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martedì 21 dicembre 2004
ore 16:47 (categoria:
"Riflessioni")
La gemma nel vestito
C'era una volta l’India, un paese lontano lontano, dove le strade erano piene di polvere e chi era ricco era ricco sul serio e chi era povero era povero veramente: possedeva solo le vesti che indossava e girava il paese cercando fortuna ed elemosinando del cibo. Un giorno un uomo, pieno di polvere e di fatica e tanto povero da non ricordare più il sapore del vino e del cibo, giunse alla casa di un vecchio amico. L’amico lo fece accomodare, gli fece stendere le gambe e riposare le membra, gli fece adagiare le braccia su morbidi cuscini; gli offrì piatti raffinati, insaporiti e arricchiti dai mille profumi e sapori di tante spezie, specialità di quel paese lontano. E gli versò del vino che scese nella sua gola come un nettare divino, come ambra, come un magico liquido celeste. L’uomo povero si ubriacò e subito si addormentò. L’amico lo guardava dormire, provando pena per lui; decise di aiutarlo. Ma in quel mentre giunse, accaldato per la corsa e per l’affanno, un messaggero del maharajà, che gli riferì che lo si richiedeva per importanti affari in una città lontana. L’amico, però, prima di andare via si avvicinò all’uomo ubriaco e addormentato e cucì nella sua veste un gioiello di rara bellezza e forma e di grande valore, certo che al suo risveglio l’uomo lo avrebbe trovato e che avrebbe così iniziato una vita diversa, fatta di vesti nuove e cibo e bevande tutti i giorni e la certezza di poter dormire in un giaciglio comodo e caldo. E di poter abbracciare, la notte, l’amore; di poter infine eccellere in un campo, come è dato a ogni uomo e a ogni donna che viva nel benessere. L’uomo però al suo risveglio non si accorse di nulla: si mise in viaggio per altre regioni del suo grande paese senza sospettare di essere ricco, con le sue vesti logore, e come unica proprietà un recipiente di latta. Giunse in una città e incontrò un bambino magro magro, con gli occhi grandi e il corpo scheletrico: avrebbe voluto aiutarlo, avrebbe voluto regalargli del latte, scaldarlo con dei panni caldi, ma non poteva fare niente: si sentiva le mani vuote e il cuore gonfio di pena. Lo guardò andare via, sulle sue gambine malferme, mentre lo salutava con i suoi occhi grandi e gentili. Giunse in un’altra città dove rimase a lungo: in quel paese nessuno dava l’elemosina, non c’erano monasteri o luoghi di ricovero per i poveri e l’uomo era talmente debole che non riusciva ad andare via, ad affrontare la strada per trovare un posto migliore. Si nutriva di bacche ed erba, ma più spesso assaggiava la polvere della strada. Proprio qui lo incontrò il suo antico amico che gli disse: «Che cosa assurda, vecchio mio! Come mai ti sei ridotto così per procurarti da mangiare e vestire?». Gli porse il braccio e lo aiutò ad alzarsi; lo accompagnò al suo serraglio dove lo attendevano servitori, e cibo fresco e vesti pulite. Allora, dopo che l’uomo si fu rifocillato, ebbe mangiato a volontà e bevuto, dopo che si fu lavato e cambiato, l’amico prese la vecchia veste dell’uomo e gli mostrò, ancora là dove lui stesso l’aveva cucito, il gioiello di inestimabile valore, di grande purezza e bellezza. «È sempre stato qui e tu non lo sapevi, amico mio», gli disse. «Eri ricco e lo sei anche adesso». L’uomo povero non credeva ai propri occhi: il gioiello riluceva tra le sue mani e in un attimo vide tutto ciò che avrebbe potuto essere: del cibo caldo per il bambino dagli occhi grandi e gentili; vesti per tutti i poveri della città; banchetti sontuosi nei quartieri più poveri; e poi canti, danze, letture, poesie, tutto ciò che rende la vita più bella quando il cibo e le vesti non mancano. E lui aveva avuto con sé da tanto tempo questa fonte inesauribile di benefici senza accorgersene. «Che stupido sono stato! – esclamò abbracciando l’amico – Ero così abituato alla mia misera condizione che non cercavo in alcun modo di trasformarla. Adesso capisco che la ricchezza e la felicità non stanno in un qualche posto lontano e irraggiungibile ma fanno parte della vita. Basta solo scoprirle».
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martedì 21 dicembre 2004
ore 10:12 (categoria:
"Pensieri")
La letterina delle feste...
Caro Babbo Natale
Vorremmo vivere liberi e senza paure...
Sarebbe bello ascoltare le coscienze mentre "spiegano" che l'invidia muore di fame perché morde ma non mangia...
Che regalo ci faresti, se potessimo osservare i padroni del vapore accogliere chi soffre come occasione di scambio in un mondo sempre più sterile... per crescere e migliorare insieme!
Già che ci siamo...
Siccome l'esperienza ci ha insegnato che, quando un gigante appare al nostro orizzonte, è meglio esaminare prima la posizione del sole e fare attenzione a che non sia l'ombra d'un pigmeo...
Potresti spiegare agli orgogliosi, che la paura di non essere all'altezza del compito, è solo il risultato di un problema personale facilmente risolvibile?
Forse, a quel punto, capirebbero che, per essere felici, non basta fare tutto ciò che si vuole, ma volere tutto ciò che si fa!
Un'ultima cosa...
A chi ti chiede speranze dure come le pietre affinché i colpi del destino non possano frantumarle, per favore, spiega che il modo migliore di realizzare un sogno... è quello di svegliarsi e darsi da fare!
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giovedì 16 dicembre 2004
ore 10:07 (categoria:
"Vita Quotidiana")
La Virgola
C'era una volta una virgola seccata dalla poca considerazione in cui tutti la tenevano. Perfino i bambini delle elementari si facevano beffe di lei. Che cos'è una virgola, dopo tutto? Nei giornali nessuno la usa più. La buttano, a casaccio. Un giorno la virgola si ribellò. Il Presidente scrisse un breve appunto dopo un lungo colloquio con il Presidente avversario: "Pace, impossibile lanciare i missili" e lo passò frettolosamente al Generale. In quel momento la piccola, trascurata virgola mise in atto il suo piano e si spostò. Si spostò solo di una parola, appena un saltino. Quello che lesse il Generale fu: "Pace impossibile, lanciare i missili". E scoppiò la Guerra Mondiale.
Fai attenzione alle piccole cose. Sono il seme di quelle grandi.
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lunedì 6 dicembre 2004
ore 13:22 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Il fuoco...
Sei persone, colte dal caso nel buio di una gelida nottata, su un'isola deserta, si ritrovarono ciascuna con un pezzo di legno in mano. Non c'era altra legna nell'isola persa nelle brume del mare del Nord. Al centro un piccolo fuoco moriva lentamente per mancanza di combustibile. Il freddo si faceva sempre più insopportabile. La prima persona era una donna, ma un guizzo della fiamma illuminò il volto di un immigrato dalla pelle scura. La donna se ne accorse. Strinse il pugno intorno al suo pezzo di legno. Perché consumare il suo legno per scaldare uno scansafatiche venuto a rubare pane e lavoro? L'uomo che stava al suo fianco vide uno che non era del suo partito. Mai e poi mai avrebbe sprecato il suo bel pezzo di legno per un avversario politico. La terza persona era vestita malamente e si avvolse ancora di più nel giaccone bisunto, nascondendo il suo pezzo di legno. Il suo vicino era certamente ricco. Perché doveva usare il suo ramo per un ozioso riccone? Il ricco sedeva pensando ai suoi beni, alle due ville, alle quattro automobili e al sostanzioso conto in banca. Le batterie del suo telefonino erano scariche, doveva conservare il suo pezzo di legno a tutti i costi e non consumarlo per quei pigri e inetti. Il volto scuro dell'immigrato era una smorfia di vendetta nella fievole luce del fuoco ormai spento. Stringeva forte il pugno intorno al suo pezzo di legno. Sapeva bene che tutti quei bianchi lo disprezzavano. Non avrebbe mai messo il suo pezzo di legno nelle braci del fuoco. Era arrivato il momento della vendetta. L'ultimo membro di quel mesto gruppetto era un tipo gretto e diffidente. Non faceva nulla se non per profitto. Dare soltanto a chi dà, era il suo motto preferito. Me lo devono pagare caro questo pezzo di legno, pensava. Li trovarono così, con i pezzi di legno stretti nei pugni, immobili nella morte per assideramento. Non erano morti per il freddo di fuori, erano morti per il freddo di dentro.
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lunedì 6 dicembre 2004
ore 11:50 (categoria:
"Poesia")
Parole...
Come l'acque di un fiume scorron nella mente le parole: a tratti calme o impetuose ora limpide o limacciose, rese pure dall'amore o inquinate dal rancore. Sbagliate, fraintese, soffocate come acqua che scorre nel deserto; generose e disinteressate sfociano nell'oceano infinito. Come una diga, a volte la ragione vorrebbe controllarne il fluire, ma non riesce sempre ad evitare, devastante l'inondazione.
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sabato 4 dicembre 2004
ore 10:52 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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sabato 4 dicembre 2004
ore 09:31 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Se vuoi conservare per tutta la vita l'affetto di qualcuno, non prenderlo mai per scontato!
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venerdì 3 dicembre 2004
ore 16:47 (categoria:
"Vita Quotidiana")
La noia fra due persone non proviene dallo stare insieme fisicamente, ma deriva dallo stare divisi, separati mentalmente e spiritualmente.
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giovedì 2 dicembre 2004
ore 09:55 (categoria:
"Vita Quotidiana")
La si poteva incontrare tra le ombre dei vicoli stretti e sudici, seduta all'uscio di una bettola, fino all'ora di chiusura. Oppure tra le vecchie barche del porto, ogni giorno al tramontar del sole, quando i pescatori tiravano le reti. Si avvicinava a qualcuno di loro, stringendosi addosso lo scialle scuro e liso su quello che un tempo era stato un vestito a fiori, i piedi scalzi e le labbra morse. „L'avete visto?“ - „Và la che non torna...“ - ridevano i pescatori mentre lei, dondolandosi stanca, mormorava: „Torna, torna...lo sa che aspetto“. Guardava il sole scomparire sull'acqua, poi andava a sedersi sul pontile bagnandosi i piedi e cantando una canzone stonata e melanconica. Da dove fosse arrivata nessuno lo sapeva. Era comparsa un giorno, senza nè come, nè perchè. A chi le domandava cosa cercasse rispondeva sorridendo a metà: „Aspetto il mio uomo...verrà a prendermi per portarmi via“. Ma nessuno capiva di cosa parlasse. A chi le chiedeva il suo nome rispondeva: „Non so, non ricordo. Domandate a lui, stasera, quando torna“. Per questo parlando di lei, la gente diceva „Quella senza nome“. Nella sua mente vagavano pensieri sgangherati ed un ricordo da poco. Una barca con le vele cariche di vento e quelle braccia forti sulla barra del timone: „Vieni con me?“ le aveva sussurrato un sorriso dolce. Poi, l'indomani la barca salpò e sulla prua, ritta ed immobile l'altra donna, bionda col viso da bambina e quel sorriso che la dimenticava sul pontile: „Torno sai? Vedrai che torno, un giorno“. E un giorno quella barca buttò l'ancora nel porto; le vele lacere e senza più vento e le stesse braccia forti ma vuote ed in pena. Quella senza nome non era più lì e nessuno sapeva nulla di lei. Alcuni dicevano fosse morta, altri giuravano che le donne del posto l'avevano cacciata, gelose della sua nostalgia infinita. Ma ancora oggi c'è un vecchio pescatore che racconta d'averla vista a cavallo d'un delfino andare nella direzione del sole. Da allora non aveva più voluto pescare...
(donnadiluna)
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mercoledì 1 dicembre 2004
ore 12:04 (categoria:
"Poesia")
TRADIMENTO di Bruno Gasparri
D’armatura vestito, brandendo la spada, forte, sicuro, affronto il destino tra fragore e urla di mille battaglie, lo scudo d’acciaio in alto levato, barriera sicura d’ogni attacco frenato. Temprato dal tempo in una forgia di fuoco tra frizzanti falene del ferro che fonde, indomito cavalco le strade del mondo, nell’alba che nasce, nel giorno di sole, nella notte di luna che rischiara il cammino. Stanche le membra nel bivacco riposo, disteso sul morbido prato profumato dai fiori, lo sguardo rivolto alla volta del cielo blu velluto cosparso da infiniti gioielli. Dal silenzio cullato scivolo nel sonno dove m’aspetta un sogno fatato. Tornato bambino nella stanza di un tempo, vedo colei che mi ha donato la vita, sento la mano che rimbocca il lenzuolo, profumo pungente di malva fiorita, mentre la sua voce sommessa racconta di terre lontane dalle strade dorate. Un brivido freddo d’improvviso m’assale sciogliendo nel nulla l’etereo pensiero, lontano rischiara un nuovo mattino mentre fresca rugiada copre ogni cosa. D’improvviso m’appare, confusa tra il grigio dell’alba, eterea come raggio di luna che si tuffa nel mare sprizzando scintille d’argento. Gocce di rugiada luccicano come diadema tra le chiome scomposte dal vento, occhi profondi come la notte riflettono le stelle del firmamento, due collane di perle preziose spuntano furtive tra le labbra dipinte dalla luce rossa disciolta nell’aria. Tra il verde tenero tappeto del prato, fiore tra i fiori nasci partorita dal cuore della terra, azzurra vergine primula, diffondi profumo di vita. Oro, argento, onori e gloria non servono al mio cuore, diamanti, smeraldi e rubini le mie mani pongono ai suoi piedi, le mie labbra tremano nel pronunciare dolcemente il suo nome. Donna Regina del sogno, Donna Regina di vita. Nudo, indifeso rimango, non potevo credere che donna portasse la morte, un tempo ridevo al racconto di Diana, cigno vestito da corazza d’argento armata d’arco con frecce d’avorio. Ma ora lei mi guardava negli occhi tendendo l’arco armato con freccia di ghiaccio, non temevo di cadere morto, stolto, lasciando il mio cuore indifeso, attendendo un sorriso e carezza d’amore. Quando la freccia di ghiaccio, con un tonfo nel petto s’infisse l’ultimo pensiero, prima di chiudere gli occhi alla notte, no….., non e' stata lei a colpire.
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