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eravamo in piedi nel salotto buono di tua madre e sudavamo come turchi in quella terribile estate.
il sudore fu sulla tua guancia, poi fu sulle tue labbra.
deve essere stato un sogno.. tua madre non mi fece entrare

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ORA VORREI TANTO...



STO STUDIANDO...



OGGI IL MIO UMORE E'...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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Nessuna scelta effettuata

MERAVIGLIE


Nessuna scelta effettuata

[bimba se sapessi che monotonia tutte quelle balle sulla fantasia]




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martedì 23 novembre 2010 - ore 22:08



(categoria: " Vita Quotidiana ")


E tu lo senti o no
l’esatto suono delle mie ragioni
lo capisci cos’è
la rinuncia al dolore?

Vuol dire chiamami come vuoi
ma non chiamarmi amore
chiamami come vuoi
io sono degno del mio nome.



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martedì 23 novembre 2010 - ore 17:56


Uri Gheller
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Hai fermato la macchina nel mezzo del parcheggio.
Dovevamo parlare. Dovevamo tenerci la mano nel sonno.

Io lavoro lì, adesso.
E ogni sera, chiudendo il cancelletto, ci vedo dentro a quella macchina, che è ancora chiaro.
Mi regali un libro. Dici che ti dispiace. Che non le pensavi davvero quelle cose. Basta che le mie mani accarezzino il tuo braccio e sei già mio.
Ogni sera, chiuso il cancelletto, resto in macchina e guardo nel punto esatto dove eravamo felici.
E’ l’ultimo ricordo che ho della felicità.
Una canzone dei Virginiana, l’ultima volta che era tutto verde, l’ultima volta dei tuoi baci senza fondo.

La mia gola piega i cucchiaini.




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lunedì 22 novembre 2010 - ore 19:58


O quasi.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


ho deciso di non portare più gli occhiali.
resto a fare le tre parlandoti di come mi manca lui.
tu che vorresti soltanto infilare una mano sotto alle mie gonne.
sai, ho ritrovato il messaggio delle piastrelle sporche.
mi umilio come posso, lecco le lenzuola e mi chiedo che cos’è l’amore.
se mi picchiassi per quello che sono davvero, non morirei.
non mi resterebbe che guaire e aspettare il prossimo colpo.

tolgo gli occhiali e il mondo non significa niente. è un alone di te lasciato su di un vetro.
metto a verbale queste parole.
amo di te tutto ciò che fa male.
anche questo silenzio.
questo disprezzo.

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domenica 21 novembre 2010 - ore 02:59


Il parcheggio a San Francesco è vicino.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Mi hai detto mille volte di esserci stato lì dentro.
Ti cerco con lo sguardo. Non ci sei.
Desdemona cinguetta.
Io me ne esco con le mie solite frasi da secondo spritz.
Otello mi dice che sono una puttana. Ma ti sono fedele sempre.
Soprattutto se piove.

Sono aperta a farmi colmare, ho detto.
Si parlava di lacune.
Non sono una puttana, sono solo una bugiarda.
E mentre ingoio il mio corpodicristo quotidiano, penso che non c’è lacuna che non vorrei fosse colmata da te.

Dormi, amore. Io faccio piano.



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sabato 20 novembre 2010 - ore 14:58


Perchè alla fine lo farai.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Professore, posso farle una domanda?
La proprietà si misura nell’attitudine delle cose ad essere nostre, o nella nostra attitudine ad essere loro padroni?



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venerdì 19 novembre 2010 - ore 22:00


mia dolcissima Waterloo.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Treviso serale sa di nebbia e foglie secche.
Lascio la macchina fuori dalle mura.
Quando finisce lezione scappo incontro al buio, all’acqua, ai cigni.
Stasera ci ho rivisti, dentro all’osteria dove andavamo a mangiare tanto tempo fa.
Lei era di spalle, lui la guardava come facevi tu, quando mi raccontavi dei sabati a scuola, l’unico giorno in cui potevi disegnare.
Ci ho lasciati tranquilli lì dentro, ad ordinare e a bere vino.
Lo so come sono le camere d’albergo.
Lo so come sono i treni dell’addio, del ritorno, con il sangue che ti scorre in mezzo alle gambe, la schiena spezzata, la voglia di prendere un Tavor e addormentarsi per giorni, mesi, fino a quando quella maledetta stagione buona non bussa alla porta.
So come è, sorella di dolore, di incubatrici continue, di ittero e notti ad occhi aperti, la nausea, il sapore acre del vomito dentro alla bocca, quelle mattine che ti svegli da sola in un letto di una camera che hai già visto in un film, gli asciugamani celesti, il tuo corpo ferito.
Lo so.
Abbiamo perso la guerra e ogni battaglia.
Abbiamo perso la ragione.

A quelle come noi non dedicano canzoni.

A noi che veniamo solo con le parole. E con l’umiliazione. E che perdiamo tutto.
Che vorremmo morire sempre in modo piccolo.
E invece moriamo davvero.
Ti voglio bene D.

Di noi non resta più niente, se non un amore inutile.
Ed io spero possa distruggerci, un Tavor dopo l’altro.




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giovedì 18 novembre 2010 - ore 02:59


Ecco qui una musica che forse era per noi.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Io che non so fare altro.
Leggere Conte e aspettarti sveglia.
Non te ne vai.
Le tue parole ancora qui, le mie chissà dove.



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mercoledì 17 novembre 2010 - ore 19:32


giorni.spesi.a.guardare.le.siepi.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


[adoro guardarti...
diventa qualcosa che non sei,
spegni la luce e diventa la quiete
quando il resto e’ tempesta." target=_blank">




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mercoledì 17 novembre 2010 - ore 07:38


La tua facilità non semplifica.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


D’altronde anche Paolo Conte avrà fatto il praticante, o no?




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martedì 16 novembre 2010 - ore 21:55


questa è la storia del nostro amico Alex.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Come as you are, mi scrivi.
Mi ricordi di pomeriggi al liceo. Di smemorande che riempiono da sole l’Invicta. Di Brizzi e Kundera, che era la stessa cosa.
La scrivania davanti alla mia la riempie il ragazzo che a quattordici anni chiamavo Red.
Gli recapitarono una lettera scritta a biro un giorno.
C’era scritto. Si può vomitare collassati sul bidet, Prep.
Lui non lo sa ancora che dieci anni fa la dottoressa F. aveva solo un desiderio. Passare una mano fra quella marea di capelli ricci rossi e scomposti.
Dottor S, lei a sedici anni sembrava un angelo, ed io ero timida e bruttina che finivano a chiamarmi Daria.
Lo so che non te lo ricordi. Era difficile vedermi dietro a quegli occhiali.
Lo è anche adesso. Dietro ai miei muri. Dietro a pratiche che si accumulano sopra al mio tavolo. Dentro alla tua Bmw con cui mi accompagni in tribunale parlandomi della tua ragazza vegetariana, e degli anni a tradurre greco latino, come se io non ne sapessi niente.
Quando ero lì. In fila dietro di te all’uscita. A respirare la tua aureola di Fructis di Garnier.

In questo nascondino infinito, lasciate che siano gli storpi a contare.
Liberi tutti.
E noi legati ad un albero con gli occhi chiusi.



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