato al controllo dell'esercito ugandese. Il Congo accusa quest'ultimo di fomentare tali scontri etnici al fine di giustificare la propria permanenza nella regione e di continuare a sfruttare l'economia locale acquistando concessioni per l'estrazione dell'oro e per la raccolta del legno pregiato.

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mercoledì 23 giugno 2004 - ore 17:53



(categoria: " Vita Quotidiana ")


...Disonora lo stato e brucia la bandiera....



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mercoledì 23 giugno 2004 - ore 13:27


guerre dimenticate (parte prima)
(categoria: " Vita Quotidiana ")


PAPUASIA OCCIDENTALE: Scheda conflitto

La parte occidentale della grande isola della Nuova Guinea è stata annessa all'Indonesia nel 1969. Subito la popolazione indigena locale ha organizzato una resistenza armtata (di archi e frecce): il Movimento Papuasia Libera (OPM). Dal 1977 le truppe speciali dell'esercito di Giacarta, con il sostegno finanziario della compagnia mineraria Usa "Freeport McMoRan" (che lì estrate oro, argento e rame) hanno cominciato a massacrare i ribelli separatisti. Negli anni '80 il governo indonesiano ha iniziaito un programma di ripopolamento etnico, condotto in un'ottica di vera e propria pulizia etnica.

L'OPM risponde ormai solo con il sequestro politico di cittadini stranieri, soprattutto americani impiegati nella compagnia mineraria. Centinaia i morti di questa "guerra a bassa intensità" negli utlimi tre anni.

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mercoledì 23 giugno 2004 - ore 13:25


Come giustamente dice Ozzy dopo aver asserito le motivazioni ke spingono alla guerriglia le FARC-EP porto anke la storia del conflitto da un punto di vista neutrale...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Colombia, guerra infinita

8 Giugno 2002

Il 26 maggio i colombiani hanno eletto un nuovo presidente per dare una speranza a una democrazia sotto attacco, impoverita da una guerra civile che a ritmo alterno va avanti ormai da 38 anni

Dopo tre anni di negoziati, il 20 febbraio, il presidente colombiano Andrea Pastrana ha interrotto senza preavviso il processo di pace con le Farc, Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia. Il fallimento degli accordi di pace è stato in gran parte causato dalla cattiva impostazione iniziale del dialogo tra le parti in conflitto. Ben due anni se ne sono andati per parlare della zona smilitarizzata da assegnare ai guerriglieri, che poco aveva a che fare con il processo di pace. In questo modo si è perso tempo prezioso in questioni formali e la fiducia della gente è venuta meno.

La dichiarazione di guerra alle Farc ha soltanto reso ufficiale un conflitto che da decenni non si è mai interrotto: nel paese si susseguono sequestri, attacchi armati, esecuzioni, e l'angoscia è diventata la compagna costante dei colombiani. Subito dopo l'improvvisa interruzione del processo di pace lo scontro aperto tra Stato e Farc è degenerato nella violenza: il 21 febbraio l'aviazione colombiana ha bombardato l'area denominata "zona di distensione" sotto controllo delle Farc; in quest'occasione gli obiettivi da colpire sono stati localizzati, con l'appoggio del Pentagono, da Washington. Il 23 febbraio la guerriglia ha rapito Ingrid Betancourt, candidata dei Verdi alle elezioni presidenziali, per barattare la sua liberazione con rilascio di alcuni ribelli prigionieri. La leader dei Verdi, va ad aggiungersi ai circa 800 ostaggi ancora nelle mani delle Farc. Pochi giorni dopo è stata trovata morta la senatrice Martha Catalina Daniels, torturata e uccisa mentre tentava di negoziare la liberazione dei due sequestrati. Il 17 marzo, ancora un altro omicidio eccellente: due sicari in moto colpiscono a morte, Monsignor Isaias Duarte Cancino, arcivescovo di Càli, da sempre schierato contro i loschi affari che fanno da contorno ai protagonisti della guerra civile, primo tra tutti il coinvolgimento nelle attività dei narcotrafficanti, con i quali, sia l'esercito che la guerriglia hanno connivenze.

E' risaputo che sui fiumi dell'Amazzonia scivolano barconi carichi di cemento e benzina, destinati ai laboratori di trasformazione della coca nascosti nella selva, eppure riescono a passare i controlli militari indenni: è sufficiente pagare. In questo modo i militari rimediano le loro tangenti anche sulla cocaina. Il giro di pesos è così vorticoso e tentatore da dar le vertigini anche a ufficiali senza macchia. I comandi delle piazzaforti calde sono sostituiti a ogni cambio di stagione; la miglior cosa è fissare un tetto: tre, quattro mesi sono più che sufficienti per accumulare fortune. Dalla parte della guerriglia, le Farc e l'Eln (i ribelli guevaristi dell'Esercito di liberazione nazionale), si dividono il campo. Assieme, il loro insediamento ricopre fedelmente la mappa delle piantagioni di coca. In questa allarmante situazione, lo scorso 2 maggio nella chiesa di Bojayà è stato perpetrato il peggior massacro della nuova fase di guerra civile: il lancio all'interno della chiesa di un cilindro imbottito con esplosivo ad alto potenziale che ha provocato una strage. Il bilancio ufficiale parla di 104 morti, di cui almeno 37 sono bambini, ma altre 40 persone, per la maggior parte guerriglieri, sarebbero state sepolte anonimamente nelle foreste che circondano il paese. Nella chiesa avevano trovato rifugio oltre 100 civili, mentre erano in corso furiosi combattimenti tra le formazioni paramilitari di destra dell'Auc (Autodefensas unidas de Colombia) e le Farc. I militari hanno attribuito l'attentato alle Farc, perché compiuto in linea con la loro strategia di "distruzione totale" con l'intento di esasperare l'oligarchia al potere. Nell'attesa di conoscere le vere responsabilità è opportuno riscontrare che quest'ultimo grave episodio rappresenta la diretta conseguenza di uno scontro accelerato dalla rottura delle trattative tra guerriglia e governo centrale e ad aumentare la tensione giunge da Londra una notizia che se trovasse conferma comproverebbe i legami internazionali dei guerriglieri colombiani: secondo il quotidiano britannico The Daily Telegraph uno dei leader dell'Ira Padraig Wilson, molto vicino a Gerry Adams, si è recato in Colombia, con un passaporto falso, per incontrare terroristi addestrati dal movimento indipendentista irlandese in cambio di soldi provenienti dal narcotraffico.

In questo clima incandescente, il 26 maggio i colombiani chiamati alle urne hanno eletto al primo turno il nuovo presidente, il candidato antiguerriglia Alvaro Uribe Vélez, 49 anni, liberale, ex governatore della provincia di Antiochia, la roccaforte industriale del paese. Le principali proposte di Uribe, che ha avuto il padre assassinato dalle Farc, comprendono l'intervento militare dall'esterno (per esempio dei caschi blu dell'Onu), l'annullamento del servizio militare obbligatorio e la distribuzione a un milione di colombiani di strumenti di comunicazione collegati alle reti delle forze armate per la trasmissione di informazioni relative alla sicurezza. La maggioranza della popolazione civile, esasperata dalle barbarie di una guerra che dura da quasi cinquanta anni, condivide queste soluzioni con la speranza di porre fine una volta per tutte al conflitto. A loro volta i detrattori accomunano Uribe ai paramilitari delle Auc, che si distinguono nel conflitto per la ferocia: secondo il rapporto di Human Right Watch nel 2001 i paramilitari hanno compiuto oltre mille omicidi, un numero cinque volte maggiore di quello degli assassinii attribuiti alle Farc, e inoltre si sono resi responsabili del 50 per cento degli attentati ad esponenti politici. Ma gli effetti di tutto ciò non si limitano soltanto al campo umanitario, nel Paese latino-americano anche la situazione finanziaria è in piena emergenza.

L'economia colombiana dissestata dalla guerra infinita è al collasso: fino a venti anni fa 39 persone su cento guadagnavano meno di due dollari al giorno, nel 1999 erano 49 e oggi secondo la Banca mondiale, sono 64. Di questi 27 milioni di poveri, uno su tre non ha entrate sufficienti per coprire il fabbisogno calorico per la sopravvivenza.

Un paese in stato d'assedio

Gli attacchi della guerriglia avvenuti lo scorso 7 agosto durante l'insediamento alla presidenza della Colombia del duro Alvaro Uribe Velez, che provocarono 21 morti e più di una sessantina di feriti nel centro di Bogotà, hanno precipitato l'intero paese nell'emergenza nazionale. Infatti, dopo le bombe delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), esplose vicino al palazzo presidenziale mentre il neopresidente pronunciava la formula del giuramento di fedeltà alla Repubblica, e dopo ripetuti scontri in cui hanno perso la vita più di cento persone, il nuovo governo ha decretato, alla mezzanotte di domenica 11 agosto, lo stato di commociòn interior per 90 giorni, una sorta di stato di emergenza, annunciando, contemporaneamente, la formazione di una rete di informatori civili dell'esercito.

La misura d'emergenza sarà in vigore per 90 giorni, al termine dei quali l'esecutivo potrà prorogarla per altri due periodi della stessa durata, con l'accordo del Congresso. Secondo la Costituzione, mentre il provvedimento è in vigore, il governo non potrà censurare la stampa, né sciogliere il Congresso o un altro organo pubblico e neanche processare i civili nei tribunali militari.

In pochi giorni si è registrata una consistente crescita delle forze armate voluta dal ministro della Difesa Marta Lucia Ramirez, che conta di procedere all'addestramento di circa diecimila soldati e poliziotti da utilizzare in fase di copertura e di creare due brigate mobili dell'esercito, ognuna di tremila soldati, oltre ad aumentare di centomila unità il numero degli ausiliari della polizia. Il tutto sarà finanziato da una tassa di guerra, la cosiddetta "imposta sul reddito", prevista dalla Costituzione del 1991, in caso di commociòn interior, che già è stata applicata e con la quale il governo valuta di raccogliere 800 milioni di dollari. L'"imposta sul reddito", che diventerà effettiva da ottobre, ammonterà all'1,2 per cento e riguarderà tutti coloro che hanno un reddito superiore a sessantamila dollari.

Il "duro" Uribe, in ultima misura, ha convocato un Consiglio nazionale per la sicurezza in cui "saranno esaminati eventuali decreti per affrontare il terrorismo nel Paese" e ha invocato l'eventuale ricorso alla legge, prevista dall'articolo 213 della costituzione colombiana, la quale autorizza il capo dello Stato a sospendere le leggi incompatibili con "lo stato d'emergenza in caso di alterazione dell'ordine pubblico suscettibile di minacciare direttamente la stabilità istituzionale e la sicurezza dello Stato". Ad aggravare il clima di repressione che si è diffuso in tutto il paese c'è il recentissimo progetto di distribuire armi alla popolazione per l'autodifesa, al fine di creare le "ronde contadine".

Il neopresidente, che aveva promesso in campagna elettorale una lotta dura contro gli estremisti di sinistra, subito dopo gli attentati ha cercato anche di riabilitare le forze paramilitari di destra che da anni si oppongono ai guerriglieri delle Farc e per realizzare il suo intento ha presentato al parlamento un referendum per proporre una rappresentanza politica della guerriglia nel Congresso. Il suo progetto concedeva al governo la facoltà di creare circoscrizioni speciali di pace o nominare direttamente un numero di parlamentari incaricati di rappresentare i gruppi coinvolti nei negoziati, ma alla fine tutto si è rivelato vano e perfino la Chiesa, che si era offerta come mediatrice proprio per avviare il dialogo del governo con i gruppi paramilitari di estrema destra, sembra aver fallito la propria missione.

Il giorno prima della messa del paese in stato d'assedio le Farc erano state inserite nella lista nera delle Organizzazioni terroristiche straniere (Fto), redatta dall’Ufficio Antiterrorismo del Dipartimento di Stato americano, che dall’1° ottobre 1997, identifica i gruppi terroristici stranieri ritenuti più pericolosi, sulla decisione potrebbe aver influito il sospetto degli inquirenti colombiani che dietro questi "spettacolari" attacchi ci sarebbe l'Ira. Tale ipotesi si basa sugli arresti di tre presunti militanti dell'Esercito Repubblicano Irlandese, effettuati l'anno scorso nel Paese sudamericano. Si pensa che i tre adempissero una sorta di "accordo di cooperazione" con le Farc, un legame sui cui le autorità stanno indagando da molto tempo.

Le ultime notizie di uccisioni e rastrellamenti di guerriglieri che arrivano da Bogotà, sono la conferma del fatto che in un paese dell'America Latina è tornata la "sinistra" sospensione delle garanzie costituzionali che giustificò diversi abusi nei decenni passati. Ma nonostante il ricorso "al pugno di ferro" la crisi diventa sempre più grave e la sua risoluzione sempre più remota. La nuova tragica escalation dello scontro getta un'altra ombra sul poco luminoso avvenire dei colombiani, poiché ora incombe il pericolo dell'internazionalizzazione del conflitto, che potrebbe portare il paese alla rovina totale.

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mercoledì 23 giugno 2004 - ore 11:19


EZLN esercito zapatista di liberazione nazionale...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


LA NUOVA STRATEGIA DELL'EZLN
Fu quindi necessario cercare un'altra strada, una quinta soluzione. Benché l'EZLN impiegò altri anni per chiarirla pubblicamente, diede inizio a questo processo fin dal dicembre del 1994 quando informò della creazione dei Municipi Autonomi Ribelli Zapatisti.

La nuova strategia, la via dei fatti
Per l'EZLN la classe politica messicana (partiti politici e i poteri Esecutivo, Legislativo e Giudiziale) aveva tradito "la speranza di milioni di messicani e migliaia di persone di altri paesi" negando l'applicazione degli Accordi di San Andrés. Quindi, "L'EZLN ha deciso di sospendere totalmente qualsiasi contatto con il governo federale messicano ed i partiti politici".
Con questo è evidente che per gli indigeni il dialogo, i negoziati o la partecipazione politica elettorale non saranno i meccanismi per riuscire ad accedere ai diritti umani e, in particolare, ai diritti dei popoli indigeni, ma che "hanno ratificato di fare della resistenza la loro principale forma di lotta".

D'altro canto, l'EZLN ha concordato che "nei territori ribelli saranno applicati" per le vie di fatto gli Accordi di San Andrés. Sottolineano così due assi centrali nella loro strategia: Resistenza e Ribellione.

"L'unica strada che ci hanno lasciato è quella di organizzarci con resistenza e ribellione", ha affermato il Comandante Tacho. Per il Comandante David "Con la nostra lotta, resistenza e ribellione desideriamo dare un piccolo contributo alla lotta più grande contro il neoliberismo e la globalizzazione della morte che minaccia tutta l'umanità".
Dunque si apre un'altra strada per I popoli indigeni: la via dei fatti.

Mentre in Perù, Guatemala o Equador assistiamo alle grandi lotte e mobilitazioni indigene per accedere al potere politico attraverso le istituzioni di governo, le elezioni, le cosiddette "coalizioni" o l'incidenza nelle politiche pubbliche, altri hanno scelto di rafforzare la loro ultima trincea, di rivolgersi in basso, ai piedi, alla terra come base fondamentale dell'autonomia per germinare dal basso un nuovo cammino. Per l'EZLN la strategia si concentra "nell'esercitare il nostro diritto nella pratica, quale giusta strada che devono percorrere i popoli indigeni del Messico".

Dal locale al globale, dal globale al locale
Senza dimenticare le lotte sociali in ambito nazionale, continentale o mondiale e solidarizzando con queste, l'EZLN lotta localmente pensando globalmente. Se la globalizzazione deve passare per la localizzazione, gli zapatisti hanno deciso di rafforzare il locale di fronte agli attacchi della politica neoliberista. Contemporaneamente, pensando localmente, lottano anche globalmente.

La convocazione lanciata nel 1996 all'Incontro Intercontinentale Per l'Umanità e Contro il Neoliberismo ne è stata la dimostrazione, come la loro presenza nelle mobilitazioni contro la V Riunione Ministeriale dell'organizzazione Mondiale del Commercio di Cancun in Messico.

Rompendo il silenzio, l'EZLN ha definito la sua posizione di fronte ai problemi ed alle sfide presentate dalla globalizzazione, collegando il mondo indigeno ai problemi ed alle lotte mondiali. Gli zapatisti hanno fatto riferimento all'aggressione contro il popolo dell'Iraq, alla sovranità del popolo del Venezuela, alla lotta internazionale contro la guerra e alla resistenza alle politiche di dominio contro i popoli del mondo. Hanno definito questo processo come "l'umiliazione mondiale dei popoli poveri della terra". "La nuova globalizzazione sta applicando la nuova Santa Inquisizione", hanno affermato i comandanti, aggiungendo: "I popoli poveri stanno pagando i propri peccati con armi sofisticate, fabbricate apposta per colpire quelli che si ribellano contro i progetti della globalizzazione".

L'EZLN si è anche riferito ai trattati di libero commercio, all'OMC e all'Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA) come "implementi ed elementi per l'estinzione del patrimonio di ogni singolo paese, della sovranità e della cultura".
Questi elementi abbozzati nella loro analisi saranno decisivi per la comprensione piena della loro strategia che analizzeremo più avanti.

Gli zapatisti hanno fatto riferimento anche alla situazione di Cuba: "Nei Caraibi esiste un popolo che è nel mirino della voglia di conquista mondiale, il popolo di Cuba. A questo popolo vanno la nostra ammirazione ed il nostro rispetto. Piccoli come siamo non possiamo fare nulla. Ma sappiamo bene che i progetti di attaccare l'isola non sono bugie, come non lo è neppure la decisione di questo popolo di resistere e difendersi dalle invasioni straniere".

Riguardo al popolo degli Stati Uniti l'EZLN ha dichiarato "che si è sollevato dalle macerie delle Torri Gemelle per opporsi ad una guerra intrapresa per interessi economici nascosti dietro il dolore ed il coraggio provocati dagli attentati dell'11 settembre del 2001". Qui ha inserito la sua solidarietà con i messicani migranti "che soffrono e lavorano in terra straniera perché il saccheggio neoliberista li ha cacciati dalle loro terre".
L'EZLN ha salutato la mobilitazione di Larzac, in Francia: "Lì ci sono fratelli contadini francesi che lottano contro la globalizzazione della fame, le coltivazioni transgeniche e la guerra del potere. Non sappiamo se in questo momento ci stanno ascoltando, ma sono sicuro che anche se molto lontani, sentiranno l'abbraccio che noi, i più piccoli, gli zapatisti, gli mandiamo".
Hanno mandato un saluto anche in Italia, "dove governa il male ma in basso la dignità ribelle parla in italiano e pensa nella cultura". Hanno citato l'appoggio ricevuto dall'Argentina: "Rispondiamo con l'umile vento che siamo e che il nostro abbraccio avvolga l'America Latina intera".

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