boh, x me va bene parlare, pardon, scrivere di tutto,beh, almeno spero che qualcuno scriva!politica, musica, passioni, tempo libero, ecc.
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giovedì 18 marzo 2004 - ore 18:05
almeno...
(categoria: " Lavoro ")
in tutto sto skifo sembra che da venerdì mi arriveranno ben 4 mensilità ancora nn pagate: a okkio e croce 4mila euretti...
era ora!
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giovedì 18 marzo 2004 - ore 17:54
ennesimo litigio
(categoria: " Amore & Eros ")
...con la mia ragazza.
nn ce la faccio più
sto giro nn gliela do vinta
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giovedì 18 marzo 2004 - ore 17:48
più giù
(categoria: " Musica e Canzoni ")
più giù
più giù
sto precipitando,
forse sto volando
più giù
più giù
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giovedì 18 marzo 2004 - ore 10:17
the bends
(categoria: " Musica e Canzoni ")
...where are you now, when I need you?
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mercoledì 17 marzo 2004 - ore 19:07
juve
(categoria: " Sport ")
speriamo almeno che la juve mi dia un po' di soddisfazione almeno con la lazio!
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mercoledì 17 marzo 2004 - ore 19:06
(categoria: " Vita Quotidiana ")
i'm tired of being tired
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martedì 16 marzo 2004 - ore 11:05
ecco un cretino
(categoria: " Riflessioni ")
Il ministro degli Esteri Franco Frattini conferma l'impegno
con gli alleati. "Siamo tutti nel mirino l'Europa deve unirsi"
"L'Italia non ritira i suoi soldati
la lotta al terrorismo continua"
dal nostro inviato GIOVANNA CASADIO
Franco Frattini
ROMA - "Noi restiamo in Iraq: il governo italiano non cambia strada. Perché dovremmo fare marcia indietro?". Il ministro degli Esteri Franco Frattini non ha dubbi e spiega la linea concordata con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi ieri mattina presto.
La Spagna con il nuovo premier Zapatero si sfila dall'abbraccio con Bush. E noi?
"L'Italia ha deciso di impegnarsi a fondo perché a partire dal primo luglio vi sia un legittimo governo iracheno e lavora con forza perché le Nazioni Unite assumano una forte e convinta partecipazione al processo di transizione. Lo abbiamo deciso in Parlamento con il voto convinto della maggioranza e una grande spaccatura dell'opposizione. Una divisione che purtroppo non ha aiutato. Ma il governo Berlusconi ha assunto questa responsabilità, e non intende cambiarla".
Il capo della Farnesina ieri è in visita a Bucarest, dove assicura il sostegno italiano in sede europea per la conclusione entro quest'anno dei negoziati che dovrebbero consentire alla Romania di entrare nella Ue, nel 2007. Non manca di sottolineare "l'idem sentire" sulla lotta al terrorismo, sull'alleanza atlantica e sulla necessaria coesione tra Usa e Europa. Con il "collega" Mircea Geoana a mezzogiorno rispettano i tre minuti di silenzio per la strage di Madrid.
Ministro Frattini, lei pensa che l'Italia sia nel mirino dei terroristi come la Spagna, per la scelta di mandare i soldati in Iraq?
"Non vedo il nesso con il nostro intervento in Iraq. L'Iraq non c'entra. L'Italia come tutti i paesi democratici del mondo è nel mirino. Come il Marocco che ha avuto un terribile attentato un anno fa, come la Germania e la Francia che fortunatamente non sono state colpite ma si stanno attrezzando come noi. Siamo tutti sotto il tiro del terrorismo dall'11 settembre. Deve essere chiaro che quanto sta accadendo non è una reazione del terrorismo a qualcosa che l'Occidente ha fatto. È una guerra contro di noi, è un attacco puro e semplice e noi abbiamo il dovere di reagire".
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La nostra presenza in Iraq quindi non è da ripensare?
"No. Non vedo perché dovremmo cambiare. Il terrorismo è un male in sé, è un male assoluto. Penso alla strage di Bali, cioè in paesi che con l'azione militare in Iraq non hanno avuto nulla a che fare e vengono colpiti lo stesso. L'affermazione che circola dopo l'orribile strage di Madrid - "questa è la reazione all'impegno della Spagna in Iraq" - è semplicemente non vera".
Allora da quando pensa che l'Italia sia entrata nel mirino del terrorismo islamico?
"Noi siamo potenziale obiettivo dall'11 settembre, da quando i terroristi hanno sferrato l'attacco al mondo. Il terrorismo ha un suo disegno: dividerci. Invece noi dobbiamo ritrovare l'unità".
Cosa farà l'Italia se il 30 giugno non ci sarà un passaggio delle missioni militari sotto l'egida dell'Onu e, come annunciato dal nuovo premier spagnolo, le truppe di Madrid lasceranno l'Iraq?
"Non si fa la politica estera con i 'se' o con le ipotesi. Vediamo cosa succede. Ne discuteremo dopo il 30 giugno. Ora sappiamo che il terrorismo vuole attaccare ogni forma di democrazia, l'Europa è democrazia ed è evidente che è nel mirino".
Ha parlato con Aznar dopo la sconfitta del Partito popolare?
"Non ho potuto ancora farlo, ma lo farò nelle prossime ore".
Come spiega la sconfitta del Pp?
"Io credo che l'elemento emotivo abbia giocato un grosso ruolo nelle elezioni spagnole. Lo hanno del resto evidenziato tutti i commentatori europei. Detto questo, dalla Spagna ci aspettiamo che prosegua sulla strada della cooperazione europea e di una solida coesione euroatlantica".
Ma le prime mosse con l'annunciato ritiro delle truppe sembrano andare in un'altra direzione?
"Ogni paese decide le sue linee di politica estera che purtroppo non sono comuni. L'Italia propone nella nuova Costituzione Ue il voto a maggioranza sulle scelte di politica estera, ma malgrado questa nostra spinta europeista, dubito possa mai esserci un voto a maggioranza su questioni come quella irachena".
Problema sicurezza. È d'accordo con la proposta di Schily, il ministro dell'Interno tedesco, di maggiore cooperazione europea?
"Credo che sia di estrema importanza. La presidenza italiana aveva indicato nel Consiglio europeo di dicembre la lotta al terrorismo come assoluta priorità. Da quella conclusione dobbiamo partire e la questione-terrorismo va affrontata nel consiglio Ue di marzo con una sessione di lavoro autonoma, ad hoc. Ritengo inoltre si possa puntare a una forte cooperazione tra i servizi di intelligence. Non un servizio unico, ma una rete permanente sì".
Zapatero sollecita la nuova Costituzione Ue
"Va fatta il più presto possibile, entro l'anno. Ne va della credibilità dell'Europa stessa".
(16 marzo 2004)
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martedì 16 marzo 2004 - ore 10:59
ecco che gente ci governa
(categoria: " Riflessioni ")
Martino: «Ritirarsi significa darla vinta al terrorismo»
«L'Italia continuerà a restare in Iraq»
Frattini sul voto in Spagna: condizionato da fattori emotivi.
Berlusconi chiama Aznar e il leader socialista
ROMA - Silvio Berlusconi ieri ha telefonato in Spagna almeno due volte, ma non sono state chiamate dello stesso tipo. Da Arcore il presidente del Consiglio ha voluto dare la sua solidarietà a José Maria Aznar, il vero sconfitto delle elezioni spagnole anche se non si candidava più a guidare il governo. Nella stessa giornata ha fatto gli auguri di rito al successore José Luis Zapatero, un nome che fino a una settimana fa in Italia citavano a ripetizione soltanto i parlamentari dei Ds contrari alla missione militare in Iraq.
Adesso è anche con il socialista Zapatero che il Cavaliere dovrà fare i conti. Facile intuire che Berlusconi, riunito a lungo con collaboratori come Sandro Bondi e Fabrizio Cicchitto, deve essere stato più sincero nel consolare Aznar che nel dare il benvenuto al nuovo arrivato nella «famiglia» dei premier e capi di Stato europei. E' l'Iraq, in ordine di tempo, il primo fronte sul quale l'indebolimento dei popolari spagnoli crea problemi per Palazzo Chigi. Di fronte alle obiezioni della Chiesa, l'anno scorso, il sostegno della cattolica Spagna alla guerra aveva reso meno difficile per Berlusconi garantire appoggio politico all'offensiva voluta da George W. Bush su Bagdad.
Non è un caso che ieri, durante una visita a Bucarest, il ministro degli Esteri Franco Frattini abbia riservato a Zapatero un saluto indiretto non molto cordiale. Al netto di un attestato di circostanza che esprimeva fiducia sul desiderio di «coesione euroatlantica» del prossimo governo, Frattini ha dichiarato che in Spagna le elezioni sono state «condizionate da fattori emotivi importanti, collegati con la strage di Madrid». Al di là di come la si pensi sulla valutazione, se abbia spostato più voti il massacro o la gestione delle informazioni sulla provenienza dei macellai, non è lo stesso se un giudizio del genere venga dal rappresentante di un governo straniero o da un semplice commentatore.
Zapatero butta sul piatto della bilancia della comunità internazionale il possibile ritiro dall'Iraq dei 1.300 militari spagnoli, puntando a un mandato dell'Onu che ridimensioni l'influenza degli Stati Uniti. E Frattini ha confermato che il governo italiano non intende richiamare i suoi tremila. Neppure dopo il 30 giugno, teorico giorno di scadenza per la missione indicato dal decreto appena approvato? «Ne discuteremo a quella data». Categorico il no di Antonio Martino, il ministro della Difesa: «Ritirarsi ora o il 30 giugno significa darla vinta al terrorismo».
A vantaggio di Berlusconi c'è la tenuta del resto della «coalizione dei volonterosi» dalla quale la Spagna sta per sfilarsi. Come Martino, che coordina il terzo contingente straniero in Iraq per dimensioni, la pensano il britannico Tony Blair, premier nello Stato del secondo contingente più grande dopo l'americano, e Leszek Miller, premier della Polonia, Paese alla testa di una brigata multinazionale. Far tornare i soldati, a giudizio di Miller, «sarebbe ammettere che i terroristi hanno ragione». Non vengono ripensamenti dalla Bulgaria (500 soldati in Iraq), dall'Ucraina (1.600), dalla Repubblica Ceca (150). Almeno per ora.
Maurizio Caprara
16 marzo 2004 - Corriere.it anche sul tuo cellulare Tim, Vodafone o Wind
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martedì 16 marzo 2004 - ore 10:49
nervoso
(categoria: " Vita Quotidiana ")
brutta storia, speriamo si risolva subito...
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lunedì 15 marzo 2004 - ore 11:16
meditate
(categoria: " Riflessioni ")
VOTO TRA RABBIA E DOLORE
DOPO GLI ATTENTATI DI MADRID
- Ai nostri microfoni Alberto Negri -
Oltre 34 milioni di elettori e più di 56 mila sezioni dislocate in 19 regioni. Sono questi i principali dati relativi alle elezioni politiche cominciate questa mattina in Spagna, in un clima di forte tensione per i tragici attentati che hanno devastato Madrid. Le operazioni di voto termineranno questa sera alle 20 e in serata affluiranno i primi dati. Il servizio di Giancarlo La Vella:
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In Spagna sta per essere varata l’ottava legislatura, ma il prossimo Parlamento non vedrà la presenza del premier Aznar, che dopo aver lasciato la politica attiva ha affidato la guida del Partito Popolare a Mariano Rajoy, che si trova ora a gestire la difficile eredità di riconfermare quella maggioranza assoluta decretata 4 anni fa dagli spagnoli alla destra moderata. Al governo Aznar si riconosce, abbastanza unanimemente, il merito di aver portato la Spagna a livelli economici di eccellenza, ma di avere diviso il Paese invece sulla scelta di appoggiare Stati Uniti e Gran Bretagna per la guerra in Iraq e questo è proprio uno dei motivi conduttori della campagna elettorale del Partito socialista: questa è la maggiore formazione di opposizione e la seconda forza del Parlamento - conta infatti 125 seggi sui 350 del Congresso dei deputati rispetto ai 183 dei popolari – ed è inutile negare che gli attentati di giovedì scorso condizioneranno in qualche modo il voto.
Ieri sera la svolta nelle indagini che fanno indirizzare decisamente i sospetti sulla pista islamica, anche se non è possibile ancora scartare nessun altra ipotesi. Intorno alle ore 20 il ministro degli esteri ha annunciato in conferenza stampa l’arresto di 3 marocchini e due indiani, che avrebbero fiancheggiato gli autori degli attentati. Immediata la protesta di alcune migliaia di persone davanti alla sede del Partito Popolare di Madrid e di altre città. Alle accuse di aver manipolato la verità, il ministro degli esteri ha risposto affermando che l’esecutivo Aznar ha reagito sempre con estrema chiarezza e che ancora non è possibile escludere alcuna ipotesi nello sviluppo delle investigazioni.
Dalle 9 di questa mattina gli spagnoli si stanno recando alle urne, lo hanno fatto anche il premier Aznar e il leader socialista Zapatero. “In nessun modo – ha detto Aznar – gruppi di fanatici impediranno agli spagnoli di vivere in libertà”. “Spero che la Spagna superi questo difficile momento”: è stato invece il commento di Zapatero.
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Le indagini degli inquirenti sui tragici attentati di Madrid si sono progressivamente spostate dall’organizzazione terroristica dell’Eta alla rete di Al Qaeda. Su questa nuova fase investigativa, ascoltiamo l’inviato de “Il sole 24 Ore”, Alberto Negri, intervistato da Amedeo Lomonaco:
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R. – Si tratta sicuramente di una svolta interessante anche se nessuna delle ipotesi viene ancora del tutto scartata. Si deve notare che il governo spagnolo ha mostrato un forte imbarazzo in questa occasione: aveva puntato immediatamente il dito contro l’Eta e poi, ha progressivamente spostato il mirino nei confronti dell’estremismo islamico.
D. – Come ha reagito il mondo arabo a questi ennesimi attentati?
R. – Il mondo arabo non ha reagito con stupore. La dimensione dell’attentato, fin dall’inizio, aveva fatto pensare in Medio Oriente che, dietro la strage di Madrid, ci fosse la mano di un’organizzazione diversa dall’Eta. La stessa difficoltà a rivendicare gesti di questo genere rivela comunque che è difficile tradurre atti di terrorismo così terrificanti in atti e azioni politiche; rivela anche, qual è il reale obiettivo e la vera natura del terrorismo: quella di mantenere in stato di shock e di insicurezza intere popolazioni e governi.
D. – E’ reale l’ipotesi di una fusione tra un terrorismo globale, come quello drammaticamente messo in atto dall’estremismo islamico, e organizzazioni che invece hanno una dimensione locale?
R. – Il terrorismo islamico nasce su base locale e poi assume una dimensione più estesa con la guerra in Afghanistan. Non è assolutamente da escludere che proprio questa organizzazione riesca a sfruttare quelle che sono le contraddizioni locali. Il terrorismo di al Qaeda non prende, infatti, soltanto spunto dall’Islam o dalle situazioni incancrenite del Medio Oriente, ma ideologicamente preme su quella che è una sorta di lotta antimperialista.
D. – La tragica scia di orrore e odio potrebbe colpire in futuro altri Paesi e tra questi, quali sono più a rischio?
R. – L’Italia sicuramente – per dirne uno – è uno dei Paesi nel mirino, come lo sono tutti gli Stati occidentali che, in qualche modo, partecipano alla coalizione internazionale in Iraq. Si deve inoltre sottolineare un fatto: la maggior parte, finora, dei volontari reclutati da al Qaeda è sempre venuta dal Pakistan, dall’Egitto e dall’Arabia Saudita, tre Paesi che sono alleati degli Stati Uniti. Questo dato dovrebbe far riflettere l’amministrazione americana.
D. – Come scongiurare adesso questa drammatica minaccia?
R. – Certamente la minaccia di al Qaeda ha una caratteristica inedita che è quella di essere globalizzata e di appoggiarsi su una rete economico-finanziaria importante; questo rende tale organizzazione sicuramente più pericolosa, ma forse, in futuro, anche più penetrabile di quanto non sia adesso.
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