"Son maestro di follia, vivo la mia vita sulla fune che separa la prigione della mente dalla fantasia. Il mio futuro è nel presente ed ogni giorno allegramente io cammino sul confine immaginario dell’orizzonte mentre voi, signori spettatori, mi guardate dalla strada, cuori appesi ad un sospiro per paura che io cada. Ma il mio equilibrio è in cielo come i sogni dei poeti, mai potrei viver come voi che avete sempre la certezza della terra sotto i piedi.
..e ringrazio chi ha disegnato questa vita mia perché mi ha fatto battere nel petto il cuore di un equilibrista."
"..Detesto queste mani intrise di sangue. Detesto ciò che i miei occhi hanno visto.
Fino alle mie ginocchia nella melma e nel fango. Quanto fa male purificarsi.
Ero sempre nei miei pensieri, ma mai al mio fianco. Corri - ma se andrai via dovrai per sempre nasconderti. Così, se devi correre, fallo per un rimedio."
“E quando il mio sguardo si levò verso il mondo infinito alla ricerca dell’occhio divino, il mondo mi fissò con un’orbita vuota e sfondata, e l’eternità giaceva sul caos e lo rodeva e rimasticava se stessa.”
<<Il dolore è un oscuro mare profondo nel quale affogherei, se non guidassi con sicurezza la mia piccola imbarcazione diretto verso un sole che non sorgerà mai.>>
- Lestat de Lioncourt-
"E amerò il rumore del vento nel grano..."
"Sono una stella del firmamento che osserva il mondo, disprezza il mondo e si consuma del proprio ardore.
Io sono il mare di notte in tempesta, il mare urlante che accumula nuovi peccati e agli antichi rende mercede.
Sono dal vostro mondo esiliato di superbia educato, dalla superbia frodato, io sono il re senza corona.
Sono la passione senza parole senza pietre nel focolare, senz’arma nella guerra, è la mia stessa forza che mi ammala."
"L’amore è l’arte più difficile. E scrivere, danzare, comporre, dipingere sono la stessa cosa che amare. Funambolismi. La cosa più difficile è avanzare senza cadere."
"Red as the veins, she likes to swim in floating so gently, through this human misery"
“Camminerai dimenticando, ti fermerai sognando”
* Shadow of the Moon *
Will it hurt?
HO VISTO
Foglie sfidare il vento..
La libertà negli occhi di un lupo..
Il sole tramontare quarantatrè volte..
The seed of a Lunacy..
Dolcettiih!!!
The Perfect Element..
Troppi spettri tra le pieghe delle cose...
E una marea di film!
Faccio spesso indigestione di cinema...dal muto ai giorni nostri.
Registi assolutamente geniali?
David Lynch (Mulholland drive, Lost highway, The elephant man, Eraserhead, Wild at heart, Blue Velvet, The Straight Story, Twin Peaks, Dune, Inland Empire)
Tim Burton (Victor, Nightmare before Christmas, the corpse bride, Ed wood, Edward Scissorhands, Beetlejuice, Mars Attacks, Big Fish, Charlie and the chocolate factory, The Legend of Sleepy Hollow, Batman, Planet of the apes, Sweeney Todd)
Lars Von Trier (Le onde del destino, Dancer in the dark, Dogville, Antichrist, Melancholia)
Darren Aronofsky (Requiem for a dream, The fountain, Black Swan)
Ma qui ci sta bene un elenco più o meno random e pessimamente aggiornato (quando me ne ricordo):
Interview with the vampire, Bram Stoker’s Dracula, Murnau’s Nosferatu, Shadow of the Vampire, W. Herzog’s Nosferatu, The addiction, The hunger, Queen of the damned, The crow, Adele H di Truffaut, Suspiria Profondo rosso e Phenomena di Darione, L’aldilà di Fulci, La casa dalle finestre che ridono, Shining, Dogville, The Matrix, The others, Prendimi l’anima, Legends of the Fall, The lord of the rings, Dead poets society, A Clockwork orange, Pulp fiction, Kill Bill, In the mood for love, Viaggio in Italia, Citizen Kane, Novecento, Rapsodia satanica, Poeti dall’inferno, The Devil’s Advocate, La leggenda del pianista sull’oceano, The Green Mile, Lady Hawk, Psycho, Rear Window, The Birds, Braveheart, The Passion of Christ, Dead man, Highlander, The Princess Bride, The Ninth Gate, Jack the Ripper, The phantom of the opera, Fear and loathing in Las Vegas, House of 1000 corpses, They live, The Bridges of Madison County, The hours, Fried Green Tomatoes, V for vendetta, Neverending story, Indiana Jones, Frankenstein junior, Army of Darkness, Splatters, Non ci resta che piangere, The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy, 300, The prestige, Il giardino delle vergini suicide, Requiem for a dream, La bussola d’oro, Dellamorte Dellamore, Into the wild, I am legend, Magnolia, Il tredicesimo guerriero, Let the right one in, District 9, Inception, Shutter Island, ecc... (in aggiornamento)
Sentenced, Moonspell, Type O Negative, Katatonia, Nightwish, Charon, Poisonblack, Pain of Salvation, Nine Inch Nails, Death, Muse, Apocalyptica, Entwine, Dark tranquillity, Blind Guardian, In flames, Paradise Lost, My dying bride, After Forever, Him, Cradle of filth, Dimmu Borgir, Rhapsody, Therion, Tristania, To die for, The 69 eyes, Theatre des vampires, Lacuna Coil, Novembre, Tiamat, Placebo, Dream Theater, Death Dies, Bleed in vain, White skull, Lacrimosa, Depeche Mode, The cure, Bauhaus, Joy Division, Tool, Faith no more, Fantomas, Slipknot, Verdena, Subsonica, Battiato, De Andre’, Beethoven, Rackmaninov, Liszt, ...etc...
E’ Inutile che vi dipingiate di colori che non vi appartengono. Basta una pioggia leggera per lavare via la vernice.
Le mie radici sono nere.
ABBIGLIAMENTO del GIORNO
ORA VORREI TANTO...
"..e ho corso in mezzo ai prati bianchi di luna per strappare ancora un giorno alla mia ingenuità"
"Era una musica selvaggia e indomita, echeggiava tra le colline e riempiva le valli. Provai uno strano brivido lungo la schiena...Non era una sensazione di paura, ma una specie di fremito, come se avessi dei peli sul dorso e qualcuno li stesse accarezzando." A. Orton
la mia stella: "When dusk falls and obscures the sky, you’re the shine of the Northern Star"
"Strange are the ways of the Wolfhearted..."
STO STUDIANDO...
Tutto ciò che ha a che fare con l’Arte! dalla poesia alla letteratura, alla musica, e alle arti plastiche e figurative in senso stretto! Come si può non votare la propria vita a qualcosa di così sublime e immortale? Ma soprattutto…non potrei fare a meno del costante bisogno di scrivere, ossessionata dal terrore che tutto si perda, e che ogni cosa che mi sembra tanto preziosa io non trovi il modo di esprimerla, di renderla importante per me o per qualcun altro... Così...lascio che i pensieri attraversino la mia anima e il mio corpo, scorrendo attraverso le mie vene, come sangue che si tramuta nell’inchiostro che scivola libero sul foglio..come un’emorragia inarrestabile.
"Maledetti, trafitti dalla passione, l’amore ci sopravvive, l’arte ci rende immortali." - J. W. Goethe -
...Siamo storie da raccontare...
...memorie da custodire...
...errori da ricordare...
“Sto diventando sempre meno definito col passare dei giorni. Scomparendo. Beh, potresti dire che sto perdendo la concentrazione, andando alla deriva nell’astratto per quanto riguarda il modo in cui vedo me stesso.
A volte credo di poter vedere direttamente attraverso di me. A volte posso vedere direttamente attraverso di me.
Meno preoccupato riguardo l’adeguarmi al mondo. Il tuo mondo, cioè. Perché non importa più davvero, no, non importa più davvero. Nulla di questo importa più davvero.
Si sono solo, ma dopotutto lo sono sempre stato, per quanto indietro io possa ricordare. Credo che forse sia perché tu non eri mai davvero reale, tanto per cominciare. Io ti ho creato solo per farmi del male.
Ti ho creato solo per farmi del male. Ed ha funzionato. Sì.
Non c’é nessun te. Ci sono solo io. Non c’é nessun fottuto te. Ci sono solo io.
Solamente.
Il più piccolo puntino attirò il mio occhio e si rivelò una piaga. E io avevo questa sensazione bizzarra, come se sapessi che era qualcosa di sbagliato. Ma non riuscivo a lasciarlo stare, continuavo a tormentare la piaga. Era una porta che tentava di sigillarsi, ma io mi ci sono arrampicato attraverso.
Ora sono in un qualche luogo in cui non dovrei essere, e posso vedere cose che so che non dovrei vedere.
E ora so il perché, ora, ora so perché le cose non sono belle dentro.
Only.”
OGGI IL MIO UMORE E'...
Instabile...
"You cannot kill what you did not create. All I’ve got... all I’ve got is insane!"
"Ieri ho passeggiato per le strade come una qualsiasi persona. Ho guardato le vetrine spensieratamente e non ho incontrato amici con i quali parlare. D’improvviso mi sono sentito triste, mortalmente triste, così triste che mi è parso di non poter vivere un altro giorno ancora, e non perché potessi morire o uccidermi, ma solo perché sarebbe stato impossibile vivere il giorno dopo, e questo è tutto.
Fumo, sogno, adagiato sulla poltrona. Mi duole vivere in una situazione di disagio. Debbono esserci isole verso il sud delle cose dove soffrire è qualcosa di più dolce, dove vivere costa meno al pensiero, e dove è possibile chiudere gli occhi e addormentarsi al sole e svegliarsi senza dover pensare a responsabilità sociali né al giorno del mese o della settimana che è oggi.
Do asilo dentro di me come a un nemico che temo d’offendere, un cuore eccessivamente spontaneo che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale; che accompagna col piede la melodia delle canzoni che il mio pensiero canta, tristi canzoni, come le strade strette quando piove."
- F. Pessoa -
"Una volta aveva foreste e montagne che erano solo sue, e lo ascoltavano. Una volta voleva correre attraverso giorni d’estate catturando ricordi per gli anni a venire. Ora sta vestendo questo nudo pavimento con la sua carne e il suo sangue, e il tempo passa. Il suo traffico di dolore potrebbe averlo solo guidato a trattare con le conseguenze, per qualche cambiamento, mentre il tempo scorre.
Io sono il bambino risvegliato (indugiando, arrampicandomi, avvinghiandomi, afferrando, bramando, lacerando, ferendo, cadendo) Io, il figlio ribelle di un lago di montagna. (di gelide lacrime liquefatte, della silenziosa Terra) (di una sbiadita palpebra, di un vento senza ali) (di una tempesta senza occhi, di Dei caduti, che hanno perso la propria strada)
Mi do alle fiamme per creare l’elemento perfetto."
- Daniel Gildenlöw -
... Live that you might find the answers You can’t know before you live...
Love and life will give you chances. From your flaws learn to forgive.
"Forse sono l’uomo con le leggendarie quattro mani Per toccare, per curare, implorare e strangolare. Ma io non so chi sono, e tu ancora non sai chi sono..." F. R.
(questo BLOG è stato visitato 10388 volte) ULTIMI 10 VISITATORI:
ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite
[ ELENCO ULTIMI COMMENTI RICEVUTI ]
venerdì 4 maggio 2012 - ore 13:05
Post-it
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Stamattina riordinavo lo studio e mi sono accorta che metà delle cartacce che ho accumulato, ormai dotate di vita propria (e di capacità di espandersi fino a fagocitare lo spazio circostante), sono piene di appunti per ricordarmi di fare questo e quell’altro e quell’altro ancora.
Deve essere la vecchiaia galoppante. O forse questa primavera che mi rende narcolettica e mi anestetizza il cervello. Fatto sta che senza miriadi di bigliettini (per non parlare dei promemoria sul telefono) sarei perduta. Ma non è stato sempre così, o magari ero nel matrix e non lo sapevo. In realtà non sono mai stata giovane né sveglia né bionda. Chi lo sa.
Oggi va di delirio. E quando ho aperto il blog ho pensato che da leggere deve esser proprio una noia assurda. A me serve per tutto quello che vi lascio impresso sotto forma di ricordi (altri post-it dall’utilità dubbia?), ma chissà che palle leggere il diario di qualcuno che non racconta mai nulla di preciso e non spara neanche un po’ di cazzate.
Io li adoro i blog di quelli che sparlano, sparlano, sparlano, e riescono a fare un post al giorno sulle cose più insignificanti. L’importante è che ci sia un po’ di acume dietro le cazzate, per il resto mi sciroppo volentieri gli sproloqui altrui.
Ma non volevo parlare di questo. Stavo pensando ai post-it, e al fatto che all’inizio di quest’anno non mi sono minimamente disturbata a chiedermi se fosse il caso di buttar giù qualche proposito. E lo so che siamo a maggio e non a gennaio, ma io ho l’equilibrio biologico sballato, e non solo quello.
Così, mentre riordinavo i cassetti, ho realizzato che dico un sacco di cazzate a me stessa. Perché è inutile dichiarare a tutti che i miei desideri sono questi e quelli, che ho ancora delle ambizioni, che so con precisione cosa mi piace e cosa no, dato che in base alla mia tanto adorata teoria del “contano-i-fatti”, i conti non mi tornano affatto. O sono inconsciamente schizofrenica, oppure fallita. Credo di preferire la prima opzione.
La cosa divertente è che nonostante tutto continuo a credere di sapere cosa voglio. Riuscirò ad attuare qualcosa in tempo utile senza ritrovarmi con un mucchio di post-it mai più letti?
Proviamoci. Promemoria per i mesi a venire:
- Finire assolutamente e imprescindibilmente entro la fine del 2012 quel cavolo di romanzo che devo scrivere. Ho detto finire, non pubblicare. Per me può anche trovare la sorte di fare da sottobicchiere sul mio comodino per l’eternità, ma DEVE essere finito.
- Eventualmente pubblicare il romanzo di cui sopra, confidando in una spropositata botta di culo. In alternativa darmi una mossa e partecipare a più concorsi letterari per racconti brevi. Possibilmente smetterla di scrivere i racconti il giorno dopo della scadenza.
- Fare un corso di computer grafica, uno di fotografia, e possibilmente anche uno di canto. Perché ormai ho capito che con la storia dell’arte non vado da nessuna parte (e la cameriera col cavolo che la faccio per l’eternità).
- Vincere alla lotteria o sposare un miliardario per avere i fondi necessari a sostenere il punto enunciato qui sopra. Esclusa l’ipotesi matrimonio (per ovvi motivi), credo opterò per diventare un’incallita fanatica scommettitrice all’enalotto. In alternativa proverò ad ampliare il mio campo di “competenze” e chiederò l’aumento. (..i vantaggi di farsela col proprio capo <3 )
- Prima di rovinarmi l’esistenza e/o finire sotto un ponte, possibilmente terminare la tesi che mi trascino dietro da due anni come peso morto.
- Organizzare più spesso pomeriggi per giocare di ruolo e riuscire a coltivare la mia passione nerd senza dovermi per forza sentire in colpa.
- Truccarmi con un sacco di colori perché la commessa di Sephora m’ha detto che truccarsi sempre di nero/grigio invecchia. “E se non osi adesso quando mai lo farai?” Ottimo, domani sera mi sparo un ombretto fucsia fluo sugli occhi. E devo andare ad un concerto black: complimenti per il tempismo!
- Smetterla di comprare smalti che sto diventando una collezionista compulsiva.
- Andare di più al cinema e non addormentarmi sul divano la sera guardando i film.
- Tenermi stretto tutto quel che ho di bello nella vita senza dimenticare di avere delle ambizioni solo mie.
- Wraureggiare felicemente per il resto dei miei giorni with the wrà, and the sun, and the love, and the yeah!
- Infine, ultimo punto di importanza fondamentale: EMIGRARE. Che ormai a giugno son 28 e io questo caldo non lo sopporto. Dalla Germania in su va bene tutto, non sono una tipa esigente.
Bene, se mi viene in mente qualcos’altro aggiorno. Ora il quesito più impellente di tutti è: “cosa preparo per pranzo?”. Ecco!! …forse dovrei fare anche un corso di cucina (e credere nei miracoli).
Memento Audere Semper
(categoria: " Vita Quotidiana ")
- I sogni del Poeta nella dimora il Vittoriale, singolare, iperbolica e decadente, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita, tra i diecimila oggetti collezionati e una nave vera incastrata nella roccia in giardino. -
Alla scoperta del lago di Garda, nei luoghi amati dal poeta Abruzzese, dal Vittoriale al duomo di Salò, dove si può riscoprire la storia e la leggenda di D’annunzio.
"Il lago è d’una bellezza improvvisa, indicibile... Il lago ha qualcosa di pudico. S’avvolge in un velo argentino, e lascia vedere qualcuna delle sue grazie rosee...."
L’amore di D’Annunzio per il lago di Garda sbocciò nel 1917 durante un volo di guerra. Sgombrata nel 1921 la città di Fiume, è sulle sponde del suo Benaco che il Vate decide di stabilirsi: vicino alla linea del fronte, a un passo dal Brennero, ricche della rigogliosa vegetazione segnalata già nei Baedelcer di metà Ottocento.
A Gardone Alto, Villa Thode, di proprietà dell’illustre critico d’arte che ha sposato una figlia di Cosima Liszt, in nulla lascia intravedere il futuro Vittoriale, sontuosa cittadella la cui colorata magnificenza lo risarcirà dello scacco politico che subisce dall’accordo Mussolini.
Ma un viale folto di rose, il fiore prediletto, è per lui un’irresistibile lusinga. Come il pianoforte collocato nel cuore della casa: quei tasti aveva premuto la mano virtuosissima di Liszt, mentre l’ombra di Cosima Wagner sembra ancora aggirarsi tra le stanze. Per "stodeschizzare" la villa, D’Annunzio avvia subito i lavori, alloggiando al Grand Hòtel e all’Hòtel Savoy e prendendo i pasti nelle trattorie locali dove " si frigge divinamente il pesce del lago". Intanto, attende alla conclusione del Notturno, le sue memorie di guerra.
La partecipazione agli eventi sportivi della Riviera rappresenta il suo debutto nella società locale. Sulle acque del Garda vince il record mondiale di velocità marina. Viene acclamato Alto Patrono del nuovo Club Motonautico Gabriele D’Annunzio che ha sede accanto alla darsena del Casinò di Gardone. Nella vicina torre San Marco ormeggia i suoi motoscafi: il Mass di Buccari e lo Spalato di Bisio. "Vecchio canottiere del Tevere e dell’Aniene", si definisce poi con compiacimento. E presenzia alle " regate nazionali remiere " indette dai Canottieri Garda di Salò, da lui ribattezzate "Argonali del Remo".
Nel 1921 D’Annunzio pone sulla porta d’ingresso di Villa Thode un cartello: "Clausura et silentium". Nasce il Vittoriale. E’ però la marcia su Roma, l’anno successivo, a determinare le modifiche radicali della nuova residenza che D’Annunzio acquista con un prestito bancario che mai salderà. Tanto più che il fascismo l’ha " usurpato " - il termine è suo -imitandone gli slogan, i discorsi dal balcone, il balzo all’indietro e in avanti dal rilancio della Roma imperiale alle grandi innovazioni del futurismo.
Il Vittoriale intende sovrapporre al Vittoriano, monumento sabaudo all’Italia unita della Roma fascista, nella quale però il Vate non mise mai piede. Non a caso la cittadella di D’annunzio, per un’area di nove ettari, si erge come sacrario della Grande guerra vittoriosa, guerra che ha condotto a termine il Risorgimento con il riscatto delle terre irredente. Badi Mussolini: il vincitore è lui, D’Annunzio, eroe a cui prima o poi l’Italia si rivolgerà come al salvatore della patria poiché il suo carisma è in grado di scalzare qualsivoglia "uomo nuovo". Questo il disegno del Vate nazionalista, circondato dai fedeli reduci fiumani .
E quando si avvede che i conti non tornano e il suo vivere defilato è contro tutti-"Aria, aria, e compiacenza di quel che mi piace, e convenienza di quel che mi pare ", inizia un sottile gioco beffardo. Dona il Vittoriale al popolo italiano con un solenne atto notarile steso di suo pugno, ottenendo i finanziamenti necessari a rendere la dimora sempre più grandiosa "Io ho quel che ho donato".
Raramente frequenta i salotti rivieraschi, tra questi villa Rimbalzello. Ad attrarlo qui non è tanto l’ospitalità di Madame d’Espaigne quanto l’avvenenza della sua giovane cameriera Angèle che ribattezzerà Jouvance. Le sue passeggiate lo portano più spesso al Duomo di Salò - uno del "securi porti dell’arte" - o alla vicina comunità del frati cappuccini di Barbarano per dissertare sulla vita e l’ascetismo di Padre Pio e San Francesco. Ogni mira politica è lasciata ormai alle spalle per allestire la cittadella a perenne memoria di sé.
Mentre, giorno dopo giorno, esigendo il titolo principesco ma rifiutando la carica di senatore a vita, snobba Mussolini: "Caro Ben ", gli scrive disinvolto come un’amante. Pretende che venga costruita la strada Gardesana, " il meandro di Bennaco ", stratega di quel turismo culturale di cui è l’inventore e che ancora oggi fa uno dei musei più visitati d’Italia. Promuove competizioni sportive , la costruzione di ville e alberghi con nomi fascinosi. Significativamente chiama invece l’ultima ala del Vittoriale, Schifamondo.
Qualche volta la vanità gioca brutti scherzi. Gabriele D’Annunzio allestì il suo studio al primo piano del Vittoriale o meglio, della Priora, la parte antica nella quale trascorse gli ultimi 17 anni della vita. Lo chiamava l’officina, perchè si definiva operaio della parola. L’umiltà che appare da questa espressione non deve fuorviare, è del tutto falsa. Vero, invece, è che grazie ad uno stratagemma architettonico, il Vate pretese di sottolineare la sua statura ( in senso letterario , ovviamente ): mantenne abbassata l’architrave della porta d’ingresso così che chiunque salisse i tre scalini che la precedevano dovesse chinarsi per entrare al cospetto del Vate. Chiunque non fosse un nano. Ma un giorno il poeta distratto, che pur non era un gigante, prese anch’egli una zuccata formidabile. Che vergogna: il temerario che aveva sfidato le contraeree volando su Vienna, ferito dalla sua stessa astuzia.
L’Officina, bernoccoli a parte, è l’unica stanza vagamente normale di tutto il Vittoriale: grande, luminosa, con pareti dal muro visibile. Due scrivanie, per lavorare in contemporanea senza attendere che l’inchiostro si asciughi, libri, cofani e cofanetti, vocabolari disposti su scaffali obliqui, a portata di mano. Un busto di Eleonora Duse, pronta a vegliare sui momenti creativi: ma su quella presenza ingombrante, destinataria d’amore e di rimorso, D’Annunzio posava un foulard ogni volta che entrava. Si sentiva più libero .
Tutte le altre stanze della Priora ( luogo appunto, conventuale ) di normale hanno ben poco. Piccole, cupe, sovraffollate di oggetti; pavimenti, pareti, soffitti ricoperti di tappeti, stoffe, drappeggi. Da quando aveva perso un occhio, D’Annunzio temeva la luce, la mascherava, la attutiva: e ovunque domina una penombra densa di inquietudine. Detestava il rumore, e i locali, angusti e avvolti nei libri, nei quadri, nei tendaggi, danno un angoscioso senso di soffocamento. Detestava anche il freddo, e d’inverno teneva questa polverosa foresta di cose a una temperatura non inferiore ai 30 gradi. Il Vittoriale vale una visita, che è un viaggio nel decadente e il surreale; ma penso che poche persone normali potrebbero pensare di vivere in una simile dimora. Lo stesso Vate, all’inizio pensò di trascorrervi un periodo temporaneo, giusto per finire il Nettuno.
Poi spinto forse anche dal fatto che la villa, confiscata in base alla legge del 1918 al critico d’arte tedesco Henrich Thode, poteva forse essere restituita alla vedova, la comprò e la visse a lungo come il luogo della propria morte. I soldi, 260.000 lire compresi i mobili e i 6250 volumi della biblioteca, se li fece prestare da una banca.
Quando nel 1921 arrivò quì, sul colle di Cargnacco, contrada di Gardone Soprano, splendida vista sul lago, D’Annunzio era al massimo della sua fama, i diritti d’autore gli permettevano di fare una vita paragonabile a quella di un miliardario di oggi. Ma col denaro aveva sempre avuto un rapporto controverso di uno spendaccione viziato. Già dalla Capponcina, la casa toscana che anticipava la ricchezza mitologica del Vottoriale era dovuto andarsene ingloriosamente, abbandonando tutto ad un esercito di creditori infuriati.
La sua mente fertile inventò allora un piccolo gioiello, si direbbe oggi, di ingegneria finanziaria: donò tutto allo Stato, in cambio di un cospicuo finanziamento che gli permettesse di azzerare il debito e di fare i lavori ambiziosi e monumentali. Questo fa leggere nella sua vera chiave uno dei motti più celebri, che sta iscritto proprio all’ingresso del Vittoriale: "Io ho quel che ho donato". In altre parole sto in una casa che non è più mia.
Sapere che il Vittoriale era " degli italiani ", amplificò forse il suo gusto celebrativo e cimiteriale che lo spinse a costruire un monumento a se stesso: temeva forse di essere dimenticato? Decise dove doveva essere la sua tomba, che svetta sul cucuzzolo più alto della collina, alla sommità di un mausoleo circolare in marmo bianco, gelido quanto un padiglione di anatomia. Creò in vita, la propria camera ardente, una stanza sghemba che chiamava "del Lebbroso", dove sostava in raccoglimento negli anniversari più dolorosi. Oltre una balaustra , su un pavimento rialzato, un piccolo letto spoglio, macabro quanto una bara, doveva accogliere il suo corpo senza vita: che qui fu deposto tra il 1° e il 2 Marzo del 1938.
Aveva un desiderio piuttosto originale: voleva che fosse esposto, una volta tagliato, il suo orecchio sinistro, che considerava la parte più perfetta del suo corpo. Ma il desiderio restò tale, e la sua salma integra. Gli anni del Vittoriale sono quelli della vecchiaia. Vi arrivò a 58 anni e vi morì a 75. Una vecchiaia che non fu generosa: finì per non denudarsi più davanti alle sue amanti, alle quali si presentava vestito di un camicione da notte con un’unica apertura al posto giusto, ma l’apertura era contornata da un anellone d’oro a 18 carati, dal quale offriva il suo "attrezzo".
Si vergognava del suo corpo ormai devastato e dei soi denti malandati. Ma la necessità di incontri femminili lo accompagnò fino all’ultimo, sofferente com’era di una malattia scomoda ma maledettamente invidiata: il priapismo. Di statuette falliche è disseminata la sua camera da letto ( la cosiddetta Stanza della Leda ).
Di donne, grazie anche alla sua fama, fu circondato fino all’ultimo, anche se non si sa di quante lunghezze seguì il record assoluto appartenuto a un altro scrittore insaziabile, Georges Simenon, che ne collezionò circa diecimila. Erano, quegli incontri, momenti di furore creativo. Una giovane prostituta, certo tutt’altro che colta, nell’atto di darglisi un giorno sussurrò:" Mettimicimelo ". D’Annunzio, forgiatore di parole, sobbalzò folgorato dalla poeticità primitiva di quel ritmo inconsapevole. Luisa Baccara, la pianista che fu sua discreta compagna fin dagli anni di Venezia e di Fiume, e che al Vittoriale visse sempre in punta di piedi, ebbe la suprema dote della pazienza.
Al Vittoriale, ma relegata in una dépendance, Villa Mirabella, visse anche la moglie di D’Annunzio, la duchessa Maria di Gallese. Ma si tratta di presenze che fanno soltanto da sfondo al suo carattere protagonista. In questa casa piena di oggetti e di simboli, D’Annunzio è solo, celebra se stesso, soltanto se stesso. Capitava che avesse ospiti a pranzo ma che fosse la Baccara a mangiare con loro, nella sala della Cheli ( la sala da pranzo dedicata alla sua tartaruga morta di indigestione). Lui preferiva consumare del cibo frugale, un tè, dei biscotti, sullo scrittoietto della Zambracca, la stanzetta accanto alla camera letto, un po’ spogliatoio, un po’ luogo di lavoro e meditazione.
Nella parete dietro la scrivania, uno stipo dove teneva le medicine: meglio, la cocaina che gli procurava, pare, anche una cameriera altoatesina poi sparita nel nulla. Si disse che era una spia dei nazisti e che aveva il preciso compito di intontirlo. L’ipotesi non è inverosimile, visto che l’alleanza tra Mussolini e Hitler non gli era mai andata giù.
A dire il vero non gli era mai andato giù nemmeno Mussolini, che considerava volgare e troppo lontano dal proprio stile lo stesso dittatore, probabilmente, lo fece controllare dalle pattuglie armate che, ufficialmente, sovrintendevano alla sicurezza del Vittoriale.
Più nazionalista che fascista, convinto di essere uno de gli autentici padri della Patria, il Vate poteva essere un temibile concorrente per il Duce. Ernest Hemingway, nel 1923, scrisse che Mussolini era un bluff, il più grande bluff d’Europa, e che D’Annnunzio era l’unica vera alternativa possibile: “Un Rodomonte vecchio e calvo, forse un po’ matto, ma profondamente sincero e divinamente coraggioso”.
Più che coraggioso, D’Annunzio si sentiva un vero eroe. Dal volo su Vienna all’avventura di Fiume, alla beffa di Buccari. Era un grande regista e un eccezionale promotore di se stesso: come dire, un sublime fanfarone. Il Vittoriale è la Celebrazione anche di quest’epopea bellica e patriottica che fu tanta parte della sua vita: nel parco e nella casa, tra gli ulivi o vicino a calchi greci, ogni tanto spunta una mitragliatrice, un moschetto, un’elica, uno stemma della Grande Guerra. Persino una vera nave incastrata nella roccia e fusa col paesaggio. L’auto celebrazione, l’inno a se stesso “diventano” la casa, il giardino, le corti.
Le cose sono una continua, incessante, ossessionante ricerca di memoria. Chi li ha contati giura che nelle stanze del Vittoriale ci siano diecimila oggetti (novecento dei quali nel bagno), ma l’impressione è che siano infinitamente di più: sono 500 solo i cuscini. Bene, ciascuno è carico di un significato, o gravato di un simbolo, o contiene un motto, o ricorda un avvenimento. Tutto è elevato a racconto, a testimonianza. in un lugubre e solitario viaggio immaginario, lento, faticoso.
Al Vittoriale, che solo all’apparenza può sembrare un variopinto mercato delle pulci, Gabriele D’Annunzio dedicò gran parte della sua ispirazione senile; lo sviluppo e l’arricchimento della casa lo impegnarono talmente che le sue più grandi opere letterarie non nacquero qui. La sua arte divenne un’altra, e la spiega lui stesso:
"Non soltanto ogni stanza da me studiosamente composta, ma ogni oggetto da me scelto e raccolto fu sempre per me un modo di espressione, fu sempre pei me un modo di rivelazione spirituale, come uno dei miei poemi...".
Comptine d’un autre été
(categoria: " Vita Quotidiana ")
- Il sentiero del rimedio.- Continuo a percorrerlo per brevi tratti, ritagliando pezzetti ben definiti che so di poter affrontare. Raggiungo tappe che mi ero prefissata e pianto bandierine sul percorso, per ricordarmi che niente si dimentica ma tutto cambia.
Oggi pensavo a come ricordare un sogno, come classificare una felicità attraverso il dolore, per poter piantare un altro vessillo e proseguire sul cammino.
Sono passati anni. Non sono più tornata nel nascondiglio che ho scavato in un giorno lontano, per provare a celarvi i sogni che tenevo tra le mani. Sapevo che, lasciati vagare in giro per il mondo, avrebbero certamente brillato troppo. Avrebbero certamente bruciato le mie mani. Ma volevo che restassero solo miei, custoditi in qualche luogo più fedele anche della memoria.
Ne è passato di tempo, e quel che prima percepivo in una data maniera ora è molto diverso. Ora so che la tristezza e il dolore possono esser soffiati via dal respiro del tempo, e che quel che mi resta dentro è un senso immenso, indescrivibile, di pienezza. Sì..la pienezza di qualcosa di vissuto, di bello e triste al contempo, ma di vero, autentico, spontaneo, incredibile nella sua semplicità fatta di piccole magie e frammenti di specchi che si incontrano. Di pezzi di puzzle differenti che senza una ragione combaciano.
C’è stato un tempo in cui non sarei stata in grado di percorrere questo sentiero senza farmi del male. Se ci ho provato, ho certamente fatto l’errore di sostare troppo a lungo presso i crocevia che in precedenza avevo dovuto affrontare. Oggi non mi sembra vero di poter camminare svelta e leggera, guardando dritta davanti a me. E so bene che questo miglioramento lo devo al tempo e all’amore, a questo traguardo che mi ha insegnato a vivere.
Perché se tutto adesso mi appare in forme e colori nuovi, se il mio passato posso affrontarlo col sorriso, se quando mi guardo indietro non ho paura di inciampare, è grazie a chi mi tiene per mano. Sento le mie radici così ben piantate e il mio cuore tanto ben riposto, che posso esser così temeraria da affrontare me stessa sapendo di poter vincere.
Ed è per questo che percorro la via del rimedio solo ora. Perché adesso nulla mi fa paura. Posso ricordare e fermare quei frammenti di immagini che non voglio perdere perché fanno parte di me. Non temo la nostalgia né il bisogno di rincorrere il passato per dargli una forma che resti. Ora più che mai capisco quanto sia importante rivivere ogni cosa che è stata, guardandola sotto questa luce nuova.
Così rileggo una vecchia storia come se seguissi le vicende di due personaggi in un film. E gioisco e soffro con loro, ma non posso realmente raggiungerli. Mi resta però la sensazione di essere ricca, dentro, da qualche parte nella mente o nel cuore.
Ho vissuto tante felicità e di tutte mi sono riempita. Ma ognuna è così peculiare da non trovar modo di essere messa di fianco alle altre. Non voglio ricordare la sofferenza che ha portato quel sogno, una volta lasciato a marcire nella realtà. Preferisco chiudere gli occhi e sorridere al ricordo della luce che ho sentito.
E anche adesso che tutto è diverso, adesso che ho attraversato strade e ponti, e strade e ponti ho bruciato alle spalle, sono fiera di poter portare con me qualche ricordo cristallino di una felicità che è stata. Sono stranamente contenta di sapere che da qualche parte vive il mio specchio, a volte nitido e a volte coperto di fuliggine, ma sempre spietato e fedele nella sua verità d’esistere.
-----------------
Remedy Lane #Ricordi di un Sogno
(vi racconto una storia….)
C’era un tempo in cui amavo guardare le stelle avvolta dal chiarore lunare, un tempo in cui le notti erano lunghe e gelide, ma ammantate di preziosi e fragili biancori. A quell’epoca mi capitò qualcosa di incredibile, di una bellezza tale da farmi dimenticare tutto il resto.
Per inseguire la luce che avevo intravisto sono salita su, sempre più in alto, ed ho iniziato a muovere i miei passi rapidi su una fune sospesa nel cielo. Lontana da tutto, ero inebriata da quella sensazione di leggerezza, e mi sentivo fragile e precaria, ma sempre più vicina alle stelle. Volteggiare su quella corda tesa, in bilico sul crinale della vita, è stato il sogno più bello che mai si possa immaginare...
***
<<Ho ascoltato una voce lontana, ero seduto sul tetto del cielo, brillavano le luci sulla mia testa, il vento era tagliente, il cielo nero. Quella voce cosi lontana, per poco, era stata la cosa più vicina che mai avessi avuto.>>
***
<<Scrivo seduto sul tempo, mentre il viaggio è la mia vita. Avverto sensazioni, le sento come dita estranee che passano tra le mie. Sorrido lieve all’infelicità che, intermittente, mi tiene in una morsa di dolore. Guardo le fattezze di un essere bello infinite volte, ninfa dagli occhi profondi, disegnata con una piuma sottile...
Aghi di pino, foglie ondulate, alberi spogli e persiane chiuse. La banalità di un sole stanco irradia tutto col suo grigiore. >>.
***
<<Tra due punti esistono infiniti punti..>>
Con incredibile stupore apro la mia mente decidendo di percorrere vie mai intraprese, il mio percorso mi rende piccolo, finito, tangibile a malapena, come un punto nero su una linea di cui non si conosce inizio o fine.
Il mio percorso mi riempie gli occhi di colori che non ho mai accarezzato, bagliori eterni nel tempo, la maestosità umana mi lascia perplesso, quasi senza parole.
Dormo, ma continuo sulla mia strada interiore, quasi sentendo la fatica come se questo viaggio fosse reale, poi una luce bianca dai riflessi ramati mi colpisce con delicatezza e quasi cado a terra vittima del freddo metallico che mi affligge, quella luce m’irradia, mi sveglia, lascia germogliare in me la vita, come un fiore dai colori delicati.
Alzo lo sguardo verso il cielo plumbeo e vedo scendere infinite gocce, a prima vista trasparenti, eteree, esse cadono, scendono spedite come se stessero viaggiando verso qualcosa o qualcuno, indipendenti. Se alzo di più gli occhi ne sento quasi le voci e vedo in esse colori d’ogni tipo, riflessi scuri, riflessi chiari, ombre e simpatie.
Ho visto due gocce diverse scendere durante il proprio percorso ed incrociarsi, è stata vita, si sono fuse diventando per un istante una sola cosa, una sola goccia bellissima, dalle sfumature violacee-argentee.
Ho camminato, proseguendo indomito e per ogni passo da me fatto, un granello casuale nella clessidra di cristallo cadeva senza mai esitare nel farlo.
Il mio è stato un cammino nei sogni.
<<..E i miei occhi osservavano i Miei occhi, ed io rimasi folgorato, quasi come se mi stessi guardando in uno specchio bianco.>>
La clessidra ha quasi terminato i granelli, le linee passano sui numeri con velocità feroce, il tempo sa essere spietato e non si è fermato nemmeno un attimo per me.
Sono uscito fuori dal sogno, alzando la testa, mi sono svegliato con gli occhi che mi bruciavano, il mio petto carico di dolore, altre gocce avrei voluto far uscire dalle mie palpebre per seguirne un nuovo viaggio.
***
<<Il problema è che manca Lei. Come l’aria, come il cibo, come la felicità. L’esterno è gelido, me ne fotto, ma l’interno sta per raffreddarsi ed ho paura di sentire il dolore. Ho bisogno, voglio Lei. Tornerei indietro chilometri e chilometri per rivivere il tempo passato. Lascerei che il mio corpo morisse per averla per poco. La libertà d’essere felici, Prigioniera.>>
Ogni odore mi rimarrà in mente, ogni sensazione sarà cicatrice nelle mie memorie. Cerchi di non pensare, ma le parole affollano la tua testa, ossessioni, sogni che mutano in realtà. Quante possibilità su quanti numeri? Un milione? Quante possibilità che due persone possano trovarsi sperduti nello stesso sogno così, persi soltanto l’uno per l’altra. E così poco tempo... difronte all’eternità che avvolge l’universo
<<Pezzi di Puzzle diversi che coincidendo casuali creano un’imagine bellissima, artistica e poetica.>>
***
“Temo che non troverò mai nessuno so che il mio più grande dolore deve ancora arrivare. Ci incontreremo presto l’un l’altro nel buio”
***
Ti ho stretto a me, il sole ci ha colpiti entrambi, voleva vederci uniti. Ogni palazzo rifinito con cura, ogni finestra omologata, ogni lastra di pietra ci ha visto! Abbiamo percorso le viscere della terra a velocità, siamo stati colpiti dall’acqua e soffiati da un vento tagliente. Abbiamo percorso vie su vie e percorsi e sentieri distanti, neanche le scarpe ce la facevano più, ed i piedi dolevano, ma c’era tra noi la voglia di non fermarsi per nulla al mondo. Siamo stati ricchi di noi tra la povera gente e nessuno poteva dividere ciò che siamo stati. Una dimora stretta, accogliente, un caratteristico odore mi rimane ancora impresso. La luce blu della notte, molle dure e caldo afoso. Due corpi per due vite, unite, in solo capolavoro. Siamo stati invisibili in mezzo a migliaia di occhi. Ma i nostri occhi hanno visto solo noi e la tua pelle era setosa e candida. La tua voce soave, sottile, delicata. Io sono l’animale, la bestia, tu rimani la strega bianca.
***
“La distanza sta coprendo il tuo cammino, fa a pezzi il tuo ricordo tutta questa bellezza mi sta uccidendo.”
***
Luna, bianca, rotonda, lontana, fatta forse di polvere, forse di neve. Sento ogni muscolo facciale destreggiarsi per mimare quello che sento. Si, io sento. Voglio avvolgermi in un mantello nero, assaporare l’essenza di uno scenario gotico. Cupo, affascinante, Macabro esterno, scarno di eccessi, ricco di ciò che occorre per certi versi. Brutale, insensato, aggressivo e poi silenzioso e calmo come un lago nero. Oscuro presagio, oscuro timore per un futuro tetro e freddo. I miei occhi non riescono a trattenere il vortice creato dai miei desideri, quindi soffrono. Ma ho fiducia in me, e so per certo, che avrò modo di percepire nuovamente le sensazioni meravgliose. Questi occhi soffrono perchè ora non vedono più, ma torneranno a vedere e si riempiranno di bellezza.
***
Poi ho avuto paura. Non posso dire di esser caduta: ad un certo punto ho smesso di starmene col viso all’insù, e, semplicemente, sono scesa. Ho scelto di tornare giù, con la stabilità della terra sotto di me, e la pesantezza di tutto il mio corpo incapace di volare.
Mi sono guardata intorno, ed ho visto che avevo i piedi nel fango, che la neve mi moriva accanto, e la nebbia mi impediva di scrutare lontano; ma ho visto pure la terra fiorire, e le piante crescere rigogliose, ho intravisto la bellezza anche quaggiù, ed ho accettato la mia vita.
***
Tra due punti ci sono infiniti punti. E se ce ne fottessimo di quelli infiniti, e se saltassimo dal primo all’ultimo? Avremmo il tempo? E se tra due punti ci fosse il nulla? Distanza, spazio, tempo. Mentre io sento ogni brivido salirmi dalla schiena... La voce di lei che mi lascia ipnotizzato.. Io sono Acqua e carbonio, come mai non sono stupefatto dalla capacità dei mie neuroni, riesco ad essere infatuato di un essere speciale, particolare, mentre sono fatto della sua stessa materia, e sopravvivo con il suo codice genetico. Intanto, io pian piano muoio, ma morte felice, senza rimorsi, mentre schiaccio questi tasti sono consapevole di ciò che ho. Stringo le palpebre pensando a ciò che ho perso e piango per quello che non ho ottenuto. Amo, e mentre amo digrigno i denti. I miei denti.
Io dico addio mentre dai miei occhi scende l’acqua.. il resto è carbonio e tristezza.
***
“Hai detto che avevo gli occhi di un lupo Cercali e trova la bellezza della bestia.”
***
Io sono l’orso, ne più, ne meno. Vivo nella mia grotta in silenzio, in silenzio passo i giorni, in silenzio piango. Tu lasciami stare lontano, come è giusto che sia. Io so che sei un individuo fuori dal normale, so che di naturale hai solo la forza d’essere tutto. E’ bene lasciarmi solo per i campi del mio essere, pianure immense di ciò che produco, birre chiare, gocce di ciò che piango, mentre amo il sole. Io sono un reietto, frutto di pensieri vaghi, sogni assolutamente sbagliati, e cose che mai nessuno deve avere, io sono le note sbagliate, sono nulla.
***
Io che sono sogni e parole virtuali, io che sono biglietti e orizzonti lontani... Io che sorrido guardando le stelle, uso il collo per alzare la testa al cielo... Ripenso e socchiudo gli occhi, nel letto mi divincolo passeggiando sui ricordi.. Ho scatti e voglia di cancellare da me il dolore senza dimenticare il passato... Per me tutto è innato, semplicemente ti ho recuperato da me stesso, e una volta che ti ho perso, ho smesso di affrontare le cose con ciò che sono. Ho avuto modo di conoscere, sono cresciuto, mi rimane solo neve e sole. Rimane il silenzio, il vuoto tra me e te? Cosi come un padre che perde il proprio figlio, o un fratello che perde un amico, ho perso più di quanto potessi guadagnare, e di me rimane poco, poco più che la voglia di scrivere le mie parole... Disegnare i suoni con i tasti, attirare le tue attenzioni, sentirti un pò vicina per quanto lontana. Io sono Nulla e nulla resto. Qui.
Ciò che hai lasciato io sarò. Stella o nuvola di polveri sottili, pelle o compassionevoli situazioni. Per ogni attimo vivrò momenti e sogni con te vissuti, per quanto attimi, hanno avuto vita eterna quei momenti trascorsi. E non riuscirò più ad osservare le immagini con gli stessi occhi di sempre. Non potrò brutalmente colpire qualcosa senza portare in me il rimorso. Non sarò l’ultimo, né il primo, ma è il modo in cui sentiamo le cose che ci rende distinguibili dagli altri.
***
Ricordo il giorno che vissi per poco, vidi l’inverno concentrarsi in un fiocco, un fiocco nordico. Io mi innamorai di ciò che avevo trovato, di ciò che avevo fatto, mi innamorai di me. Infinite volte, nessuno può sapere quello che ho saputo. Saprà il mondo, le mie ossa, e il tuorlo di ogni uovo. la malinconia è parte della mia vita. Sai che il silenzio parla, sai che le parole non lette silenziose vivono? Piangi? Io ho avuto questo. Ne sono felice, del resto sono vivo.
***
Io ho visto ogni forma e ogni luogo. Combatterei contro la morte per tornarvi con la stessa realtà, combatterei fino alla morte per ottenere così poche ore, continuerei ad uccidere eternamente, assicurandomi l’inferno? Ho paura si, ma quanta ne ho? Mi hanno lesciato, il vento e la luna, mi hanno lasciato solo. Ora posso salire sul mio tetto ad ululare. Solo. Ma vivo. Ho tutto. Ricordo ogni passo compiuto per quel viaggio, un viaggio nelle mie dannazioni, un viaggio di volo lontano, paure. Pianti, perché? Perche ho visto e poi ho perso? Perche prima ho conosciuto e poi ho desiderato?
Ho niente. Ho visto il mondo.
***
Il mio desiderio quando ti conobbi fu, sapendo che eravamo angeli provenienti da differenti paradisi, di poterti rivedere, di poter essere abbagliato dalla stessa luce dalla quale fui durante la prima volta colpito. Non ha prezzo desiderare una creatura che non si può avere, la consapevolezza dell’incapacità trasmette emozioni più intense di quelle portate dalla routine quotidiana, fatta di alti e bassi o di eccessi di mediocrità. La nostra avventura, nella mia esperienza di vita, non ha eguali, materializzazione di un sogno intrigante e folle, spirito di giovinezza ribelle in totale sintonia con l’instabilità delle emozioni. Paura, dubbio, rimorso, curiosità, gioia, entusiasmo, desiderio, passione, stanchezza e sorpresa.
"Vivi nei sogni", noi lo eravamo, lo siamo stati.
***
“..temo di dimenticarti senza averti compreso a pieno, ricordandoti mentre passeggiamo insieme, io e te e gli umani attorno.”
Perché saremo sempre più umani di quanto desideriamo essere.
"The violating colors imagined, non existent Still so vivid in memories of dreams
The shapes of unreality nonsensical geometry No trace of logics lies for the feebleminded
Justifications for my mind Representation of this possible demise
These are my dreams…won’t you come in? And see the lies within, the lies within It’s all my world it’s my reality And in this realm I reign supreme
This is the end and the beginning of it all Why don’t you listen to me?
Dreams into dreams lies to a liar Negation of desires my desires
Inside’s my world outside is reality And everything that I don’t want to be
Dreams…or demise Dreams…or demise Dreams…"
(Algol – Dreams or demise)
“Empathy’s the law, the false behind the scene Crumbled temples of the conscience Maya masks the only path Truth demised by silent pact
Disingenuousness, this illusion Clads reality all over you Mind the filth of mankind Lay on lies, the line of life
Catch a sight through the pit of lies The crawling demon is you not one fucking truth Staunchly you spit your “true” word This primal mistake is your own
No way to see it No way to realize Appetite drives you Along with desire
Facts without acts are the staging of this life, now set your own language solution comprehensive to man-kind this falsehood, pollution, illusion this life, like a mere game of chess, is a mindfield
Catch a sight through this pit of lies The crawling demon is you Not one fucking truth Staunchly you spit your “true” word Distressing mistake is your own
Disingenuousness, this illusion Clads reality all over you Mind the filth of mankind Lay on lies, the line of life
Not my fucking truth!!!
Facts without acts are the staging of this life now set your own language solution comprehensive to man-kind this falsehood, pollution, illusion this life, like a mere game of chess, a mindfield no truth till the end.”
Qualcosa di intimo..
(categoria: " Vita Quotidiana ")
..come una lettera.
“Ma, al di là di una prospettiva clinica, potremmo riformulare tale linea interpretativa, cogliendo come per la protagonista, attraverso l’atto della scrittura, si tratti di sfondare il quadro fantasmatico che ha costituito la sua storia, la sua filiazione, la trama delle sue origini, per giungere sino al punto più profondo, più opaco, più soggettivo e particolare del suo essere.
Una forma letteraria così peculiare quale il diario, nel percorso accidentato di Adele, diviene l’esperienza più radicale della ricerca di una verità soggettiva che possa palesarsi attraverso la creazione.
Adele, attraverso il suo diario, si espone al confronto con il vuoto, accerchia l’abisso incolmabile da cui è sovrastata e, al contempo, mediante la parola, tenta di nominare, di arginare, di tradurre in segni il residuo enigmatico della perdita. La scrittura è ciò che, al di là delle erranze, peregrinazioni e inseguimenti, la ancora profondamente al senso del suo esistere.
Le lettere inviate da Adele rappresentano un’altra forma di scrittura, filmata con insistenza da Truffaut. Si conosce la passione letteraria del regista per l’epistolario, e nei suoi film sfilano le immagini di personaggi ripresi nell’atto di scrivere, leggere e recitare lettere.
La messa in scena della scrittura fa emergere in primo piano non solo l’intervallo fra l’infedeltà ad una legge universale e la fedeltà a quella del proprio desiderio, ma ancor più sottilmente, la non totale coincidenza di Adele a se stessa.”
(R. Salvatore – Uno sguardo sull’origine: la storia di Adele H.)
Già, ho rivisto una volta ancora uno dei classici del cinema che non mi stancherei mai di guardare. “Una storia d’amore” - recita il titolo, ma è così riduttivo.
Adele H. è l’immagine fatta scrittura, è un film che parla della pazzia, della pazzia e della sua cura.
Quel che mi ha colpito, stavolta, è che invece di immedesimarmi pienamente con lei, come sempre mi era accaduto, ho sorpreso me stessa fissare sé stessa con un’espressione un po’ tonta e sbigottita, nell’atto di rimproverarsi.
Sì, perché io non ho quasi più quella scrittura emorragica che tanto mi piaceva, e non ho nemmeno più la voglia autentica e vivace di mettermi a scrivere lettere per qualsiasi scemenza. E’ diventata una routine pure quella, un vestito merlettato che tiro fuori dall’armadio solo per le feste prestabilite.
Ma qualche giorno fa leggevo le lettere di Magda a Rilke, e mi sono emozionata così tanto da non riuscire più a smettere di leggere.
Ho compreso in un istante che tutto quello che un uomo così straordinario ha scritto e volutamente pubblicato, non è comunque abbastanza per conoscere la parte più autentica della sua umanità.
Ho capito che il suo sentire più vero e profondo era lì, in quelle righe scritte per una sola ed unica destinataria.
“...Tu non sai cosa significhi per me di poterti stare a vedere quando ricami dei fiorellini chiari, di seta, sulla batista bianca – e se poi prendo un libro e leggo ad alta voce, e non posso così più guardarti, non ci sarà però in tutto il mio essere un solo punto che ignori che tu ricami dei fiori di seta sulla batista bianca, e che non si senta perciò come sotto una diretta, sacra protezione, che gli rende quasi impossibile di restar mortale. – Molti anni fa ho trascorso un inverno lontano, in un paese dell’Europa meridionale, in una villa da cui si vedeva il mare oltre il giardino sempre verde: eravamo solo in quattro: tre donne di età diversa ed io; una vecchia signora, la padrona di casa, una vedova, non più giovane e una graziosa giovanetta... C’erano delle sere (di visite ne venivan poche) in cui ci si rifiniva nell’ampio studio, vicino al camino; le signore con un ricamo ed io con un libro – e la serata si concludeva sempre così: la giovinetta sbucciava una mela per me. Mi crederai, Benvenuta, se ti dico che per anni ed anni ho vissuto di quella mela, che non m’ero dovuto preparare da me? Di quelle serate? Di qualcosa che la prossimità e la dolce occupazione di quelle tre donne sembrava aver creato e raccolto in me? Ma sì, ancora molto tempo dopo, quand’ero già tornato a Parigi, c’era ancora un resto di... (di che mai?) di fermezza d’animo, di consolazione, di dolce refrigerio, nel mio intimo, e lo sentivo che veniva di là; ed era così presente, d’una evidenza così assoluta, che mi sembrava di vederlo svanire e diminuire, con terrore, di giorno in giorno, quanto più lo consumavo. – E là non si trattava che di un gesto! e, pensa, mi ha mantenuto in vita per anni ed anni...”
(Lettera di Rilke a Magda von Hattingberg)
Poi, riflettendoci, mi sono resa conto che non è vero che non scrivo più lettere. Questo blog ne è la prova, in una versione deformata, sì, ma comunque valida. Una lunga serie di lettere a nessuno.
Forse è ora di fare una variazione sul tema:
Mia cara vecchia amica,
da quanto tempo il mio cuore non indugia più presso di te? Ho perso il conto dei giorni che mi separano dal tempo in cui potevo vederti vivermi accanto. Ma a dire il vero ho perso molte cose, anche quelle che sembravano avere un senso, nel disperato e folle tentativo di riguadagnare me stessa attraverso l’autodistruzione.
Qualche volta però il mio pensiero corre fino a te, che ti sei fatta nuvola evanescente e lontana, che hai assunto i colori di una fantasia che non mi appartiene più.
Così mi fermo a pensarti, e mi chiedo se corri ancora scalza nella Grande Foresta, inseguendo il richiamo dei boschi, il canto del vento, le lacrime del cielo, e l’antica voce delle piante. Ti immagino raminga nel tuo Giardino Selvaggio, attorniata da quella bellezza che sapevi scovare in ogni angolo di mondo, con gli occhi innocenti di un cerbiatto e l’animo fiero di un leone.
Mi domando se ancora dondoli sulla fune tesa, nell’impossibile tentativo di conciliare il paradosso della tua esistenza. Se ogni tanto hai ancora paura di morire e piangi guardando le tue mani intrise di sangue, o se invece conservi intatto quel sorriso che sapeva incantare come la prima goccia di rugiada in un’alba piena di sole.
Chissà se ogni tanto cerchi ancora di inseguire il vento, se torni a stenderti sull’erba umida sotto la grande quercia per scoprire se in quell’odore è conservato ancora un po’ di lui.
Come stanno i tuoi occhi così giovani e così pieni di tutto quel che non avresti mai dovuto vedere? E i tuoi artigli? Ancora li affili ogni sera domandandoti quanto altro sangue scorrerà prima che la tua guerra abbia fine?
Non riesco più ad immaginarti con precisione. Ricordo pochi insignificanti dettagli, come la particolare sfumatura dei tuoi capelli colpiti da un raggio di sole, e quella nota più acuta che emettevi nelle risate cristalline, quelle vere, quelle leggere come il battito d’ali di una farfalla nel bel mezzo di un ciclone burrascoso.
Ricordo il tuo carattere incostante, il tuo saperti fare onda placida e carezzevole, marea altalenante che culla, oppure impeto improvviso che travolge e annega, schiuma furente di tempesta che non lascia scampo. Ricordo il tuo cuore d’oceano: né misericordioso né malvagio, semplicemente selvaggio.
Sì, ricordo piccoli pezzi di te, perché ho scoperto di averli lasciati vivere dentro di me, quasi inconsapevolmente, come si fa con le cose alle quali non si da peso, ma che per qualche motivo non se ne vanno più.
Vorrei poter ancora credere che è bello sognare, senza per questo avere il sentore di star tradendo la vita. Vorrei augurarmi di rincontrarci un giorno, alle soglie di quel confine labile che da sempre ci separa.
Tua, mia, nostra.
A.
“Tu vivi in me. Questa carta è la tua pelle. Questo inchiostro è il mio sangue.”
Non torna indietro ..
(categoria: " Vita Quotidiana ")
..chi dipende da una stella.
“Era primavera. Il sole sorrideva beato nel cielo limpido e profondamente azzurro, ma raramente i raggi si perdevano sino a raggiungere il mezzanino di quel palazzo nello stretto vicolo laterale.
Se mai vi giungeva un chiarore, spuntando dalle piccole finestre, e gettava cerchi guizzanti sulla parete imbiancata della misera stanza, era certamente di seconda mano, era infatti riflesso da qualche finestra dell’alto palazzo di fronte.”
“Stavo trascorrendo un’assolata mattina d’agosto nel bosco. Stavo disteso nel muschio increspato e scintillante e lo stavo osservando. Osservavo come proiettava riflessi verdi sulla ghiaia bianco-argentea come se proiettasse attorno a sé cristalli di malachite.
E percepivo il suo lento e lieve progredire, che svegliava i fiori stupiti dal lungo e soave torpore.”
“Questa è la mia lotta, sacra alla nostalgia, vagar ogni giorno – poi forte e vastamente
con mille radici penetrar profondo nella vita e nella sofferenza maturar oltre la vita oltre il tempo.”
“Ah, passai tra le macchie come il vento e d’ogni casa fuggivo come un fumo.
Quando altri dei lor usi compiacevansi restai austero cime un uso forestiero.
Le mie mani penetravan spaventose nel sigillato altrui destino,
l’effusione moltiplicava tutti: ed io non potevo che spandermi.
Vedi, anche per contemplare gli astri t’occorre una piccola base terrena, ché la fiducia vien sol dalla fede.
Ed ogni bene è una ripetizione. Ah, la Notte da me nulla pretendeva,
ma quando alle stelle mi volgevo, contaminato all’Incontaminato, dov’ero? ed ero qui?
In questo ansioso viaggio fluisce incontro a me la calda via del cuore tuo?
Poche ore ancora ed io le mani mie poserò nelle tue; ah, da quanto non si sono riposate.
Puoi immaginare quanti anni ormai passo – estraneo tra estranei ed ora infine tu mi conduci a casa!”
“T’ho cercato ovunque nella selva, nel piano e nel bosco. Non ti trovai, forse tu sei troppo dentro al mio cuore.
’T’ho cercata ovunque’... Ecco, vedi: io c’ero, sì c’ero, ma diffidavo della mia anima, diffidavo del mio corpo e diffidavo della mia vana ricerca – e non potevo scrivere, perché c’era sempre di mezzo il mio cuore troppo dolorante, che anelava verso di te, il mio cuore ormai stanco, forse già da tempo condannato – ma solo il mio cuore – non parole – neppure una parola – e io non potevo scrivere il mio cuore.”
(R. M. Rilke - Estratti dalle lettere a Magda von Hattingberg)
Vi è mai capitato di sentire un libro chiamarvi? Proprio come se da quelle pagine inanimate e appesantite dall’inchiostro potesse giungere una voce, ma una voce che non parla come siamo abituati a intendere noi le parole.
Difficile sentirla se non si è mai imparato ad ascoltare, a percepire quel linguaggio muto che parlano le cose quando ci stanno intorno per lungo tempo.
Questi diari mi ubriacano. Ogni parola, pezzo dopo pezzo, delinea una forma così ben scolpita in ogni suo dettaglio, una forma che riempie a perfezione quel vuoto che io ancora mi porto dentro.
Ogni parola, ogni singola parola, vorrei averla scritta io. Forse potrei averla scritta io.
Se solo il tempo e lo spazio non esistessero, vorrei correre a bussare alla sua porta: <<Piacere Rainer, sono Malte. Ti ho cercato così a lungo…>>
Seguo il giovane Malte mentre percorre le vie di Parigi, con passo svelto e la mente assorta. Quasi sussulto con lui, quando ad un angolo lo sorprende l’indicibile, e lo sovrasta fino ad annientarlo.
Gli cammino affianco ed ho paura, perché so che anche lui ha paura; so che in ogni cosa, per quanto piccola ed insignificante, può annidarsi quel qualcosa di inspiegabile.
E so che lui percepisce il mondo come me, so che siamo soli entrambi in questa malattia, ma seguo i suoi passi, e ciò mi rassicura.
Percorro le vie parigine proprio come facevo anni fa, quando mi muovevo maldestra alle spalle di Baudelaire, e respiravo l’aria malsana di quella città, l’odore del vino, delle prostitute, dei malati, delle carogne.
E vedevo tutto come dipinto su una tela dalle tonalità fosche e pesanti…vedevo e vivevo. Non avrei mai voluto uscirne.
Passano gli anni e capisco che Malte non invecchierà mai, che rimarrà sempre a un passo da quella comprensione totale che potrebbe cancellare ogni ombra, alleggerire ogni pena.
Passano gli anni e ti torno a cercare. Non mi chiamo più Malte, ma ho bisogno di Rainer. Ho bisogno di comprendere quel che l’Indicibile risparmia ed elargisce come briciole ai comuni mortali. Ho bisogno di sapere che anche tu vivevi ed amavi. Che nulla avrebbe potuto realmente annientarti.
“Quello che non ho è una camicia bianca quello che non ho è un segreto in banca quello che non ho sono le tue pistole per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole
Quello che non ho è di farla franca quello che non ho è quel che non mi manca quello che non ho sono le tue parole per guadagnarmi il cielo per conquistarmi il sole
Quello che non ho è un orologio avanti per correre più in fretta e avervi più distanti quello che non ho è un treno arrugginito che mi riporti indietro da dove son partito
Quello che non ho sono i tuoi denti d’oro quello che non ho è un pranzo di lavoro quello che non ho è questa prateria per correre più forte della malinconia
Quello che non ho sono le mani in pasta quello che non ho è un indirizzo in tasca quello che non ho sei tu dalla mia parte quello che non ho è di fregarti a carte Quello che non ho è una camicia bianca
quello che non ho è di farla franca quello che non ho sono le tue pistole per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole”
-Naira, oriel tarna. Maestosi venti delle terre del nord Proteggete i nostri eroi Dai mortali Naroth Coprite le loro tracce con la neve Infuriate con tutta la vostra forza Naira carna oriel nirnaan
Oscura è la via per i monti grigi Il respiro diventa ghiaccio nell’aria Il viaggio è doloroso e più lungo della vita Attraversando le roccie di notte
Dei guidateli Fino alle mura di Hargor Sacro potere dei venti furiosi Teneteli lontani dall’acciao dell’ordine nero (il loro nero acciaio, la loro nera volontà) Sacro potere dei venti furiosi Per favore aiutateli a raggiungere il loro obiettivo Nascondersi nella neve Il sole e la luna hanno abbandonato i loro coraggiosi figli
Sacro potere dei Venti furiosi Riempi le loro anime E il cuore del signore delle ombre In una magica visione Vankar apparse Nel sogno di Dargor Mentre i quattro eroi Cercavano di riposare Egli nacque mezzo demone mezzo uomo Egli si struggeva dentro di sè Ma presto avrebbe compreso Tutto sarebbe stato pagato con il sangue sulle sue mani -
Quando il sughero pesava e la pietra era leggera come il ricciolo dell’ava c’era, allora, c’era... c’era...
... Una principessa chiamata Nevina che viveva sola col padre Gennaio. Lassù, nel candore perpetuo, abbagliante, inaccessibile agli uomini, il Re Gennaio preparava la neve con una chimica nota a lui solo; Nevina la modellava su piccole forme tolte dagli astri e dalle stelle alpine, poi, quando la cornucopia era piena, la vuotava secondo il comando del padre ai quattro punti dell’orizzonte.
E la neve si diffondeva sul mondo. Nevina era pallida e diafana, bella come le dee che non sono più: le sue chiome erano appena bionde, d’un biondo imitato dalla Stella Polare, il suo volto, le sue mani avevano il candore della neve non ancora caduta, l’occhio era cerulo come l’azzurro dei ghiacciai.
Nevina era triste. Nelle ore di tregua, quando la notte era serena e stellata e il padre Gennaio sospendeva l’opera per dormire nell’immensa barba fluente, Nevina s’appoggiava ai balaustri di ghiaccio, chiudeva il mento tra le mani e fissava l’orizzonte lontano, sognando.
Una rondine ferita che valicava le montagne, per recarsi nelle terre del sole, era caduta nelle sue mani, che avevano tentato invano di confortarla; nei brividi dell’agonia la rondine aveva delirato, sospirando il mare, i fiori, i palmizi, la primavera senza fine. E Nevina da quel giorno sognava le terre non viste.
Una notte decise di partire. Passò cauta sulla barba fluente di Gennaio, lasciò il ghiaccio e la neve eterna, prese la via della valle, si trovò fra gli abeti. Gli gnomi che la vedevano passare diafana, fosforescente nelle tenebre della foresta, interrompevano le danze, sostavano cavalcioni sui rami, fissandola con occhi curiosi e ridarelli. "Nevina!" "Nevina! Dove vai?" "Nevina, danza con noi!" "Nevina, non ci lasciare!"
E gli Spiritelli benigni le facevano ressa intorno, tentavano di arrestarle il passo abbracciandole con tutta forza la caviglia, cercavano di imprigionarle i piedi leggeri entro rami d’edera e di felce morta. Nevina sorrideva, sorda ai richiami affettuosi, toglieva dalla cornucopia d’argento una falda di neve, la diffondeva intorno, liberandosi dei piccoli compagni di gioco.
E proseguiva il cammino diafana, silenziosa, leggera come le dee che non sono più. Giunse a valle, fu sulla grande strada. L’aria si mitigava. Un senso d’affanno opprimeva il cuore di Nevina; per respirare toglieva dalla cornucopia una falda di neve, la diffondeva intorno, ritrovava le forze e il respiro nell’aria fatta gelida subitamente. Proseguì rapida, percorse gran tratto di strada.
Ad un crocevia sostò in estasi, con gli occhi abbagliati. Le si apriva dinnanzi uno spazio ignoto, una distesa azzurra e senza fine, come un altro cielo tolto alla volta celeste, disteso in terra, trattenuto, agitato ai lembi da mani invisibili. Nevina proseguì sbigottita. La terra intorno mutava.
Anemoni, garofani, mimose, violette, reseda, narcisi, giacinti, giunchiglie, gelsomini, tuberose, fin dove l’occhio giungeva, dal colle al mare, mal frenati dai muri e dalle siepi dei giardini, i fiori straripavano come un fiume di petali dove emergevano le case e gli alberi. Gli ulivi distendevano il loro velo d’argento, i palmizi svettavano diritti, eccelsi come dardi scagliati nell’azzurro.
Nevina volgeva gli occhi estasiati sulle cose mai viste, dimenticava di diffondere la neve; poi l’affanno la riprendeva, toglieva una falda, si formava intorno una zona di fiocchi candidi e d’aria gelida che le ridava il respiro. E i fiori, gli ulivi, le palme guardavano pur essi con meraviglia la giovinetta diafana che trasvolava in un turbine niveo e rabbrividivano al suo passaggio.
Un giovane bellissimo, dal giustacuore verde e violetto, apparve innanzi a Nevina, fissandola con occhi inquieti, vietandole il passo: "Chi sei?" "Nevina sono. Figlia di Gennaio." "Ma non sai, dunque, che questo non è il regno di tuo padre? Io sono Fiordaprile, e non t’è lecito avanzare sulle mie terre. Ritorna al tuo ghiacciaio, pel bene tuo e pel mio!"
Nevina fissava il principe con occhi tanto supplici e dolci che Fiordaprile si sentì commosso. "Fiordaprile, lasciami avanzare! Mi fermerò poco. Voglio toccare quella neve azzurra, verde, rossa, violetta che chiamate fiori, voglio immergere le mie dita in quel cielo capovolto che è il mare!" Fiordaprile la guardò sorridendo; assentì col capo: "Andiamo, dunque. Ti farò vedere tutto il mio regno." Proseguirono insieme, tenendosi per mano, fissandosi negli occhi, estasiati e felici.
Ma via via che Nevina avanzava, una zona bigia offuscava l’azzurro del cielo, un turbine di fiocchi candidi copriva i giardini meravigliosi. Passarono in un villaggio festante; contadini e contadine danzavano sotto i mandorli in fiore. Nevina volle che Fiordaprile la facesse danzare: entrarono in ballo; ma la brigata si disperse con un brivido, i suoni cessarono, l’aria si fece di gelo; e dal cielo fatto bigio cominciarono a scendere, con la neve odorosa dei mandorli, i petali gelidi della neve, la vera neve che Nevina diffondeva al suo passaggio.
I due dovettero fuggire tra le querele irose della brigata. Giunti poco lungi, volsero il capo e videro il paese di nuovo festante sotto il cielo rifatto sereno... "Nevina, ti voglio sposare!" "I tuoi sudditi non vorranno una regina che diffonde il gelo." "Non importa. La mia volontà sarà fatta."
Avanzarono ancora, tenendosi per mano, fissandosi negli occhi, immemori e felici... Ma ad un tratto Nevina s ’arrestò coprendosi di un pallore più diafano. "Fiordaprile! Fiordaprile! ... Non ho più neve!" E tentava con le dita - invano - il fondo della cornucopia. "Fiordaprile! ... Mi sento morire! Portami al confine... Fiordaprile!... Non reggo più!..."
Nevina si piegava, veniva meno. Fiordaprile tentò di sorreggerla, la prese fra le braccia, la portò di peso, correndo verso la valle. "Nevina! Nevina!" Nevina non rispondeva. Si faceva diafana più ancora. Il suo volto prendeva la trasparenza iridata della bolla che sta per dileguare.
"Nevina! Rispondi!" Fiordaprile la coprì col mantello di seta per difenderla dal sole ardente, proseguì correndo, arrivò nella valle, per affidarla al vento di tramontana. Ma quando sollevò il mantello Nevina non c’era più.
Fiordaprile si guardò intorno smarrito, pallido, tremante. Dov’era? L’aveva perduta per via? Alzò le mani al volto, in atto disperato; poi il suo sguardo s’illuminò. Vide Nevina dall’altra parte della valle che salutava con la mano protesa in un addio sorridente.
Un suo vecchio precettore, il vento di tramontana, la sospingeva pei sentieri nevosi, verso il ghiaccio eterno, verso il regno inaccessibile del padre Gennaio.
“Quando senti di essere solo Tagliato fuori da questo mondo crudele I tuoi istinti che ti dicono di correre
Ascolta il tuo cuore Quelle voci angeliche Canteranno per te Saranno la tua guida di nuovo verso casa Quando la vita ci lascia ciechi L’amore Ci mantiene gentili Ci tiene gentili
Quando hai sofferto abbastanza Ed il tuo animo si sta abbattendo Stai diventando disperato dalla lotta
Ricorda che sei amato E che lo sarai sempre Questa melodia ti porterà dritto di nuovo a casa
It’s just for fun
(categoria: " Vita Quotidiana ")
«Il vostro amico è il vostro bisogno soddisfatto. È il vostro campo che voi seminate con amore e mietete con riconoscenza. È la vostra mensa e il vostro cantuccio del focolare. A lui infatti vi presentate con la vostra fame e lo cercate per trovare la pace.
Quando il vostro amico vi dice quello che realmente pensa, anche voi non avete paura di dire quello che pensate: sia esso un "no" o un "sì". E quando egli tace, il vostro cuore non smette di ascoltare il suo cuore; poiché nell’amicizia tutti i pensieri, tutti i desideri, tutte le attese nascono senza parole e sono condivisi con inesprimibile gioia.
Quando vi separate dal vostro amico, non rattristatevi; poiché ciò che più amate in lui può essere più chiaro in sua assenza, così come lo scalatore vede meglio la montagna guardandola dalla pianura.
E non vi sia altro scopo nell’amicizia che l’approfondimento dello spirito. Perché l’amore che cerca qualcos’altro oltre la rivelazione del proprio mistero non è amore ma una rete gettata in mare: e solo ciò che è inutile viene preso.
E il meglio di voi sia per il vostro amico. Se egli deve conoscere il riflusso della vostra marea, fate in modo che ne conosca anche il flusso. Perché, cos’è il vostro amico se lo cercate solo per ammazzare il tempo? Cercatelo invece sempre per vivere il tempo! Spetta a lui, infatti, colmare il vostro bisogno, ma non il vostro vuoto.
E nella dolcezza dell’amicizia ci siano l’allegria e la condivisione della gioia. Perché nella rugiada delle piccole cose il cuore trova il suo mattino e ne è rinfrescato».
(Kahlil Gibran - Il Profeta)
“Un occhio per un occhio. Una lacrima per una lacrima. Una bugia per una bugia. Il debole vestirsi nell’odio, per nascondere la loro paura.
Ci aggrappiamo a simboli per la nostra mente – ora dopo ora ci stiamo perdendo.
Senza difese per fasciare la debolezza – secondo dopo secondo, ci stiamo abusando!
Una ferita per una ferita. Ci alleniamo in silenzio,
impariamo l’odio che ci mantiene ciechi, l’odio che viene dalle mani che ci colpiscono e nutrono!
I bambini si insegnano l’un l’altro il dolore – ora per ora lo stanno imparando.
I sognatori nella ruota del dominio – secondo dopo secondo lo stiamo cambiando:
Chiudendo i libri dei profeti. Chiudendo i nostri occhi per le visioni che spirano, e poi stilliamo lacrime...
"Perché ho ancora bisogno di piangere, ora che sono così felice?" I salvatori arrivano dopo, in tempi di necessità. I profeti mi seguono - sanguinerò per voi!
Piangi, piccolo, solitario mondo! Non chiuderò i miei occhi. Sarò le tue lacrime quando sarai secco, sciogliendomi al suolo.
Cicatrice dopo cicatrice, stiamo diventando tutti quanti profeti in ricerca.
Non sopporterò la croce un solo altro passo! Non sopporterò più il tuo odio! Libero, risorgerò!
(Vieni a me ora, senti la rinascita. Seguimi ora – unisciti alla rinascita)
Guardami, credi in me, ascoltami - Ti parlerò.
Voi siete i profeti venuti e io sanguinerò per voi! Sanguinerò per voi...”
Mondi piccolissimi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Mentre la pioggia cade lenta, accarezzando gli steli dei fiori che si piegano docilmente al volere del cielo, penso a un modo per rendere meno grigie queste giornate che passano in punta dei piedi, facendo poco rumore.
Se l’assenza del sole ci nega i colori con cui la primavera ci aveva stregato, mi rifugio nella fantasia, e nei piccoli mondi che posso creare con soltanto pasta modellabile e un po’ di immaginazione. Dietro le tende che nascondono la pioggia compaiono animali dai musetti buffi, e folletti e forme colorate.
E mi tornano in mente le fiabe, quelle che iniziano con “C’era una volta" e finiscono con un “per sempre”, quelle senza troppe pretese, quelle che vorresti sentirti raccontare in una serata di pioggia.
C’era una volta nella fitta vegetazione di un antico bosco lontano, una piccola volpe dal pelo fulvo di nome Etta. Dal carattere dolce e sincero, sempre allegra e solare, gentile e garbata con tutti, agile e scattante col suo fisico leggiadro, un giorno la creatura era stata chiamata dalla bella Natura insieme a tutte le sue sorelle per accompagnare con le proprie danze la grande Festa della Primavera, così da annunciare all’intero creato l’arrivo della bella stagione. Entusiasta dell’appello, la radiosa volpacchiotta aveva accettato sin da subito col cuore a mille, pronta a sfoggiare il meglio delle sue qualità.
Svegliatasi puntuale all’alba del ventuno marzo, per raggiungere in perfetto orario la Valle Fiorita dove avrebbe avuto luogo il ricevimento, pulito il suo pelo scintillante con la rugiada fresca dell’aurora e sistematasi per bene le lunghe orecchie a punta, aveva preso il cammino con l’animo in festa, sicura di sé, raggiante e spensierata. Ma a mezza strada, col fiato corto, provando un’arsura insistente serrarle la gola, coi sensi allentati, si fermò esausta a rifocillarsi presso le sponde di un Fiume Fresco dove si abbeverò con gusto.
Quando notò di lontano, nascosto dietro il tronco di una Grande Quercia, un’enorme sagoma nera dagli incantevoli occhi scuri, assistere alla scena dal suo rifugio con fare curioso. “Scusami! Sono una vera maleducata! Probabilmente ho bevuto l’acqua della foce del tuo branco senza chiederti nemmeno il permesso! Scusami!”- si schermì lei abbassando la coda, colpita. “Scusami! Ma questo non è il mio modo di agire, te lo assicuro!”
“Non preoccuparti bella volpe! Questo scorcio d’acqua è di tutti! Sta calma! Io ti stavo solo osservando divertito! Il mio nome è Wra, e sono il toro di queste zone. Non temere! Tranquilla!” - la rassicurò la bestia. E lei convinta, riconoscendo buono il suo odore, gli si avvicinò lentamente abbozzando un timido riso: “Il mio nome è Etta, e mi stavo recando a Valle Fiorita per prendere parte alla Festa della Primavera, quando questa sete mi ha colto di sorpresa!”
E lui annuendo, assentì prontamente col capo “Conosco bene questa Valle! Non è distante!” - l’ammonì inciampando nelle parole per l’emozione, mentre il sorriso raggiante di lei diveniva per lui la risposta più eloquente. “Grazie mille!” balbettò la volpe di rimando “Nonostante io sia una perfetta sconosciuta per te, tu hai giustificato la mia maleducazione e mi stai mettendo a mio agio. Sei stato chiamato anche tu a partecipare alla Festa?”
“E’ nero! E’ sporco! Il suo muso è così brutto! Sembra un grugno! Ha un odore orribile! Ha delle movenze orrende! Il suo passo è storpio! E vederlo passare non è mai di buon auspicio!” - era da sempre stata la voce più ricorrente fra le creature del bosco. “Coloro i quali vestono i colori della notte sono invidiosi dei colori sani e cangianti delle creature del giorno, e desiderano venirne in possesso, rubandoli!” - era la frase che da sempre aveva echeggiato fra le fronde degli alberi. Figurarsi poi se si trattava di un grosso toro nero!
“No, non sono stato chiamato. Ma se vuoi ti accompagno a metà strada.” - le propose. E lei felice, pensando che quella del toro fosse solo timidezza, ma che infine sarebbe intervenuto anch’egli alla Festa, sorridendo si mise al suo fianco, seguendone il passo buono. E dopo un breve ma tortuoso tragitto, nel cuore della notte, Valle Fiorita coi suoi suoni, le sue danze, i suoi colori, i suoi dolcissimi profumi, apparve ai loro sguardi incantati in tutto il suo fulgore. “Siamo arrivati.” - l’ammonì il toro riprendendo fiato a tratti. E la bella Etta, stremata anche lei ma felice, strusciando il proprio muso contro quello di lui in segno di ringraziamento, soffiò esultante “Allora vieni anche tu?!” “No.” Sbottò lui, frastornato, indietreggiando. “Non posso!” - incespicò amaro - “Te l’ho detto!” “Ma non è …?” incalzò la volpe corrucciata, squadrandolo con fare torvo “Perché mai?” imbottò battendo l’aria con la lunga coda morbida, con fare nervoso. “Non sono stato invitato!” ripeté lui. Sbuffando lei scosse il capo “Ma tu sei un toro! Un animale come me! E’ la Festa della Primavera anche per te!”
“No!” gettò lui di un fiato “Etta tu sei così bella: hai un bel manto fulvo! Io sono nero, e non sono stato invitato!” continuò a ruota “ Tutti mi deriderebbero! Il mio pelo è scuro, il mio volto farebbe inorridire la vista degli altri invitati. Non ho un buon odore né una bella voce! E anche tu ti vergogneresti di me! Lascia stare!” - guaì la creatura che aveva visto troppe volte, nello sguardo altrui il perfido spettro dello scherno farsi beffe di lui, per poter essere ancora sicuro di voler partecipare ad una festa. “E’ meglio salutarci qui! Grazie comunque!” ricambiò lui il battito della sua coda in segno di riconoscenza. E chinando la testa la volpe inghiottì a vuoto “Non è così! Il tuo colore non …” balbettò appena. Mentre Wra era già troppo lontano per poterla udire.
“Forse lei aveva qualcosa da dirti!” - sussurrò di colpo una voce sconosciuta all’orecchio del toro seguendolo. “Non farla soffrire! Il suo affetto è sincero!” - l’ammonì di rimando, decisa a non mollare. “Tu dici?” rincalzò lui parlando a vuoto, che altro non anelava che in una frase del genere per poter tornare da lei “Pensi che non le farò del male?” E di colpo senza neppure aspettare una risposta, invertì la rotta e si fiondò verso la Valle. E scorgendo la volpe accucciata nei pressi di un cespuglio di viole selvatiche, in solitudine - sola in mezzo alla festa - le volò incontro fra il chiacchiericcio generale.
“Un toro nero?!” “Nero!” “Ma chi l’avrà invitato?” “Si, però non guardarlo così!” “Sembra male!” “Che tristezza!” “Andiamo via!” “Ma che ci farà ad una festa da ballo?” “Che impressione!” “Scusatemi ma questo cattivo odore … è il suo?!” Nell’incrociare gli occhi di lui, il cuore di Etta mancò di un battito “Wra! Sei proprio tu?” E lui strusciando il proprio muso umido contro il suo, in segno di saluto annuì “Ti va di ballare?” E insieme presero a volteggiare sotto gli occhi di tutti, guidati da un’unica assordante musica, quella dei loro due cuori, più forte del ciarlare intorno e di qualsiasi altro pettegolezzo gratuito.
“Si, però!” “Ha un muso particolare!” “Il nero gli dona!” “Dopo tutto!” “Luccica sotto la luna, non vi sembra?!” “Si, si!” “Un profilo aristocratico!” “Non è tanto male!” “Insieme sono una bella coppia!” “Eh, già!” “Eleganti!” Incuranti degli altri e pieni solo della loro felicità, Wra ed Etta non si separarono mai più.