BLOG MENU:



mayamara, 31 anni
spritzina di padova
CHE FACCIO? Graphic Designer... creativa da strapazzo
Sono single

utente certificato [ SONO OFFLINE ]
[ PROFILONE ]
[ SCRIVIMI ]


STO LEGGENDO

"Intimacy" di Hanif Kureishi

"Firmino" di S. Savage

"Il mercante di tulipani" di O. Bleys

"Poesie Beat" di J. Kerouac

"Il labirinto del tempo"
di Maxence Fermine

"La fine del mondo e il paese delle meraviglie" di H. Murakami

"La Folie Baudelaire" di Roberto Calasso

"The Dubliners" di J. Joyce

"Il coperchio del mare" di Banana
Yoshimoto

"I segreti erotici dei grandi chef" di Welsh Irvine

"L’ eleganza del riccio"
di Muriel Barbery

"Manon ballerina"di Antoine de Saint-Exupéry

"La Serenità" di Seneca

Sto rileggendo...
"Il libro dell’inquietudine" di F. Pessoa

"Les fleurs du Mal" di C. Baudelaire

HO VISTO

... anche cose che non volevo vedere...

STO ASCOLTANDO

... Per Citarne Alcuni
• Afterhours
• Air
• Alanise Morisette
• Alessandro Grazian
• Alice Ricciardi
• Amy Winehouse
• Amos Lee
• Bjork
• Casino Royale
• Coldplay
• Craig Armstrong
• Damien Rice
• De Phazz
• Depeche Mode
• Editors
• Elisa
• Emiliana Torrini
• E.S. Trio
• Foo Fighters
• Giovanni Allevi
• Giuliano Palma
• Gotan Project
• Ilya
• Imogen Heap
• Keane
• King Of Convenience
• Koop
• Lamb
• Les Nubians
• Lisa Germano
• Madredeus_Electronico
• Mario Biondi
• Massive Attack
• Michael Nyman
• Mobius Band
• Mum
• Muse
• Nicola Conte
• Nu Jazz
• Oi Va Voi
• Pink Martini
• Placebo
• Psapp
• Portishead
• Radiohead
• Richard Ashcroft
• Roisin Murphy
• Rufus Wainwright
• Sigur Rós
• Skin
• Smashing Pumpkins
• St. Germaine
• Stereophonics
• Subsonica
• The Cure
• The Smiths
• Thievery Corporation
• Tosca_Suzuki _J.A.C. _ Dehli
• Tom Waits
• Travis
• Vinicio Capossela
• Joan As Police Woman
• Joy Division

ABBIGLIAMENTO del GIORNO

... col calzino abbinato... quasi sempre

ORA VORREI TANTO...

un vombato

STO STUDIANDO...

mpfologia

OGGI IL MIO UMORE E'...

... lunatico



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) doversi alzare da sotto il piumone alle 7 di mattina in pieno inverno
2) Dimenticare
3) Chi sa mentire guardandoti negli occhi

MERAVIGLIE


1) Sentire che per qualcuno tu conti davvero
2) svegliarsi accanto alla persona che si ama
3) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...


"Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a coloro che sognano di notte soltanto." Edgar Allan Poe

"Non sono niente. / Non sarò mai niente. / Non posso volere d’essere niente. / A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo..."
Alvaro de Campos (Tabacaria)

"Un mattino, ci si sveglia. E’ il momento di ritirarsi dal mondo, per meglio sbalordirsene. Un mattino, si prende il tempo per guardarsi vivere" da Neve di M. Fermine

"Ci sono due specie di persone. Ci sono quelli che vivono, giocano e muoiono. E ci sono quelli che si tengono in equilibrio sul crinale della vita." da Neve di M. Fermine

"Mi sembrava che l’anima viva dei colori emettesse un richiamo musicale, quando l’inflessibile volontà del pennello strappava loro una parte di vita." W. Kandinsky

"Do asilo dentro di me come a un nemico che temo d’offendere, un cuore eccessivamente spontaneo che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale, che accompagna col piede la melodia delle canzoni che il mio pensiero canta, tristi canzoni, come le strade strette quando piove." F. Pessoa da Poesie inedite




(questo BLOG è stato visitato 30985 volte)
ULTIMI 10 VISITATORI: ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite
[ ELENCO ULTIMI COMMENTI RICEVUTI ]



venerdì 4 agosto 2006 - ore 09:15


eh eh
(categoria: " Vita Quotidiana ")


- 1 secca!!! posso farcela!!!



COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK



giovedì 3 agosto 2006 - ore 15:27


Leaving So Soon?
(categoria: " Vita Quotidiana ")


You must think I’m a fool
So prosaic and awkward and all
D’you think you’ve got me down?
D’you think I’ve never been out of this town?

Do I seem too eager to please to you now?
You don’t know me at all
I can’t turn it on, turn off like you now
I’m not like you now


Now that you’re here
I bet you’re wishing you could disappear
I’m trying to be kind
I get the feeling you’re just killing time

You look down on me
Don’t you look down on me now
You don’t know me at all
A slap in the face
In the face for you now
Just might do now


You’re leaving so soon
Never had a chance to bloom
But you were so quick
To change your tune
Don’t look back
If I’m a weight around your neck
Cos if you don’t need me
I don’t need you

Leaving so soon, soon
Leaving, leaving so, soon

You’re leaving so soon
Never had a chance to bloom
But you were so quick
To change your tune
Don’t look back
If I’m a weight around your neck
Cos if you don’t need me
Then I don’t need you

Keane


LEGGI I COMMENTI (2) - PERMALINK



giovedì 3 agosto 2006 - ore 08:49


17. Il varco verso una qualche spiritualità
(categoria: " Vita Quotidiana ")


VI ricordate quando si andava in giro per villaggi saccheggiati? Adesso abbiamo capito che tutto ciò che registravamo come distruzione era in realtà una sorta di ristrutturazione mentale e architettonica: quando il barbaro arriva lì tende a ricostruire, col materiale che ha trovato, l’unico habitat che gli interessa: un sistema passante. In pratica svuota, alleggerisce, velocizza il gesto a cui si sta applicando, fino a quando non riesce a conservare un certa gratificazione pur senza frenare il movimento da cui quel gesto è attraversato. Adesso sappiamo perché lo fa: la sua idea di esperienza è una traiettoria che tiene insieme tessere differenti del reale.

Il movimento è il valore supremo. A quello, il barbaro è capace di sacrificare qualsiasi cosa. L’anima, ad esempio. Questo davvero suona sconcertante. Lo registravamo a ogni villaggio: se c’era un luogo, lì, più alto, nobile, profondo, regolarmente i barbari finivano per svuotarlo. In questo istinto, la civiltà barbara, l’uomo di Google, il pesce, il mutante, sembrano davvero incomprensibili. Possibile che davvero vogliano una cosa del genere? Non è una mossa che confina con la stupidità pura e semplice?

Ancora una volta posso sbagliarmi, ma credo che invece proprio lì stia il tratto potenzialmente più affascinante della mutazione. Sospetto perfino che sia, consciamente o meno, il suo obbiettivo principale. Il barbaro non perde l’anima per caso, o per leggerezza, o per uno errore di calcolo, o per semplice miseria intellettuale: è che sta cercando di farne a meno.

E’ brutto a dirsi, ma non è un’idea così campata in aria. Quando in questo libro abbiamo usato l’espressione piuttosto generica di "perdere l’anima" a cosa pensavamo veramente? Probabilmente avevamo in mente qualcosa che ci sembra fare corpo con l’essenza stessa dell’essere umani: l’idea che l’uomo abbia in sé una dimensione spirituale (non religiosa, spirituale) capace di elevarlo oltre la sua natura puramente animale. Ora ci si dovrebbe chiedere: ma questa idea, da dove viene? E soprattutto: c’è sempre stata, o siamo passati anche da fasi di civiltà che ne facevano a meno?

Faccio un esempio: l’Iliade. Siete disposti a mettere da parte luoghi comuni e slogan scolastici? Bene. Allora posso dirvi che nell’Iliade, quell’idea, ad esempio, quasi non c’è. Gli umani hanno una sola reale chance di diventare qualcosa di più che animali astuti: morire da eroi, e così essere consegnati alla memoria, diventare eterni, assurgere a miti. Per questo l’eroismo non è per loro una possibile destinazione del vivere, ma l’unica. Era la porta stretta attraverso cui potevano aspirare a una qualche dimensione spirituale. Non erano alieni dal desiderio di una certa spiritualità (l’elaborazione mitica del mondo degli dei lo dimostra): ma non avevano ancora inventato l’anima, per così dire. Se invece che da Faust, il demonio fosse andato da Achille, a proporre il fatale scambio, quello non avrebbe saputo cosa dargli. Non aveva nulla da dargli.

E Dante, ad esempio? C’è nella Divina Commedia l’idea che l’uomo abbia, in sé, le armi per trovare, in sé, il varco verso una qualche spiritualità, e un superamenteo della sua identità puramente animale? E’ difficile rispondere di sì. Qualsiasi latente spinta spirituale non è in realtà che il riflesso della luce divina, il riverbero di un progetto trascendentale in cui l’uomo va a perdersi. Per quanto la Divina Commedia risulti essere un meraviglioso repertorio di storie umane, nel suo complesso resta la descrizione di uno scenario in cui c’è solo un protagonista: e non è l’uomo. Ulisse c’è, ma è all’Inferno.

Per lunghissimo tempo, in realtà, l’occidente ha subordinato la rivendicazione di una qualche spiritualità umana alla benevolenza di un’autorità divina. Il luogo dello spirito era il campo della religiosità. Abbiamo chiamato Umanesimo l’istante, lunghissimo, in cui, ereditando intuizioni che venivano da lontanto, un’élite intellettuale inziò a immaginare che l’uomo portasse dentro di sé un orizzonte spirituale non riconducibile, semplicemente, alla sua fede religiosa. Ma non fu un’acquisizione facile né scontata. Prima che diventasse realmente dominio collettivo, comune sentire, passarono altri secoli. La fatica con cui l’intelligencija mise a fuoco gli strumenti per farla diventare reale, è nulla rispetto all’estraneità che per secoli la gente, la gente comune, dovette provare per una simile prospettiva. Non credo di dire una bestemmia se dico che, per lunghissimo tempo, l’idea di una dimensione laicamente spirituale dell’umano, restò, in occidente, privilegio di una casta superiore, di ricchi e intellettuali: per gli altri, c’era la religione rivelata. Ma non era la stessa cosa. Non è la cosa a cui alludiamo quando diciamo "anima", e pensiamo al gesto dei barbari che la cancellano.

Ciò a cui pensiamo, quando diciamo anima, è qualcosa che in realtà è stato inventato abbastanza di recente. E’ un brevetto della borghesia ottocentesca. Furono loro a far diventare di dominio comune la certezza che l’umano avesse, in sé, il respiro di un riverbero spirituale, e custodisse, in sé, la lontananza di un orizzonte più alto e nobile. Dove lo custodiva? Nell’animo.

Ne avevano bisogno. Adesso occorre capire che ne avevano bisogno. Erano praticamente i primi, da secoli, che cercassero di possedere il mondo senza detenere un’aristocrazia di rango sancita in modo quasi trascendente, se non direttamente per decreto divino. Loro avevano astuzia, intraprendenza, denaro, volontà. Ma non erano destinati al dominio, e alla grandezza. Avevano bisogno di trovare quel destino in se stessi: di dimostrare che una certa quale grandezza la possedevano senza bisogno che nessun altro gliela concedesse, né uomini, né re, né Dio. Per questo accelerarono a dismisura quel cammino che veniva da lontano, su dai greci del quinto secolo, passando per Cartesio e per la rivoluzione scientifica: riuscirono in un tempo sorprendente ad allestire quella grandezza, perfino mettendo a fuoco gli strumenti, disponibili a tutti, per coltivarla e trovarla in sé. Il complesso di idee, mode, opere d’arte, nomi, miti e eroi con cui fecero diventare questa ambizione un sentire collettivo, e addirittura comune, noi lo chiamiamo Romanticismo. Se volete capire cosa fu, un sistema buono è questo: era un mondo che poteva capire Faust. Era gente a cui il demonio poteva proporre di barattare l’anima con ogni sorta di delizia terrestre, e loro avrebbero capito la domanda: e avrebbero saputo, da sempre, che non c’era scelta, senza anima nessuna ricchezza terrestre era sicura, e legittimata. Non vorrei spararla troppo grossa: ma né Achille, né Dante avrebbero capito la domanda. L’oggetto del baratto faustiano, non esisteva.

Curioso: se a un barbaro chiedete che ne è dell’anima, lui non capisce la domanda.

C’è un modo per comprendere fino in fondo cos’è stata l’invenzione della spiritualità per la borghesia ottocentesca. Ed è ripercorre la storia della musica classica. Non mi prenderà più di una puntata. E’ giusto un abbozzo. Ma vedrete che vi aiuterà a capire.

(17-continua - A.Baricco - www.repubblica.it)


COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK



mercoledì 2 agosto 2006 - ore 15:04


...
(categoria: " Vita Quotidiana ")




LEGGI I COMMENTI (2) - PERMALINK



mercoledì 2 agosto 2006 - ore 09:01


-10
(categoria: " Vita Quotidiana ")


in fondo a guardarli bene non sono poi molti...
se togliamo sabato e domenica diventano 8...



LEGGI I COMMENTI (2) - PERMALINK



martedì 1 agosto 2006 - ore 09:58


On Air
(categoria: " Vita Quotidiana ")




LEGGI I COMMENTI (1) - PERMALINK



lunedì 31 luglio 2006 - ore 10:47


...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


... fa troppa luce la parola sempre...

LEGGI I COMMENTI (2) - PERMALINK



lunedì 31 luglio 2006 - ore 09:07


visto e piaciuto
(categoria: " Vita Quotidiana ")




LEGGI I COMMENTI (2) - PERMALINK



venerdì 28 luglio 2006 - ore 09:01


16. E il disegno è veloce o non è nulla
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ce l’avete un posto tranquillo dove leggere questa puntata? In certo modo, se avete fatto il cammino fin qui, vi meritate di leggervela in santa pace. Niente di straordinario, ma certo stavamo cercando di vedere l’animale, e adesso eccolo lì. Quel che posso farvi capire dei barbari, eccolo qui.

Io l’ho imparato passando il tempo nei villaggi saccheggiati, a farmi raccontare come i barbari avevano fatto a vincere, e a disintegrare mura così alte e solide. Mi è piaciuto studiare le loro tecniche d’invasione, perché ci vedevo le singole mosse di un movimento più ampio, a cui era stupido negare un senso, una logica, e un sogno. Alla fine sono capitato in Google, e sembrava giusto un esempio tra gli altri, ma non lo era, perché non era un vecchio villaggio saccheggiato, ma un accampamento costruito nel nulla, il loro accampamento. Mi è parso di vederci qualcosa che non era il cuore della faccenda, ma certo ne sembrava il battito: un principio di vita anomalo, inedito. Un modo diverso di respirare. Branchie.

Adesso mi chiedo se quello sia un fenomeno circoscritto, legato a uno strumento tecnologicamente nuovissimo, la rete, e sostanzialmente relegato lì. E so che la risposta è no: con le branchie di Google respira ormai un sacco di gente, a computer spenti, nel tempo qualsiasi delle loro giornate. Scandalosi e incomprensibili: animali che corrono. Barbari. Posso provare a disegnarli? Ero qui per questo.

Probabilmente, quello che in Google è un movimento che insegue il sapere, nel mondo reale diventa il movimento che cerca l’esperienza.

Vivono, gli umani, e per loro l’ossigeno che garantisce la non-morte è dato dall’accadere di esperienze. Tanto tempo fa, Benjamin, sempre lui, insegnò che fare esperienza è una possibilità che può anche venire a mancare. Non è data automaticamente, nel corredo della vita biologica. L’esperienza è un passaggio forte della vita quotidiana: un luogo in cui la percezione del reale si raggruma in pietra miliare, ricordo, e racconto. E’ il momento i cui l’umano prende possesso del suo reame. Per un attimo ne è padrone, e non servo. Fare esperienza di qualcosa, significa salvarsi. Non è detto che sia sempre possibile.

Posso sbagliarmi, ma io credo che la mutazione in atto, che tanto ci sconcerta, sia riassumibile interamente in questo: è cambiato il modo di fare esperienze. C’erano dei modelli, e delle tecniche, e da secoli portavano al risultato di fare esperienza: ma in qualche modo, a un certo punto, hanno smesso di funzionare. Per essere più precisi: non c’era nulla di rotto, in loro, ma non producevano più risultati apprezzabili. Polmoni sani, ma tu respiravi male. La possibilità di fare esperienze è venuta a mancare. Cosa doveva fare, l’animale? Curarsi i polmoni? L’ha fatto a lungo. Poi, a un certo punto ha messo su le branchie. Modelli nuovi, tecniche inedite: e ha ricominciato a fare esperienza. Ormai era un pesce, però.

Il modello formale del movimento di quel pesce l’abbiamo scoperto in Google: traiettorie di links, che corrono in superficie. Traduco: l’esperienza, per i barbari, è qualcosa che ha forma di stringa, di sequenza, di traiettoria: implica un movimento che inanella punti diversi nello spazio del reale: è l’intensità di quel lampo.

Non era così, e non è stato così per secoli. L’esperienza, nel suo senso più alto e salvifico, era legata alla capacità di accostarsi alle cose, una per una, e di maturare un’intimità con esse capace di dischiuderne le stanze più nascoste. Spesso era un lavoro di pazienza, e perfino di erudizione, di studio. Ma poteva anche accadere nella magia di un istante, nell’intuizione lampo che scendeva fino in fondo e riportava a casa l’icona di un senso, di un vissuto effettivamente accaduto, di un’intensità del vivere. Era comunque una faccenda quasi intima fra l’uomo e una scheggia del reale: era un duello circoscritto, e un viaggio in profondità.

Sembra che per i mutanti, al contrario, la scintilla dell’esperienza scocchi nel veloce passaggio che traccia tra cose differenti la linea di un disegno. E’ come se nulla, più, fosse esperibile se non al’interno di sequenze più lunghe, composte da differenti "qualcosa".

Perché il disegno sia visibile, percepibile, reale, la mano che traccia la linea deve essere veloce, dev’essere un unico gesto, non la vaga successione di gesti diversi: è un unico gesto, completo. Per questo deve essere veloce, e così fare esperienza delle cose diventa passare in esse per il tempo necessario a trarne una spinta sufficiente a finire altrove. Se su ogni cosa il mutante si soffermasse con la pazienza e le attese del vecchio uomo con i polmoni, la traiettoria si disferebbe, il disegno andrebbe in pezzi. Così il mutante ha imparato un tempo, minimo e massimo, in cui dimorare nelle cose. E questo lo tiene inevitabilmente lontano dalla profondità, che per lui è ormai un’ingiustificata perdita di tempo, un’inutile impasse che spezza la fluidità del movimento. Lo fa allegramente perché non è lì, nella profondità, che trova il senso: è nel disegno. E il disegno è veloce, o non è nulla.

Vi ricordate la palla che gira velocemente tra i piedi non così raffinati dei profeti del calcio totale, sotto gli occhi di Baggio in panchina? E i vini "semplificati" che conservano qualcosa della profondità dei grandi vini ma si concedono a una velocità d’esperienza che permette di metterli in sequenza con altro? E ve li ricordate i libri, così lieti di rinunciare al privilegio dell’espressione per andarsi a cercare in superficie le correnti della comunicazione, del linguaggio comune a tutti, della grammatica universale fondata al cinema o alla tivù? Ci vedete la reiterazione di un unico preciso istinto? Lo vedete l’animale che corre, sempre nello stesso modo?

In generale, i barbari vanno dove trovano sistemi passanti. Nella loro ricerca di senso, di esperienza, vanno a cercarsi gesti in cui sia veloce entrare e facile uscire. Privilegiano quelli che invece che raccogliere il movimento, lo generano. Amano qualsiasi spazio che generi un’accelerazione. Non si muovono in direzione di una meta, perché la meta è il movimento. Le loro traiettorie nascono per caso e si spengono per stanchezza: non cercano l’esperienza, lo sono. Quando possono, i barbari costruiscono a loro immagine i sistemi in cui viaggiare: la rete, per esempio. Ma non gli sfugge che la gran parte del terreno percorribile è fatto da gesti che loro ereditano dal passato, e dalla loro natura: vecchi villaggi. Allora quel che fanno è modificarli fino a quando non diventano sistemi passanti: noi chiamiamo questo, saccheggio.

Sarà banale, ma spesso i bambini insegnano. Io penso di essere cresciuto nella costante intimità con uno scenario preciso: la noia. Non ero più sfigato di altri, era per tutti così. La noia era una componente naturale del tempo che passava. Era un habitat, previsto e apprezzato. Benjamin, ancora lui: la noia è l’uccello incantato che cova l’uovo dell’esperienza. Bello. E il mondo in cui siamo cresciuti la pensava proprio così. Adesso prendete un bambino di oggi e cercate la noia, nella sua vita. Misurate la velocità con cui la sensazione di noia scatta in lui, appena gli rallentate intorno il mondo. E soprattutto: capite quanto gli sia estranea l’ipotesi che la noia covi qualcosa di diverso da una perdita di senso, di intensità. Una rinuncia all’esperienza. Lo vedete il mutante in erba? Il pesciolino con le branchie? Nel suo piccolo è già come la bicicletta: se rallenta, cade. Ha bisogno di un movimento costante per avere l’impressione di fare esperienza. Nel modo più chiaro ve lo farà capire appena sarà in grado di esibirsi nel più spettacolare surfing inventato dalle nuove generazioni. Il multitasking. Sapete cos’è? Il nome gliel’hanno dato gli americani: nella sua accezione più ampia definisce il fenomeno per cui vostro figlio, giocando al game boy, mangia la frittata, telefona alla nonna, segue un cartone alla televisione, accarezza il cane con un piede, e fischietta il motivetto di Vodafone. Qualche anno e si trasformerà in questo: fa i compiti mentre chatta al computer, sente l’I-pod, manda sms, cerca in Google l’indirizzo di una pizzeria e palleggia con una palletta di gomma. Le università americane sono piene di studiosi che stanno cercando di capire se sono dei geni o dei fessi che si stanno bruciando il cervello. Non sono ancora arrivati a una risposta precisa. Più semplicemente, voi direte: è una nevrosi. Può darsi, ma le degenerazioni di un principio svelano molto di quel principio: il multitasking incarna bene una certa idea, nascente, di esperienza. Abitare più zone possibili con un’attenzione abbastanza bassa è quello che evidentemente loro intendono per esperienza. Suona male, ma cercate di capire: non è un modo di svuotare tanti gesti che sarebbero importanti: è un modo di farne uno solo, molto importante. Per quanto possa sembrare clamoroso, non hanno l’istinto a isolare ciascuno di quei gesti per compierlo con più attenzione e in modo da cavarci il meglio. E’ un istinto che è loro estraneo. Dove ci sono gesti, vedono possibili sistemi passanti per costruire costellazioni di senso: e quindi esperienza. Pesci, se capite cosa voglio dire.

C’è un nome per un simile modo di stare la mondo? Giusto una parola da usare per capirsi? Non so. I nomi li danno i filosofi, non quelli che scrivono libri sui giornali. Per cui non ci provo neppure. Ma vorrei che, da questa pagina in poi, almeno tra noi ci capissimo: qualsiasi cosa percepiamo della mutazione in atto, dell’invasione barbarica, occorrerà guardarla dall’esatto punto in cui siamo adesso: e comprenderla come una conseguenza della trasformazione profonda che ha dettato una nuova idea di esperienza. Una nuova localizzazione del senso. Una nuova forma del percepire. Un nuova tecnica di sopravvivenza. Non vorrei esagerare, ma certo che mi verrebbe da dire: una nuova civiltà.


(28 luglio 2006 - A. Baricco - www.repubblica.it)

LEGGI I COMMENTI (1) - PERMALINK



giovedì 27 luglio 2006 - ore 11:20


UFFAAAAAAAAAAAAAAAA!!!
(categoria: " Vita Quotidiana ")


vedo il 12 agosto sempre più lontanooooooo



LEGGI I COMMENTI (1) - PERMALINK




> > > MESSAGGI PRECEDENTI
Solo in questo BLOG
in tutti i BLOG

BLOG che SEGUO:


telete m.organ miticasiza Noel porcaboia SqualoNoir


BOOKMARKS


Nessun link inserito: Invita l'utente a segnalare i suoi siti preferiti!

UTENTI ONLINE:



MAGGIO 2026
<--Prec.     Succ.-->
Do Lu Ma Me Gi Ve Sa
          1 2
3 4 5 6 7 8 9
10 11 12 13 14 15 16
17 18 19 20 21 22 23
24 25 26 27 28 29 30
31