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2) Dimenticare
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1) Sentire che per qualcuno tu conti davvero
2) svegliarsi accanto alla persona che si ama
3) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...


"Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a coloro che sognano di notte soltanto." Edgar Allan Poe

"Non sono niente. / Non sarò mai niente. / Non posso volere d’essere niente. / A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo..."
Alvaro de Campos (Tabacaria)

"Un mattino, ci si sveglia. E’ il momento di ritirarsi dal mondo, per meglio sbalordirsene. Un mattino, si prende il tempo per guardarsi vivere" da Neve di M. Fermine

"Ci sono due specie di persone. Ci sono quelli che vivono, giocano e muoiono. E ci sono quelli che si tengono in equilibrio sul crinale della vita." da Neve di M. Fermine

"Mi sembrava che l’anima viva dei colori emettesse un richiamo musicale, quando l’inflessibile volontà del pennello strappava loro una parte di vita." W. Kandinsky

"Do asilo dentro di me come a un nemico che temo d’offendere, un cuore eccessivamente spontaneo che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale, che accompagna col piede la melodia delle canzoni che il mio pensiero canta, tristi canzoni, come le strade strette quando piove." F. Pessoa da Poesie inedite




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giovedì 21 settembre 2006 - ore 14:48


carramba che sorpresa!
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Oggi la celeste ha conosciuto la sua bisnonna... la AMI 8... perfettamente conservata dal lontano 1973 è apparsa a pontevigodarzere con tanto di siura d’epoca alla guida... spettacolare!

ecco alcune foto di repertorio prese dal web





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giovedì 21 settembre 2006 - ore 09:02


Come zattere sopravvissute al naufragio
(categoria: " Vita Quotidiana ")


5. Passato
Se poi c’è una cosa che fa imbestialire la civiltà, è il tipo di rapporto che i barbari intrattengono con il passato. Non tanto con la storia passata: con la cultura del passato. E quella è una faccenda interessante.

In genere, la civiltà si regola ancora con i precetti di monsieur Bertin: la cultura del passato rappresenta il luogo delle nostre radici e quindi è, per antonomasia, il luogo del senso. Che so: Dante, la cattedrale di Reims, le sinfonie di Haydn. Per accedervi bisogna fare una grande fatica, risalire la corrente del tempo e diventare padroni delle lingue in cui, lì, il senso è pronunciato: il minatore diventa archeologo e traduttore, e, con una cura infinita, scava per recuperare il reperto antico, stando molto attento a non spaccarlo. Poi lo pulisce, quando è necessario rimette insieme i pezzi, lo studia, e lo mette in un museo. E’ il genere di trafila per cui monsieur Bertin andava matto. Oggi è il protocollo ufficiale del nostro rapporto con il passato. Legioni di sacerdoti e vigilantes intellettuali si danno la pena, ogni giorno, di tramandarlo. Somme sorprendenti di denaro pubblico sono spese, senza fare una piega, per assicurarsi che la gente lo rispetti. Lo riassumerei così: il passato è uno dei luoghi privilegiati del senso: bisogna capire che non è mai finito, e rivive in ogni gesto che sa suscitarlo dall’oblio. Saperlo suscitare dall’oblio è una faccenda di fatica, rigore, studio e intelligenza. Voilà.

L’idea dei barbari, al proposito, è radicalmente opposta. La riassumerei così: il passato, come dice la parola stessa, è passato. Fine della discussione.

E, fin qui, c’è da mettersi le mani nei capelli. Ma proviamo ad andare avanti.

A ben vedere, il passato è tutt’altro che assente dall’immaginario collettivo dei barbari. Diciamo che è presente, e molto, ma in una forma particolare. Il passato sta nella mente dei barbari come le cose vecchie o antiche stanno nei fumetti e nei film di fantascienza. Come un monocolo sul volto di un alieno che sta per invadere la terra. Come un arco gotico nel palazzo del re dei cattivi. Come l’impugnatura di legno della pistola disintegrante. Sì, dice, va bene, ma cosa significa, esattamente? Provo a spiegarlo. Per i barbari il passato è una discarca di rovine: loro vanno, guardano, prendono quel che gli è utile e lo usano per costruirsi le loro case. Sono come quelli che tiravano su basiliche cristiane usando le macerie di un tempio pagano andato in rovina: e rimettevano insieme pezzi di colonne per far star su tetti che quelle colonne non si sarebbero mai sognate. Cominciate a capire? Per il modello di monsieur Bertin, quello che avresti dovuto fare era tirare su di nuovo il tempio pagano, esattamente com’era! E invece quelli: un pezzo qui un pezzo là, ed ecco qua una bella basilica cristiana. Non c’erano vigilantes a vigilare e non esistevano ministeri dei beni culturali!

Lo si può dire anche così: i barbari lavorano su schegge del passato trasformate in sistemi passanti. Mentre per il nostro modello culturale il passato è un tesoro sepolto, e possederlo significa scavare fino a trovarlo, per il barbaro il passato è ciò che, del passato, risale in superficie e entra in rete con schegge del presente. Sono come zattere sopravvissute a un naufragio, e arrivate fino a noi tenute a galla dalla corrente indecifrabile del sentire collettivo. Sono sempre schegge, relitti, frammenti: non è mai la solennità compiuta di una nave intera che sfugge alla tempesta del tempo: ma una polena, un paio di scarpe, la scatola di un cappello. Ishmael fu l’unico a salvarsi, ricordate? Lo trovarono appeso a una bara galleggiante.

Bare galleggianti, portate dalla corrente, ecco cos’è il passato, per i barbari.

Un corollario affascinante di una simile posizione è questo: il passato è allineato su una sola linea, definibile come ciò che non è più. Mentre per la civiltà proprio il misurare ogni volta la distanza dal passato, e colmarla, e capirla, è il cuore della faccenda, assolto dalla sublime perizia dell’archeologo e dell’esegeta, per il barbaro quella distanza è standard: la colonna greca, il monocolo, la colt e la reliquia medievale sono allineati su un’unica linea, e accatastati nella stessa discarica. In certo modo, sono anche immediatamente reperibili: non c’è bisogno di risalire un bel niente: allunghi la mano e sono lì. La cosa può anche far schifo, ma non dimenticate che un rapporto simile con il passato non è inedito, per gli umani occidentali, e ha i suoi nobili precedenti. Lo so che non ci crederete, ma è vero: gli eroi dell’Iliade, ad esempio, non erano la ricostruzione filologica di una qualche civiltà reale, ma l’immaginario assemblaggio di passati stratificati e tutti riallineati su un’unica linea assurda: per il pubblico dell’ottavo secolo a. C. immaginare Achille scendere in battaglia doveva essere come, per noi, immaginare un supereroe vichingo al volante di una Ferrari senza benzina tirata da otto cavalli, armato con un arco in tungsteno, l’Ipod nella tasca della tunica da crociato (in audio: canto gregoriano e sax): quando parla, parla in latino. Quando canta, canta la Marsigliese. Per dire: vi farà schifo, ma è già successo. E ci facevano i poemi omerici, con idee strampalate del genere. E d’altronde: perfino ai tempi di monsieur Bertin, cos’era Ivanhoe se non un assemblaggio di quel tipo? E vogliamo ricordare l’antico Egitto dell’Aida? Monsieur Bertin dettava la linea, ma poi, sotto sotto, quelli facevano quel che gli pareva, fieri di una schizofrenia che, come vedremo, abbiamo erditato allegramente.

Così, riassumendo, la civiltà insegna un discesa consapevole e colta nel passato, con l’obiettivo di riportarlo in superficie nella sua autenticità. I barbari costruiscono con le macerie, e aspettano zattere galleggianti con cui costruirsi la casa e decorarsi il giardinetto. E’ talmente faticosa la prima soluzione, e ludica la seconda, che gli organi di controllo della civiltà (scuola, ministeri, media) hanno il loro bel da fare per impedire alla collettività tutta di scivolare giù per la china della barbarie. Per cui la disciplina si è ormai irrigidita a culto, e la vigilanza è ostinatissima. Quotidianamente viene ripetuto l’assioma per cui l’uso del passato che fanno i barbari sta a quello che ne fa la civiltà, come un hamburger di McDonald’s sta a un brasato al barolo. La gente fa finta di crederci. Ma sotto sotto sa che l’assioma vero è un altro: il passato dei barbari sta a quello della civiltà come mangiare un hamburger di McDonald’s sta a guardare un brasato al barolo. In questa intuizione, la gente registra la convinzione, tipicamente barbara, che il passato è utile solo quando e dove può diventare, immediatamente, presente. Quando lo puoi consumare, mangiare, trasformare in vita. Non è un principio estetico, il rapporto col passato, non è una forma di eleganza: è la risposta a una fame. Il passato non esiste: è un materiale del presente. Sarà probabilmente vero, pensa il barbaro, che il brasato al barolo è più buono di questo orrendo hamburger: ma io ho fame qui e adesso, e se devo andare fino nelle Langhe per mangiare quello splendore, io là ci arrivo morto. Specie da quando la strada per le Langhe è diventata un viaggio lunghissimo, selettivo, sofisticato, elitario e pallosissimo. Quindi mi fermo qua. E mangio il mio hamburger, sentendo nel mio Ipod le quattro stagioni di Vivaldi versione rock, leggendo intanto un manga giapponese, e soprattutto mettendoci dieci minuti dieci, così me ne esco di nuovo fuori, e non ho più fame, e il mondo è lì, da attraversare. E’ una posizione discutibile. Ma è una posizione: non è una follia.

Forse, la vera linea di resistenza al saccheggio barbaro del passato la troverebbe una civiltà che invece di contestare ossessivamente la legittimità di quel gesto, si spingesse a giudicare quel che i barbari fanno col bottino della loro ruberia. Alla fine, quel che dovrebbe essere importante è cosa se ne fanno, di quelle macerie. Un conto è costruire basiliche, un conto è usare capitelli corinzi per farci il barbecue. Dato che spesso ci fanno il barbecue, ci sarebbe largo spazio per una critica utile e salvifica. Ma in genere devo registrare che la civiltà preferisce arroccarsi al di qua di un simile confronto, dietro alla sua personale muraglia cinese: continuando maniacalmente a pretendere che con quelle pietre si ricostruisca il tempio ad Apollo, e nient’altro.

E’ una battaglia sensata, me ne rendo conto. Ma nel momento in cui ti accorgi di averla persa, rimane sensato continuare a combatterla?

(25-continua)

(21 settembre 2006 - A. Baricco - www.repubblica.it)

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mercoledì 20 settembre 2006 - ore 11:46


quella delle 11,00
(categoria: " Vita Quotidiana ")


"coprinotte a mezzafuoco"

aiuto... qualcuno mi aiuti!



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mercoledì 20 settembre 2006 - ore 09:23


"letargicità" diffusa stamane
(categoria: " Vita Quotidiana ")




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mercoledì 20 settembre 2006 - ore 09:09


curiosità
(categoria: " Vita Quotidiana ")


I fan dell’hip-hop fanno più sesso

Lo rivela un nuovo studio inglese sulla relazione tra gusti musicali e stile di vita

Gli appassionati di musica hip hop fanno l’amore di più. Lo rivela un nuovo studio condotto dall’Università di Leicester in Gran Bretagna.

Lo psicologo Adrian North ha esaminato i gusti e le abitudini di 2.500 britannici per scoprire quale relazione vi sia tra il loro genere musicale preferito e lo stile di vita e interessi. Risultato: i fan della musica hip hop sono quelli che hanno avuto un maggior numero di partner sessuali negli ultimi cinque anni.

Dai dati raccolti, risulta che quasi il 38 per cento dei devoti dell’hip-hop e il 29 per cento degli appassionati di musica dance hanno avuto più di un partner sessuale negli ultimi cinque anni, paragonato all’1,5 per cento dei fan di musica country.

Un risultato che colpisce è quello che riguarda i fan di musica classica e le droghe. Un quarto di loro ha infatti fumato cannabis mentre il 12 per cento degli appassionati di opera ha provato i funghi allucinogeni.


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martedì 19 settembre 2006 - ore 17:42


Black Swan
(categoria: " Vita Quotidiana ")


What will grow quickly, that you can’t make straight
It’s the price you gotta pay
Do yourself a favour and pack you bags
Buy a ticket and get on the train
Buy a ticket and get on the train

Cause this is fucked up, fucked up
Cause this is fucked up, fucked up

People get crushed like biscuit crumbs
And laid down in the bed you made
You have tried your best to please everyone
But it just isn’t happening
No, it just isn’t happening

And it’s fucked up, fucked up
And this is fucked up, fucked up
This your blind spot, blind spot
It should be obvious, but it’s not.
But it isn’t, but it isn’t

You cannot kickstart a dead horse
You just crush yourself and walk away
I don’t care what the future holds
Cause I’m right here in your arms today
With your fingers you can touch me

I’m your black swan, black swan
But I made it to the top, made it to the top
This is fucked up, fucked up

You are fucked up, fucked up
This is fucked up, fucked up

Be your black swan, black swan
I’m for spare parts, broken up

Thom Yorke


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martedì 19 settembre 2006 - ore 09:02


ARRIVA L’ANIME WEEK di MTV
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Come gia` sapete, dopo "Il Castello al di là dello Specchio" e "La Spada del Dominatore del Mondo" il 19 Settembre vedremo in Prima TV il quarto attesissimo film di Inuyasha: L’isola del Fuoco Scarlatto!
Lasceremo da parte la ricerca dei Frammenti della Sfera dei Quattro Spiriti per tuffarci in un’avventura che riguarda il passato dei nostri amici!

E dal 18 Settembre ci aspetta anche un’altra novita`: torna a farci compagnia Full Metal Panic! Rivedremo Sousuke Sagara, Kaname Chidori, Melissa Mao e Kuz Weber e ripercorreremo le loro vicende...

Ma le sorprese di Settembre non finiscono qui: torna anche quest’anno l’attesissima Anime Week!

Dal 25 Settembre avremo un’intera settimana dedicata al meglio dell’animazione giapponese: dalle novita’ presentate sul mercato italiano (Ghost in the shell - Stand alone complex; Planetes; Ordian; Il conte di Montecristo) alle grandi anteprime direttamente dal Giappone (Nana; Eureka 7; Noien), dai vecchi classici (Daitan 3; Conan, ragazzo del futuro diretto da Hayao Miyazaki; Astroboy di Osamu Tezuka) ai film cult (Una tomba per le lucciole diretto da Isao Takahata; Manie Manie – I racconti del labirinto diretto da Rin Taro e Katsuhiro Otomo; Yu Yu the movie; Alexander the movie).

E poi ancora il lancio della nuova serie autunnale dell’Anime Night Beck, Mongolian Chop Squad e un’imperdibile Maratona Horror: Pet Shop of horrors, Mao Dante, Devil Lady e altro ancora!

Arricchiscono la programmazione The Final Fu, la nuovissima serie prodotta da MTV2, gli MTV Video Music Awards Japan 2006 e, per la prima volta su MTV, una selezione dei migliori videoclip J-Pop degli ultimi anni!

Insomma, un appuntamento che non potete perdere!!




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lunedì 18 settembre 2006 - ore 14:48


pensito de farghea?!
(categoria: " Vita Quotidiana ")


.. in realtà no...



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lunedì 18 settembre 2006 - ore 10:04


in loop
(categoria: " Vita Quotidiana ")




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lunedì 18 settembre 2006 - ore 09:12


24. La spettacolarità generatrice del movimento
(categoria: " Vita Quotidiana ")


2. Cinema
Esempio di come la spettacolarità possa essere sostanza invece che attributo: il cinema. Il baraccone da luna park diventato arte. Prendi un lettore ottocentesco di Balzac e fagli vedere, che so, Full Metal Jacket (non dico Matrix, dico Full Metal Jacket): prima di svenire, certamente avrà modo di notare, con un certo disgusto, la spettacolarità disdicevole di quel linguaggio espressivo: la velocità, il montaggio, i primi piani, la musica, gli effetti speciali...: non c’è dubbio che la cosa gli sembrerà orrendamente facile, piaciona, dopata, ruffiana. Per i suoi parametri lo è. Per i nostri, no. Perché al cinema noi riconosciamo pregiudizialmente, e perdoniamo, una certa essenza spettacolare, necessaria al suo esistere. Nei film hollywoodiani ancora ci attardiamo a misurare il tratto spettacolare, e a valutare quanto la sua presenza nuoccia al senso, all’intelligenza, alla profondità. Ma, perfino lì, è un ragionamento un po’ d’accademia, che stride col nostro istintivo adottare quegli stessi film come mitologia del nostro tempo. Ombre rosse per un lettore balzacchiano sarebbe piuttosto spregevole: per noi è un classico.

E d’altronde il cinema (forma d’espressione privilegiata della cultura barbara: televisione, video, videogames vengono da lì...), e d’altronde il cinema è quasi un simbolo riassuntivo, e totemico, del procedere barbaro: come restituire in un’unità velocemente percepibile una traiettoria che passa da punti così diversi tra loro. Pensate anche solo al punto di vista, l’angolo in cui mettono la macchina da presa: come riuscire a trasformare in uno sguardo unico (il tuo) quel saltabeccare da punti diversi, disseminati nello spazio? Nessuno vede così, nella vita. Ma al cinema vediamo così. Ed è piuttosto naturale. Quella naturalezza ha bisogno di una certa eclisse dell’intelligenza: il tratto spettacolare del cinema (in questo caso il montaggio) è il doping artificiale che genera quella naturalità. La spettacolarità permette la traiettoria che poi produce senso: prima lo annebbia, poi lo rischiara.

E, a livello più sofisticato, quell’eterno braccio di ferro tra il libro e il film, quando si fanno gli adattamenti: portare, che so, un romanzo di Conrad sullo schermo. D’istinto il cinema abbrevia, semplifica, mette in riga... La meravigliosa libertà di qualsiasi libro viene riallineata a una spettacolarità che corre in superficie, inanellando scene madri, apparentemente mortificando le profondità insondabili del testo. Ma è vero anche che, alla fine, il film c’è ed è, a suo modo, emozionante, e ha una sua forza autonoma, e appare perfettamente dotato di senso, e modifica persino il nostro rapporto col libro (esempio: Moby Dick di Huston): così ti chiedi se quel che è successo non è in fondo, ancora una volta, un classico gesto barbaro: hanno trasformato un libro in un sistema passante. Nella loro logica, lo hanno salvato.

Il cinema come prototipo di ogni sistema passante. Un corso propedeutico all’architettura dei barbari.

La mutazione for Dummys.

3. Nostalgia.

Non si può capire nulla dei barbari senza capire che la civiltà da cui si sono eclissati continuano a portarsela dentro come una sorta di terra madre di cui non sono stati degni.

La nostalgia che conserva il pesce di quando viveva sulla terra ferma.

Davvero: cercate sempre, in ogni trionfo barbaro, la nostalgia. Forse perfino il sottile complesso di colpa.
Strane esitazioni, piccoli gesti, inaspettate concessioni alla profondità, infantili solennità.

La mutazione è dolorosa: quindi sempre imperfetta, e incompleta.

4. Sequenze sintetiche.

Nel suo viaggiare in velocità sulla superficie del mondo cercando il profilo di una traiettoria che poi chiama esperienza, il barbaro incontra talvolta stazioni intermedie affatto particolari. Che so, Pulp fiction, Disneyland, Mahler, Ikea, il Louvre, un centro commerciale, la FNAC. Più che stazioni di transito, esse sembrano essere, in modi diversi, il riassunto di un altro viaggio: un condensato di punti radicalmente estranei tra loro ma coagulati in un’unica traiettoria, concepita da qualcuno al posto nostro: e da lui consegnataci. In questo senso offrono al barbaro una chance preziosissima: moltiplicare la quantità di mondo collezionabile nel suo veloce surfing. L’illusione è che fermandoti in quella stazione percorri in realtà tutte le linee ferroviarie che arrivano lì. Se uno passa da Pulp fiction passa, simultaneamente, da una bella antologia iconografica del cinema: così come, in tre ore di Louvre, si porta a casa un bel po’ di storia dell’arte. In un negozio di mobili puoi trovare il comodino che fa per te, ma da Ikea trovi un modo di abitare, una certa coerente idea di bellezza, forse perfino un particolare modo di stare al mondo (è un posto in cui l’idea di restituire l’albero di Natale dopo l’uso fa tutt’uno con una certa idea della stanzetta per i bambini). Sono tutti macrooggetti anomali: li chiamerei sequenze sintetiche. Suggeriscono l’idea che si possano costruire sequenze proprie inanellando non tanto singoli punti di realtà, quanto concentrati di sequenze formalizzate da altri. Un impressionante effetto moltiplicatore, bisogna ammetterlo. Si può forse affermare che, una volta conosciute, il barbaro abbia scelto quelle sequenze sintetiche come luoghi di transito prediletti del suo andare: e quando costruisce stazioni di passaggio tende a costruirle su quel modello. Dalla libreria-café al quotidiano che vende libri e dischi in allegato, fino agli enormi centri commerciali dove c’è anche la chiesa, prevale l’idea istintiva che se passi da un punto che ne contiene tre, o cento, puoi arrivare a collezionare un’impressionante quantità di mondo.

Per quanto possa sembrare delirante, una simile ambizione è l’unica legittimazione teorica alla perdita di senso che simili concentrazioni di mondo inevitabilmente generano. Esempio: con l’avvento dei giganteschi bookstores, il tanto rimpianto rapporto con il libraio di fiducia che tutto aveva letto e tutto sapeva va a farsi benedire, e con esso anche, probabilmente, la possibilità che l’anomalia dell’individuo e la libertà delle passioni riescano effettivamente a segnare con intelligenza il mercato. Ma quel che fa il grande bookstore, per compensare questa perdita, è offrirsi come grandioso riassunto di un intero viaggio, mettendo a disposizione pezzi di paesaggio, o incroci di geografie, che nella piccola libreria erano invisibili. A studiare lo scontrino di uno che esce dalla FNAC si ha la fisica percezione di sequenze di consumo (di esperienza, quindi, per i barbari) che nessun piccolo negozio sarebbe mai in grado di generare. Questo tipo di forza, di senso dispiegato, è quel che il barbaro cerca: forse il prezzo che paga per ottenerlo lo intuisce perfino: ma certo è disposto a pagarlo.

Per comprendere fino in fondo la faccenda, manca ancora un tassello. Si potrebbe obiettare che anche un libro di Flaubert era, ed è, una sequenza sintetica: un viaggio formalizzato, sintetizzato, confezionato per esser consumato senza spostarsi da casa. Ed è indubbiamente vero. E allora perché lui no e Disneyland sì? Che differenza c’è? Solo che Flaubert è intelligente e Disneyland no, per cui il barbaro va da Pippo e non da madame Bovary? Se una simile risposta è quella giusta, lo è, credo, in un numero di casi piuttosto insignificante. C’è qualcosa di più sottile. Non dovete dimenticare che il barbaro cerca solo e sempre sistemi passanti: vuole stazioni intermedie che non soffochino il suo movimento, ma che, al contrario, lo rigenerino. Quando si accosta alle sequenze sintetiche (porzioni massicce di mondo coagulate in un unico punto) sa che corre un rischio: di rimanervi impantanato. Quelle stazioni promettono una tale convergenza di pezzi di mondo che rischiano di diventare stazioni finali: è lo spettro del binario morto. Per questo il barbaro predilige quelle sequenze sintetiche che conservano una specie di leggerezza e di fluidità strutturale: sono capaci di rendere veloce il passo che le attraversa, e impossibile un radicamento eccessivo dell’attenzione. Spesso, una simile acrobazia è riassumibile nel termine: spettacolarità. Usato in senso piuttosto lato, ma il termine è quello. La spettacolarità generatrice di movimento è il segreto di Disneyland e, in generale, di tutte le sequenze sintetiche che oggi vanno per la maggiore. (Ammesso che Flaubert ne fosse capace, non era questo che gli interessava: lui lavorava per monsieur Bertin). Naturalmente, in quel termine spettacolarità c’è un po’ tutto quello che la civiltà non barbara patisce: la facilità, la superficialità, l’effettistica, la libidine commerciale, ecc. Sono tutte significative perdite di senso, ai suoi occhi. Uno stillicidio infernale. Ma volevo spiegare che, per il barbaro, sono invece delle precondizioni per il suo movimento: sono il prezzo da pagare (per lui insulso) in vista del premio dell’esperienza.

(24-continua)

(18 settembre 2006 - A.Baricco - www.larepubblica.it)


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