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![]() violante, 28 anni spritzina di Waterloo CHE FACCIO? compro casa lungo la Noalese Sono single [ SONO OFFLINE ] [ PROFILONE ] [ SCRIVIMI ]
STO LEGGENDO HO VISTO STO ASCOLTANDO eravamo in piedi nel salotto buono di tua madre e sudavamo come turchi in quella terribile estate. il sudore fu sulla tua guancia, poi fu sulle tue labbra. deve essere stato un sogno.. tua madre non mi fece entrare ABBIGLIAMENTO del GIORNO ORA VORREI TANTO... STO STUDIANDO... OGGI IL MIO UMORE E'... ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO...
PARANOIE Nessuna scelta effettuata MERAVIGLIE Nessuna scelta effettuata |
[bimba se sapessi che monotonia tutte quelle balle sulla fantasia]
mercoledì 11 aprile 2012 - ore 19:02 Nei loro cappotti copernicani. La causa è segreta, così mi hai sempre insegnato. I giorni diventano grandi ombrelli. Ci piove dentro. Continuo a far bollire riso in bianco. C’è un dolore, breve, da qualche parte. Un segmento di infelicità che trafigge ferite i cui lembi poco tengono, impiastricciati di vinavil. Mi trapassassi da parte a parte, un ago, tra i miei come e le mie poche affinità elettive. Mi sentirei meglio, forse. Simulando grandi respiri come dopo una notte di vixvaporub. Invece ho le mani fredde. Diventano violacee mentre aspetto che aprano gli ufficiali dietro a Piazzale Roma, aggrappate ad un ombrello. Dalle sette e un quarto alle nove. Venezia mi ricorda sempre di quel giorno che avevi una sciarpa viola. La tua ombra la trovo ogni volta a destra fuori dalla stazione, mi fa compagnia. Oggi mi scatta una foto con i capelli in disordine e appiccicati sulla fronte per tutta la pioggia che cola dal cielo. Te ne sei accorto, sì? Sono più corti. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK martedì 10 aprile 2012 - ore 00:18 Silvia si guarda allo specchio dove il fascista si è masturbato. Avrei dovuto fotografare quel muro rosso, prima di andarcene. Per avere la misura del prima (io e te davanti a guardarci negli occhi con quel mezzo sorriso trattenuto), rispetto al dopo. Dopo, quando non saremmo più stati noi. Correndo a prendere un treno ti ho sussurrato una verità scomoda e che accarezzo ogni giorno come la mia bambola più brutta. Ti ho sentito dire che le analisi hanno fugato ogni dubbio. Mi hai detto, dimenticati che te lo sto dicendo. Eri troppo bella e il rimmel ti ha sporcato gli occhi. Forse è una fortuna saperla, la verità. E sentire che nonostante tutto, non fa differenza. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK venerdì 6 aprile 2012 - ore 19:18 tu sei la verità, non io. Il problema con gli amici immaginari è sempre stato uno. Gli altri non li sentono. Gli altri non sanno che la notte provi a fare loro spazio nel tuo letto, ma pensano che tu dorma di lato. Gli altri ti vedono soltanto voltare la testa e rimanere troppo silenziosa, ma non sanno che se ne sono andati. Poi un giorno ti accorgi che l’amico immaginario sei sempre stata tu. E tra gli altri o gli amici veri non c’è mai stata differenza. Nessuno se n’è mai accorto. Pensavano fosse Wendy, bianca e smarrita a raccontare favole in camicia da notte. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK venerdì 6 aprile 2012 - ore 15:44 fatine dei denti. "Il nostro corpo è abitato. Quello che sperimentiamo non finisce nel cervello ma si miniaturizza da qualche parte nell’organismo, nei nostri organi, nelle ossa, sotto i denti. I ricordi si annidano nel nostro corpo e a volte prendono il comando e si sostituiscono a quello che stiamo vivendo. (…) Ho visto delle cose quando ho poggiato la lingua sugli alveoli, ho visto delle cose…Sono ricordi…Cioè, capisci, mi vengono i ricordi e l’ultima volta che ho poggiato la lingua sugli alveoli ero bambino…Secondo te, può esistere una memoria stomatologica?" COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK giovedì 5 aprile 2012 - ore 18:15 i am so tired, i can’t sleep. O forse esiste, quel limite. La demarcazione dopo la quale nulla ha più avuto le somiglianze di ieri. Hai smesso di ridere nelle fotografie. Hai smesso di essere quell’intera discografia di Battisti come si diceva. Hai smesso di essere ed hai cominciato ad avere. Gli incubi. In quella stanza, fuori piove sempre. Fuori si vedono le fabbriche e gli alberi manco fossimo ad Aberdeen. E non è proprio buio ma sono le sei del pomeriggio ed io ho i brividi, e ci sono mille stelle fluorescenti che sbadigliano alle pareti. C’è Courtney Love, i miei anfibi ordinati vicino al letto. Dentro quella stanza ci siamo solo noi e una cassettiera che sbarra la porta. Il salvaschermo del computer si spegne all’improvviso. Sento le tue mani sulla spina dorsale, che è tutto buio. Boda galleggia. Tu mi dici che sono proprio come la canzone che stiamo ascoltando. Una calendula. [l’unicacanzonechenoncantakurt.] Io continuo a sentirmi quel bambino biondo che registra la propria voce e poi la riascolta, come se qualcuno gli rispondesse davvero. E faccio collezione di astronavi giocattolo e disastri nucleari, e baci di Molly che poi diventa più fredda di Laura Palm avvolta nel cellophanne. LEGGI I COMMENTI (4) - PERMALINK lunedì 2 aprile 2012 - ore 16:34 La vita agra. Continuano ad uscire le stesse carte. La torre. Le stelle. Scuoti la testa. Capisco che non è un buon segno perché mi abbracci. Cosa dobbiamo fare? Non è cambiato niente da quella notte di settembre che sei rimasto a tenere compagnia al mio cuoricino fino alle quattro della mattina, mentre fuori da quella stanza si brindava al compleanno di Marlene. Prendi un’altra carta, mi dici. E io lo so, ancora prima di girarla, che sarà lui. L’impiccato. [C’era quella scena. Gli scioperi. Loro che si rifugiano in una farmacia e prendono una pasticca sfusa. Lei chiede anche dell’acqua per mandare giù. Poi rifila la pasticca a Tognazzi e finisce l’acqua. Esattamente come stava succedendo a me: dare prova del verbo ingoiare.] "Nell’attesa che ciò avvenga, e mentre vado elaborando le linee teoriche di questo mio neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio, io debbo difendermi e sopravvivere." LEGGI I COMMENTI (1) - PERMALINK lunedì 26 marzo 2012 - ore 22:07 Oggi sono miele e cianuro. C’è un libro. Dice che potresti inventarti che il tuo uomo ti ama solo quando sei al centro esatto di ogni stanza. Attraverso lo spazio e mi trovo a cercarlo il centro, sempre. Ma sono sinusoidale come un suono perfetto e inesistente. Sfioro il centro ad ogni vibrazione e lo oltrepasso. Tranne con te. Il centro me lo hai sempre disegnato intorno ai piedi tu. Da quella sera che ci siamo visti per la prima volta e io non avevo nessuno con cui parlare e Yara l’avevano trovata da due ore. E io volevo un altro uomo. Io ho sempre voluto un altro uomo. L’uomo del cui padre sei andato al funerale. E tu mi hai fatto trovare un letto, delle lenzuola pulite e una stanza tutta per me. E io ho voluto il posto accanto al tuo letto, all’inizio solo perchè lei stava seduta sulle tue ginocchia e non riuscivo a sopportarlo. Non ti ho inventato io. Sei tu che mi hai dato dei contorni, anche quando ero solo dolore, leccandomi il bordo intorno al mio cadavere. Hai scritto i miei pensieri sui muri della tua stanza, quando ancora non c’era Mike. Hai usato parole per dire come sono, per descrivere anche quella parte di me che sta nella bocca più stretta dell’imbuto. Che è bianca, sporca, anche tua, in qualche modo. Tu mi hai inventato, come la Francesca Dellera che volevo essere da bambina. Con i tuoi occhi. A guardare quello che non si vede. Oltre i polsi e le caviglie. Dentro la mia bocca che è solo maledizione. Dici che l’amore per fortuna l’hai finito. Poi mi dici addio. E mentre lo fai so che il centro di ogni stanza diventa incalcolabile. Che se io sono uguale a te, senza di te non so più chi sono. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK sabato 24 marzo 2012 - ore 21:21 Non importa se a Pescara, a Buda o a Pest. C’è un attimo. Buda o Pest. Un biglietto per Berlino dentro alla borsa. Yuri e tutti gli altri, mentre il ghiaccio tintinna nei bicchieri e io so di non essere dove vorrei stare. Allora reclino la testa indietro, guardo quello che c’è scritto sul mio braccio. E l’unica parola che non riesco a digerire è quel "tua." E quanto continua ad essere vero. Reale. Crudele. Il mio cuoricino. [anche in viaggio per Pescara.] COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK giovedì 22 marzo 2012 - ore 19:57 Ho trovato quella vecchia cicatrice procuratami con una spilla. Sei ritornato qui, dove ti ho sempre aspettato. Mentre i miei capelli diventavano meno rossi e più biondi, e poi di nuovo mogano e poi castano chiaro. Mentre le mie unghie non facevano a tempo a crescere che già erano troppo corte e martoriavo le dita strappando le pellicine con i denti. E mi mancavi sì, ma non sapevo come dirlo. Non sapevo a chi dire che il vuoto che mi avevi lasciato era più di un semplice riadattarsi a vivere i miei giorni da sola. senza attaccarmi al telefono a descriverti l’odore dei negozi delle parrucchiere. O come si riproduce il suono negli ambienti uterini. In ogni dove ti ho sempre portato con me, e a Berlino mi chiedevo se anche tu avessi sentito così freddo. Se la bustina di zucchero arrivata intera via posta dentro quella busta gialla l’avessi presa a Kreuzberg o un giorno che ti mancavo e non sapevi cosa rubare. Mi sono chiesta se mai avremmo avuto il coraggio di rincontrarci un giorno e non ammalarci di nuovo. Tu di quello che volevo io. Io della paura di ferirti a morte. Ecco perchè ieri mentre te ne stavi andando, davanti ai tabelloni degli orari della stazione ti ho abbracciato di nuovo. Siamo salvi, uniti di nuovo. Ci siamo riusciti. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK lunedì 19 marzo 2012 - ore 18:47 diversi come due gocce d’acqua. In quella foto- non te l’ho mai detto- tuo padre ha occhi profondi e assomiglia a Buster Keaton. Tuo padre ti somiglia molto, come il mio. A me. Io e mio padre siamo diversi come gocce d’acqua. Io ho imparato a cadere più veloce. Lui è ancora a caduta libera. Mio padre potrebbe diventare neve se riuscisse a passare questo inverno. Se riuscisse ancora a guardarmi dritto negli occhi e a parlare della schiuma del sapone o degli uccelli migratori impagliati sui cavi dell’elettricità, piuttosto che chiedermi comestai?. Mio padre vede le scritte sui miei polsi e si domanda se sono poesie. Si domanda che peso specifico ha la mia fame, il mio mal di testa, ogni goccia di pioggia che rotola sulle mie guance. A volte resta ai bordi della mia vita. Come quando mi accompagna fuori dallo studio del ginecologo o mi aspetta fino a tardi tornare a casa la notte. A volte riposa le sue braccia fra le mie braccia, stanco anche di me, di una figlia troppo cocciuta, con gli occhi troppo grandi, con il collo troppo scoperto e che mostra sempre il fianco all’amore che prova. Mio padre sa che esisti eppure non mi ha mai chiesto il tuo nome. Ti evita, come si evita il cliente che ha contestato un lavoro. Io sono il tubo che non ha saputo avvitare bene, la cena scadente, il naso ritoccato male. Sono la figlia che tu non hai voluto, non hai amato, che hai rimandato indietro. A volte lo vedo che mi guarda, senza parlare, per giorni. Vorrebbe aggiustarmi come una sveglia rotta, con il cacciavite in mano. Vorrebbe sezionare il mio cuore zoppo, il meccanismo con la tosse che mi inceppa la vita, la fame, la sete. Vorrebbe venire a parlare con tuo padre e dirgli di dirti di non avvelenarmi più le notti e gli occhi. E comprarmi un bambino sfuso, non confezionato come i gelati, da mettermi in braccio, e in testa un velo da sposa. Io e mio padre siamo diversi come gocce d’acqua. Lui piange acqua dolce, io salata. Ma non ho mai avuto il coraggio di tenerlo tra le mie braccia e di dirgli che tu mi hai portato via per sempre l’estate. Sarebbe inverno all’improvviso: mio padre diventerebbe neve. LEGGI I COMMENTI (2) - PERMALINK > > > MESSAGGI PRECEDENTI |
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