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sportivo...lavoro alla benetton!

ORA VORREI TANTO...



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per ora basta!

OGGI IL MIO UMORE E'...

stabile, molti dubbi...

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


Nessuna scelta effettuata

MERAVIGLIE


1) Sentire che per qualcuno tu conti davvero
2) svegliarsi accanto alla persona che si ama
3) sentire le sue dolci labbra sulle mie, e vederlo arrossire quando gli dico che lo amo


boh, x me va bene parlare, pardon, scrivere di tutto,beh, almeno spero che qualcuno scriva!politica, musica, passioni, tempo libero, ecc.


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sabato 3 aprile 2004 - ore 12:48


spritz
(categoria: " Vita Quotidiana ")


misa ke oggi scatta lo spritz dae tose
dopo un'eternità...

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venerdì 2 aprile 2004 - ore 13:59


repubblica
(categoria: " Vita Quotidiana ")


ieri ho comprato l'atlante storico uscito con repubblica: molto bello
ho preso pure il primo volume della poesia ignlese.

ultimamente repubblica mi sta riguadagnando punti con le sue iniziative editoriali

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venerdì 2 aprile 2004 - ore 13:04


oggi mi girano
(categoria: " Vita Quotidiana ")


oggi mi hanno proprio rotto i co****@@@@@
statemi alla larga: sono pericoloso!!!


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venerdì 2 aprile 2004 - ore 12:58


a voi il giudizio...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Camerino, il magistrato annuncia: "Esporrò due menorà,
se qualcuno li toglie, interromperò le mie funzioni"
La battaglia di un giudice
"Simboli ebraici in tribunale"
Il magistrato è impegnato nel processo a Capezzano,
il docente accusato di aver girato film hard alle studentesse

CAMERINO (Macerata) - Due simboli ebraici (due menorà, i candelabri a sette bracci) saranno esposti lunedì prossimo in due aule del tribunale di Camerino. Il gesto sarà compiuto dal giudice riminese Luigi Tosti, che lavora nel tribunale marchigiano, per ribadire l'uguale cittadinanza delle religioni e dei loro simboli.

Ma non è tutto. A rendere l'impatto mediatico ancora più forte è il fatto che il magistrato è impegnato in un processo che farà scalpore. Tosti condurrà, come giudice per le indagini preliminari, il processo contro il professore universitario di Camerino, Elio Capezzano, accusato di aver girato filmini pornografici in occasione di incontri amorosi con alcune studentesse.

Insomma, ci sono tutti gli elementi per trovarci di fronte a una diatriba simile a quella del crocifisso nelle scuole. Lo scorso novembre la battaglia del presidente dell'Unione dei musulmani in Italia Adel Smith per far rimuovere il simbolo della religione cattolica da una scuola abruzzese sollevò una montagna di polemiche e furono costretti a pronunciarsi il presidente della Repubblica, il ministro della Giustizia e l'Anm.

Oggi il magistrato riminese spiega i motivi del suo gesto in una lettera inviata al ministro della Giustizia, al presidente e al procuratore della Repubblica del tribunale di Camerino e al presidente della corte d'Appello di Ancona.

"In occasione dell'udienza di lunedì prossimo - scrive Luigi Tosti - collocherò due menorà (di mia proprietà) nell'aula civile e nell'aula penale del tribunale di Camerino dove presto la mia attività di magistrato".
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Tosti ha spiegato di essere arrivato a questa decisione per non aver ricevuto finora nessuna risposta esauriente alle richieste di parità di trattamento, per quanto riguarda l'esposizione dei simboli religiosi delle diverse religioni, da parte dei competenti organi della magistratura a cui si è rivolto con diverse lettere tra l'ottobre e il dicembre 2003.

Il giudice cita nella lettera una sentenza della Corte di Cassazione del 2000 dove si parla "della mancanza di un espresso fondamento normativo in merito all'esposizione del crocifisso nelle aule giudiziarie e che l'esposizione del solo crocifisso viola il disposto dell'articolo 3 della Costituzione in quanto tale norma vieta espressamente discipline normative che siano differenziate in base a determinati elementi distintivi, tra i quali sta appunto la religione".

Il ministero della Giustizia - sostiene Tosti - "ha dunque l'obbligo giuridico di rispettare sia le sentenze della Cassazione che i principi costituzionali della libertà di pensiero, di religione e di coscienza dei cittadini e, in particolar modo, di chi lavora alle sue dipendenze".

Il giudice Tosti poi aggiunge: "Pretendo che questi miei simboli rimangano esposti nelle aule giudiziarie del tribunale di Camerino in modo continuativo e preannuncio sin d'ora che nell'ipotesi che 'qualcuno' proceda alla rimozione delle menorà, questo 'qualcuno' sarà da me denunciato all'autorità giudiziaria penale per la perpetrazione di un patente atto di discriminazione religiosa e razziale, previsto e sanzionato dall'articolo 3 della legge 13 ottobre 1975 numero 654 che punisce con la reclusione (fino a tre anni) chi commette atti di discriminazione per motivi razziali o religiosi".

Nell'ipotesi poi - aggiunge Tosti - "in cui il mio simbolo religioso venga rimosso dalle aule giudiziarie rifiuterò immediatamente di espletare le mie mansioni di giudice in quelle aule se non verranno contemporaneamente rimossi tutti i simboli religiosi cattolici".

Tosti annuncia infine "di riservarsi, in ogni caso, la facoltà di adire l'autorità giudiziaria per ottenere la rimozione forzata dei simboli cattolici dai pubblici uffici giudiziari italiani e, in particolare, dal tribunale di Camerino".


La battaglia di un giudice
"Simboli ebraici in tribunale"






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venerdì 2 aprile 2004 - ore 12:55


il nazista sharon...
(categoria: " Riflessioni ")


da repubblica



Il premier non esclude che il leader dell'Anp e quello
degli Hezbollah Nasrallah siano obiettivi di azioni militari
Sharon ribadisce la linea dura
"Arafat è un ostacolo alla pace"
Incursione nella notte a Gaza, ucciso almeno un palestinese


Ariel Sharon è stato generale
dell'Israel Defense Forces

GERUSALEMME - Un piano preciso, con tappe ben preordinate, per garantire la sicurezza di Israele. Il primo ministro Ariel Sharon annuncia ai giornali che una volta completato il muro che separa Israele dai territori palestinesi, ci saranno nuove, decise azioni del Governo per espellere i cittadini palestinesi che vivono illegalmente nello stato ebraico. Indifferente alle critiche che gli sono piovute addosso dopo l'operazione militare che ha portato all'assassinio del leader di Hamas, lo sceicco Yassin, Sharon annuncia anche iniziative contro Yasser Arafat.

La domanda che i giornalisti hanno posto al premier israeliano è stata diretta, tutti si chiedono se, dopo l'uccisione del capo di Hamas, Yasser Arafat e il leader degli Hezbollah Hassan Nasrallah saranno i prossimi obiettivi. "Nessuno dei due può sentirsi al sicuro - ha risposto Sharon - chiunque uccide un ebreo, danneggia un cittadino israeliano o è il mandante di attentati contro gli ebrei è un uomo segnato. Punto."

"Tutti sanno che Arafat rappresenta un impedimento per qualsiasi progresso - ha continuato il capo del Governo israeliano - Finché egli esiste e disturba, il premier Abu Ala non è in grado di convincere alcun poliziotto palestinese nemmeno ad attraversare la strada".

Secondo la radio militare, queste dichiarazioni hanno destato già forte nervosismo nella Autorità nazionale palestinese. Ieri il premier Abu Ala ha evocato le minacce israeliane nel corso di un colloquio con tre emissari di alto grado giunti da Washington. Nelle interviste ai quotidiani del paese, di cui oggi vengono date anticipazioni e che saranno pubblicate integralmente in occasione della Pasqua ebraica, lunedì prossimo, Sharon conferma quindi la propria determinazione a ritirarsi dalla striscia di Gaza ("entro la prossima Pasqua la separazione sarà già in atto") e ribadisce - malgrado il rischio di essere incriminato per corruzione - di non aver niente da rimproverarsi sul piano giudiziario.
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Insieme con le dichiarazioni di intenti procedono anche le operazioni militari. Almeno un palestinese è rimasto
ucciso negli scontri a fuoco, seguiti a una nuova incursione delle truppe israeliane nel settore sud della Striscia di Gaza. Lo hanno denunciato fonti sanitarie locali, che hanno identificato la vittima come Mohammed Abbed, 19 anni. Una ventina di carri armati
israeliani e un bulldozer si sono diretti nel quartiere di Salaam, vicino alla frontiera con l'Egitto, incontrando una forte resistenza e sono stati uditi intensi scambi di colpi d'arma da





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giovedì 1 aprile 2004 - ore 17:14


quasi 28...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


quasi 28 anni...aiuto!!!

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giovedì 1 aprile 2004 - ore 10:44


prima la guerra in iraq...poi gli avvoltoi!
(categoria: " Riflessioni ")


CHI SIAMO
Il progetto RicostruzioneIRAQ.it, e ‘un iniziativa dedicata a tutte le imprese italiane che desiderano partecipare alle attivita’ di ricostruzione postbellica in Iraq ed e’ stato realizzato dall’ ICE -Istituto nazionale per il Commercio Estero in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e con il Ministero delle Attività Produttive.

RicostruzioneIRAQ.it e’ tre cose in un una:

a) un portale informativo: www.ricostruzioneiraq.it (indirizzato alle aziende italiane)

b) un Marketplace B2B: www.iraq-reconstruction.it (con oltre 15.000 aziende italiane registrate)

c) una Newsletter settimanale gratuita: www.ricostruzioneiraq.it/newsletter


RicostruzioneIraq.it si avvale, di una doppia piattaforma bilingue. Un sito in versione italiana che offre una rassegna stampa internazionale e news quotidiane, appalti, eventi ed approfondimenti, servizi di consulenza gratuita alle imprese, assistenza per la partecipazione alle gare internazionali e pubblicazione dei bandi di prima fonte provenienti direttamente dalle rappresentanze diplomatiche italiane a Baghdad e a Washington.

La versione in lingua inglese, sarà invece un vero e proprio marketplace B2B dotato delle più innovative soluzioni di e-business e permetterà alle imprese di costruzione statunitensi aggiudicatarie degli appalti in Iraq di interagire direttamente con gli oltre 15,000 fornitori italiani già iscritti nelle banche dati dei cataloghi. I contractor americani potranno così emettere richieste di informazioni e preventivo destinate a uno o più fornitori in simultanea, organizzare a distanza aste telematiche per acquistare forniture di materiali, prodotti o servizi con sistemi di aggiudicazione on-line.

I soggetti coinvolti
RicostruzioneIRAQ.it rappresenta un progetto unitario attraverso il quale diverse amministrazioni dello Stato– a vario titolo coinvolte nella ricostruzione dell’Iraq - si presentano alle aziende italiane sotto un unico tetto, con la finalita’ di assisterle ed informarle in maniera coordinata, rapida e puntuale sulle opportunita’ e le sfide legate alle attivita’ di ricostruzione in Iraq.


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giovedì 1 aprile 2004 - ore 10:29


allergia
(categoria: " Riflessioni ")


evvai! si comincia con l'allergiaaaaa...
w i pollini

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mercoledì 31 marzo 2004 - ore 11:27


caffè rebelde zapatista
(categoria: " Vita Quotidiana ")


...compratelo!

www.yabasta.it

LEGGI I COMMENTI (2) - PERMALINK



mercoledì 31 marzo 2004 - ore 11:11


bellissima intervista a camilleri!
(categoria: " Riflessioni ")


Camilleri su guerra, zapatismo, berlusconi



>> Montalbano al giro di boa
>>
>> E’ sempre un piacere far visita ad Andrea Camilleri. Apre la porta come
>> avesse sospeso, appena per un momento, la “tambasìa” mattutina, quel
>> tempo inventato e tutto suo in cui si muove in casa senza far nulla di
>> particolare: uno sguardo alla copertina di un libro, una cornice da
>> raddrizzare, una sigaretta, due sigarette…
>>
>> Poi, quando con paziente eleganza e dolce ironia riesce a districarsi
>> tra i cavi (abbiamo filmato questa intervista per www.arcoiris.tv), si
>> accomoda in poltrona per disporsi alla conversazione, lo sguardo appena
>> “squeto” (inquieto), come a difendersi da una cattiva notizia o una
>> domanda impertinente.
>>
>> Negli Stati Uniti è cominciata la campagna elettorale, la guerra in Iraq
>> è tutt’altro che finita, ogni giorno muoiono soldati e soprattutto
>> civili. Lei come la vede?
>>
>> E come dovrei vederla? Noi abbiamo avuto i morti di Nassiriya. L’ho
>> scritto prima e l’ho scritto dopo: non dovevamo andare in Iraq e
>> dobbiamo andarcene il prima possibile, tutta l’Italia ha reso ai ragazzi
>> uccisi l’omaggio che meritavano. Detto questo, mi pongo una domanda:
>> come mai non vedo un funerale di un soldato americano? E dire che sono
>> tanti. Mi è stata data una spiegazione che fa accapponare la pelle. Mi
>> hanno detto: “ma sai, non è che quelli sono americani-americani. Nel 90
>> per cento dei casi si tratta di persone che aspirano a diventare
>> americane”. Questo fatto mi ha spiegato tante cose. Dentro l’ignobiltà
>> suprema della guerra ci può essere una ignobiltà ancora peggiore, un
>> razzismo dentro la guerra. Accade anche quando leggo che sono stati
>> uccisi “tre soldati americani e alcuni civili iracheni”. Alcuni? Sì,
>> magari poi li contiamo, poi vediamo, adesso non ha importanza.
>> Non sappiamo quanti morti hanno fatto le bombe statunitensi in Iraq,
>> contiamo solo quelli che hanno la pelle nera ma si battono per una
>> bandiera di pelle bianca. Questa, inoltre, è una guerra di Pinocchio, e
>> andare a morire per Pinocchio è veramente pazzesco. Prendiamo la vicenda
>> delle armi di Saddam, trovo geniale che Colin Powell arrivi a dire che
>> non ce le aveva ma aveva “l’intenzione di averle”. In questo modo si dà
>> a tutti la liceità di ammazzare tutti.
>> Una frase di questo tipo significa ben altro che la guerra preventiva,
>> significa che posso fare la guerra ai genitori perché è probabile che il
>> figlio o il nipote, poi, un giorno, mi spari addosso. Siamo all’idea
>> hitleriana dell’ammazzare sei milioni di persone perché avrebbero potuto
>> danneggiare la razza. Dov’è la differenza? La guerra preventiva vuol
>> dire ammazzare prima. E poi, guarda caso, queste guerre avvengono sempre
>> in territori molto lontani da dove vivono i loro promotori.
>> Rappresentano mercati non indifferenti. I cattivi, Germania e Francia,
>> vengono esclusi dalla ricostruzione, cioè dagli affari che si fanno
>> sulle macerie. No, non è solo petrolio ma è l’industria delle armi che
>> “esporta la democrazia”.
>>
>> Anche in Italia si denunciano da tempo dei veri attentati alla libertà
>> d’informazione. C’è una minaccia reale per la democrazia?
>>
>> Ci sono quelli che dicono che non esiste un regime perché il regime ha
>> certe forme che questo momento italiano non ha. Altri dicono di sì. Al
>> mio paese si dice: “Votala cummu vo’, sempre cocuzza è”, mettila come
>> vuoi, resta sempre una zucchina, e sempre quel sapore ha. Il problema è
>> che ci sono diversi modi di “cucinare” la democrazia.
>> Questo è un modo abbastanza esplicito di colpirne il cuore, che è
>> proprio la libertà d’informazione. Non sto parlando delle diatribe con
>> la satira ma dell’informazione pura, semplice, elementare. C’è la
>> manipolazione, c’è molto controllo sui giornali, e poi c’è un controllo
>> quasi totale sulla televisione. Sì, è un vero pericolo. Anche perché poi
>> succede una cosa ancor più grave: in molti di quelli che dovrebbero
>> informare correttamente – per paura, per convenienza, perché “tengo
>> famiglia”, e per altre ragioni – scatta una sorta di autocensura che
>> finisce con l’essere un fiancheggiamento all’attacco alla democrazia.
>>
>> Eppure ci sono state delle occasioni importanti, per esempio a Genova,
>> in cui si è vista la possibilità di un’informazione diversa. Centinaia
>> di ragazzi hanno fotografato o ripreso le scene di violenza, una sorta
>> d’informazione autoprodotta. E poi ci sono i mezzi di comunicazione “del
>> movimento”, lo scambio in internet ormai raggiunge un numero di persone
>> consistente. Tutto questo può costituire un’alternativa, una speranza?
>>
>> Il fatto che tanti ragazzi in quella occasione avessero le loro piccole
>> telecamere portatili e abbiano documentato quello che stava succedendo a
>> Genova è stato fondamentale. Tanto è vero che quando le mie nipoti vanno
>> a qualche manifestazione io dico loro: “Portatevi la telecamera”. Ma il
>> G8 ha avuto una grandissima risonanza che ha permesso anche la
>> diffusione di alcune di quelle immagini, se una cosa di pari gravità
>> fosse avvenuta in un’altra occasione, quelle immagini non avrebbero
>> circolato. E’ come se io pubblicassi un libro di poesia stampandolo in
>> una mia tipografia e poi me lo tenessi a casa.
>> Il problema non è solo quello della possibilità di ripresa autonoma di
>> una certa situazione ma anche quello della sua diffusione. E qui casca
>> l’asino. Se la distribuzione, anche per un libro o un giornale, non è
>> capillare, se non si raggiunge più gente possibile, allora diventa
>> inutile. Rimane come un “caro diario”. Il discorso vale anche per
>> internet, non tutti ce l’hanno. Penso ai miei paesi del sud, lì è solo
>> un’esigua minoranza che accede a internet. Certo, è un modo futuro di
>> documentazione del quale ancora non possiamo conoscere gli sviluppi.
>> Internet consente di mandare le immagini in tutto il mondo, non solo
>> sulle reti Rai o Mediaset, quindi è un fenomeno importantissimo, ma
>> credo che oggi il fatto importante sia ancora la limitazione alla
>> libertà “tradizionale” dell’informazione.
>>
>> Nella copertina di un recente numero di Carta abbiamo messo una cartina
>> dell’Europa dove sono indicati tutti i cosiddetti campi di permanenza
>> temporanea per i migranti. Sono molti, forse riescono a rendere l’idea
>> di come accogliamo le persone che arrivano da lontano…
>>
>>
>> E’ un’immagine molto impressionante. C’è un’intera Europa dietro il filo
>> spinato. Ho sentito uno degli esponenti di "Medici sena frontiere" che
>> sono andati a visitare questi centri in tutta Italia. Tre sono stati
>> dichiarati in stato di impossibilità di sopravvivenza. Uno era a Torino,
>> l’altro a Trapani, il terzo non ricordo. Questi centri, in realtà,
>> temporanei non sono. Le loro attrezzature vanno in malora in breve tempo
>> perché non sono neanche state pensate per durare. Cominciano a diventare
>> sempre più atrocemente simili a dei lager, ne richiamano sinistramente
>> la memoria.
>> E’ tragico doverlo dire, trovo pazzesca questa forma di irrazionale
>> difesa. E’ come se sotto al diluvio universale, quello leggendario, noi
>> avessimo tirato un telo che ripara dalla pioggia la nostra casa. Dopo di
>> che, attorno a noi non c’è più niente, non c’è più il mondo. Non si può
>> pensare di arrestare con i cavalli di frisia o con il filo spinato un
>> continente che si sposta. C’è per caso un geologo in grado di dire:
>> “Guardi, io sono in grado di fermare la deriva dei continenti, da cui
>> vengono i terremoti”?
>> Qui sta avvenendo qualcosa di simile alla deriva dei continenti. In
>> diverse nazioni c’è una guerra continua, c’è la fame, c’è
>> l’impossibilità di un avvenire, decine di bambini muoiono di fame o di
>> malattie infettive. La gente scappa. Scapperei anch’io, portato come il
>> papà di Enea sulle spalle di qualche nipote. Di fronte a questo, non
>> possiamo chiudere la porta. E allora saranno guai, amari, per tutti.
>> Come vede, non sto parlando di sentimenti di fratellanza, parlo dal
>> punto di vista egoistico come uno che di fronte a questo fenomeno si
>> domanda come riuscire a stare in pace a casa sua. E non sarà certo
>> blindando la porta.
>>
>> Lei si definisce un “italiano nato in Sicilia” . Ma pensa davvero che
>> chi è nato qui debba avere una “preferenza nazionale” sulle persone nate
>> altrove?
>>
>> Su quella priorità sono completamente sordo. Per me non si pone proprio
>> come problema. Non lo capisco, mi sfugge. Anzi, una nazione si
>> arricchisce sempre dell’apporto di persone che vengono da altri paesi e
>> che forse hanno una spinta interiore maggiore. E’ vero che noi italiani
>> siamo andati negli Stati Uniti e abbiamo portato Al Capone e altra
>> “bella” gente, ma abbiamo portato anche persone di ben altro livello.
>> Erano mosse dall’ambizione, nel senso giusto del termine, quello
>> dell’affermazione di se stesse in una società che le rifiutava.
>>
>> Anche la storia della Sicilia è piena di esperienze culturalmente

mescolate…

>>
>> Amo molto i “miei” siciliani. Una volta ho avuto uno scatto di orgoglio
>> e ho detto che possediamo una certa dose di intelligenza, furberia, un
>> grado superiore – e qui forse divento un po’ razzista – proprio perché
>> siamo bastardi. Siamo come quei cani di strada, abilissimi a
>> sopravvivere in qualsiasi emergenza, mentre un cane con un bellissimo
>> pedigree soccombe. L’incrocio del diverso sangue che c’è stato in
>> Sicilia, dai normanni agli arabi, dagli spagnoli ai francesi, ha
>> prodotto una selezione stupenda. Come il lavoro o la produttività, anche
>> il “sangue misto” è una ricchezza.
>>
>> Quest’anno si festeggiano molti anniversari, proviamo a commentarne due.
>> Uno celebrava i dieci anni dalla “discesa in campo” del Cavaliere,
>> l’altro quelli dell’insurrezione zapatista, quando in Messico un gruppo
>> di indigeni ha sorpreso il mondo inventando la prima grande protesta
>> contro quella che oggi si chiama globalizzazione liberista.
>>
>> Sono due anniversari che si contrastano. Quello che si è celebrato
>> all’Eur, non vedo che importanza abbia. C’è uno pseudo-partito che ha
>> dieci anni di vita, per me la cosa finisce lì. Che poi ci siano fenomeni
>> di “sacralizzazione del capo”, non è una novità. Sono stato e continuo a
>> essere di pensiero comunista. Cosa vuole, quando lo vedo comparire,
>> circondato d’azzurro con le mani alzate, io penso di esserci già
>> passato. Per me è un déja vu. Quando c’era Stalin il culto della
>> personalità arrivava al punto che le persone stramazzavano al suolo solo
>> nel vederlo passare.
>> Parlando degli zapatisti, lei ha detto che l’insurrezione si è
>> verificata inaspettatamente. Dev’essere vero, allora, che da qualche
>> parte c’è un dio che acceca quelli che vuole perdere, perché il discorso
>> si ricollega esattamente ai milioni di persone che attraversano i
>> deserti e i mari per cercare una possibilità di sopravvivere. Ma non ve
>> ne accorgete? Non vedete quanti sono? Dovete vederveli comparire davanti
>> all’improvviso come il governo messicano vide gli zapatisti? E’ gente
>> che aveva più niente da perdere ma ritrovava, questo si è importante,
>> un’antica dignità contadina. Sembrano parole retoriche, e invece hanno
>> un peso materiale enorme.
>>
>> Sembra un po’ paradossale, dal punto di vista della storia della nostra
>> sinistra, ma in molte zone del mondo, con la chiusura delle fabbriche e
>> la de-localizzazione della produzione, oggi gli indigeni e i contadini
>> sono sempre tra le prime file di coloro che si oppongono al dominio dei
>> mercati sulle persone. Come mai all’inizio del nuovo secolo i contadini
>> sono tornati protagonisti?
>>
>> Posso rispondere solo per quello che provo “a pelle”. In questi primi
>> quattro anni del secolo c’è stato una sorta di crollo dei “castelli di
>> carta”, un seguito dei crolli industriali. Forse un economista potrebbe
>> spiegarlo con poche parole, ma si dà il caso che le industrie oggi
>> reggano difficilmente proprio sui libri contabili, sul dare e
>> sull’avere. Abbiamo avuto la Enron, in Italia abbiamo avuto la Parmalat
>> e la Cirio, e chissà cosa vedremo ancora.
>> Ricordo che tre o quattro anni fa un grande economista, Franco
>> Modigliani, disse che in realtà l’industria americana era truccata per
>> il 70 per cento. Noi abbiamo sempre avuto questo miraggio
>> dell’industrializzazione globale. La subalternità del mondo contadino è
>> una cosa che dura da tempo, è arrivata fino a farlo quasi scomparire. E
>> invece ora se ne sta riscoprendo la solidità, la solidità della patata
>> che vai a zappare e che viene fuori da lì, dalla terra. In alcune
>> società con un stato forte, i contadini sono potuti andare di pari passo
>> con gli operai. In altre, come nella nostra, anche la sinistra ha messo
>> l’operaio al primo posto, il contadino veniva dopo. C’era una gerarchia
>> che forse si sta rovesciando. Questo ritorno è come quando si squarcia
>> un velo e dietro si scopre che avevamo nascosto un tesoro. Ed un tesoro
>> di cultura, non un tesoro astratto.
>>
>> Anche lei dice spesso che ha recuperato un certo linguaggio contadino, è
>> stato così importante?
>>
>> E’ stato fondamentale. Per la capacità di immaginazione, di
>> rappresentazione e di espressione.
>>
>> Generalmente, la nostra capacità di fare qualcosa viene chiamata
>> “potere”, una parola che però si associa anche all’idea di dominio sugli
>> altri. Lei ha indagato a fondo sul concetto e meccanismi del potere, lo
>> testimoniano libri come “Il re di Girgenti”, ma nella società sta
>> cambiando l’idea del potere?
>>
>> Lei cita “Il re di Girgenti”, dove c’è un fatto storico: un contadino
>> che diventa re, ma lo diventa per elezione dei suoi contadini. Allora il
>> re rappresentava, incarnava, il massimo del potere, oggi non è più così,
>> c’è stato uno spostamento di ruoli. Io credo che il potere sia una sorta
>> di “blob”, intendo proprio quello che spunta nella sigla di “Blob”, cioè
>> quella massa che non si capisce bene cosa sia ma fuoriesce ovunque,
>> qualcosa di assolutamente indefinibile e di definibile nello stesso
>> tempo. Definibile, nella misura in cui il potere viene regolato dal
>> potere che viene assegnato; indefinibile, perché uno può travalicare
>> benissimo questi limiti di assegnazione e accumulare altri. Ci sono due
>> tipi di potere. Un potere derivato dall’assemblaggio in una persona
>> delle deleghe di una quantità di altre persone. Questo è un potere, se
>> vogliamo, anche democratico. E poi c’è il potere che dalla delega passa
>> a una sorta di scatto superiore negativo, che è l’agire senza delega.
>> Basta un niente perché un potente diventi un tiranno, in senso classico
>> e in senso moderno. C’era un padre della Chiesa che faceva una sottile
>> distinzione quando rispondeva alla domanda se sia lecito uccidere un
>> tiranno, un uomo di potere. La risposta era: quando il tiranno si è
>> imposto a forza su un popolo, è lecito; quando non si è imposto a forza
>> ma diventa tale per mandato del popolo, allora non è lecito. Dico questo
>> anche per tranquillizzare Fedele Confalonieri, che teme, alla fine del
>> mandato di Berlusconi, una nuova piazzale Loreto. Nessuno ha
>> l’autorizzazione a uccidere qualcuno che sia stato regolarmente eletto,
>> anche se si trasforma in un tiranno.
>>
>> Veniamo a una seconda parola chiave: democrazia. Dopo l’uscita del libro
>> in cui affronta il tema degli abusi commessi a Genova rimase colpito
>> dall’affermazione di un poliziotto, ce la racconta?
>>
>> In quel libro, “Il giro di boa”, l’ultimo di Montalbano, il commissario
>> entra in crisi per i fatti del G8. non tanto per il comportamento della
>> polizia, che pure lo mette molto a disagio, ma in uno scontro c’è sempre
>> la possibilità di ricevere e di dare una manganellata in più. Se uno, da
>> poliziotto, si vuole proprio trovare una giustificazione, la trova.
>> Quello che più mette a disagio Montalbano accade dopo la manifestazione.
>> Quello che lo irrita, lo indigna, lo fa pensare alle dimissioni è quel
>> che avviene alla Diaz, a freddo. Lì è più difficile. Quel libro ha
>> suscitato una quantità di reazioni, a favore e contro. C’è stato anche
>> chi mi ha detto: “Lei non ha nessun diritto di mettere in bocca a
>> Montalbano le sue idee politiche”, è un’affermazione bellissima, se
>> fatta all’autore, perché significa che Montalbano non è più suo, incarna
>> qualcosa di generale. Sui siti dove si potevano scambiare queste
>> opinioni c’è stato anche chi ha detto: “Scusate, ma cosa credete di aver
>> letto fino a questo momento, un romanzo giallo?”. E aveva ragione anche

lui.

>> Naturalmente, era impossibile, per un personaggio concepito come
>> Montalbano, non reagire di fronte a quei fatti. Così, c’è stata una
>> bellissima riunione, al Piccolo Eliseo, con il sindacato di polizia. La
>> sala era gremita, c’era anche Cofferati, che, se non ricordo male, in
>> quel momento era già fuori dal sindacato. A un certo punto, il
>> segretario del sindacato di polizia ha detto una frase che mi ha colpito
>> veramente: “Non si può creare un corpo di polizia e impiegarlo in certe
>> azioni senza dirgli che siamo un corpo democratico e che perciò deve
>> agire in un certo modo. Perché occorre una quotidiana manutenzione della
>> democrazia”. Mi è piaciuta moltissimo perché una frase vera. Se la si
>> ama veramente, la democrazia, bisogna pulirla perché non arrugginisca,
>> bisogna accudirla ogni giorno, magari portando un fiore, un pensiero,
>> come si fa con una persona amata.
>>
>> L’ultima delle parole chiave che vorrei sottoporle è una parola che non
>> usa quasi più nessuno: rivoluzione.
>>
>> Per prima cosa vorrei dire che è una parola di cui non bisogna avere
>> paura. I tempi e i sistemi cambiano. Noi la associamo, per un fatto
>> culturale, alla rivoluzione francese, a quella del 1917, ma anche a
>> un’idea di morte, di sangue, di distruzione. Eppure, quando parliamo di
>> rivoluzione copernicana, non evochiamo nulla di sanguinoso.
>> Rivoluzione non è una parola che deve necessariamente evocare la
>> ghigliottina e robe simili. La rivoluzione è visibile e invisibile.
>> Quella visibile è la gente che scende nelle piazze. Ma quante
>> rivoluzioni, per esempio nel costume odierno, noi non le chiamiamo così
>> anche se lo sono? Io credo che la rivoluzione debba essere permanente,
>> continua…
>>
>> Ha avuto modo di leggere o ascoltare qualcosa sul forum sociale di
>> Mumbai? Si aspettavano 50 mila persone, ce n’erano 500 mila…
>>
>> Ho visto poche immagini in televisione, ma avvengono sempre così, queste
>> “piccole” sorprese. Ricordo un economista di destra da Maurizio
>> Costanzo, sei giorni prima del G8. gli dissero: “Guardi che lì può
>> essere un momento duro”. E lui rispose: “Ma che vuole che facciano,
>> quattro ragazzotti dei centri sociali?”. E a Genova finì come finì. C’è
>> sempre questa sorpresa, non se l’aspettano.
>>
>> Intervista di Marco Calabria – Carta – 4/10.03/2004
>>
>> Il video dell'intervista è disponibile su: http://www.arcoiris.tv


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