

Bisogna proprio non valer niente,
per non aver nemici.(Alfred Bougeard)
Un politico pensa alle prossime
elezioni, un uomo di stato alle
prossime generazioni (John Clarke)

Un simbolo di Padova....

Il Cavallo Ligneo di Palazzo della Ragione,
Manufatto m 5,75 di altezza e con una circonferenza di m 6,20.
Si caratterizza come uno di quelli maggiormente legati all’immagine di Padova.

Assomigli a Giulio Cesare!
Credi molto nelle tue capacita’,
e per questo non hai intenzione di sprecarle.
Sei attirato dalla possibilita’ di metterti alla prova e vincere le difficolta’ che ti si pongono sul cammino.
Del resto, hai sufficiente capacita’ di calcolo per riuscire in quello che fai: sei ambizioso, non avventato.
La tua ambizione, pero’, rischia di procurarti molti nemici.

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martedì 28 febbraio 2006 - ore 15:06
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martedì 28 febbraio 2006 - ore 04:48
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Sanremo, partenza senza sprint
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Rimandato. Il Festival di Giorgio Panariello che prometteva un mix di leggerezza e comicità tradisce le attese. Parte maluccio, lento e impacciato, nella prima ora si sentono solo quattro canzoni e troppe chiacchiere, molte inutili. Poi entra nel vivo, Ilary Blasi comincia a sciogliersi, Victoria Cabello, sempre in ebollizione, cerca di tenere su il morale della truppa. John Travolta non fa la differenza. E le canzoni? Le giurie premiano Michele Zarrillo, Dolcenera e i Nomadi. Sopravvalutato il cantante romano, le altre due leadership ci potevano anche stare. Si aspettava con curiosità la misteriosa Oxa: ha avuto il coraggio di portare un pezzo difficile (che ha "sforato"), per niente sanremese, e si è presentata sul palco con un aspetto inquietante. Ha centrato il suo obiettivo: far parlare di se. Ma le giurie non hanno abboccato: è ultima nella sua categoria.
LA CRONACA DELLA SERATA
Giorgio Panariello rompe il ghiaccio al buio, nella maniera che gli è più consona: fa il comico, dieci minuti di monologo (troppi) e poi via: si entra nel vivo del Festival. Il palco si illumina, brilla la scenografia di Dante Ferretti e mentre scorrono i titoli di testa arriva Ilary Blasi, emozionatissima, di rosso vestita. Panariello le domanda come sta Totti, lei fa la finta scocciata: fa capire che glielo stanno chiedendo in troppi.
Francesca Lancini è la prima delle quattro modelle-madrine di ogni categoria a fare il suo ingresso sul palco. Introduce le sei donne in gara, mentre Ilary presenta la prima cantante in gara, Nicky Nicolai. "Lei ha la notte" è una melodia raffinata, un po lontana dalla formazione jazzistica della cantante romana. Un pezzo che, a primo ascolto, non coglie nel segno. Tornano sul palco Panariello e Ilary. E lui ancora a chiedere di Francesco. Comincia a venire il dubbio che il Pupone sia dietro le quinte.
Arriva Dolcenera, la miracolata di Musicfarm, che, dopo un Sanremo giovani vinto tre anni fa, era stata quasi dimenticata. Il reality lha resuscitata. La sua "Comè straordinaria la vita", che firma anche come autrice, è una di quella canzoni in crescendo, un rock non troppo convinto, ma lei ci mette una gran voce. Toglie dal testo un "vaffa" di troppo, siamo in fascia protetta. Viene data per favorita, e non è detto che questo singolare miscuglio melodico-rockettaro non colga nel segno.
Victoria Cabello entra su una finta scalinata, visto che una vera, nella scenografia dellAriston, non ne esiste. Insomma, vuole fare la "brava valletta" che deve scendere le scale: parte la musica e lei fa Wanda Osiris, con tanto di inginocchiamento finale e bacio a terra. Insomma Vic a Sanremo è pesce fuor dacqua, e il pesce fuor dacqua deve fare. Vedremo fino a dove arriverà.
Entra Vanessa Haessler, madrina della categoria gruppi. Ma la gara si ferma ancora, è il momento di John Travolta, che dovrebbe portare col suo aereo (in effetti lui è davvero un pilota) il ciuccio a Christian, il figlio di Ilary, nel frattempo rientrata sul palco. Travolta è vestito da pilota daereo, Panariello fa finta di non conoscerlo: si ripete al contrario la gag della conferenza stampa. Siparietto scarsino, nel frattempo entra anche Victoria che intervista leroe del sabato sera.
Latmosfera si scioglie, la Cabello tira fuori la sua verve "ienesca" e invita Travolta a massaggiarle i piedi. E lui accetta. Chiaccherando chiaccherando John balla al ritmo di due suoi film, "La febbre del sabato sera" e Pulp fiction", mentre dopo Panariello gli dedica "Nel blu dipinto di blu". Da pilota daereo era entrato, volando se ne va.
Si riprende (finalmente) con le canzoni, ci sono Gigi Finizio e i ragazzi di Scampia. Lodevole intento quello di portare al Festival i giovani di un quartiere difficile, ma "Musica e speranza" rimescola le atmosfere partenopee del più banale Gigi DAlessio che, non a caso, è co-autore del pezzo. Altro stop, stavolta cè la pubblicità: terzo blocco in poco più di unora, decisamente troppo.
Il maestro Beppe Vessicchio, monumento dellAriston, dirige "Un discorso in generale", di Noa, Carlo Fava e Solis string quartet. Lui ricorda troppo Tenco e De Andrè, lei invece è se stessa, grande, dondola le parole sulle note del quartetto darchi. Ottima interpretazione, che nobilita un pezzo non eccellente.
Si va troppo a rilento. La modella Marta Cecchetto, fidanzata del bomber Luca Toni, presenta gli uomini. Povia canta "Vorrei avere il becco". Ballatina melodica e stralunata, sul solco dei bambini che fanno oh, ma limpatto non è lo stesso. Una gag tra Vic e Panariello e poi Ron con "Luomo delle stelle", tenera dichiarazione damore in musica. Meglio il testo delle melodia, a primo ascolto un po scontata.
Audace cambio dabito di Ilary, che si presenta più scollata e qualcosa straborda troppo. La gara ora scorre più velocemente, Simona Bencini, a dispetto di un pezzo intitolato "Tempesta", sembra parecchio piatta. Tira fuori la parte meno vivace della sua anima soul, peccato. "Noi non possiamo cambiare" di Spagna è, fino a questo momento il pezzo più sanremese ascoltato. E non è un complimento. Che tempi quando cantava "Easy lady"!. Ancora pubblicità: troppa, troppa e ancora troppa.
Torna la Cabello, che trova il modo di "infilare" Berlusconi tra la platea del pubblico, dopo averla divisa tra potenti e amici dei potenti. Poi si indica da sola: "Ecco una che non lavorerà più in Rai". Mah...
Sarà lemozione, ma il cantante degli Sugarfree dà limpressione di stonare. Si riprende un po alla distanza, ma il rock del gruppo catanese, che porta sul palco "Solo lei mi dà", è davvero annacquato. Ancora Cabello, che più che la valletta fa la... Panariella, ma i suoi monologhi-sprint non graffiano più di tanto.
Mario Venuti si presenta col suo gruppo, gli Arancia sonora. "Un altro posto del mondo", nelle intenzioni, doveva ricordare gli Smiths. Ma la parentela è lontana assai. Buoni gli arrangiamenti, però sembra manchi la forza di "Legami", il pezzo presentato a Sanremo tre anni fa. Alex Britti invece sembra avere il pezzo giusto: la sua chitarra si fonde bene con gli archi, "...Solo con te" ha ritmo, è un rock orecchiabile e ha uno di quei ritornelli che prendono. Luca Dirisio canta in "Sparirò" come ha lasciato quella che adesso è la sua ex. Note tristi e malinconiche accompagnano le sue parole, il suo è un lentone da ginnasio, di quelli che si ballavano alle feste una volta. Ma oggi?
Scende il buio, arriva il momento più atteso, cè Anna Oxa. "Processo a me stessa", scritta da Pasquale Panella, coperta dal mistero, esalta virtù vocali della cantante pugliese, è un crescendo continuo di grossa intensità. Lei è scarna, pallida, quasi funerea. La accompagna il gruppo polifonico di Tirana. E supera anche i canonici tre minuti e 51 che le erano stati concessi. Vedremo che succederà, a norma di regolamento rischia sanzioni.
Arriva Anna Tatangelo, nuovo look con frangettone, a 19 anni già veterana del Festival. Meno melensa del solito,"Essere una donna", di Mogol e DAlessio, è molto in Sanremo-style e potrebbe conquistare le giurie. Da una giovane desperienza allAriston a dei vecchi quasi novellini. Tocca ai Nomadi, che tornano dopo 35 anni. "Dove si va" è un inno pacifista, una ballata rock supportata dalla voce vigorosa di Danilo Sacco. Può fare strada.
Scende come una bibita leggermente frizzante il pop innocuo degli Zero Assoluto, "Svegliarsi la mattina" è un pezzo che può far strada nelle radio, forse un po meno in classifica. "Liberi di sognare" porta in tutto e per tutto il marchio di Gianluca Grignani, chi lo ama continuerà ad amarlo, chi lo detesta a detestarlo. Interessante il crescendo finale. Michele Zarrillo chiude la gara dei "non giovani". "Lalfabeto degli amanti" segue il plot classico dellAriston, ma manca lacuto, e da un "sanremista" come lui non ce laspettavamo proprio. Ma ha il suo zoccolo duro tra i giurati, e difficilmente lo deluderanno.
Poi tocca ai giovani, dodici flash per far assaporare quello che vedremo nei prossimi giorni. Troppo presto per pronunciarsi. Prima delle classifiche finali lezioncina di curling con le nazionali azzurre maschili e femminili che hanno recentemente partecipato alle Olimpiadi. Si diceva che avrebbero cantato. Non lo hanno fatto. Ma siamo sicuri che avrebbero sfigurato a confronto di un paio di big della canzone?
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martedì 28 febbraio 2006 - ore 04:25
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martedì 28 febbraio 2006 - ore 03:36
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. . . secondo me Scopa è un pò bulicio!
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martedì 28 febbraio 2006 - ore 03:02
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Elena Maniero - - - > una vita sofferta
RIP
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martedì 28 febbraio 2006 - ore 02:55
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martedì 28 febbraio 2006 - ore 02:54
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«QUANDO IL VENETO ERA MIO»
Felice Maniero
di LUCIANO SCALETTARI - foto di Fausto Tagliabue
LE RAPINE E GLI OMICIDI - L’ex boss, sette omicidi alle spalle, gestiva la malavita veneta. Da tre anni è pentito. «La mia passione era ideare le rapine», dice. «Oggi ciò che conta è la mia famiglia. Con la violenza ho chiuso». LA RETE DEL RICICLAGGIO - «Ho dato parecchi miliardi a due insospettabili industriali del Brenta. Il resto andava in Svizzera. E le banche sapevano tutto. Mi avevano aperto il conto e la carta di credito col nome falso». LO SPACCIO DI DROGA - «Charly, uno dei maggiori produttori al mondo, ci forniva l’eroina. La cocaina veniva da Medellín. La droga ci dava i guadagni maggiori. Legalizzarla per la malavita sarebbe un vero disastro».
Tolto il camuffamento, ricompaiono i capelli a caschetto e la "faccia d’angelo" che gli è valsa il soprannome: Felice Maniero, ex padrone assoluto della mafia del Veneto, leggendario per il suo sangue freddo e il cervello fino, sette omicidi alle spalle, entra nel luogo segreto fissato per la prima intervista della sua vita e accenna un sorriso.
Felice Maniero
Fino a tre anni fa aveva ai suoi ordini 400 malavitosi, controllava il traffico di droga, le bische clandestine, le rapine, i furti, la ricettazione, i traffici d’armi. È l’unico uomo riuscito a evadere per ben due volte da penitenziari di massima sicurezza. E sono sue le più clamorose rapine messe a segno nel Nord-Est. Oggi, a 43 anni, Maniero abita in una località segreta e per vivere gestisce una società di prodotti per la casa con 15 dipendenti. La sua "carriera" criminale è finita nel novembre 1994, quando ha iniziato a collaborare coi magistrati. Dalle sue dichiarazioni sono partite decine di inchieste.
Maniero, cos’è rimasto della mafia del Veneto?
«È stato spazzato via tutto. Molti arrestati stanno per uscire per decorrenza dei termini di custodia cautelare e si rimetteranno nel "mercato". Il pericolo maggiore è che chiedano l’appoggio di Cosa nostra o della camorra. So per certo che i Misso, potente famiglia della camorra napoletana, hanno già avuto approcci in Veneto. Sarebbe una malavita ben diversa dalla nostra: in vent’anni da noi sono state uccise una decina di persone. In Sicilia ne ammazzano mille all’anno. Ho impedito l’eliminazione di almeno cento traditori e "infami" e non abbiamo mai sparato ai poliziotti. Tenga conto che avremmo potuto uccidere qualunque magistrato di Venezia, da Casson a Dalla Costa, da Pavone a Foiadelli. Tramite gli infiltrati sapevamo tutto di loro: indirizzi, scorte, orari, numeri dei cellulari. La mia politica era di evitare per quanto possibile lo spargimento di sangue. Di solito la malavita fa la scelta opposta: uccidere aumenta il prestigio nell’ambiente. Ed è facilissimo. Fare una rapina o evadere è complicato, ci vogliono mezzi e cervello. Ammazzare è tecnicamente banale».
Cosa portava più soldi?
«Gli stupefacenti. Una cosa vigliacca. Vendevi morte e facevi quattrini a pala te senza rischiare nulla. Non mi piaceva e me ne occupavo di persona il meno possibile. Io mi tenevo i soldi della droga, delle rapine e del gioco d’azzardo. Il resto lo lasciavo agli altri. Come i furti negli appartamenti: avevamo quattro squadre che partivano ogni sera. Ne vuotavano una ventina per notte. Lasciavo i guadagni ai luogotenenti: ciò consolidava il mio potere».
Mai fatto bilanci?
«Mi devo nascondere. Mi danno la caccia e so che ho una condanna a morte sulla testa, perché ho "tradito". Questo è il bilancio, ma non me ne lamento. Trovo ingiusto, invece, che abbiano tolto il programma di protezione ai miei familiari: vivono ogni giorno nella paura di essere riconosciuti. Io non ho violato il patto, lo Stato sì».
Maniero però faceva la bella vita...
«Non è vero. Se qualcuno mi vede in pizzeria, subito viene scritto che ho pasteggiato ad aragoste e champagne. La verità è che quando scoppiarono le polemiche sul pentitismo ci voleva qualcuno da punire in modo esemplare. Maniero, ad esempio».
Ha collaborato per convenienza?
«No. La legge sui pentiti ha influito, ma erano già alcuni anni che mi ponevo domande. Nel 1993, quand’ero in prigione a Vicenza, mandai a chiamare un colonnello dei Ros per trattare sulla mia collaborazione. Era l’unico di cui mi fidavo. Il colonnello ha mandato Angelo Paron, considerato fra i migliori uomini dei Ros. In realtà era sul mio libro paga. Disse: "Parlane a me se hai intenzione di fare il salto...". Ho negato, ovviamente. L’avrebbe subito detto agli altri della banda».
Quanta gente ha fatto arrestare?
«Tanta. Dopo di me, un’altra quindicina di persone ha collaborato coi magistrati. In totale, oltre 400 arresti. Per la maggioranza di loro non mi sento in colpa. Li conosco bene, so cosa hanno fatto e come sono dentro. Mi spiace per quelli che non hanno ancora aperto gli occhi e continuano a considerare la legge del più forte la sola possibilità per farsi strada».
Chi è oggi Maniero?
«Oggi mi dico che era tutto sbagliato. Non è facile spiegare la mia delusione: avevo tutto, guadagnavo miliardi, potevo soddisfare ogni capriccio. Eppure tutto mi era divenuto indifferente. Adesso, quando vedo mio figlio che si alza al mattino con gli occhi gonfi di sonno provo una sensazione stupenda, che vale molto di più di tutto ciò che ho guadagnato nella mia "carriera". Io non avevo mai provato le cose normali di tutti i giorni. I figli non li vedevo neanche. Mi sentivo a posto mandando loro 10 milioni al mese».
Felice Maniero a Milano,
un anno fa.
Nel libro che ha scritto con Andrea Pasqualetto, lei denuncia trattamenti disumani nelle carceri di massima sicurezza...
«Le denunce non servono a niente. Tutto continua come prima, anche se vai dal magistrato col volto massacrato. Per quella che è la mia esperienza, fino al 1994, l’Asinara e Pianosa sono dei lager: botte e angherie quotidiane. Ogni giorno ci sono 1520 perquisizioni corporali. Ti scavano dentro, ti tolgono la dignità».
Lei ha commesso ogni tipo di delitti e fa l’imprenditore. L’ultimo dei ladruncoli va in galera...
«Capisco che la gente lo trovi ingiusto. Ma ora sono vicino a mia madre e al mattino mi sveglio con i miei figli. Se non avessi avuto queste garanzie non avrei collaborato. Sono libero perché la legge lo consente. È un patto che conviene anche allo Stato: Maniero è fuori, ma la mafia veneta è sradicata. Comunque non ho chiuso i conti: dovrò scontare ancora anni di carcere».
Come riciclava il denaro?
«Attraverso vari canali. Il primo era costituito da due insospettabili industriali veneti della Riviera. Poi c’erano le banche straniere: a Lu gano il Credito svizzero e la Banca popolare svizzera. La Abn Amro Bank di Chiasso mandava un corriere a casa mia a prendersi i sacchi di denaro. Che viaggiavano pure assicurati».
Le hanno sequestrato 30 miliardi. Le briciole...
«Non è vero. È un’altra delle leggende su di me. Vivo con i 4 milioni dello stipendio della mia azienda».
Il soggiorno obbligato nel Veneto dei mafiosi è stata una scuola di malavita?
«Sì. Molti miei uomini si erano fatti le ossa coi Fidanzati e Contorno. Anch’io ho imparato molto da loro, anche se ho sempre lavorato "in proprio". Il soggiorno obbligato dei mafiosi è stato disastroso per il Veneto».
Da dove veniva la droga?
«All’inizio dai Fidanzati e da Salvatore Enea, a Milano. Poi da un trafficante turco, Charly, uno dei maggiori produttori al mondo. I suoi laboratori sono gestiti dai ribelli curdi del Pkk. La coca la importavamo direttamente da Medellín».
Cosa comporta per la mafia legalizzare la droga?
«Un tracollo. L’intera malavita perderebbe l’80 per cento dei profitti. Salterebbero tutti gli equilibri mafiosi».
Luciano Scalettari
«Ero un imprenditore del male»
«Ero in amicizia e in affari con il figlio di Franjo Tudjman, il presidente della Repubblica di Croazia. Col giovane Tudjman, quando venne a casa mia, avevo poi concordato una fornitura d’armi. Servivano carri arma ti, cannoni, elicotteri da combattimento, armi pesanti in genere. Io avevo allora incaricato un amico perché se ne interessasse. Mi fece incontrare due volte con un commerciante d’armi di Verona, che si dichiarò disponibile a entrare nel traffico. Avrebbe fatto arrivare gli armamenti dall’Austria dove c’era un grandissimo hangar in cui Tudjman avrebbe potuto scegliere tutti i can noni che voleva».
È una delle tante confessioni di Felice Maniero, con tenute nel libro scritto a quattro mani col giornalista Andrea Pasqualetto: Una storia criminale, appena pubblicato dalla Marsilio. Il volume ricostruisce la storia del boss veneto: una miniera di notizie, raccolte con puntiglio da Pasqualetto, ma raccontate col ritmo del romanzo. Su queste rivelazioni è stata aperta un’inchiesta a Venezia (Maniero comprava in Croazia i kalashnikov). L’ex boss ha anche dichiarato che il mercante d’armi faceva parte dell’estrema destra veronese.
Maniero racconta anche il suo "pentimento": «Cominciavo a vedere il buio del tunnel nel quale ero entrato vent’anni prima», conclude nel libro, «e al quale ora avrei voluto rinunciare, per la prima volta nella mia vita. Ci pensavo e intanto i dubbi montavano in me come un’onda travolgente». «Facevo crescere i miei crimini nello stesso modo in cui gli industriali facevano crescere le loro fabbriche. Avevo fatto per tutta la vita l’imprenditore del male».
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martedì 28 febbraio 2006 - ore 02:52
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martedì 28 febbraio 2006 - ore 02:51
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