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![]() Morgana, 28 anni spritzina di Romdo CHE FACCIO? Regina del Caos, Mietitrice di anime Sono sistemato [ SONO OFFLINE ] [ PROFILONE ] [ SCRIVIMI ] STO LEGGENDO Dati, Numeri... HO VISTO Per l’ennesima volta i Nine Inch Nails e Trent Reznor STO ASCOLTANDO NINE INCH NAILS ABBIGLIAMENTO del GIORNO ORA VORREI TANTO... STO STUDIANDO... OGGI IL MIO UMORE E'... ![]() <script src="http://www.google-analytics.com/urchin.js" type="text/javascript"> </script> <script type="text/javascript"> _uacct = "UA-3203722-1"; urchinTracker(); </script> ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO... PARANOIE Nessuna scelta effettuata MERAVIGLIE Nessuna scelta effettuata |
![]() IL CAOS E’ UN ORDINE KE NON SI RIESCE A VEDERE ![]() ![]()
lunedì 17 novembre 2003 - ore 14:39 La Notte scese sulla terra come un grosso gatto dal manto di seta, e la sua ombra si stese sui boschi, sempre più scura, rubando di soppiatto, con astuzia, le ultime luci del Giorno. (Terry Brooks) LEGGI I COMMENTI (1) - PERMALINK sabato 15 novembre 2003 - ore 09:17 LEGGI I COMMENTI (3) - PERMALINK venerdì 14 novembre 2003 - ore 18:56 Evviva finalmente Lurtz (il mio capo) si è reso conto ke valgo!!! E ke mi sta facendo fare lavoretti da mongoletta!!! Cazzo son quasi 3 anni ke cerco un miglioramento...finalmente! ![]() Sono troppo felice! ![]() LEGGI I COMMENTI (3) - PERMALINK venerdì 14 novembre 2003 - ore 17:43 da: Lo specchio nello specchio - Michael Ende È una stanza e contemporaneamente un deserto. Le nude pareti si innalzano lontane e nebulose all'orizzonte. Tutt'intorno null'altro che sabbia, duna dopo duna, sempre di seguito, in ogni direzione. Su in alto, allo zenit, è appeso un sole incandescente, oppure è una lampada con un paralume di latta smaltato di azzurro? La luce violenta fa strage di tutti i colori, risparmia soltanto superfici bianche e ombre nere: lo scheletro della luce, accecante, insopportabile, micidiale, lo splendore malvagio di un cannello cosmico per saldatura autogena. La stanza ha due porte, gigantesche, incassate nell'azzurro infocato del cielo, una a nord e una a sud, sopra il tremolante orizzonte. Dalla porta settentrionale una traccia tortuosa di piccoli crateri di sabbia conduce fino in mezzo al deserto. Qui cammina un uomo, piccolo come un formichino. A ogni passo affonda fin oltre le caviglie, barcolla, agita le braccia. Questi è lo sposo. Il suo viso è bruciato dal sole, la pelle screpolata e piena di bolle, le labbra sono bianche per la saliva secca. I capelli scoloriti sono duri come paglia. Con sorda pazienza si riaggiusta continuamente gli occhiali che gli scivolano dal naso sudato. Nella mano sinistra sventola un cappello a cilindro tutto ammaccato. Il tight che indossa doveva essergli andato giusto un tempo, ma ora gli è troppo largo, le falde gli arrivano fino ai calcagni. La stoffa è logora e rovinata in più punti. La camicia gli esce dai pantaloni diventati anch'essi troppo larghi ed egli è costretto a tirarseli su ogni tre passi. A un piede porta una scarpa di vernice con la suola che si stacca, l'altro piede se lo è fasciato con un fazzoletto sporco, per proteggerlo almeno un po' dalla sabbia rovente. Circa venti metri davanti a lui cammina un altro uomo, un impiegato forse: vestito in modo impeccabile, abito scuro, cappello scuro, una cartella in una mano e nell'altra un ombrello ben chiuso. Ha il viso un po' pallido e completamente senza tratti, cancellato si potrebbe dire. La distanza fra i due uomini aumenta pian piano, ma con ritmo costante. Lo sposo cerca di sbrigarsi, respira con affanno, cade, si rialza, vacilla ancora, cade di nuovo. « Senta, per piacere! » strilla, e la sua voce risuona acuta e affaticata come quella di una vecchina. « Aspetti! Vorrei domandarle una cosa. » L'uomo senza volto ha certamente udito le sue grida ma prosegue ancora per un buon tratto prima di fermarsi e volgersi con un sospiro, quasi si trattasse del piagnucolio di un bimbo maleducato che per la centesima volta tenta di trattenerlo con un pretesto qualsiasi. Appoggiatosi con fare indolente al suo ombrello, osserva lo sposo che con gran fatica si arrampica a quattro zampe sulla duna dove egli si trova. « Per favore, si sbrighi! » dice freddamente. « Che cosa c'è ancora? » « Mi dica », ansima lo sposo, ed è evidente che riflette un poco su quello che in realtà vuole chiedere, « mi dica, per favore, è ancora molto lontano? » Mentre parla le sue labbra gonfie fanno le fila come formaggio. « Solo un paio di passi ancora », risponde l'altro, corretto come prima, « fino a quella porta laggiù. » E con l'ombrello indica in direzione della porta a sud. Sta per incamminarsi di nuovo ma lo sposo lo trattiene. « Mi scusi », butta fuori con un certo sforzo, « ma dove - è che in questo momento mi sfugge - dove stiamo andando? » « Dalla sua sposa, caro signore », spiega l'altro, e si capisce che questa risposta ha dovuto già darla più volte. Scandisce ogni sillaba e parla forte, come se si rivolgesse a uno scemo o a uno un po' duro d'orecchi. « La sto portando nella stanza della sua sposa. » Lo sposo lo fissa per un attimo a bocca aperta, poi si batte la mano sulla fronte e sbotta in una breve risata, come per chiedere scusa. Tenta un sorrisetto, mentre dice: « Quando saremo da lei, andrà tutto bene, vero? Non troverà niente da ridire sul mio conto, solo perché non sono più vestito tanto bene come prima? In fondo è per causa sua, se ne renderà conto? Quello che ho sofferto la convincerà del mio amore per lei? Mi crederà, di questo sono sicuro. Mi accoglierà a braccia aperte ». « Quando saremo da lei », conferma l'altro con indifferenza. « Certo, certo », mormora lo sposo, « presto, molto presto. Per questo ho scelto la via diretta, dalla porta là dietro all'altra là davanti. La via diretta è la più breve, non è così? Questo lo sa anche un bambino. » « No », esclama l'altro con viso impenetrabile, « non nella stanza di mezzogiorno. Gliel'ho detto fin dall'inizio, ma lei non ha voluto credermi. Ogni via traversa sarebbe stata più breve. Lei non è stato nemmeno ad ascoltarmi. Ed ora è troppo tardi. Ci siamo già spinti troppo oltre. » Lo sposo si passa sulle labbra screpolate la lingua asciutta come un pezzo di miccia. « Allora potrò fare di lei tutto ciò che vorrò », bisbiglia. « Lei dovrà accettare tutto senza obiezioni di sorta. Non per niente è la mia sposa. Ma non lo farò. Non le farò nulla di male, capisce che cosa intendo? Lei è infatti molto giovane e bella. Del tutto innocente, sa? In ogni caso sarò tenero con lei, dolce e pieno di tatto. L'aver scelto la via diretta non significa che io voglia aggredirla. Le lascerò tempo. » Il suo accompagnatore tace e guarda senza interesse verso l'orizzonte. Lo sposo fissa per un momento l'alluce che gli spunta dalla scarpa di vernice, poi chiede, d'un tratto diffidente: « Ma è davvero giovane e bella, la mia sposa? Voglio dire... lo è ancora, no? La prego, mi dica apertamente la sua opinione! » « Io non ho alcuna opinione in proposito », ribatte l'uomo senza volto. Lo sposo si strofina la fronte. « Si, si, lo so. Solo che... ne è già passato di tempo. Ricordo appena il suo aspetto. Per essere sincero, è una persona che non conosco più. Una ragazza qualsiasi, estranea. Come si chiamava? Dio mio, è già da tanto che siamo in cammino. » « Siamo usciti da quella porta », dice la voce fredda, « e andiamo verso l'altra laggiù. Questo è tutto. » « Io non capisco », confessa lo sposo, « non capisco come possa essere tanto lontana. » « Lei non capisce », ripete l'altro, mentre fa per rimettersi in cammino, « ma la sua sposa aspetta. Venga! » Lo sposo lo trattiene ancora una volta per la manica.« Lei come fa a saperlo? Forse non mi aspetta più già da un bel pezzo. Oppure non mi ha mai aspettato. Chissà che cosa può essere successo nel frattempo. Così mi sarei sobbarcato inutilmente a tutto, rendendomi ridicolo. » « Questo », risponde la voce secca, « lo saprà quando avrà varcato quella porta là davanti. » « La porta là davanti! », sussurra lo sposo, « è irraggiungibile, resta sempre di fronte a noi, sempre alla stessa distanza... È una fata morgana, non una porta! » « Sciocchezze! » esclama l'altro senza un sorriso, « una fata morgana appare e scompare. Ma quella porta è stata lì fin dall'inizio e c'è rimasta, sempre uguale. » Lo sposo annuisce. « Si, uguale - da allora, da quando mi sono messo in cammino - quando ancora ero giovane. » « Perciò non può essere una fata morgana », replica l'accompagnatore col tono di chi vuole troncare il discorso, e si rimette in marcia. Per lungo tempo i due uomini procedono l'uno accanto all'altro, ma a poco a poco si ricrea una certa distanza fra loro, che aumenta sempre più. Di nuovo lo sposo si mette a strillare e di nuovo l'uomo impeccabilmente vestito si ferma solo dopo un po' e lo aspetta, appoggiato al suo ombrello. Lo sposo si scioglie a vista d'occhio, gli abiti gli pendono a brandelli dal corpo, pare persino diventato ancora più piccolo e vecchio. « Allora », butta fuori trafelato, mentre col cilindro di cui è rimasta ormai soltanto la tesa fa un gesto scomposto per indicare la porta settentrionale, « allora ero ancora forte, se lo rammenta? Allora ero io quello che andava avanti, ricorda? » « Qualche volta », rettifica l'altro, « molto di rado. » Lo sposo scrolla ostinato la testa. « No, no. Lei poteva appena frenarmi. Aveva il suo bel da fare a tenermi dietro. Allora ero più giovane di lei, caro mio. Molto più giovane e molto più forte. Ero un giovanotto prestante. » « Io », ribatte l'accompagnatore, « ho sempre la stessa età. » Lo sposo si toglie con la mano la sabbia dal viso grinzoso. « Mi ricordo », sussurra, « che quando uscimmo dalla porta c'era una donnina vecchissima accovacciata a terra, piccola piccola, come rinsecchita dal sole. Indosso non aveva che pochi brandelli di stoffa ridotti a una ragnatela, forse quanto era rimasto del suo velo di sposa. Povera, vecchia strega! I suoi seni vizzi, scarniti e vuoti come pieghe della pelle mi fecero ribrezzo. Ma lo sguardo con cui mi fissava! Mi è tornato spesso alla mente. Aveva gli occhi infossati, quasi ciechi. E mi tendeva la mano in cui stringeva un paio di steli secchi di rosa. Il suo sguardo mi ricordava qualcosa... o qualcuno. Ora non rammento più. So soltanto che provai vergogna per lei, perché era così vecchia e brutta. Mi tolsi il garofano rosso dall'occhiello e glielo gettai. Lei lo prese e rise con la sua bocca sdentata. Credo che fosse contenta del mio regalo. Sì, allora ero davvero un bel pezzo di giovanotto, forte come un toro. Pensavo: solo qualche passo e sarò da lei, dalla mia sposa. Avevo fretta. Per questo scelsi la via diretta per andare da lei. » « Forza, cammini! » esclama l'accompagnatore, ora quasi un po' spazientito. Ma lo sposo ha ancora qualcosa da aggiungere, sebbene parlare in modo comprensibile gli costi fatica. « Non pensa anche lei », gracchia, « che sarebbe meglio aspettare fino a sera? Col fresco potremmo proseguire più facilmente. » « La prego », ribatte l'uomo senza volto, « si riprenda! Lei fa una gran confusione. Noi ci troviamo nella stanza di mezzogiorno. Qui non esiste la sera. Lo vede anche lei, qui non gettiamo praticamente alcuna ombra. La luce è allo zenit, immutata e immutabile. » Lo sposo annuisce triste, lascia cadere le braccia e dice: « Io non ce la faccio più ». L'accompagnatore rovista indifferente fra la sabbia con l'ombrello. « Questo l'ha già ripetuto cento volte. Devo fare appello di nuovo al suo senso di responsabilità? La stanno aspettando. La sua sposa conta ogni minuto. Freme dal desiderio di vederla, come solo le giovani possono fremere. Ciò non significa niente per lei? » « Ma certo, certo! » si affretta ad assicurare lo sposo. Di nuovo camminano in silenzio per un lungo tratto, per ore o anni, sotto la luce splendente. D'improvviso lo sposo si getta a terra, si rotola sulla schiena e grida al cielo, con le labbra incrostate: « Perché? Ma perché? Perché il cammino è tanto lungo? Non arriverò mai. Mai, mai vedrò la mia sposa e potrò abbracciarla. Perché non ho potuto dirle semplicemente che la desidero, che la voglio, che ardo dal desiderio di sentire la sua pelle, il suo corpo? » Un attacco di tosse lo scuote, non riesce a proseguire. L'accompagnatore attende imperturbabile che gli passi, quindi dice: « Tutto ciò, lei l'ha fatto. Ha detto queste cose e ora sta tutto scritto, parola per parola, nei documenti ». Batte leggermente con l'ombrello sulla cartella di cuoio. Per un po' lo sposo muove le labbra, senza parlare. « Ma perché », balbetta alla fine, « perché allora mi trovo qui e non da lei? Perché non faccio che avvicinarmi, senza però mai raggiungerla? Perché? Perché? » « Perché l'ha voluto lei », dice l'altro abbassando lo sguardo verso di lui. « Le è stato detto e ridetto che la via diretta è quella più lunga. Lei però non è stato neppure ad ascoltare. Almeno mi ascolta adesso? » « Sì », gracchia lo sposo. Fissa a lungo il suo accompagnatore, poi comincia a ridere. Pare quasi un lungo stridio. L'altro aspetta immobile. Finalmente l'uomo deglutisce e sussurra: « Dunque la matematica mi ha tratto in inganno? » « No », risponde l'accompagnatore, « in matematica è giusto. » Lo sposo lascia ricadere la testa all'indietro sulla sabbia e fissa il sole. Gli occhi gli fanno male, Come se fossero trafitti da ferro rovente, ma non lacrimano. Non ha più lacrime. Si fa scorrere sabbia fra le dita e mormora: « Allora è così. Io mi arrendo. Sciopero. Non ho più voglia. Sciopero ». « Coraggio! » dice l'accompagnatore, ma lo dice senza premura. « Guardi, là è la porta, sono solo un paio di passi. » L'uomo continua a farsi scorrere la sabbia fra le dita. L'accompagnatore lo tira su e lo regge tenendolo a braccia distese, tanto è diventato leggero. Le sue gambe penzolano in aria come quelle di un pupazzo. « Non ci vedo più », mormora, « non ho più occhi. » « E la sua sposa? » domanda l'altro. « Non so più niente. Non capisco più niente. Non voglio più niente. Non ho una sposa. Non ne ho mai avuta una, e mai ho desiderato di averne. Non ho mai amato. Non sono mai esistito. Per favore, mi lasci in pace. » Ma l'accompagnatore non desiste. « Lei non ha il diritto di rinunciare alla sua esistenza. Lei pensa soltanto a se stesso. Ma lei si è assunto una responsabilità, e un uomo di carattere come lei non può gettarsela così, semplicemente, dietro le spalle. » « Carattere... » sussurra lo sposo, sempre con le gambe penzoloni, « mi chiedo perché non si assuma lei il mio compito. La ragazza ne sarebbe contenta. Lei è ancora giovane... in ogni caso più giovane di me. » L'accompagnatore lo molla. Egli cade sulla sabbia come un fagotto di stracci. Strizzando gli occhi, cerca di vedere l'uomo senza volto che lo sovrasta in tutta la sua altezza. « I nostri doveri », sente dire dalla voce piatta, « non sono gli stessi. » Lo sposo giocherella ancora con la sabbia. « Doveri... » sussurra ridacchiando un poco, « doveri... » Ora per la prima volta l'altro perde quasi il controllo « Lei si comporta come se ne andasse della sua vita. » « È così infatti », risponde lo sposo annuendo con tristezza « Ne va della mia vita, retroattivamente, capisce? Io sono vecchio, ma non ho vissuto. Mi hanno annullato. Mi hanno defraudato della mia vita, non so chi. E ora non la voglio più. Non voglio averne mai avuta una. Lei non può farci niente. » « Invece sì », esclama l'altro.. « La porterò io per questi ultimi due passi. » Lo sposo ridacchia. « Gli ultimi due passi... non ce la farà! » « Permette? » dice l'altro e, senza attendere risposta solleva lo sposo e lo prende in braccio. Questi cinge con un braccino magro la spalla dell'accompagnatore e appoggia la tentennante testolina di vecchio al collo di lui. Così percorrono ancora un lungo tratto. Sebbene lo sposo non pesi ormai quasi più niente, chi lo porta infine non ce la fa più e lo lascia scivolare a terra. « Gli ultimi due passi... » bela lo sposo trionfante, « lo vede, lo vede? » L'uomo senza volto non risponde. Aggancia il manico dell'ombrello al collo del tight, anzi, a ciò che ne è rimasto, e si trascina dietro lo sposo. Di nuovo trascorre un tempo infinito. Lo sposo sente che l'altro lo ha mollato e cerca di liberarsi del mucchietto di stracci che ha indosso. « Eccoci arrivati », sente dire dalla voce impassibile, « glielo avevo detto che mancavano solo un paio di passi. » Con un ultimo sforzo lo sposo si solleva a sedere e spalanca gli occhi. La luce gli penetra dentro come metallo fuso ed egli caccia un urlo, che però nemmeno lui stesso ode. La porta ondeggia davanti al suo sguardo morente. È aperta. Dietro di essa l'azzurro del cielo è di una gradazione più scura di quello, un po' fosco, che la circonda. Sulla soglia c'è una ragazza slanciata, dalle lunghe gambe, con indosso soltanto un vaporoso velo da sposa che le scende dalla testa e le avvolge il corpo, trasparente come una leggera nebbiolina. Il viso è quasi nascosto in questa nebbia, ma tanto più chiaramente si distinguono le membra lunghe e sottili, le cosce, il seno minuto, l'addome piatto e l'ombra scura del ventre. In mano ha un mazzo di rose. « Finalmente! » grida, « quasi morivo per il desiderio. Ma dov'è? Dov'è lui? » L'accompagnatore si volge verso lo sposo, ma questi solleva una mano con gran fatica e, implorante, si porta un ditino ossuto alla bocca infossata e senza denti. L'accompagnatore scuote impercettibilmente le spalle e si volta verso la sposa. « Il suo sposo l'aspetta dietro la porta settentrionale. Se vuole, la conduco io da lui per la via diretta. » « Andiamo! » grida lei, « facciamo alla svelta. Solo un paio di passi e sarò da lui. » Sta per correre via, ma si arresta vedendo che lo sposo le tende la mano. Confusa, l'osserva per un istante, poi gli getta una delle rose del mazzo che tiene in mano. Lo sposo leva lo sguardo sull'accompagnatore che a braccia incrociate ha assistito alla scena e ora dice piano: « Per lo meno vi siete incontrati. L'avete già fatto più volte e lo farete sempre di nuovo. Questo non capita a tutti ». Quindi segue la ragazza che a lunghi balzi s'inoltra nel deserto, in direzione dell'altra porta che si leva, enorme, sull'orizzonte settentrionale. Le due figure si fanno sempre più piccole in mezzo alle dune e presto di loro non resta che una traccia tortuosa di minuscoli crateri di sabbia. Lo sposo la segue con gli occhi lattiginosi, mentre con le dita palpa il boccio della rosa. « Com'è bella! » sussurra, « mio Dio, com'è bella! » E, lasciandosi ricadere sulla sabbia, mormora ancora: « Mi troverà laggiù, dietro quella porta? » LEGGI I COMMENTI (5) - PERMALINK venerdì 14 novembre 2003 - ore 11:12 LEGGI I COMMENTI (1) - PERMALINK giovedì 13 novembre 2003 - ore 17:00 E poi dicono: “le streghe son cattive”... Giusto x ricordare quanto Bastar...ehm...sono stati i cosiddetti “servitori di Dio”...alcune torture fanno un po’ skif...avvertiti! ![]() Inquisizione (a cura di Irene Bulla) L'Inquisizione (dal latino "inquisitio", ricerca, indagine, inchiesta) nacque nel XII secolo come tribunale ecclesiastico adibito ai processi contro catari e valdesi. Con il passare del tempo, il suo compito si specificò sempre di più nel ricercare e giudicare tutti gli eretici. Il criterio con cui si attribuiva a una persona il reato di eresia era piuttosto discutibile, e molto spesso i capi d'accusa erano del tutto privi di fondamento: tuttavia, gli accusati arrivavano ad attribuirsi i più inopinati e fantasiosi reati pur di porre fine alle atroci torture cui erano sottoposti. Sì, perché l'esecuzione non era possibile senza una confessione; e una confessione (specie se non c'era nulla da confessare) non poteva certo essere estorta con le buone maniere. Si ricordano tre Inquisizioni: quella medievale, quella spagnola e quella romana. Sebbene si collochino in luoghi ed epoche diverse, i loro metodi di procedura furono essenzialmente omogenei. Furono impiegati antichi metodi di tortura, e ne furono inventati di nuovi, grazie anche al contributo di presunti esperti di stregoneria e demonologia. Essi erano convinti che il diavolo lasciasse un "marchio" sulla pelle del suo servo: segno invisibile, ma che rendeva insensibile la pelle in quel punto. Per questo le carni degli accusati venivano penetrate da lunghi spilloni, fino a identificare il punto in cui il "servo di Satana" non provava dolore (e cioè non urlava - magari perché sfinito dalla tortura). E questa era considerata una prova sufficiente. Comunque, i supplizi più usati furono i seguenti: Sedia inquisitoria: era una sedia provvista di punte e aculei a cui il condannato era legato mediante strette fasciature. Il "fondo" della sedia poteva essere arroventato, per produrre gravi ustioni. Impalamento: consisteva nel conficcare un palo appuntito nell'ano del condannato per poi farlo fuoriuscire dalle spalle, usando una particolare attenzione a non ledere gli organi vitali. In questo modo, l'agonia durava anche giorni, e la sorte delle vittime poteva essere utilizzata come ammonimento per coloro che volevano trasgredire le regole dell'ordine costituito. Spesso, per rendere il tormento più atroce, l'impalato veniva posizionato a testa in giù. Dissanguamento: con questo metodo, il condannato (spesso una presunta strega) veniva dissanguato fino alla morte, in quanto si riteneva che il "Male" risiedesse proprio nel suo sangue. Vergine di Norimberga: era una sorta di bara modellata, appunto, a forma di fanciulla. Al suo interno, lunghe punte aguzze di metallo andavano da una parte all'altra della bara. È facile immaginare il tormento di chi vi veniva rinchiuso: l'agonia poteva durare anche giorni. Stivaletto spagnolo (e varianti): le gambe venivano legate insieme e inserite in una sorta di stivale di ferro, che il boia stringeva fino allo spappolamento delle ossa. Tortura dell'animale: un insetto, per lo più un tafano (a volte anche una o più api) veniva messo nell'ombelico dell'imputato, chiuso da un bicchiere di vetro. Alternativamente, si poteva inserire la testa del malcapitato in un sacco pieno di bestie inferocite (spesso gatti). Mastectomia (o strappaseni): il nome dice tutto. Spesso "l'operazione" (eseguita con tenaglie arroventate) veniva preceduta dall'ustione dei capezzoli. Ordalia dell'acqua: celeberrimo metodo con cui gli inquisitori credevano di accertare se la donna accusata fosse o meno una strega. Le venivano legati mani e piedi e poi veniva gettata in un fiume. Se galleggiava, era senz'altro una strega (l'acqua, elemento puro, rifiuta il male); se affondava, era innocente. Ma, nella maggior parte dei casi, era anche morta. Pulizia dell'anima: si faceva ingerire al condannato acqua bollente o sapone, per mondare la sua anima corrotta. Ruota: per prima cosa, alla vittima venivano spezzati gli arti pubblicamente, perché la sua sorte fungesse da monito. In seguito, veniva issata su una ruota e lasciata in pasto a uccelli e roditori. Sega: terribile metodo di esecuzione applicato, nella maggior parte delle volte, agli omosessuali. Il condannato veniva appeso a testa in giù, con le gambe divaricate, e con una sega veniva tagliato in due verticalmente, partendo dai genitali fino ad arrivare alla testa. L'accusato veniva tenuto a testa in giù perché il dissanguamento fosse più lento, e perché il maggior afflusso di sangue al cervello acuisse la sensibilità al dolore. Pare anche che la vittima restasse cosciente finché la sega arrivava al cranio. Culla di Giuda (o triangolo): l'imputato, tramite un complesso sistema di corde, veniva tenuto sospeso al di sopra di un cuneo appuntito. Allentando la corda principale, esso penetrava nell'ano o nei genitali della vittima. Questa tortura era tanto più terribile dal momento che implicava una veglia continua. Talvolta, se l'accusato si era macchiato di colpe particolarmente gravi, ai suoi piedi venivano applicati dei pesi. Cremagliera e Cavalletto: sebbene con due metodi differenti, queste due torture facevano sì che le articolazioni del condannato si slogassero e che tutte le sue membra venissero disarticolate dalle giunture. Veglia: l'accusato veniva costretto a una veglia continua, che poteva durare anche due giorni. Era costretto a restare in piedi, tra due sentinelle che si davano il cambio, e che si adoperavano per non farlo addormentare. Pera: terribile strumento che veniva inserito nella cavità orale o nel retto del condannato (spesso nella vagina, se l'accusato era una presunta strega: ciò doveva farle pagare cari i suoi rapporti osceni col Maligno). Da questo strumento si liberavano viti e chiodi che andavano a dilaniare la cavità in cui la Pera era stata inserita. Tortura dell'acqua: questo metodo veniva applicato spesso su personaggi compromettenti, dal momento che i suoi risultati non erano esternamente visibili. Veniva fatta ingurgitare all'accusato una quantità spropositata d'acqua, finché il suo ventre non raggiungeva dimensioni abnormi. Dopodiché veniva messo a testa in giù, perché la massa d'acqua pesasse sul diaframma e sui polmoni. Oltre al fortissimo dolore, ciò provocava gravi strappi e lesioni agli organi interni. Culla della strega: come dice il nome stesso, questa tortura veniva applicata soprattutto alle donne accusate di essere serve di Satana. Esse venivano poste in un sacco, appese al soffitto o a un albero e fatte dondolare indefinitamente. Sebbene non sembri una vera e propria tortura, questo metodo, in realtà, causava disorientamento totale e spesso allucinazioni. Naturalmente, alcuni di questi metodi erano utilizzati per ottenere confessioni, altri per compiere esecuzioni capitali. "Fides suadenda non imponenda" - "La fede deve essere indotta con la persuasione, non con la forza", diceva San Bernardo. Ma sembra che non sia stato ascoltato. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK giovedì 13 novembre 2003 - ore 10:40 ![]() COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK giovedì 13 novembre 2003 - ore 09:53 Banshee (Irlanda) Fata vestita di bianco, le cui grida preannunciano la morte di qualcuno… In irlandese Bean Sidhe, ovvero Donna Fatata: è una donna pallida vestita di bianco che si lega ad un’antica famiglia irlandese e lancia lamenti in occasione della morte di un membro di questa. Quando a lamentarsi arriva più di una Banshee, l'uomo o la donna che sta morendo deve essere stato molto pio, o molto coraggioso. Qualche volta è nemica di una casata, e le sue sono quindi grida di trionfo, ma questo accade raramente; si dice inoltre che la Banshee che lancia grida di trionfo non sia un vero e proprio folletto, bensì lo spettro di qualcuno che ha subito dei torti da un avo della persona morente. Questo folletto, come il Far Gorta, differisce dalla condotta generale dei folletti solitari per via della sua disposizione, generalmente buona. Il nome corrisponde a quello del meno comune corrispondente maschile Far Shee (in irlandese Fear Sidhe). Alcuni sostengono, erroneamente, che la Banshee non vada mai oltremare ma risieda sempre nel suo paese. LEGGI I COMMENTI (2) - PERMALINK mercoledì 12 novembre 2003 - ore 14:53 Fifteen pure and clean, innocent Lost sheep secrets I keep under lock and key Someone help me So look at me you're like a superstar I can impress your mind I swallow Sorry sorry I'm so scared so I try I confide in nothing I just hide Lips meet sickness repeats all over again Upset forget we met want to wish it away Only if I could So look at me you're like a superstar I can impress your mind I swallow Sorry sorry I'm so scared so I try I confide in nothing I just hide Some things are better left unsaid Some things are better forgotten Some things are better left unsaid Some things are better forgotten No one will ever understand me No one to hold my hand I got you, I hold you I take you on one hell of a ride I'll break you, I'll make you In your head you can't hide Some things are better left unsaid Some things are better forgotten Some things are better left unsaid Some things are better forgotten COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK mercoledì 12 novembre 2003 - ore 11:56 COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK > > > MESSAGGI PRECEDENTI |
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