"Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta" R.Pirsig
"Fuoco nelle viscere" P.Almodovar
"La pelle e la principessa" S.Alzamora
"Le cinque persone che incontri in cielo" M.Albom
"Afrodita" Isabel Allende
"Il paradiso degli orchi" "La fata carabina" "La prosivendola" "Signor Malaussène" "La passione secondo Therèse" di Daniel Pennac
"La scimmia nuda" Desmond Morris
"L’abito di piume" Banana Yoshimoto
"La ballata delle prugne secche" Pulsatilla
"Bambini nel tempo" Ian McEwan
"Dance dance dance" Haruki Murakami
"Q" Luther Blissett
"America" Jean Baudrillard
"Le regole della casa del sidro" John Irving
"La bastarda di Istanbul" Elif Shafak
"La maga delle spezie" Chitra Banerjee Divakaruni
"Harry Potter e la pietra filosofale" "Harry Potter e la camera dei segreti" "Harry Potter e il prigionero di Azkaban" "Harry Potter e il calice di fuoco" "Harry Potter e l’ordine della fenice" "Harry Potter e il principe mezzosangue" "Harry Potter e i doni della morte" J.K. Rowling
"La repubblica degli alberi" Sam Taylor
"Manituana" Wu Ming
"La vita segreta delle api" Kidd Sue M.
"Il Profumo" Patrick Suskind
"Il ritratto di Dorian Grey" Oscar Wilde
"La tredicesima storia" Diane Setterfield
"Due di due" Andrea De Carlo
"L’uccello che girava le viti del mondo" Haruki Murakami
"Dolores Claiborne" Stephen King
"L’ombra del vento" Carlos Ruiz Zafròn
"Gli incubi di Hazel" Deeny Leander
"Rabbia" Chuck Palahniuk
"54" Wu MIng
"Alta fedeltà" Nick Hornby
"Dracula" Bram Stoker
"Fight Club" Chuck Palahniuk
"Molto forte, incredibilmente vicino" Safran Foer
"Il Più grande uomo scimmia del pleistocene" Roy Lewis
"Il giovane Holden" J.D.Salinger
"Non buttiamoci giù" Nick Hornby
"Twilight" Stephenie Meyer
"L’estate incantata" Ray Bradbury
"Il cacciatore di aquiloni" Khaled Hosseini
Mille splendidi soli - Khaled Hosseini
Almost Blue - Carlo Lucarelli
Il Ratto
HO VISTO
un sacco di film. così tanti che voi umani non potete neanche immaginare.
STO ASCOLTANDO
Camille - Le sac des filles
Dota und die Stadtpiraten - Blech+Plastik
Dresden Dolls - No Virginia
John Zorn [Bar Kokhba] - Lucifer
Best Of Abba
ABBIGLIAMENTO del GIORNO
e per il vestiario: "a cipolla" ovvero mille strati di indumenti per sopportare meglio il gelo invernale
ORA VORREI TANTO...
tranquillità..
STO STUDIANDO...
le tipologie esistenti di CINOFAX, compreso SicaSpenk
OGGI IL MIO UMORE E'...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
PARANOIE
1) doversi alzare da sotto il piumone alle 7 di mattina in pieno inverno 2) scoprire di appartenere,seppur alla lontana,alla famiglia berlusconi....oh my god....sudo freddo al solo pensiero. 3) quando fai cadere i cotton fioc e poi nn riesci + a rimetterli nel loro contenitore... aaargh... come caspiterina facevano a starci tutti quanti lì dentro prima d cadere? 4) Sicapunk con la maglietta di Neffa!
MERAVIGLIE
1) Le melanzane 2) Scoprire che a 20 anni hai ancora tutta la vita davanti 3) le sigarette 4) la nutella sopra i cracker salati 5) Mettersi l'accapatoio o i vestiti riscaldati. 6) ebbri di buon vino, a luce soft ascoltare jazz e parlare di tutto.. 7) Il Silenzio
..e lui è il cetriolo dell’imbornesia o Imbornillo ...che animale meraviglioso... *_*
Ho deciso di restare sola finché non avessi incontrato qualcuno che valesse veramente... Voglio dire, quando sei sola e vai con qualcuno così, per una volta, per avere un’ avventura... Cioè, ci si sente... Secondo me dopo ci si sente più soli di prima. Capisci, quando la sera poi ritorni a casa tua e sei appena andata a letto con un tizio qualsiasi e sai che non gliene frega niente e non frega niente neanche a te, e nessuno dei due ne ha ricavato niente, ecco, questo io lo trovo ancora più spaventoso che tenersi la propria solitudine. In questo senso, la solitudine diventa uno stile di vita, una regola, capisci?
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domenica 22 febbraio 2009 - ore 18:03
Alta fedeltà
(categoria: " Poesia ")
Rob Fleming , trentacinquenne appassionato di musica e proprietario di un negozio di dischi , è il protagonista di questo ironico e divertente romanzo. La musica ha un ruolo fondamentale; diventa termine di paragone e metro di giudizio della realtà che circonda Rob il quale si diverte a stilare top five su ogni possibile argomento: migliori libri, migliori film, migliori canzoni e “migliori” fregature sentimentali. La sua ragazza lo ha infatti appena lasciato e numerosi interrogativi lo tormentano. Sembra essere giunto ad un bivio, ad un confine tra essere l’eterno adolescente, immaturo e irresponsabile e l’uomo adulto cosciente dei propri limiti e delle proprie colpe. Farebbe forse meglio a smettere di vivere in mezzo ai cd e a costruire una famiglia, una casa, a trovare un lavoro vero? Hornby in maniera brillante, immediata, commovente e amara mette così in scena i sogni, gli amori e le disillusioni di una intera generazione di trentenni a cui certamente non manca la voglia di vivere.
bellissimo. ci ho messo un mese, problemi di tempo e concentrazione, ma è un libro splendido. Rinnovo la mia ammirazione per il collettivo Wu Ming (ex Luther Blissett) e per la loro straordinaria abilità narrativa. Che dire, vale la pena di leggerlo solo per assaporare l’atmosfera di quel Bar Aurora, tipico bar di quartiere, a Bologna, nel 1954, e dei bizzarri ma così normali personaggi che lo popolano. personaggi che, a ben pensare, possiamo ritrovare anche adesso in qualsiasi Bar Sport o Bar Centrale. manca l’accento romagnolo, ma anche con quello veneto l’effetto è lo stesso...
eccovi un efficace riassunto pescato in rete.
Dietro la sigla Wu Ming, in cinese mandarino equivalente a “anonimo” oppure “non famoso”, si nasconde un collettivo di scrittori fondato a Bologna nel gennaio del 2000, attualmente composto da cinque autori i cui rispettivi nomi anagrafici, per quanto non segreti, non sono fondamentali nell’ambito del progetto: per il Wu Ming, infatti, le storie vengono sempre prima di chi le scrive. Il gioco già messo in mostra in Q (sotto la sigla Luther Blissett) ed in Asce di guerra (primo atto creativo del neonato Wu Ming), implacabile come sempre e terribilmente intrigante sotto il versante narrativo, continua anche in 54, a tutt’oggi da considerarsi come l’indiscusso capolavoro del collettivo bolognese, un romanzo corale che ci proietta senza colpo ferire nell’anno di grazia 1954, scelto arbitrariamente come genesi ideale della società contemporanea, in un mondo che sta venendo alla luce, un Dopoguerra in cui la guerra non è finita ma si è soltanto ‘raffreddata’, cambiando volto e modalità di proposta. In tale scenario le ideologie stanno andando in frantumi insieme alle frontiere, ed il narcotraffico non conosce confini di sorta: proprio l’eroina costituisce il motore sommerso della trama, merce perfetta perché in grado di rendere dipendente il consumatore un attimo dopo l’acquisto, distribuita attraverso il canale di commercio meno mediato che si possa concepire, ovvero il crimine organizzato, nonché oggetto precipuo dell’essenza dell’azione politica, quella esercitata dai servizi segreti. Pagina dopo pagina incominciamo a prendere confidenza con l’assortito cast di 54, alternandoci di continuo tra Napoli e New York, tra Trieste e Hollywood, tra la Francia e Mosca fino alla Dalmazia, in cui in qualche modo finiranno per convergere molti dei protagonisti: ex partigiani come Ettore Bergamini, eroi della Resistenza in odor di eresia come Vittorio Capponi, agenti segreti come Ivan Alexsandrovic Serov (presidente del neonato Kgb), narcotrafficanti come Salvatore Lucania detto “Lucky Luciano”, figli in cerca di un padre come Robespierre Capponi detto Pierre, addirittura un dandy di governo come Josif “Tito” Broz, e perfino Cary Grant, il grande attore in stasi da due anni – l’uomo più elegante del mondo, l’Archie Leach di un passato da dimenticare –, tutti minacciati da un immenso frangente che minaccia di stravolgere ogni cosa. Collante delle varie sottotrame anche un McGuffin Electric, un televisore avvolto nel mistero, evidente simbolo del progresso tecnologico e di un luminoso futuro, un modello decisamente fuori dal comune, in grado di vedere, ascoltare, riflettere (pur non essendo funzionante).. Strutturalmente il romanzo si compone di tre antefatti, è diviso in due parti per complessivi centodieci capitoli e presenta una coda finale decapartita. Assolutamente delizioso nel complesso: nonostante la ragguardevole mole, 54 si fa leggere tutto d’un fiato, contribuisce in modo portentoso all’ossigenazione dei neuroni e, una volta metabolizzate le numerose sottotrame, fa riflettere molto più a lungo. Un imperdibile romanzo scritto miracolosamente a dieci mani senza perdere un filo di compattezza.
ma tuttaltro che allegro, sfido chiunque a parlare della guerra con leggerezza...
consigliato, soprattutto vista la situazione israelo-palestinese delle ultime settimane.
Una notte, in un bar, un amico confessa al regista israeliano Ari Folman un suo incubo ricorrente: sogna di essere inseguito da 26 cani inferociti. Ha la certezza del numero perchè, quando lesercito israeliano occupava una parte del Libano, a lui, evidentemente ritroso nelluccidere gli esseri umani, era stato assegnato il compito di uccidere i cani che di notte segnalavano abbaiando larrivo dei soldati. I cani eliminati erano giustappunto 26. In quel momento Folman si accorge di avere rimosso praticamente tutto quanto accaduto durante quei mesi che condussero al massacro portato a termine dalle Falangi cristiano-maronite nei campi di Sabra e Chatila. Decide allora di intervistare dei compagni darmi dellepoca per cercare di ricostruire una memoria che ognuno di essi conserva solo in parte cercando di farla divenire patrimonio condiviso. Folman, regista e sceneggiatore di qualità (è, tra laltro, uno degli sceneggiatori di In Treatment, serie televisiva di grande successo in Israele adattata da Rodrigo Garcia per il canale dellHBO) affronta con coraggio uno dei nervi scoperti della storia recente della democrazia israeliana. Non è però interessato a distribuire patenti di colpevolezza senza prove (sono note le accuse allallora Ministro della Difesa Ariel Sharon considerato responsabile del fatto di aver saputo e taciuto, se non addirittura favorito). Folman scava più a fondo utilizzando un metodo che sta progressivamente trovando una sua consistenza nel mondo della comunicazione. Decide cioè che inanellare le interviste porterebbe a realizzare un documentario rivolto a un pubblico di nicchia. Racconta allora utilizzando unanimazione scarna ma efficace che riesce a restituire il work in progress di un rimosso che da forme fantastiche o mitiche (esplicita la citazione di Apocalypse Now) passa a focalizzare una realtà orrenda che, proprio perchè tale, era stata espunta dal ricordo del singolo e della collettività. Non è un caso che il primo amico a cui Folman si rivolge dopo aver avuto lidea sia un analista. La scelta di questo tipo di terapeuta rivela una particolare attenzione dellautore alla materia ma anche quella che egli sente come una necessità per tutto il suo popolo: una sorta di seduta collettiva che aiuti a fare chiarezza innanzitutto in se stessi. Questo film costituisce una riprova (semmai ce ne fosse ancora bisogno) che la demonizzazione tout court di Israele è del tutto miope. Se davvero si vuole dare un contributo internazionale alla soluzione del conflitto israelo-palestinese è proprio sostenendo chi, come lisraeliano Folman, incentiva il recupero di una memoria scomoda che si potranno ottenere piccoli ma significativi risultati.
Ciao, sono quello che hai incontrato alla festa, ti ho chiamata solo per sentirti e basta… si, lo so, è passata appena un’ora, ma ascolta: c’è che la tua voce, chissà come, mi manca. Se in quello che hai detto ci credevi davvero, vorrei tanto che lo ripetessi di nuovo… dicono che gli occhi fanno un uomo sincero, allora stai zitta, non parlarmi nemmeno. Posso rivederti già stasera? Ma tu non pensare male adesso: ancora il solito sesso! Perché, sai, non capita poi tanto spesso che il cuore mi rimbalzi così forte addosso, ed ho l’età che tutto sembra meno importante, ma tu mi piaci troppo e il resto conta niente. Dillo al tuo compagno che ci ha visti stanotte: se vuole può venire qui a riempirmi di botte! Però sono sicuro che saranno carezze, se per avere te un pochino almeno servisse. Posso rivederti già stasera? Ma tu non pensare male adesso: ancora il solito sesso! Chiuderò la curva dell’arcobaleno per immaginarlo come la tua corona, e con la riga dell’orizzonte in cielo ci farò un bracciale di regina… ma se solo potessi un giorno vendere il mondo intero in cambio del tuo amore vero! Sai, qualcosa tipo “cielo in una stanza” è quello che ho provato prima in tua presenza… dicono che gli angeli amano in silenzio, ed io nel tuo mi sono disperatamente perso. Sento che respiri forte in questa cornetta… maledetta, mi separa dalla tua bocca! Posso rivederti già stasera? Ma tu non pensare male adesso: ancora il solito sesso! Correrò veloce contro le valanghe per poi regalarti la fiamma del vulcano, respirerò dove l’abisso discende e avrai tutte le piogge nella tua mano… ma se solo potessi un giorno vendere il mondo intero in cambio del tuo amore vero! Posso rivederti questa sera? Ma tu non pensare male adesso: ancora il solito sesso! Ora ti saluto, è tardi, vado a letto… Quello che dovevo dirti, io te l’ho detto
Sfilano timorosi con gli occhi rivolti in alto, arresi ad un cielo che piove su di loro terrore e morte, timorosi della terra che continua a tremare sotto ogni passo, che crea crateri dove prima c’erano le case, le scuole, le università, i mercati, gli ospedali, seppellendo per sempre le loro vite. Ho visto carovane di palestinesi disperati sfollare da Jabiliya, Beit Hanoun e da tutti i campi profughi di Gaza, ed andare ad affollare le scuole delle Nazioni Unite come terremotati, come vittime di uno tsunami che giorno per giorno sta inghiottendo la Striscia di Gaza e la sua popolazione civile, senza pietà, senza alcuna minima osservanza dei diritti umani e delle convenzioni di Ginevra. Soprattutto senza che nessun governo occidentale muova un solo dito per fermare questi massacri, per inviare qui personale medico, per arrestare il genocidio di cui si sta macchiando Israele in queste ore.
Continuano gli attacchi indiscriminati a ospedali e a personale medico. Ieri dopo aver lasciato l’ospedale di Al Auda a Jabiliya ho ricevuto una telefonata da Alberto, compagno spagnolo dell’Ism, una bomba è caduta sull’ospedale. Abu Mohammed, infermiere, è rimasto seriamente ferito al capo. Giusto poco prima, con lui, comunista, davanti a un caffè, ascoltavo le eroiche gesta dei leader del Fonte Popolare, i suoi miti: George Habbash, Abu Ali Mustafa, Ahmad Al Sadat. Gli si erano illuminati gli occhi al sapere che le prime nozioni di cosa fosse l’immensa tragedia della Palestina mi erano stati impartiti dai miei genitori, comunisti convinti. Mi aveva chiesto quali erano i leader di sinistra italiani davvero rivoluzionari, del passato, e gli avevo risposto Antonio Gramsci, e quelli di oggi, mi ero preso tempo, gli avrei risposto oggi. Abu Mohammed giace ora in coma nell’ospedale dove lavorava, si è risparmiato la mia deludente risposta.
Verso mezzanotte ho ricevuto un’altra chiamata, questa volta da Eva, l’edificio in cui si trovava era sotto attacco. Conosco bene anche quel palazzo, al centro di Gaza city, ci ho passato una notte con alcuni amici fotoreporters palestinesi, è la sede dei principali media che stanno cercando di raccontare con immagini e parole la catastrofe innaturale che ci ha colpito da dieci giorni. Reuters, Fox news, Russia today, e decine di altre agenzie locali e non, sotto il fuoco di sette razzi partiti da un elicottero israeliano. Sono riusciti a evacuare tutti in tempo prima di rimanere seriamente feriti, i cameramen, i fotografi, i reporter, tutti palestinesi dal momento in cui Israele non permette a giornalisti internazionali di mettere piede a Gaza. Non ci sono obbiettivi «strategici» attorno a quel palazzo, né resistenza che combatte l’avanzata dei mortiferi blindati israeliani, ben più a nord. Chiaramente qualcuno a Tel Aviv non riesce a digerire le immagini dei massacri di civili che si sovrappongono a quelle dei briefing, con rinfresco offerto ai giornalisti prezzolati. Tramite queste conferenze stampa stanno dichiarando al mondo che gli obbiettivi delle bombe sono solo terroristi di Hamas, e non quei bambini orrendamente mutilati che tiriamo fuori ogni giorno dalle macerie. A Zetun, una decina di chilometri da Jabaliya, un edificio bombardato è crollato sopra una famiglia, una decina le vittime, le ambulanze hanno atteso diverse ore prima di poter correre sul posto, i militari continuano a spararci a contro. Sparano alle ambulanze, bombardano gli ospedali. Pochi giorni fa una «pacifista» israeliana mi avevo detto a chiare lettere che questa è una guerra dove le due parti contrapposte utilizzano tutte le loro armi a disposizione. Invito allora Israele a sganciarci addosso una delle sue tante bombe atomiche che tiene segretamente stivate contro tutti i trattati di non proliferazione nucleare. Ci tiri addosso la bomba risolutiva, terminino l’inumana agonia di migliaia di corpi maciullati nelle corsie sovraffollate degli ospedali che ho visitato. Ho scattato alcune fotografie in bianco e nero ieri, alle carovane di carretti trascinati dai muli, carichi all’inverosimile di bambini sventolanti un drappo bianco rivolto verso il cielo, i volti pallidi, terrorizzati. Riguardando oggi quegli scatti di profughi in fuga, mi sono corsi i brividi lungo la schiena. Se potessero essere sovrapposte a quelle fotografie che testimoniano la Naqba del 1948, la catastrofe palestinese, coinciderebbero perfettamente. Nel vile immobilismo di stati e governi che si definiscono democratici, c’è una nuova catastrofe in corso da queste parti, una nuova Naqba, una nuova pulizia etnica che sta colpendo la popolazione palestinese.
Fino a qualche istante fa si contavano 650 morti, 153 bambini uccisi, più di 3000 i feriti, decine e decine i dispersi. Il computo delle morti civili in Israele, fortunatamente, rimane fermo a quota 4. Dopo questo pomeriggio il bilancio sul versante palestinese va drammaticamente aggiornato, l’esercito israeliano ha iniziato a bombardare le scuole delle Nazioni Unite. Le stesse che stavano raccogliendo i migliaia di sfollati evacuati dietro minaccia di un imminente attacco. Li hanno scacciati dai campi profughi, dai villaggi, solo per raccoglierli tutti in posto unico, un bersaglio più comodo. Sono tre le scuole bombardate oggi. L’ultima, quella di Al Fakhura, a Jabiliya, è stata centrata in pieno. Più di 40 morti. In pochi istanti se ne sono andati uomini, anziani, donne, bambini che si credevano al sicuro dietro le mura dipinte in blu con i loghi dell’Onu. Le altre 20 scuole delle Nazioni Unite tremano. Non c’è via di scampo nella Striscia di Gaza, non siamo in Libano, dove i civili dei villaggi del Sud sotto le bombe israeliane evacuarono al nord, o in Siria e in Giordania. La Striscia di Gaza da enorme prigione a cielo aperto, si è tramutata in una trappola mortale. Ci si guarda sconvolti e ci si chiede se il consiglio di sicurezza dell’Onu riuscirà questa volta a pronunciare un’unanime condanna, dopo che anche le sue scuole sono prese di mira. Qualcuno fuori di qui ha deciso davvero di fare un deserto, e poi chiamarlo pace. Ci aspetta una lunga nottata sulle ambulanze, anche se l’alba da queste parti è ormai una chimera. I ripetitori dei cellulari lungo tutta la Striscia sono stati distrutti, abbiamo rinunciato a contarci. Spero di riuscire a rivedere un giorno tutti gli amici che non posso più contattare, ma non mi illudo.
Qui a Gaza siamo tutti bersagli ambulanti, nessuno escluso. Mi ha appena contattato il consolato Italiano, dicono che domani evacueranno l’ultima nostra concittadina. Una anziana suorina che da ventanni anni abitava nei pressi della chiesa cattolica di Gaza,ormai adottata dai palestinesi della Striscia. Il console mi ha gentilmente pregato di cogliere quest’ultima opportunità, aggregarmi alla suora e scampare da questo inferno. L’ho ringraziato per la sua offerta, ma da qui non mi muovo, non ce la faccio. Per i lutti che abbiamo vissuto, prima ancora che italiani, spagnoli, inglesi, australiani, in questo momento siamo tutti palestinesi. Se solo per un minuto al giorno lo fossimo tutti, come molti siamo stati ebrei durante l’olocausto, credo che tutto questo massacro ci verrebbe risparmiato.
ohibò. anno nuovo vita nuova.
(categoria: " Amore & Eros ")
Eccomi qua, tornata dalle tanto agognate ferie invernali. Devo dire che quest’anno di neve ne ho vista VERAMENTE troppa, ma iniziamo questo racconto dal principio.. Il 29 dicembre parto con il Dayno, la Cri, il giappino, Fecchione e Fabienne alla volta di Tirano: ridente località al confine con la Svizzera. Viaggio lungo ma tranquillo, arriviamo in un delizioso alberghetto con vista su chiesa tiranese, pranziamo nell’unica pizzeria del paese, dove spendiamo addirittura 15 euro a testa per pizza birra dessert e caffè.(a Padova con 15 euro mangi una margherita e paghi il coperto, più o meno). Provati dal cibo facciamo passeggiatina per le viuzze del paese e nel frattempo digeriamo.
(i montanari hanno un gran gusto nel pubblicizzare il proprio negozietto vintage)
Dopodichè, per fare gli splendidi ci rechiamo alle terme di Bormio (idea che hanno avuto pressochè tutti i lombardi), mentre fuori aleggiano -5° e la faccia si riempie di ghiaccioli, il nostro corpo sguazza un’oretta in acqua caldina, dalla quale usciamo molli e rilassati, nonostante l’orda di gente urlante che manco a riccione a ferragosto. (diapositiva di Bormio)
Comunque, ci dirigiamo verso l’albergo dove ci attende un’ottima cenetta a base di "nome crucco" come antipasto, pizzoccheri come primo e dessert lussurioso a base di croccante e datteri ricoperti di cioccolata, eccovene una diapositiva. Il tutto ovviamente annaffiato da ottimo vino rosso e ottimo amaro Taneda, per il quale mi sono offerta di fare uno spot. Dopo essere rotolati a letto come sfere morbide e carnose, ci addormentiamo empi. La mattina dopo pigliamo il trenino che parte da Tirano e arriva a St. Moritz. E’ un bellissimo trenino piccino picciò, tutto rosso, che attraversa i ghiacciai e le montagne e i Paesaggi Mozzafiato (svizzeri). eccovene alcune fotine. non potevamo trovare giornata migliore.
St. Moritz fa fondamentalmente cacare. é un paese di montagna che ha perso praticamente tutte le peculiarità del paese di montagna per ritrovarsi zeppo di negozi lussuosi, alberghi a 6 stelle e suv. una cosa alla Bviatove. C’è da dire però che il paesaggio è davvero incantevole, montagne imbiancate e lago ghiacciato, molto suggestivo.
belli in modo assurdo.
Abbiamo impiegato circa 3 ore per trovare un luogo dove poterci nutrire senza per forza aprire un mututo, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. cheeseburger e patatine in un pubbetto in penombra. Dopodichè, un po’ provati dai costanti -5° anche al sole, abbiamo ripreso il treno e siamo tornati verso l’auto. Ed è qui che abbiamo commesso L’ERRORE FATIDICO di affidare le nostre vite allo stupido TomTom (navigatore satellitare) affinchè riconducesse i nostri stanchi corpi verso l’autostrada e quindi la salvezza. Sfortunatamente, dovevamo capire sin da subito che quell’enorme albero in mezzo alla strada non era un segnale positivo, ma l’abbiamo superato e ci siamo inerpicati lungo una sorta di sentiero di montagna innevato che si inoltrava nel buio dei boschi al suono di "l’abbiamo percorsa ieri, questa è la strada giusta". Peccato che ad un certo punto neanche le gomme termiche di ultima generazione hanno potuto contro la neve che penetrava nei pori dell’auto e quindi ci siamo arresi al fatto di essere malauguratamente bloccati nella neve, in un sentiero di montagna, al buio. EVVAI! Dopo svariati tentativi ci decidiamo a chiamare i vigili del fuoco, che prontamente arrivano a salvarci cavalcando un gippone nella notte. che dio (?) benedica quei montanari lombardi dall’accento oscuro. pregustavo già una notte al freddo e al gelo con i lupi attorno alla nostra auto mentre noi intimoriti attendevamo la morte per mano di un serial killer che sarebbe uscito dal bosco armato di arpione uncinato. (non so perchè me la sono visualizzata così, non indagate..).
nella foto: la Cri che tenta di spiegare la nostra ubicazione ai vigili del fuoco e il Dayno che osserva l’auto con piglio preoccupatissimo.
Comunque, finalmente siamo riusciti a tornare a Padova in 6 ore invece che in 4, ma poco importava. "CIO’ CHE NON MI DISTRUGGE MI FORTIFICA!" è stato il motto della serata. Il giorno dopo con un’ IMMENSA VOGLIA di guidare nella neve sono ripartita alla volta di Rohan (ridente paesino sull’Altopiano) dove ho trascorso il trapasso annuale assieme ad altri 8 amicicici. Bevuto vin, mangiato carnazze e tombolato fino allo svenimento.
scusa Giorgio ma dovevo sputtanarti anche qui.
Di neve sull’Altopiano ce n’è veramenteveramente tantissima. non ho ricordi di un campolongo così innevato da 15 anni a questa parte. Per adattarsi al gelo, i giorni seguenti il programma è stato cibo-vin-neve-caminetto-amari, non propriamente nell’ordine ma credo di aver reso l’idea.
Ora temo dovrò purificarmi per almeno una settimana con tisanelle e verdurelle. C’ho pure il maldischiena da anziana che gioca a fare la giovine. (mi sa che ieri non dovevo rotolare in due metri di neve) ma tutto sommato "CIO’ CHE NON MI DISTRUGGE MI FORTIFICA!" può valere anche in questo caso. (anche se non sono così sicura che questo mal di schiena non mi distruggerà) e voi? tutto bene? avete rotolato nella neve come vi avevo ordinato?
e un altro anno se ne va. tiro le somme. felice trapasso.
(categoria: " Riflessioni ")
come da tradzione, link ogni anno in questo periodo mi trovo a realizzare il medesimo post. Più che altro mi serve come promemoria per rammentarmi tutte le belle cose accadute, e per non dimenticare quelle meno belle.
Partendo dai concerti.. quest’anno me ne sono scofanata un bel po’: - Buena Vista Social Club a Londra (ancora mi emoziono al ricordo) - Mike Patton a Verona (insomma.. però almeno l’ho finalmente visto dal vivo) - John Zorn + Mike Patton e Acoustic Masada al teatro romano di Verona (eccezionali) - Giovanni Allevi a Piazzola (eravamo ubicati troppo in fondo per goderci a pieno il concerto.. non male comunque) - Klezmatics a Venezia (bravissimi!) - La Traviata al Verdi (eccellente..)
Passando per i viaggi: - Londra, per l’ultima volta (la sorellona è tornata in patria.. fine della pacchia) - Il mitico Road Trip di 20 giorni in Francia- Spagna - Liguria diario di viaggio - 2 giorni all’insegna del relax (Terme di Bormio e gitarella a St.Moritz, da effettuarsi 29 e 30 dicembre)
è stato l’anno delle decisioni, e dei cambiamenti. La chiusura dello studio, prima fra tutte, ha segnato il passaggio da una fase della mia vita ad un’altra.. e non solo lavorativamente. Tanta malinconia ma anche tanto ottimismo nell’affrontare una nuova avventura professionale, a partire da gennaio. Porto con me 3 anni di ricordi, esperienze, sorrisi, pianti e persone magnifiche con cui li ho condivisi.
è stato anche l’anno in cui persone a me vicine hanno affrontato e superato momenti molto brutti, e che sono state per me grande fonte d’ispirazione grazie alla loro forza e determinazione.
che dire.. nel complesso è stato un 2008 positivo, ricco di viaggi, belle persone, belle sensazioni. Il 2009 sarà diverso, per molte cose. io aspetto fiduciosa.
voi divertitevi come fate ogni anno. amatevi, illuminatevi e correte nudi e sbronzi nella neve del 31 dicembre. io farò altrettanto (per la corsa nudi, ci devo riflettere)
« È stato molto tempo fa, più di quanto ora sembra, in un posto che, forse, nei sogni si rimembra, la storia che voi udire potrete si svolse nel mondo delle feste più liete. Vi sarete chiesti, magari, dove nascono le feste. Se così non è, direi... che cominciare dovreste! »
Saudade ([sawˈdadɨ] in portoghese europeo, [sawˈdadʒi] in portoghese brasiliano) è un termine che deriva dalla cultura lusitana, prima portoghese e poi brasiliana, che indica una forma di melanconia, un sentimento affine alla nostalgia. Etimologicamente, deriva dal latino solitáte, solitudine, isolamento.
In alcune accezioni la saudade è una specie di ricordo nostalgico, affettivo di un bene speciale che è assente, accompagnato da un desiderio di riviverlo o di possederlo. In molti casi una dimensione quasi mistica, come accettazione del passato e fede nel futuro.
In lingua portoghese, a differenza di altre lingue romanze, la parola è lunica utilizzata per designare tutte le varianti di questo sentimento. In tal senso è spesso considerata intraducibile in altre lingue [1]. Saudade può essere comunque tradotta, approssimativamente, anche come struggimento, tristezza di un ricordo felice.
Luso del termine ha probabilmente origine allepoca del colonialismo portoghese, quando iniziò ad essere usata per definire la solitudine dei portoghesi in una terra estranea, lontani dai loro cari.